lunedì 19 novembre 2012

Studenti e forze dell'ordine, o sul complesso di Geremia




Era già successo a Genova nei giorni terribili del G8. Capita nuovamente, come era purtroppo prevedibile, negli scontri tra polizia e cortei studenteschi che hanno infiammato Roma la scorsa settimana. Ma è quel che accade quotidianamente anche in un qualsiasi giardinetto, e lo sa bene chi possiede un cane. Provo a spiegarmi meglio.

Da dieci anni mi fa compagnia un magnifico e placido Golden Retriver di nome Peppa. Come anticipato, è il cane più buono del mondo. Peppa di qui, Peppa di là – al giardinetto di via Parolo il mio cane ormai è famosissimo – le sussurrano compiacenti gli anziani, o i bambini in acute ed euforiche modulazioni. Da tutti, lei, la Peppa, si lascia fare qualsiasi cosa, nella speranza che dalla cernira di una sporta o dal risvolto di un  loden spunti croccante un biscottino. Anche con gli altri cani la Peppa manifesta un’insolita tolleranza. Rimane però il fatto che è un bestione di quarantun chili, e che quando – anche questo non è raro – un cagnetto che è una manciata ringhiosa d’ossa si fa troppo pressante la Peppa possa reagire. E quando lo fa, è sempre con un’insospettabile e scomposta veemenza.

Certo, nei bisticci tra cani non esiste uno sfondo politico e ideologico, a ricollocare le ragioni e i torti con il criterio di una razionalità ponderabile, per quanto mai del tutto certa. Aveva ragione Fido, il quale rivendicava l’esclusiva di quel pezzetto di legno trovato sotto la betulla, oppure Tuono, che gliel’ha soffiato con un bau? Chi lo sa…. Sta di fatto che quando il più forte viene sfidato in campo aperto dal più debole, dagli e dagli, ma il forte prima o poi reagisce, e per il debole di solito sono cazzi. A questo livello non è insomma un problema etico, ma per dirla con Nietzsche: di “potenza”.

Ma facciamo un passo ulteriore, oltre la potenza e verso il diritto. Quando il Ministero dell’Interno per il tramite delle forze dell’ordine, come è suo dovere fare, pone degli argini toponomastici allo sfilare dei cortei (la famosa “zona rossa” di Genova), non sta compiendo un atto violento di arbitrio, ma cercando semplicemente di garantire la normale prassi democratica nella manifestazione del dissenso; e ciò a tutela dei cittadini ma anche degli stessi manifestanti. La sciagurata scelta del corteo genovese – e non mi sto riferendo ai famigerati Black Bloc, ma ai riconosciuti leader del movimento, tra cui Emanuele Agnoletto – però fu: superiamo la linea rossa, invadiamo lo spazio negato anche solo di una decina di metri. Tutto ciò, beninteso, pacificamente, per dimostrare in forma simbolica la dissidenza all’autorità. Ci può stare in effetti, come gesto espressivo.

Ma ci può allora stare, in questa logica di sfida del debole al forte, anche la reazione scomposta delle forze di polizia chiamate a presidiare quella linea. I quali poliziotti – e non mi sto nuovamente riferendo ai fatti di Bolzaneto, faccenda del tutto diversa e da tutti i punti di vista obbrobriosa –, i poliziotti abituati più alla pratica marziale che alla sottigliezza dei simboli, cercarono semplicemente di ripristinare l’ordine costituito. La loro unica colpa, non per questo meno grave, in taluni casi anche penalmente, fu di farlo con sistemi davvero rozzi e brutali, in un’ inadeguata catena di controllo e di comando.

Stessa dinamica negli scontri romani dei giorni scorsi. Esistono ogni volta dei limiti formali allo scorrere del corteo, delle dogane invisibili, per quanto dichiarate, che si sceglie deliberatamente di forzare, determinando la rabbiosa risposta del bestione. Posto l’esempio nella sua tenace ricorrenza – cane piccolo contro cane grande –  ciò che voglio dire non è che abbia sempre ragione il cane grande, infastidito dalla petulante ostilità del piccoletto. Ma nemmeno questi, il piccolo, e nella fattispecie i numerosi movimenti di protesta per la semplice e tautologica ragione del loro essere contro, si collocano automaticamente dalla parte luminosa del Giusto e del Vero. E ciò perché oltre alla ragion pura esiste una ragione che non è tanto o solo pratica, come vuole la formula filosofica, e che potremmo chiamare strategica, dove l'aggettivo è inseparabile dal sostantivo.

