lunedì 27 agosto 2018

Non voglio sentire, o sulla politica come estetica


Destra e sinistra. In un orizzonte in cui la morale pubblica si fa sempre più eccentrica, quasi bizzarra, i due termini significano forse solamente: la mia bontà si diffonde senza alcun confine geografico e argine culturale. E questa è ovviamente la sinistra. A cui risponde con voce stentorea la destra: la mia bontà si concentra invece in un punto esatto della terra che coincide con la terra stessa, da cui fioriscono i popoli, i racconti, il sangue perfino.
I tedeschi hanno saputo sigillare il tutto con un solo termine. Heimat. Una sostanza biologico-astratta in cui lo Spirito si salda con i luoghi che l’hanno generato, e senza i quali si dissolverebbe all’improvviso, puff, secondo uno schema di pensiero che fa coincidere premesse a conseguenze. Ma viene così negato al figlio di poter essere altro dal cognome che ha impresso, e sulle buste gialle, bianche, di qualsiasi colore, il nome del mittente è sempre più grande del destinatario. In italiano si dice patria, ma nella lingua di Arlecchino e Pulcinella è tutta un'altra storia. Una storia comica. 
 Il mare, seguendo la felice intuizione del filosofo del diritto Carl Schmitt, è l’emblema (“talassico”) di tale dissolvimento, che, fatto proprio dalle democrazie anglofone di antica tradizione marinara, porta lo Spirito a vagare sopra onde che non conducono più a nessuna spiaggia, solo le note di una vecchia e bellissima canzone di Battiato e Giusto Pio: mare mare mare voglio annegare, portami lontano a naufragare…
 Quella che ne risulta è dunque un’immagine estetica, più che etica. L’immagine del nostro tempo. Ma se guardiamo a destra e sinistra da tale diverso punto di vista, abbiamo una sorpresa. La sinistra, esteticamente, coincide infatti con la figura retorica della ripetizione, in cui il bambino che ha appena detto una cosa buffa, gli adulti hanno riso, pronuncia quella stessa frase allo sfinimento nella speranza di ottenere il medesimo risultato, ma guadagnando solo indifferenza. O se si preferisce, sono le imperterrite messe in scena di certe fortunate commedie americane che hanno riempito un tempo i teatri di Broadway e da allora non sono più uscite dal cartellone; nel frattempo è morto il commediografo, il regista e svariati attori, tutti sostituiti seguendo il dettato di un ritornello altrettanto logoro: the show must go on. E pazienza per quel rumorino che proviene dalla terza fila, simile a un gatto che fa le fusa o a un maiale che grufola sottovoce. È semplicemente uno che dorme.
 Ma se la sinistra è il già detto che si ridice allo sfinimento, avendo ormai scordato le ragioni per cui lo fa, cos’è diventata l’estetica in cui la destra trova il proprio rinnovato consenso, dopo aver saltato nei cerchi di fuoco al grido di Eia Eia Alalà, consumando la propria gioventù in ruvide camicie d'orbace, faccette nere di beltà abissina, spari, calci in culo, duelli alle prime luci dell’alba, mentre le onde della storia abbattevano il castello di sabbia con cui l’etica aveva provato a farsi politica, fallendo miseramente?
 A me pare, per opposizione alla sinistra, che la strategia estetica della destra consista nella continua ricerca dell’inaudito: il colpo di scena quando meno te lo aspetti, l’epifania suggestiva che fa spalancare la bocca, poco importa se per sorpresa oppure rabbia. L'importante è che generi emozione, una caso. Ed è la stupefazione continua che ha però un'unica rigida premessa. Non sapere nulla, coltivando la propria disposizione al meraviglioso – in narratologia viene detta sospensione dell’incredulità – come un giardino fiorito, dove la rosa più bella si chiama Ignoranza.
 Ma per far ciò, è necessario tapparsi le orecchie quando qualcuno cerca di spoilerarti il finale, o anche solo introdurre un vago principio di realtà. Quindi ripetere tra sé: Non voglio sentire non voglio sentire non voglio sentire… 

venerdì 24 agosto 2018

L'amore è una roulette. Ma russa o italiana?

Uno degli argomenti più odiosi che sento circolare tra le donne italiane –
e non dico lo affermino e nemmeno lo pensino tutte, sia chiaro – è che le donne straniere, specialmente quelle che provengono dai paesi dell'est europeo, Ucraina, Russia, Romania, siano più spregiudicate e disinvolte sessualmente. In realtà esprimono il concetto con un solo sibilato termine: troie.
 Ora l'argomento è tanto rozzo e volgare che potrebbe essere liquidato con un'alzata di spalle. Eppure, come in molti luoghi comuni, è possibile che si annidi il principio di una verità sommersa, che andrebbe però ripescata e pulita da ogni sedimentazione spuria, quindi disinfettata dalle scorie del pregiudizio. Credo insomma anche io che tra donne italiane e donne dell'est, andando un po' per le spicce, esistano delle differenze profonde, ma più che in relazione al sesso mi sembra di scorgerle nel rapporto con la famiglia, che nel nostro Paese gode dello stesso culto riservato a Milano al panettone, senza però limitazioni alla sola crapula natalizia. Un panettone senza data di scadenza, ecco.
 La famiglia, dunque. Che non è un'istituzione ovunque estesa e inclusiva come in Italia, questo si sa anche senza aver mai aperto un libro di antropologia, basta andare a cinema. Oppure staccare un biglietto di quell'altro film che si chiama vita, e il suo sipario dogana. Ed è così che appena si solleva la sbarra bianca e rossa, ora non ce n’è manco più bisogno, è sufficiente rallentare e magari fare un timido cenno di saluto alla guardia di confine, possiamo immediatamente sperimentare la differenza, soprattutto nel diverso rapporto con i figli, altrove percepiti quali figli del mondo e non solo di un uomo e di una donna. Tutto ciò è giusto, sbagliato…?
 Onestamente non lo so, e mi sembra una domanda mal posta. Quando la domanda giusta sarebbe forse: il diverso atteggiamento verso la famiglia delle donne straniere, e in verità dei popoli stranieri tutti, cambia qualcosa nei rapporti tra uomo e donna? E la risposta secondo me è: sì, certo. Cambia tutto.
Il famoso principio enunciato da Ermete Trismegisto nella Tavola Smeraldina – come sopra così sotto – comporta infatti una ricaduta delle relazioni familiari che si manifesta a ogni livello del suo asse, e quella tra un uomo e una donna è la relazione prima, o come ripetono in ambienti cattolici è la pietra angolare su cui viene edificata la famiglia.
Posto allora che il capitale emotivo sia sempre lo stesso, una minor distribuzione delle ipoteche affettive (genitori, figli, nonni, zii, cugini, nipoti) porta a concentrare le attese quanto le attenzioni delle donne su un uomo solo, o come vorrebbero i più cinici su un uomo alla volta, secondo il metodo anglosassone del try and fail; della serie dagli e dagli, e prima o poi quello giusto salterà fuori. Una dinamica comune non solo all'economia ma anche al gioco d'azzardo: se hai dieci fiches puoi puntarle tutte sullo stesso numero, o se preferisci su dieci numeri diversi. In quest'ultimo caso le probabilità di vincita decuplicano, ma si riduce della stessa proporzione anche l'eventuale premio.
 Le donne straniere, al modo delle eroine dei romanzi ottocenteschi, continuano ad accatastare il loro gruzzolo su una singola e minuta porzione del tavolo verde, o la va o la spacca, e non stiamo a indagare le ragioni per cui lo fanno – convenienza, romanticismo... Ma siamo poi sicuri che i due piani si escludano a vicenda? In ogni caso, se sta bene a loro deve starlo anche a noi. Non però alle italiane, che diversificano invece gli investimenti dentro il fondo comune familiare, con una particolare e rilevante quota destinata ai figli. E fanno benissimo pure loro, intendiamoci, il portafogli sentimentale è quanto di più discrezionale esista, oltre al fatto che non è ancora stata trovata una formula con cui sbancare i casinò. 
 Le donne italiane non devono però stupirsi se i connazionali poi preferiscono le straniere, già che anche l'atteggiamento maschile riflette una posizione economica, ossia di massimizzazione dei profitti in relazione al rischio e allo sforzo. Ed è meglio una donna, dico, per cui tu sia l'intero tesoro racchiuso nel forziere, o una che ti consideri solo una delle tante monetine nel salvadanaio? In fondo, l'amore era e rimane una roulette… (russa?) 

