
Ho finalmente
compreso – quel che si dice un lampo, un'agnizione – il motivo per cui trovo imbarazzante
la maggior parte di ciò che leggo sui social network. Al fondo c'è un bisogno
del tutto umano di ratificare un sistema di relazioni, oppure uno status
acquisito, un ruolo, di puntellare insomma la propria identità (o ciò che
pensiamo coincidere con il pronome io, le due vocali più abusate e fraintese) come si puntella il
muretto di una vigna dopo diversi giorni di pioggia.
A me piacerebbe invece che quel muretto crollasse, che i cantanti non venissero su Facebook a promuovere il loro ultimo CD in uscita – per quello ci sono i programmi di Fabio Fazio – e gli scrittori a mostrare la foto in cui fingono di leggere il proprio libro. Ma non lo conosci ancora?! C'è una pagina che amo di Thomas Bernhard, è in Perturbamento e a parlare è il Principe di Saurau: “i compositori di sinfonie non pensano che alle sinfonie, gli scrittori agli scrittori, i costruttori edili ai costruttori edili, i ballerini del circo ai ballerini del circo, è una cosa insopportabile.”
Sì, è una cosa insopportabile. Eppure, se ci pensiamo, del tutto coerente: cercare di difendere qualcosa, proteggerla con la spada e con le unghie, perfino inventarla quando si è a un niente dal smarrirla. E così il paradosso è solo apparente, quando è proprio in un luogo che non ha luogo come il web, tra corpi senza corpo, braccia, gambe, tette, cistifellea, che l’abituale viene celebrato con maggiore e accanita foga, manifestando un attaccamento alla narrazione egoica che ha qualcosa di commovente, come certi centenari che proprio non vogliono saperne di tirare l’ultimo respiro – muori tu, è come se ci dicessero con lo sguardo, io preferisco agonizzare ancora un po’.
Ma quale occasione persa: sporgersi sull’abisso verbale e ripensare l’impensato, ecco cosa avrebbero potuto essere i social. E cioè, nuovamente, la nostra collocazione in quella nuvola di parole che chiamiamo mondo, essere nuvola e non più mondo. Che frani dunque la vigna e tutti i suoi patetici argini!
A me piacerebbe invece che quel muretto crollasse, che i cantanti non venissero su Facebook a promuovere il loro ultimo CD in uscita – per quello ci sono i programmi di Fabio Fazio – e gli scrittori a mostrare la foto in cui fingono di leggere il proprio libro. Ma non lo conosci ancora?! C'è una pagina che amo di Thomas Bernhard, è in Perturbamento e a parlare è il Principe di Saurau: “i compositori di sinfonie non pensano che alle sinfonie, gli scrittori agli scrittori, i costruttori edili ai costruttori edili, i ballerini del circo ai ballerini del circo, è una cosa insopportabile.”
Sì, è una cosa insopportabile. Eppure, se ci pensiamo, del tutto coerente: cercare di difendere qualcosa, proteggerla con la spada e con le unghie, perfino inventarla quando si è a un niente dal smarrirla. E così il paradosso è solo apparente, quando è proprio in un luogo che non ha luogo come il web, tra corpi senza corpo, braccia, gambe, tette, cistifellea, che l’abituale viene celebrato con maggiore e accanita foga, manifestando un attaccamento alla narrazione egoica che ha qualcosa di commovente, come certi centenari che proprio non vogliono saperne di tirare l’ultimo respiro – muori tu, è come se ci dicessero con lo sguardo, io preferisco agonizzare ancora un po’.
Ma quale occasione persa: sporgersi sull’abisso verbale e ripensare l’impensato, ecco cosa avrebbero potuto essere i social. E cioè, nuovamente, la nostra collocazione in quella nuvola di parole che chiamiamo mondo, essere nuvola e non più mondo. Che frani dunque la vigna e tutti i suoi patetici argini!
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