Ora, non dico un generale d’armata, ma anche un qualsiasi allenatore di prima divisione calcistica sa che prima di scendere in campo con l’AlbinoLeffe, mettiamo, bisogna essersi preparati: oltre che fisicamente, con un’adeguata strategia e una conseguente tattica di gioco. Se tu sei Ulisse, ad esempio, non vai da Ciclope e gli tiri un calcio nei coglioni, perché se no poi le prendi, quello ti schianta. Meglio, anche, se gli indichi un nome falso e lo blandisci di continuo, mentre arroventi la punta di un tronco da cacciargli nel monocolo quando dorme. A meno che il tuo obiettivo non sia proprio questo: prenderle, perdere. Diversamente, cerchi di fare tutto il possibile per spuntarla, ribaltando con l’intelligenza la disparità svantaggiosa nella forza.

La coscienza di quanto sia importante adeguare la propria azione alla distribuzione delle forze in campo, specie quando la bilancia pende a nostro palese svantaggio, trovò nel generale Giap il maggiore interprete moderno, applicando la sua innegabile intelligenza all'invenzione di strategie di guerriglia che sono ancora adesso utilizzate. La domanda che mi piacerebbe rivolgere ai leader del movimento studentesco, alla luce dell’esperienza dello scaltro comandante dei Vietcong, non è dunque quella se ritengano o meno di essere eticamente nel giusto (questo, personalmente, io mi sento di riconoscerglielo) ma piuttosto sull’opportunità strategica dei loro mezzi. Già che la valutazione politica, che è ciò per cui in fondo essi manifestano –  una diversa politica – , è data dalla proporzionalità dei mezzi (concreti) ai fini (morali).

O ancora più a monte, e lo chiedo davvero con curioso candore: cari studenti, intendete la vostra azione quale dissenso democratico circoscritto all’interno di un sistema formale di regole, a cui nell’intimo vi sentite leali, oppure no? Perché in tal caso sarebbero gli stessi legami istituzionali a esser posti in discussione, estendendo le ragioni contingenti della contestazione – i tagli all’istruzione, le politiche sociali, la palese subalternità dei governi europei verso le banche e i sistemi finanziari – a un orizzonte strutturale, che trasforma una contestazione in una vera e propria guerriglia. Si combatte infatti quando vengono meno le premesse dialogiche (i cosiddetti “valori comuni”) che rendono ipotizzabile una mediazione tra le rispettive istanze, nello slancio verso una pace che non è dunque più figura del compromesso, ma generazione dell’inaudito.

Se la risposta alla domanda fosse, come io auspico, affermativa, allora e semplicemente si deve stare al di qua delle linee simboliche che in una società democratica delimitano il dissenso, come era per le erme che delimitavano le vie dell’Atene democratica del quinto secolo. Mutilando le erme, Alcibiade o chi per lui, si pone al di fuori del sistema sociale ateniese, ipotecando il proprio futuro ostracismo.

Ma nel caso la risposta fosse invece negativa, beh, allora, ragazzi, fatevi furbi… Non si va a sfidare un massiccio Rottweiler quando si è un grazioso Yorkshire con le treccine, che la sera si corica nella cesta tiepida di un attico dei Parioli. Credo che fosse essenzialmente questa l’obiezione – prepolitica quindi, estetica fino allo struggimento – formulata da Pasolini nella famosa poesia su ValleGiulia. I poliziotti, allora come adesso, erano lì a presidio di un sistema ingiusto e autoritario, e le rivendicazioni degli studenti erano anche in quel caso del tutto legittime. Ma puerile e scomposta e violenta fu la loro azione, come se ci fosse un compiacimento nel ricevere gli sganassoni di un padre occhiuto e severo. Aggredire per poi lamentarsi con la Mamma, ecco. Vecchio gioco di chi è atteso in una sontuosa tana colma di bende e cerotti..