martedì 21 agosto 2018

La tua famiglia è infelice? Niente paura, hai semplicemente sposato un cretino

Mi viene in mente spesso il celebre incipit di Anna Karenina. "Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece disgraziata a modo suo." E il libro avrebbe anche potuto finire qui, senza le successive milleduecentodieci pagine. Capolavoro!
 Mi viene in mente e provo, altrettanto spesso, a parafrasarlo per applicare la medesima struttura a situazioni differenti, le più varie e anche bizzarre. Ad esempio: tutte le automobili che funzionano ti riportano a casa; ogni automobile mezzo guasta ti lascia a piedi, ma in un punto diverso del percorso.
 È un giochetto, possono provarci tutti (tutti quelli che non provano a fare questo giochetto rimarranno senza alcun risultato e quindi infelici; chi ci proverà otterrà una frase diversa… Lo vedete, è facile). Mi sono così cimentato in una versione che avesse quale oggetto gli uomini e le donne.
 Gli uomini e le donne non si capiscono, ti hanno insegnato. Mica vero. Gli uomini e le donne intelligenti lo sono in modo diverso, d’accordo, come le famiglie infelici, ma si capiscono benissimo. È proprio uno degli attributi dell'intelligenza quello di comprendere, e dunque comprendersi. Sono gli scemi che non intendono.
 Però non abbiamo ancora la nostra parafrasi, già che se (tutti) gli intelligenti si comprendono e (tutti) gli scemi no, siamo punto a capo. La mia idea è allora che se tra persone intelligenti ci si capisce allo stesso modo in cui tra scemi ci si fuorvia, quando uno scemo incontra un intelligente – c'è asimmetria, insomma – si sviluppano delle situazioni di coppia altamente imprevedibili, andando a generare quella diversità che Tolstoj attribuiva alle famiglie infelici.
 Uno scemo più uno scemo non genera infelicità ma tutt'al più liti, che è un'altra cosa. La premessa di una lite è infatti: io ho ragione e tu torto. Non c'è quello sguardo dall'alto, sorta di dolly cinematografico che fa cogliere la famiglia come un unico animale, le cui articolazioni che uniscono e saldano i singoli componenti (e a volte li guastano) si chiamano relazioni. Finché c’è sofferenza c’è dunque relazione, animale, famiglia.
 Possiamo così azzardare un passo logico ulteriore. Se la tua famiglia è infelice e te ne accorgi solamente tu, non riesci a parlarne ma vedi l'intero animale soffrire e non solo rabbia riflessa, significa che proprio scemo non devi essere, complimenti, altrimenti vivresti o in una famiglia serenamente decerebrata oppure altrettanto decerebrata, ma conflittuale. Fin qui tutto chiaro?
 Bene, la soluzione è semplice: hai sposato un cretino!
Oppure una cretina, non siamo sessisti, il risultato non cambia ed è la condizione più diffusa. Già che i cretini, ci ha insegnato sempre Tolstoj che era intelligentissimo ma aveva sposato una cretina, i cretini come la moglie di Tolstoj producono infelicità, non confronto, dinamica, elaborazione e cambiamento, fosse anche quello di lasciarsi.
E non sarà allora un caso che sia stato proprio lui, Lev Nikolàevič e a ottantadue anni suonati, lui quello che il 28 ottobre 1910 è salito su un treno con destinazione cazzi miei. Fine della famiglia, fine della sofferenza. E fine purtroppo anche sua, per polmonite batterica nella stazione di Astàpovo, ventitrè giorno dopo la partenza, meglio la fuga. Solo il tempo di un ultimo sussurro: "Svignarsela, bisogna svignarsela!"
Per questo tutte le famiglie felici si somigliano e ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo. Già che la tua disgrazia, quella di aver sposato un cretino, la conosci solo tu. Ma non te la sei ancora svignata... 