Viene addirittura il dubbio che più che l’eterna contesa illuminata da Freud con il complesso di Edipo – i figli che cercano di uccidere simbolicamente il Padre – sia in atto un'altra e differente dinamica psicologica, che potremmo chiamare “complesso di Geremia”, in ricordo del profeta biblico. Colui che seppe prevedere con anticipo e lungimiranza l’invasione dei Babilonesi, ma che non solo non venne creduto – come per altro adesso avviene con gli studenti, che vengono tutt’al più ascoltati con l’infastidita tolleranza che si accorda a un raffreddore passeggero – ma finì con l’essere ricordato più per le proprie continue lamentele, che non per ciò che di vero e profondo seppe prefigurare.

Ed è incrociando uno dei portavoce del movimento studentesco in televisione, che si rafforza in me questa idea. Quasi nulla mi è rimasto dei contenuti politici della protesta da lui elencati con burocratico puntiglio, e piuttosto il basso continuo di lagnanze, geremiadi, querimonie e lamentazioni bibliche, formulate però in un acuto e tignoso registro vocale: “Polizia cattiva, brutta, cattiva, io metto il casco anche se non si può, tiè, ahia, bua, polizia di merda…”

Ma se i manganelli fanno male – e fanno male! – non è meglio allora stare al di qua dei divieti suggeriti da un puro buon senso organizzativo, manifestando così nel senso etimologico del termine (rendere manifesto) un malessere che in tal modo possa essere riassorbito in discorso, in logos pubblico e dialettica democratica. Evitando di oltrepassare gli impalpabili Rubiconi che segnano il limes simbolico di una comunità costituita, e oltre i quali la sfida si fa diretta, fisica, verso un’autorità vicaria con cui siamo certi di uscire con le ossa rotte (tecnicamente, si chiama masochismo). O diversamente, preso atto del venir meno del recinto morale della polis e avvertendo l’altro come semplice estraneo, quel che bisogna imparare è l’arte duttile della strategia, producendo effetti commisurati alle intenzioni. Quell’arte strategica che suggerì a Davide di non dare appuntamento a Golia sopra a un ring, ma di comprarsi una fionda.

mercoledì 31 ottobre 2012

Facebook o non Facebook... una questione privata



    Luca, ore 14.17: – Che due coglioni, ragazzi
    Sabrina, ore 14.18: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Giorgio, ore 14.21: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Massimo, ore 14.54: – Anche io, uff, che palle oggi
    Assunta, ore 15.02: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Sabrina, ore 15.16: – Ma ti è successo qualcosa, Luca?
    Beppe, ore 15.17: (Inserisce un pensiero virgolettato in cui si invita a non pensare, accogliere quel che viene, seguire il flusso e in esso scomparire. Firmato Osho Rajneesh)
    Luca, ore 15:19: – Non farmi parlare, Sabri
    Sabrina, ore 15.22: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Massimo, ore 15.27: – Tra parentesi, fossero semplicemente due…
    Luca, ore 15.29: – Che, Max, c’hai tre palle come quello del film????
    Sabrina, ore 15.32: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Vittorio, ore 15.44: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Massimo, ore 15.45: – No, tranqui, ma mi pare che il sinistro oggi sia più basso del destro
    Vittorio, ore 15.49: – Da bambino, io, invece, avevo il destro più piccoletto. Poi si sono pareggiati
    Assunta, ore 15.52: – Ma qualcuno sa quanto è grande, esattamente, un testicolo?
    Luca, ore 16.02: – Dipende, se di Rocco Siffredi un casino!!!!
    Sabrina, ore 16.03: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Giorgio, ore 16.17: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Beppe, ore 16.20: (Inserisce una foto in bianco e nero di due che si baciano appassionatamente lungo una strada affollata. Dallo sfondo – una torre con travi di ferro intrecciate – sembrerebbe Parigi)
    Assunta, ore 16.35: – Hei, conoscete mica un certo Guido Hauser?
    Luca, ore 16.41: – Chi cazzo è, un parente del Dr. House?!!!
    Sabrina, ore 16.42: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Assunta, ore 16.50: – Uno che ha un blog, tipo Vasca da bagno con accendino. Continua a menarla con Facebook. Che piaga….
    Luca, ore 17.05: – Si vede che non ha niente di meglio da fare, poveretto
    Sabrina, ore 17.11: – Datemi retta, quelli che scrivono così è per invidia: le cose o le vivi o ci scrivi sopra. Oppure diventi un politico, che dici le cose da fare e poi fai tutto all'incontrario: fai i soldi....
    Giorgio, ore 17.12: – Politici di merda!!!
    Luca, ore 17.14: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Sabrina, ore 17.15: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Assunta, ore 17.16: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Vittorio, ore 17.20: – Cioè, un po’ più piccolo, il destro, lo è ancora. Però quasi non si vede, e gli slip in ogni caso ribilanciano
Beppe, ore 17.21: (Inserisce un video in cui il coro dell'Armata Rossa esegue un celebre brano dei Turtles, accompagnati, o viceversa, da un gruppo rockabilly finlandese con il ciuffo a banana)
    Assunta, ore 17.25: – Qualcuno sa consigliarmi una buona marca di mostarda?
    Giorgio, ore 17.28: – Mostarda????? Perché proprio della mostarda…..
    Massimo, ore 17.29: – Sì, ho controllato: il sinistro è proprio più basso, di un nonnulla, ma è più basso
    Vittorio, ore 17.38: – Max, ma almeno i tuoi sono grandi uguali?
    Assunta, ore 17.43: – Boh, gli piace la mostarda, a mio cugino. Mi ha invitato a cena la settimana prossima, credo che dovrei portare qualcosa. Ma non beve vino, così pensavo alla mostarda....
    Massimo, ore 17.44: – Sì, mi pare, così, a occhio…. Mi pare che sono uguali.
    Vittorio, ore 17.46: – Ma sono uguali o ti pare?
    Massimo, ore 17.48: – Vitto, come cavolo faccio a esserne certo?
    Vittorio, ore 17.49: – Mettiti davanti allo specchio – nudo, ovviamente. Poi sollevati l’uccello con tutte e due la mani, che se lo fai con una mano sola sembra che una balla è più grossa dell'altra. Non so perché, ma è così. Forse è una questione di prospettiva…..
    Beppe, ore 17.50: (Inserisce un link che rimanda al sito www.complottisvelati.org, che promette importanti rivelazioni. Quindi aggiunge, Beppe) – Cosa vi avevo detto, è tutto un complotto, un grande immenso universale complotto!
    Massimo: ore 17.54: – Incredibile, Vito, sei un genio!!! Adesso sono proprio identici, stavo quasi iniziando a preoccuparmi. Sembrano perfino più affusolati, il batacchio ci dondola in mezzo che è un piacere. E se faccio una corsetta diventa un metronomo!
    Sabrina, ore 17.47: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Sabrina, ore 17.48: – Max, di che ti preoccupavi: ho avuto un fidanzato spagnolo a cui ne mancava uno…. Ma ti assicuro che funzionava lo stesso, altro che metronomo ;-) ;-) ;-)
    Giorgio, ore 17:55: – Vai a vedere su Ebay, Assunta. Lì trovi di tutto. Mi pare che c'è un paese famoso per la mostarda…. Mantova, o forse Crema, boh, prova a cercare
    Luca, ore 17:59: – Io conosco solo la Sperlari, ma mi fa schifo
    Beppe, ore 17.59: (Inserisce una citazione di Oscar Wilde in cui si prende una frase ovvia, la si ribalta di segno – se è affermativa diventa negativa, diversamente la si traduce in affermazione – e poi ci si siede ad aspettare l’applauso, che arriva puntuale)