Asia Argento, o sul silenzio e gli avvoltoi


Asia Argento, pare sia il tema del giorno. E’ il vecchio gioco del dito medio alzato: prima è stata lei a farlo ai maschi cattivi, poi ai maschi senza troppe distinzioni e quindi ai cattivi tutti; in pratica a chiunque non le abbia creduto – uomini e donne, il rancore non ha attributi di genere – seguendo il celebre motto maoista, solo ribaltato di prospettiva. Ucciderne cento per educarne uno. Ma ora è lo stesso dito che come un boomerang torna indietro e si rivolge contro lo specchio, crocifiggendola a un legno, certamente storto come ogni cosa umana, che non possiamo non vedere come la sua propria carne, ricordando una lettura inversa del libro di Pinocchio. Prima uomo e poi burattino, passando dalle fauci di Mangiafuoco. 
 Se si preferisce, possiamo anche chiamarlo con le parole di quella che è quasi una filastrocca, chi la fa la aspetti, secondo un riflesso fin troppo meccanico della responsabilità, per quanto non ancora penale. In ogni caso, se verrà confermato il risarcimento a favore della presunta vittima minorenne di molestie da parte dell'attrice romana, al di là del tardivo (e possibile) opportunismo della controparte, saremo comunque tenuti a farne conto; almeno da quel lato semplificato e rozzo dell’umano che si chiama legge, così poco incline alle sottigliezze del cuore, e a maggior ragione alla vampa genitale.
 Asia Argento sugli scudi e Asia Argento nella polvere, meglio allora provare a inquadrare la fotografia a partire da una cornice quasi mitologica. E sono gli stessi scudi e la stessa polvere. Clic. E’ certamente per questo motivo che lo scatto, per quanto leggermente fuori fuoco, è tanto ghiotto ai media, facendo planare gli avvoltoi in lente inesorabili spire; e poco importa se appartengono alle opposte fazioni di chi inneggia Cristo oppure Barabba, a cui comunque non sembra vero di contendersi brandelli pubblici di scena. Ma l’immagine che io conservo, persino tenera, di Asia Argento, è diversa. Me l’ha suggerita un vecchio e bellissimo romanzo di Marco Lodoli, I fiori.
 Tra quelle pagine leggere e sapienti c’è un personaggio, Aurelio si chiama, è arrabbiato con tutto e tutti, ringhioso, idiosincratico al mondo. Ma è un personaggio al fondo triste, sconfitto. Aurelio sale a un certo punto su una barchetta fluviale da cui maledice ciò che vede, le persone, gli animali, ogni cosa è meritevole della sua invettiva, come un Giobbe che si senta ingiustamente tradito dal suo Dio.
 Intanto la corrente trasporta la barchetta sempre più lontano, mentre Aurelio continua a urlare, sputa in acqua, offende ogni ombra su cui posa idrofobo lo sguardo, fino a che il fiume non lo ingoia. Ma non in un boccone. Prima l'acqua gli arriva alla vita, lambisce il petto, accarezza le spalle, sommerge la testa…  ciuf. Ed è finalmente silenzio, pace.
 Io non so cosa abbia effettivamente fatto l’orco Weinstein a questa ex ragazza sempre un po' imbronciata, né se lei l'abbia replicato con altri, secondo uno schema di conversione da vittima a carnefice da tempo noto alla psicologia del profondo. Una cosa non escluderebbe comunque l'altra, senza ridimensionare la gravità. So però che era impossibile che tutti quanti avessimo fatto del male ad Asia Argento, per meritarci un dito medio che ci puntava a ogni occasione, ricordandoci che prima o poi saremmo stati trafitti dal suo spiedo.
 Non ci mancherà dunque il continuo memento sodomiticum di cui eravamo fatti oggetto, né, diciamolo, le interpretazioni sempre meno memorabili con cui la carriera stava penosamente declinando, e che l’avevano condotta al girone infernale dei talent show. Ma prima che scompaia anche lei nel fiume dell’irrilevanza, ci piacerebbe, tra uno sputo e un morso, un vaffanculo e un fuck off, sentire un’ultima frase sussurrata dalla sua voce roca, la sua voce bella.
 Ci piacerebbe, sì, che ripetesse la battuta di Benigni nella scena finale de La voce della luna, quando si incammina verso un pozzo irradiato dal solo lucore dell'astro notturno. Ma all'improvviso si ferma, gira lentamente il busto e poi lo sguardo verso gli spettatori, e guardandoci dritto negli occhi ci confida: “Eppure io credo che se ci fosse un po' di silenzio, se tutti facessimo un po' di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…”

lunedì 20 agosto 2018

Non capisco perché tutti quanti continuano a chiamarmi insistentemente caro, gioia, capo…


Il mio meccanico, che ai tempi delle medie picchiava tutti, una volta è anche venuto a scuola con l'Alfetta del padre e un'altra ancora con la pistola, e c'è chi giura fosse carica, il mio meccanico, dicevo, invece di finire in prigione ora mi chiama caro, uè caro, quando arrivo con l'auto borbottante in officina, purtroppo non è un'Alfetta. E son comunque soddisfazioni! 
 La mia vicina, che ai tempi delle medie invece non picchiava nessuno, era una ragazza dolce e sorridente che giocava a elastico con le amiche e aveva milioni di capelli ricci in testa, e beata lei che li ha ancora tutti, adesso mi chiama gioia, ciao gioia, lo dice ogni volta che ci incrociamo con i sacchetti dell'Auchan sul portone d’ingresso o in ascensore, su cui deposita un profumo buonissimo che permane per ore. Dimenticavo, era la più bella della scuola. E son soddisfazioni anche quelle!  
 Il senegalese che sta nel parcheggio rovente, d'estate, e poi gelido d’inverno ma sempre davanti l'Auchan, e chi lo sa cosa facesse alle scuole medie e se le ha fatte, ogni volta che mi vede mi mostra un accendino, prendi accendino, non fumi? allora braccialetto, questo porta a te fortuna, ma prima mi chiama capo, ehi capo, e non sono soddisfazioni. Direi anzi giramento di coglioni, che non son capo di un bel niente! 
 Non capisco in ogni caso perché tutti quanti continuano a chiamarmi insistentemente caro, gioia, capo… ma mai nessuno che mi chiami Guido. 


Non è bello ciò che è bello ma non è nemmeno bello quello che piace alla tua amica, o sulle donne e la bellezza



Mi piace ascoltare le donne quando confabulano tra loro di maschi. Lo faccio di nascosto, ovviamente.  Lo faccio da un tavolino del bar Piero con un bicchiere di Akram fresco davanti, fingendo di sprofondare lo sguardo dentro un giornale sportivo, gli unici che si trovano a quelle latitudini. E quando arrivo alla pagina della scherma e degli altri sport cosiddetti minori, un gruppo di ragazze con gli zainetti in terra sedute al tavolo accanto, bevono birra chiara direttamente dalla bottiglia, puoi star certo che una, quella che si rolla una sigaretta con il tabacco, già avrà detto a un’altra: "Ti piace Giorgio?! Maddai, non vedi che è… è BRUTTO!" "Ma no, cosa dici" ribatterà allora l'interlocutrice piccata, "sarà bello quello che piace a te!"
 Alla fine sono però arrivato alla conclusione che il dissidio, il più delle volte, nasce dal fatto che stanno parlando di cose diverse, la bellezza è un termine con mille sfumature ma andando per le spicce potrebbe essere spaccato a mezzo, come il Lago di Como nei suoi due rami.
 Da un lato abbiamo infatti la bellezza come forma misurabile e certa, proporzione tra le parti, insomma esprit de geomètriè, mentre dall’altro lato la bellezza si fa storia, narrazione. Una delle ragazze, in un sotto testo che rimane purtroppo implicito, creando così confusione nel discorso, sta dunque dicendo alla rivale: l’uomo che è per te sinonimo di bellezza, da un punto di vista ingegneristico, presenta gravi lacune strutturali, è un ponte destinato a crollare presto (guarda i capelli fini, a quarant’anni sarà già completamente calvo), mentre l’altra gli sta rispondendo che la sua perfetta equazione algebrica è del tutto priva di sostanza narrativa; un uomo che, come voleva il vecchio spot di un profumo, non sa creare un sorriso, guardarti negli occhi, parlare col viso.
 Immutabile bellezza dello sguardo, semplificando, versus molteplice bellezza delle storie, diverse tra di loro per quanto non si può certo dire infinite, come in un racconto di Borges. Diciamo che pur non possedendo la granitica coerenza della forma geometrica, anche la bellezza narrativa si offre tramite ricorrenze, che sono poi i generi letterari o meglio ancora cinematografici, visto la scarsa confidenza delle giovani generazioni con la lettura.
 Se ne ricava che esistono molti modi di essere bello per un uomo, almeno all’occhio indagatore e maieuta di una donna. La quale traduce in desiderio i possibili incipit narrativi di cui dispone, quindi li proietta, direbbe uno psicanalista, se appena scorge un minimo di coerenza con ciò che vede, l'attore è in parte. A quel punto ci sono tutti gli elementi per iniziare il film comune, meglio se d’amore e con lacrimoso happy end, per quanto qualche sottotrama erotica non guasti…  E dovrebbe essere per noi un sollievo, abbiamo svariate possibilità di farla franca, tanti copioni e dunque tanti ruoli da interpretare. Mentre la bellezza femminile, dal nostro punto di vista assai più angusto, da film di propaganda in bianco e nero, realismo socialista, è davvero solo due di due. Tertium non datur.
 Fermo restando l’armonia estetica e un’età che non sconfini nel vintage – configurazioni standard che i maschi sempre pretendono, come l’aria condizionata nei veicoli moderni – ci sono quelli per cui una donna è bella solo quando ricordi una Salomè tutta passi felpati e ventagli, e quelli quando evochi invece il fantasma candido della loro mamma, avvolto da un lenzuolo che faccia da tana per i cuccioli. Ok, si dà poi il caso di chi abbia avuto una madre un po’ così... e dunque le voglia tutte e due. Puttana e Madonna. Pacco unico o separate, poco importa. 


Mai più in topless! o sul corpo e il segreto


Oggi finalmente e per la prima volta quest'anno sono andato a fare un giro in spiaggia. In realtà non è del tutto vero, sono ancora qui incastrato tra le mie montagne, ma ci sono andato con la fantasia, ci sono andato osservando l'ennesimo esausto servizio estivo sulle vacanze degli italiani, realizzato dal Tg2.
 Oggi sono andato in spiaggia, dunque, e mi sono accorto di una cosa che non era così scontata. È sensibilmente diminuito il numero delle donne in topless che si possono incontrare giocando a badminton sulla battigia, e mi sembra una notizia bellissima!
 Intanto perché l'esibizione distratta del seno femminile produce, come il veleno assunto in minime dosi, una progressiva assuefazione, per cui già dopo poco tempo finisce con l'essere uno stimolo visivo del tutto svuotato di ogni consonanza erotica. Si diventa un po' tutti come Mitridate, insomma. Ed era lo scenario che si dischiudeva a inaugurazione degli anni ottanta, che forse anche per questo furono identificati con l'attributo di edonismo reganiano. Qualcuno ricorda?
Da principio fu una festa, è inutile negarlo: tette, tette di ogni dimensione e forma  tettine, tettone, tetasce come le chiamava Ugo Tognazzi in un film di cui ho scordato il titolo, forse La stanza del vescovo , tette che si manifestavano ovunque posassimo al mare lo sguardo, non c'era che da scegliere o ancora meglio lasciar fare al caso. WOW! 
Ma, dopo una felice manciata di giorni, questo panottico mammario si trasformò un mondo chiuso e claustrofobico, dove l'ostensione del seno femminile non faceva più sobbalzare i maschi di meraviglia. Nemmeno li pungolava di desiderio, tormentava di fantasie morfologiche e aveva perfino cessato di roderli nell'incertezza termica – ma saranno calde oppure fredde…? mi chiedevo ad esempio io vedendo fiorire qualcosa sotto i maglioncini delle mie compagne alle medie; almeno prima che una, Renata, più generosa o scaltra delle altre, non mi sollevasse dal dubbio con un rapido collaudo offerto dalla casa (erano calde, per la cronaca, almeno quelle di Renata). Un mondo così era davvero diventato più piccino e triste, diciamocelo. 
 C'è però un'altra ragione, che non esiterei a chiamare simbolica. Una relazione profonda tra due persone, come quella che avviene in una coppia, anche occasionale, a me pare si fondi sempre sulla condivisione di una sorta di segreto, che ha nel corpo il suo corrispettivo materiale.
 Esiste infatti una parte di noi che percepiamo come astratta ma non meno presente, possiamo anche chiamarla anima, se vogliamo, o ancora meglio non chiamarla affatto, una parte che se esposta alla luce del giorno andrebbe dissolta e irrimediabilmente perduta, come i vampiri ai primi lucori dell'alba.
 Abbiamo così imparato, in un processo durato secoli, ad associare quella rarefatta condizione psichica a un elemento che sempre ci appartenga, ma sia più verificabile e certo. Il corpo, cosa c'è di più tangibile, o meglio ancora una sua provincia circoscritta, come appunto il seno; ma anche i capelli in culture diverse dalla nostra, è uguale. Sono costruzioni storiche che traggono il loro senso dall'analogia, per poi diffonderlo attraverso il megafono della convenzione.
 O-sceno, fuori scena, è dunque lo spazio culturale in cui qualcosa viene sottratta alla penetrazione dello sguardo, così caricandola di una preziosa radianza. È la stessa dinamica, ci spiega Bataille, per cui i lingotti delle riserve auree vengono occultati nei sotterranei di una banca centrale: li si toglie di mezzo fisicamente per farne circolare il valore in forma simbolica, che viene in tal modo perfino incrementato   in fondo che ne sanno i Bassotti, di quanto oro ci sia nel deposito in cui Paperone sguazza...
 Mantenere calato un minimo sipario sul proprio corpo, significherà allora attestare, quindi tutelare la presenza di un nucleo profondo che recalcitra alla sintesi sociale, un io che non vuole essere noi. Ed è nello scambio, nella rivelazione sussurrata da un io a un tu – più raramente a un voi, mai a un loro! – che la singolarità biografica non solo non va perduta, ma si potenzia.
 Potentissimo è il gesto della donna islamica che si cala il velo davanti al proprio uomo, anzi, marito, e solo davanti a lui. Ma anche quello, forse meno drammaticamente esclusivo, della ragazza abbordata in discoteca quando si lascia abbassare le spalline del reggiseno in auto, rivelando la superficie lattescente del petto che culmina nell'areola rosina dei capezzoli, a stagliare come il volto pallido di Pierrot in opposizione alla carnagione brunita circostante. Un'eucarestia solo per te, mentre l'abbronzatura è il cibo per tutti.
 E dunque guai, nei mesi invernali, alla pratica selvaggia del lettino abbronzante, dove ci si espone senza alcuna zona off limits all'assalto ultravioletto, che nell'effetto uniformante e ottuso dei suoi raggi svuota il corpo di ogni mistero. Così non si vede il segno del costume, dirà lei facendo spallucce. Ecco, brava furba, è proprio questo...
 Tutto ciò, con parole delicate e sornione, l'aveva restituito Paolo Conte in una delle sue canzoni più elusive e belle, dove si ricorda che "in inverno è meglio, \ la donna è tutta più segreta e sola \ tutta più morbida e pelosa e bianca, afgana, algebrica e pensosa \ dolce e squisita, è tutta un’altra cosa… "
 Ma sembra che l'abbiano inteso nuovamente anche le donne italiane, le quali hanno ripreso ad andare in spiaggia con il costume a due pezzi. Per regalare poi il segreto bianchissimo dei loro seni a un uomo, a un'altra donna o anche solamente allo specchio. Non è importante, e sono in fondo cavoli loro. Importante è che il segreto non vada perduto. E cioè rivelato a tutti, già che i segreti sono fatti per pochi.

sabato 18 agosto 2018

Un uomo in crisi, o sulla parola comunista

Ieri ho ascoltato su YouTube le intercettazioni telefoniche a carico di Nicole Minetti. Non l'avevo mai fatto, forse perché avverto l'incalzare della cronaca come quelle auto in coda al casello dell'autostrada, che quasi urtano la tua da dietro e così credono forse di fare prima, spronandoti a pagare e levarti dai coglioni. Ora che è passato qualche anno, le ho invece ascoltate tutte e per intero, almeno quelle presenti sul web. E l'ho trovato molto istruttivo. Ho capito, ad esempio, cosa si intenda in certi ambienti per comunista.
No, non un sistema politico che prevede la collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio, come da precise istruzioni dell'uomo con la barba di nome Carlo; non si tratta di Carlo Cracco, per inciso. E nemmeno, in un senso più estensivo e meno tecnico, potremmo dire etico, una disposizione solidale e sussidiaria verso le persone meno avvantaggiate. Piuttosto, per Nicole Minetti e la quota sociale (certamente maggioritaria) di cui le sue parole compongono l'emblema – un araldo in cui non è difficile riconoscere il nostro vicino di casa, quello con il suv parcheggiato sempre a cavallo di due posti auto –, un comunista è una persona senza volto, già che non si riflette nello specchio ilare del proprio tempo. Un uomo triste, insomma. Uno sfigato.
Il concetto diventa molto più chiaro quando la Minetti, parlando al telefono con il padre, dice di aver conosciuto Giorgio Faletti, presente a una cena da comuni amici all'Isola d'Elba. "Testa di cazzo comunista", lo definisce subito. "O boia perché?!" ribatte il padre con schietto accento romagnolo. E lei: "Sai quella gente un po'… uff… un po'… insoddisfatta della vita."
Ed è su questa battuta che mi sono venuti in mente, per contrasto, i versi di una bellissima canzone di Claudio Lolli, purtroppo nel giorno doloroso della sua scomparsa:

Hai notato come sono rari e fievoli i sorrisi,
sulla bocca stralunata di un uomo in crisi,
come guarda sempre in basso, come cerca protezione,
come evita a ogni passo di attirare l'attenzione.

Parole semplici e dirette, nella cui concisa espressività poetica è riassunto tutto ciò verso cui la Minetti prova disprezzo. La fragilità umana. L'essere disallineati al mondo dei felici e influenti. Il desiderio di protezione. Ma soprattutto lo stralunamento, ovvero la condizione di chi sia espulso dal lato luminoso e radiante della luna, il lato della certezza, per essere confinati nel suo dark side, dove fanno tana incerte e pulsanti le possibilità non ancora realizzate, e che probabilmente non saranno mai.
Un'ombra dolente, dunque, la lacrima sul volto ceruleo di Pierrot, che per Nicole Minetti viene sveltamente detersa dalle sorti magnifiche e individualiste, e liquidata col termine spregiativo di comunista. Invece di scomparire si coagula però nella voce sussurrata di Claudio Lolli, per cui è la materia umana più delicata e preziosa. Ma, si sa, Lolli è un poeta, e i poeti  è ancora lui a dircelo, meglio a intonarlo in canto per ogni orecchio che sappia intendere “i poeti aprono sempre la loro finestra \ anche se noi diciamo che è \ una finestra sbagliata”.
Devo dunque all’igienista dentale di Rimini, che colgo l’occasione per ringraziare della dritta, e al grande poeta e cantante di Bologna che abbraccio con affetto, se ho scoperto di essere, in fondo, solamente un uomo in crisi. In pratica, un comunista.

venerdì 17 agosto 2018

Chierichetti, o sulla caduta del senso del limite


Quale conseguenza di normali acciacchi anagrafici, negli ultimi anni mi è capitato di avere spesso a che fare con personale paramedico. Fisiatri, osteopati, podologi, optometristi, guaritori energetici… Insomma, terapeuti o tecnici anche capaci, almeno nel loro specifico campo, per quanto privi di una laura in medicina, che comunque non sarebbe indispensabile per esercitare la loro professione.
Ho usato la coniugazione condizionale del verbo, già che l'impressione, pressoché unanime, è di una pericolosa e diffusa incapacità ad arrestare l'intervento alle materie in cui sono stati formati – ad esempio evitando di avventurarsi in improvvide diagnosi mediche –, con ciò riconoscendo una sorta di principio d'autorità a cui attenersi, prima che per disciplina per senso della misura. La propria, di misura.
Tutto ciò mi ha fatto pensare a una patologia più generale del nostro tempo, contratta negli sbuffi tempestosi del '68. E fu una vera e propria epidemia, in cui, oltre a numerosi troni di latta che era giusto ribaltare, lo slancio iconoclasta ha portato alla caduta del senso o, meglio ancora, del sentimento del limite  limite al desiderio aggiungerebbe Lacan, che su questo tema ha riflettuto a lungo.
Negli ultimi cinquant'anni, ma con maggiore impulso nel nuovo secolo, abbiamo così assistito alla progressiva affermazione di una disposizione volontaristica ed emotiva, la quale sostituisce, in ogni campo, l'arbitrio personale al defunto principio normativo dell'autorità e della competenza. Ed è ciò che potremmo chiamare, per opposizione, principio di espressività.
Un'espressione perlopiù in buona fede, è utile ricordarlo, per quanto ciò non attenui e anzi renda ancor più pericoloso tale atteggiamento vagamente naif, che richiama alla mente Topolino apprendista stregone nella celebre pellicola di Walt Disney, quando armeggia con scope umanizzate e secchi colmi d'acqua da trasportare. Il disastro finale è impresso nella storia del cinema. Fuor di metafora: voler fare sempre di più e possibilmente da soli, ragionando in ogni circostanza (come viene ribadito un po' sprezzanti) "con la propria testa".

A me ha però ricordato anche il mio tirocinio da chierichetto in anni ormai remoti, indossavo la cotta bianca e nera che faceva di me un pretino in miniatura. Con questi indumenti, di cui ero molto orgoglioso, passavo compunto le ampolle con acqua e vino a don Bruno, il quale poteva così celebrare il sacramento dell'eucarestia.
Lui era infatti quello entrato in seminario a diciannove anni e poi laureato in teologia, ma prima ancora aveva fatto il liceo classico, ma prima ancora le medie, ma prima ancora le elementari, mentre io stavo ancora studiando il più e il meno con la maestra Maccarone; per divisioni e moltiplicazioni se ne sarebbe riparlato l'anno successivo. Ora, invece, mi pare che qualsiasi chierichetto voglia tenere l'omelia…

giovedì 16 agosto 2018

Babylon by Bus, o sui fatti di Genova

La buona notizia in un giorno triste, come oscenamente ricordato da Salvini a proposito dell'Aquarius – i cui passeggeri, sfiniti, sono stati finalmente accolti da nazioni diverse dall'Italia, dopo l’ennesimo flipper nel Mediterraneo – è che d'ora in avanti quando passeremo su un viadotto in automobile, in moto o persino in autobus, magari quello che conduce a Babilonia nel celebre album di Bob Marley, penseremo (con ragione) che potrebbe anche crollare, e senza segni premonitori e con noi sopra che, metti, andiamo al mare, con le pinne e la maschera nel baule. E invece, all'improvviso, bum, cascare giù, come macchinine Burago dalla minima cornice di una balaustra. E non importa se il viadotto è ben piantato al suolo e di recente costruzione, avvertiremo ugualmente quel movimento di formichine nella pancia, e il buco del culo che si contrae. Un memento mori di cui c'era purtroppo bisogno, specie in tempi sempre più derealizzati e virtuali. La possibilità di morire. In un attimo. Sprofondare dai cieli alle viscere della terra. Nemmeno il tempo di un saluto, un selfie sull'abisso, e ben prima di raggiungere la stazione dei pullman a Babilonia. Di cui rimane solamente il sogno della sua torre, ma trasformato in incubo…



lunedì 13 agosto 2018

Hemingway, o sull'arte di scrivere la parola fine


A volte mi capita di pensare alla mia vita come a un romanzo. Le pagine già scritte, quelle che mancano ancora... in fondo è un vizio occidentale a cui ci hanno abituati fin da piccoli. Ma quasi subito mi accorgo che, per avere una qualche ambizione letteraria, più che ostinarmi a scrivere dovrei invece sfrondare, limare le ridondanze espressive, per consegnare infine al racconto la misura di una novella evocativa. Magari, ecco, un bel colpo di scena nel finale, come ne La breve vita felice di Francis Macomber, con cui si aprono i Quarantanove racconti.
I calcoli sono presto fatti: dai trent'anni in poi tutto quello che è venuto o, più spesso, non venuto, mi sembra da tagliare. Il capitolo conclusivo sarebbe dunque la mia estate romana del '95, i juke box si erano appena estinti e Meravigliosa creatura della Nannini è solo un'eco lontana di raucedine, che giungeva dai finestrini spalancati delle auto che rallentano davanti alla fontana di piazzetta Trilussa, per salire poi borbottanti verso la terrazza del Gianicolo, dove le coppie di pensionati americani vanno a baciarsi per un'ultima pittoresca volta.
Passata la calura africana del primo pomeriggio, ci si rinfrescava la sera sulle terrazze di un salotto capitolino, uno a caso purché molto mondano. Lo raggiungevamo, sobbalzando insieme al portachiavi a forma di Campanellino a ogni buca nell'asfalto, con una motoretta rattoppata ma ancora piuttosto gagliarda, che apparteneva a mia cugina Alessandra. Di quel mondo da rivista fotografica sfogliata sotto il casco di un parrucchiere di provincia, lei possedeva una copia fasulla delle chiavi, il passepartout con cui potevamo continuare a giocare a principi e principesse. Ed era un po' come ritornare bambini nel tinello azzurro a Bormio, dove il mettinpiega in noce per i pantaloni del nonno Pinin si trasformava in un cavallo, e la poltrona di velluto amaranto nella sua avventurosa carrozza.
Come in tutti i racconti naturalmente ci fu un climax. Non ricordo se fossimo a casa di Patrizia Pellegrino  la vampata bionda dei capelli, accompagnata dall'inconfondibile risata di vetro e metallo con cui si accendeva per un nonnulla , mentre gli ospiti si passavano un piatto d'argento con i cioccolatini già sgusciati sopra, in una diffusa parsimonia alcolica incomprensibile per un settentrionale come me. Più probabilmente stavamo da Gil Rossellini, ma lui stranamente non c'era, o magari ero io a non sapere che aspetto avesse, quando mi venne in mente sui due piedi di fingermi un seminarista, aggiungendo quell'elemento di singolarità vagamente paradossale da cui quegli ambienti amano essere permeati. C'era però qualcuno, una donna anziana, all'inizio non avevo riconosciuto neppure lei, solo un vago sospetto, una donna che desiderava parlare di teologia. Ma quando mi rivolse la parola non ebbi più dubbi: si trattava di Fernanda Pivano.
Era in fondo come uno può aspettarsela, tutto corrispondeva la pigrizia delle attese. Sempre molto cordiale, solo un po' rallentata e stanca, quasi neghittosa, con l'accento piemontese mitigato dalle numerose incursioni nelle lingue del mondo. Unico particolare eccentrico, indossava un buffo abito di lamè. Io una camicia nera infeltrita, e credo fu per questo che abboccò in pieno alla burla. La conversazione  Agostino, Origene, i Padri della Chiesa, non dimenticai alcun dettaglio per sostenere la parte, perfino il volontario supplizio inferto alla mia giovane carne dalla castità...  si fece fitta ed esclusiva tra di noi. Ci interrompeva, di tanto in tanto, solo qualche burino arricchito o nobile depauperato, per domandare: "Ao', Fernanda, èvvero che Hemingway s'è tirato na schioppettata perché era 'mpotente?" Poi più nulla, la mia memoria si ferma qui.
Se così torno a quelle sere ilari e sfacciate distratte dall'odore di piscia di gatto mista a glicine, che veniva trasportato, a intermittenza, dagli sbuffi esausti del Ponentino, è perché da qualche parte si nascondeva la parola fine, avrei dovuto trovarla e concludere lì il mio romanzo biografico. A ventinove anni. Ma non sono mai stato bravo, come Hemingway, nel mettere la punteggiatura. A terminare le storie quando devono terminare. 

domenica 12 agosto 2018

Un uomo tranquillo, o sulla formazione reattiva e la nuova moda dell'estate



Su di me, le donne che ostentano la certezza del loro potere seduttivo con malizia felina, civettuolo interloquire e maialesca postura – in pratica, un intero zoo al loro servizio – hanno l'effetto di spegnere all'istante ogni scintilla di desiderio, come un fiammifero che confonda la paglia con il temporale. La stessa sensazione, solo mutata di livello, provo nei confronti delle commesse quando si sforzano di vendermi qualcosa: "Le sta benissimo la camicia, si guardi allo specchio. Cosa le dicevo? I fiorellini, poi, sono la moda dell'estate e su di lei vestono divinamente" (se mi dimentico di tagliare la barba, ormai completamente bianca, le commesse si rivolgono a me come si conviene a una persona della mia età, viceversa mi danno del tu). "E' un'uomo fortunato: è l'ultima rimasta e le casca a pennello, è proprio la sua taglia!"
Allora e immediatamente e per dispetto, tiè, io la camicia non la prendo più, anche se magari mi piaceva molto; in vetrina, sul manichino decollato, faceva proprio un figurone! E poi i fiorellini sono la moda dell'estate...
Credo che la mia particolare forma mentis, da cui discendono comportamenti un po' infantili, si chiami formazione reattiva, ed è quello stesso impulso che mi spinge a frequentare i night club di provincia; quei luoghi, vagamente archeologici, dove alle pareti tappezzate di un bel rosso pompeiano campeggiano foto autografe di Umberto Smaila con le ragazze Cin Cin, e la legge del 2003 sul fumo sembra non essere ancora entrata in vigore. Io ho smesso di fumare da oltre vent'anni, ma ci vado, sempre più di frequente, per bere una birra oppure un gin tonic di pessima qualità; con ciò realizzando anche una controdisposizione ai precetti del mio psichiatra, il quale mi impone di non mescolare alcol e antidepressivi (e anche qualche sbuffo di fumo passivo non guasta, vah).
Non c'è infatti come essere assediati da decine di donne – perlopiù slave e rumene, perlopiù giovanissime e carine e sfrontate – per sperimentare una totale, placida indifferenza al genere femminile, che immagino coincida con lo stato di atarassia auspicato da stoici ed epicurei, e che con Marco Aurelio si convertì nella tranquillitas latina.
Devo dunque ringraziare le donne, certe donne almeno, sature di profumi mediamente orrendi e abili in moine da film di Giuliano Carnimeo, con cui risvegliano la letargia di maschi adulti e occidentali, specie dalla cintola in giù, ringraziarle per essere diventato un uomo finalmente tranquillo. Cosa che, con le benzodiazepine, non mi era mai riuscita. E nemmeno con le camicie a fiori, che per chi non lo sapesse sono la moda dell'estate.

Non dite mai!

Vorrei non più dover sentir dire, di un suicida, era depresso. Oppure malato. Oppure qualsiasi altra cosa, a corredo, significativo, del suo semplice gesto. Si è tolto la vita.
In passato ho pensato spesso a togliermi la vita – nel mio caso, la forma prediletta era il lancio dal balcone, con piccoli pezzettini di corpo insanguinati che si irradiano a svariati metri di distanza dall'impatto, lasciando sul cemento del parcheggio ampie chiazze porpora e poi brunite, nei giorni successivi, rendendo il tutto simile a una tela di Jackson Pollock – e con maggiore cocciuta prefigurazione ci pensavo proprio nei periodi in cui NON ero depresso.
Ora sono depresso e mi capita di pensare raramente al suicidio, ma so che sarebbe comunque una cosa ragionevole; non dico giusta e nemmeno augurabile, come almanaccano alcuni filosofi pessimisti, e mai uno che si togliesse davvero dai piedi suicidandosi, ma ragionevole per me.
La morte non è infatti il contrario della vita ma la sua interruzione, come il casello per l’autostrada. E non tutti compiono lo stesso viaggio, le strade sono diverse, i panorami, perfino gli Autogrill, a guardar bene e con pazienza, sono differenti uno dall’altro. Ci sono così percorsi stimolanti e altri completamente privi di interesse; più che sconnessi, o tragici, direi noiosi – avete presente la tratta dell’A1 tra Bologna e Milano in una giornata nebbiosa di fine autunno? Ecco.
Il mio viaggio appartiene a questa seconda categoria, e non intravedo possibilità di riprogrammare il tracciato sul navigatore. Ma le macchine belle, con le famiglie felici a bordo – genitori giovani e abbronzati, due bambini di sesso opposto, il labrador che sonnecchia dietro e gli sci sul tettuccio del suv, a produrre lo stesso sibilo di una polena che fende impavida le onde – mentre paesaggi incantevoli scorrono a lato del finestrino, le sappiamo riconoscere anche noi depressi queste leccornie della vita, che vi credete! Il guaio è che pure i depressi sono diversi uno dall’altro, al contrario delle famiglie felici e dei viaggi del Tucano, che sono simili come due cheerleader ossigenate. L’aveva già intuito Tolstoj, per quanto non credo conoscesse i viaggi del Tucano.
Non dite dunque mai di un suicida che era depresso, come si dice di un infartuato che, però, insomma, due pacchetti di Marlboro al giorno non sono pochi…


venerdì 10 agosto 2018

Pensierino


Ho notato che tra gli uomini che odiano le donne, atteggiamento piuttosto diffuso tra i miei conoscenti del bar Piero, è altrettanto diffuso vivere sotto la costante ipoteca di una donna, dando l'impressione di essere avvinti a un guinzaglio invisibile ma non meno robusto. Come se amare qualcosa, o qualcuno, fosse la condizione per guadagnare libertà dall’oggetto del proprio amore, se non addirittura in generale. Mentre l'odio garantisce un riparo da tutto ciò che potremmo desiderare, e in ultima analisi dal desiderio stesso, ma abbiamo deciso di non volere. Ed è lo scampato pericolo di chi attende le donne fuori dai negozi, con la faccia imbronciata e in mano i sacchetti colmi della spesa.

Savonarola 2.0, o sulla pedagogia dei social network


Prendo atto che è sempre più diffusa, oltre che gradita e premiata da un florilegio di pollicioni blu, la pratica di pubblicare su Facebook dei post a sfondo pedagogico, meglio didascalico, meglio predicatorio, in cui vengono istruiti gli altri utenti su come diventare persone diverse e migliori, spesso in una direzione che potemmo definire spirituale. A venire messe all'indice sono le cosiddette "seghe mentali" – in pratica il ragionamento tout court – a favore del pensiero emotivo, di cui ritorna il celebre slogan della psicologia transazionale: "io sono OK, tu sei OK". Ma un'altra parolina magica da infilare nella toppa di ogni discorso, per vedere dischiudere istantaneamente la porta come l'apriti sesamo di Aladino, è segreto, o se si preferisce nella versione anglosassone the secret (implicito: della vita, il segreto della vita), che consiste nel fare o non fare una cosa piuttosto che un'altra, tra cui bandito categoricamente è lo sforzo discriminatorio del giudizio, guai a giudicare! E ne prendo atto, appunto, senza giudizio... Anche se preferivo il passato prossimo in cui non esistevano ancora i filtri anti spamming, e venivi inondato da mail che promuovevano il trading sul Forex oppure il penis enlargement, un tipo di ginnastica molto particolare. Almeno potevi sperare in un cazzo da venticinque centimetri, oltre che nel portafogli pieno. Qui invece hai la certezza di ritrovarti con la testa vuota.

Pane al pane, o sull'idiosincrasia


La progressiva estraneità che ho iniziato ad avvertire, già da anni, verso questo paese, è lievitata negli ultimi tempi fino a toccare la lama sottile dell'odio e del disprezzo. E non solo verso gli italiani, dunque voi che state leggendo, passando per lo specchio in cui vedo diradare (orrendamente) i miei capelli sempre più, ma ha finito col coinvolgere anche ciò che non avrei mai pensato mi offendesse, che è quella lingua non a caso materna, lasciandomi orfano di parole. L'unico figlio che mi capita, in certe notti torride, di rimpiangere, quel ragazzetto lungo e magro che corre nella polvere biscottata di una periferia indistinta, ma certamente africana, ha dunque la pelle nera come i suoi allegri compagni di gioco, il pallone rotola selvatico tra ginocchia tozze e sbucciate uguali alle mie, gli occhi verdi e acquosi della nonna Maria. Così mi accorgo di provare disgusto nel chiamare ancora una volta pane il pane, non sapendo però come altro chiamarlo, come richiamarmi a casa quando riso e latte eran pronti e fumanti sulla tavola, mille anni fa…

giovedì 9 agosto 2018

Gli scrittori religiosi, o sulla virtù dell'arroganza

In generale, mi piacciono molto gli scrittori religiosi. Testori, Bernanos, O'Connor,  Manzoni, Dostoevskij, Doninelli, Zaccuri, Tolstoj, Parazzoli, Paolin, e sono solo i primi nomi che mi vengono in mente, quasi a caso. 
Per un ironico paradosso, la ragione del mio apprezzamento sta però in quello che viene unanimemente considerato un difetto, e cioè una sorta di implicita supponenza, arriverei quasi a dire arroganza che si avverte già dall’incipit, e va crescendo nella lettura. Io sono lo Scrittore, è come se ti sussurrasse una vocina che emerge dal frusciare delle pagine, io sono lo Scrittore e gli scrittori fanno una cosa elevata ma anche profonda, comunque decisiva per chi legge. E se non mi stai leggendo peggio per te! questo il sotto testo a negazione della dichiarata umiltà dell'acquasantiera in cui viene immersa la penna, o così siamo abituati a sentirci raccontare.
Eppure, se ci pensiamo bene, è il gesto stesso di prendere la parola pubblicamente che contiene un’ineliminabile misura di supponenza, che negli scrittori religiosi viene considerata in tutte le numerose implicazioni. Perché dovrei ascoltarti, cos’hai di tanto importante da dirmi? Queste le domande che dovremmo sempre farci quando iniziamo a leggere un libro.
Ecco, negli scrittori religiosi è allora forse proprio l’importanza del fare narrativo, che nasce dall’impotenza di corrispondere con parole a fatti, e viceversa (la letteratura è sempre in nome di un altrove prefigurato e mai vissuto, come la profezia) ad essere messo a tema con puntiglio, in questo sforzo tutto umano di sillabare l'indicibile; Beckett non era religioso, ma nel finale de L'innominabile arrivò a una conclusione molto simile: "You must go on. I can't go on. I'll go on".
Letteratura come scacco dell’azione salvifica, dunque, come sua eterna dilazione, in una specificità letteraria che non è solo primonovecentesca, ma direi ontologicamente connaturata al gesto stesso dello scrivere. Si scrive perché non si vive, insomma, ma è una diversa forma di vita anche quella inaugurata dalla parola scritta, che dischiude il possibile letterario come l'aratro di Caino. Siamo così portati a concludere che gli scrittori religiosi fanno sempre metaletteratura. Spesso anche ottima.


Metonimia, corso di retorica per zucconi e non

Corso di retorica per zucconi e non. Prima lezione. Oggi ho acquistato un giubbotto da motociclista. E' nero, o forse marrone, la foto su Ebay non era del tutto chiara e io sono leggermente daltonico. La pelle, comunque, è anticata, o come si dice adesso vintage. Sopra le spalle oltre che nella zona corrispondente agli avambracci, è presente una leggera e sfiziosa trapuntatura a quadrettini, credo a maggiore protezione nel caso di eventuali e probabili cadute, se fossi io al manubrio. Nella parte alta di entrambe le maniche, dove nelle divise militari sono esposti i gradi, campeggia invece squillante l'emblema britannico, ovvero la Union Flag nei colori originali, bianco, rosso e blu. La chiusura avviene per il tramite di una cerniera di metallo leggermente obliqua sul petto. E’ lo stile, cosiddetto a "chiodo", reso celebre da Marlon Brando ne Il Selvaggio, con i revers che si aprono ad ala di farfalla per sventolare, nella pellicola diretta da László Benedek, quando Johnny parte rombando a cavallo di una Triumph Thunderbird 6T del 1950. Ma che moto ho io, si domanderà qualcuno? Nessuna. Per ciò si tratta della prima lezione del corso di retorica per zucconi e non, in cui viene introdotta la figura della metonimia. Dicesi metonimia quando un termine viene utilizzato in luogo di un altro termine, purché ad esso contiguo e cioè collegato da legami funzionali oppure simbolici. Causa per effetto, contenente per contenuto, materia per oggetto, astratto per concreto etc. In pratica, se non hai il becco di un quattrino, invece di prenderti la motocicletta prenditi un giubbotto da motociclista. Come ho fatto io. 

lunedì 6 agosto 2018

Vaccini sì vaccini no, o sullo strapotere del pater familias


Non si placa e anzi lievita rabbiosa sul web la polemica sui vaccini. Non sono un medico né tanto meno un immunologo, e dunque non abboccherò all'amo di chi vorrebbe ogni volta piantare la sua bandierina sulla vetta, affidandomi all'opinione (possibilmente scientifica) di chi ha titoli e voce per esprimersi.
Mi sembra però che la materia, oltre al versante per l'appunto tecnico, clinico, contenga un'importante estensione che potremmo chiamare filosofica, perlopiù sottaciuta nel tumulto verbale tra le rispettive tifoserie.
Una delle questioni più delicate nell'attuale querelle nasce infatti dalla condizione dei destinatari della profilassi vaccinale, che sono in maggioranza dei minori. Ora, chi decide o ancora più radicalmente: di chi è un minore? Sempre e comunque dei genitori biologici, o, magari, un poco anche della comunità civile di riferimento? 
Ciò a maggior ragione quando i comportamenti adottati o meglio ancora non adottati – perfino la Chiesa istituisce il peccato di omissione, assimilandolo a un fare – possono ricadere su altri attraverso l'incremento del rischio di contagio; e per altri mi riferisco in particolare agli alunni immunodepressi, i quali hanno una pericolosa minaccia nel compagno di banco che covi un semplice morbillo. E questo è un fatto. 
Ma tralasciamo al momento tale aspetto di natura nuovamente sanitaria, ossia il cosiddetto "effetto gregge", per cui nessun uomo è mai un'isola, e concentriamoci sulle concezioni giuridiche a monte della contrapposizione tra no vax e pro vax, che possiedono entrambe radici storiche e consuetudini vissute a loro sostegno. Ossia le premesse del diritto, che contrariamente a quanto vorrebbero i giusnaturalisti non è quasi mai naturale, né tantomeno razionale. 
Da un lato abbiamo infatti la lex romana, per cui il figlio, come la moglie e fino al grado estremo dei nipoti, dipendono totalmente dall'arbitrio del pater familias; mentre dall'altro versante abbiamo la sensibilità giuridica greca, per cui un minore, prima ancora che alla famiglia, appartiene al gruppo, alla polis da cui scaturisce per Socrate la Legge, da seguire anche quando ci è contraria. 
Percependomi io come un uomo greco più che romano, sono allibito dell'arroganza con cui molti genitori rivendicano la completa autorità nelle questioni mediche che riguardano i propri figli; un'autorità che è letteralmente di vita e di morte, come il pollice dell'Imperatore con cui si decidevano le sorti del gladiatore sconfitto. 
L'ipotesi che il legislatore, sulla scorta di una maggiore conoscenza della materia, si inserisca d'imperio in complesse dinamiche familiari ridimensionando la pretesa di onnipotenza del pater familias, non mi sembra dunque un atto illiberale. Piuttosto un atto culturale, discutibile come tutto ciò che scaturisce dal pensiero ma con una sua piena legittimità, offerta dalla contrattualità sociale.
Cultura, dunque. Nessuna verità scritta una volta e per tutte, nemmeno quella della scienza che, come noto, per dirsi tale deve essere "falsificabile" – ciò che è vero oggi domani potrebbe non esserlo più.
Una cultura di discendenza greca, filtrata dalla moderna sensibilità giuridica fondata sull'etica della responsabilità, inaugurata alla fine del diciannovesimo secolo da Max Weber, a fronte dei residui della cultura romana ancora in circolo, per cui il conte Ugolino aveva semplicemente dei gusti un po' bizzarri… 
Io, come anticipato, sto dalla parte di Socrate e di Pericle. E voi, vi sentite più greci o romani?