    Giorgio, ore 18:08: – Sì, la mostarda Sperlari fa schifo pure a me. Però il nome è bello: sper-la-ri, ricorda il saluto in una lingua straniera. Ed è bello anche guardare dentro il vasetto in controluce: i frutti somigliano a tanti minuscoli feti messi sotto spirito, come facevano i naturalisti del secolo scorso, o forse era quello prima
    Assunta, ore 18:14: – Ho cercato, su Wikipedia dicono che è Cremona, non Crema, la città della mostarda
    Giorgio, ore 18.18: –  A me, più che feti, ricordano tanti coglionci variopinti, così per restare in tema.....
    Sabrina, ore 18.19: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Vittorio, ore 18:19: – Anche a mio cugino ne mancava una, di ciliegina ;-)
    Assunta, ore 18.20: – Al mio invece piace la mostarda, che è un po’ lo stesso che non averci le palle…… ;-) ;-)
    Sabrina, ore 18.21: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Luca, ore 18.23: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Giorgio, ore 18.24: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Beppe, ore 18.26: (Inserisce una vignetta in cui Berlusconi, ospite da Putin nel giorno di carnevale, si traveste da Berlusconi e così tutti pensano che sia Berlusconi e lui si arrabbia molto, perché non gli fanno i complimenti per il travestimento)
    Sabrina, ore 18.27: – Ma perché, Assunta, ti interessava sapere di questo Guido Hauser?
    Assunta, ore 18.29: – Boh, no, niente, è che non capisco come si possa scrivere stronzate come questa: avercela con Facebook, intendo. Senza Facebook noi non esisteremmo, ok. Ma nemmeno lui con le sue tirate barbose…..
     Sabrina, ore 18.41: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Assunta, ore 18.51: – I soliti intellettuali del cazzo. Pensano che il mondo assomigli a loro. Poi, un altro giorno, non lo pensano più. Così si mettono in testa che è tutta colpa nostra, noi siamo la macchia di sugo sulla tovaglia, non so se mi spiego….
    Giorgio, ore 18.52: – Ma è vero, Assunta: che te ne fai di una tovaglia, se poi non ci mangi sopra? Siamo noi, quelli che mangiano, quelli che infilano le dita nella glassa densa della mostarda: siamo noi, la Vera immagine del mondo!
    Sabrina, ore 18.53: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Assunta, ore 18.54: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Beppe, ore 18:55: (Inserisce l'intervento di uno scrittore esordiente su un quotidiano nazionale in cui si racconta di come i quotidiani, specie quelli nazionali, non danno voce agli scrittori, specie a quelli  esordienti)
    Luca, ore 18,56: – No no, vi sbagliate: il mondo deve essere più grande e bello di una macchia di sugo, il mondo è la tovaglia. Noi siamo solo il prodotto della fantasia corrotta di gente come questo Guido Hauser – che, tra parentesi, Sabrina, di coglioni deve avercene uno meno del tuo spagnolo ;-)
    Sabrina, ore 18.57: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Assunta, ore 18.58: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Massimo, ore 19.02: – Sono due millimetri, per la precisione. Il mio testicolo sinistro è più basso del destro di due millimetri, ho controllato meglio. Una lieve differenza rimane, anche quando lo tengo rialzato con entrambe le mani
     Massimo, ore 19.03: – Ah, questa cosa della bellezza del mondo me la spiegate un’altra volta, non ci ho capito una sega.... :-(
    Luca, ore 19.06: – Il mondo, la bellezza, il sugo, la tovaglia…. Sì, buonanotte. Ci sentiamo domani va’, meglio se mi faccio un giro in palestra. Che con tutto questo parlare di mangiarini, sento che mi sta crescendo la panza!
    Guido Hauser, ore 19.09: – Sì, ci sentiamo Luca, Assunta, Sabrina, tutti. Ma non sono certo di avere ancora qualcosa da scrivere, temo che questa storia finisca qui. E comunque è stato bello immaginarvi. In fondo avete ragione: il mondo deve essere più grande e bello della fantasia, per quanto uno provi ad apparecchiarla a misura dei commensali. Ma magari, basterebbe cancellare le vostre parole dai miei pensieri...
    Assunta, ore 19.09: – … :-0
    Giorgio, ore 19.09: – … :-0
    Massimo, ore: 19.09: – …:-0
    Vittorio, 19.09: – ... :-0
    Luca, 19.09: – No, dai, scherzavamo… Facci esistere ancora un po’: ti promettiamo che in futuro non ci veniamo più su Facebook, o perlomeno, ecco, cambiamo discorsi
    Giorgio, ore 19.20: – Sì sì, diventiamo “referenziali”, come diresti tu.
    Assunta, ore 19.20: – E non scriviamo più a cazzo di cane, no, scusa a casaccio. Insomma, la prima cosa che ci salta in mente. Da domani solo parole belle, pensieri profondi
    Guido Hauser, ore 19.20: – Niente da fare. Adesso chiudo gli occhi, conto fino a tre, e quando li riapro non ci sarete più: uno, due, due e mezzo, due e tre quarti… e TRE!
    Sabrina, ore 19.10: Mi piace! (Pollicione alzato)
    Guido Hauser, ore 19.10: – Cristo, no, ci siete ancora!
    Beppe, ore 19.15: (Inserisce un filmato preso da YouTube, che però non parte. Compare la scritta “The page you search for doesn't exist”)
    Beppe, ore 19.16 – Dimenticavo una cosa. Ma perché nessuno se le fila mai neanche di striscio, le cose che posto io? (E spegne il computer)

martedì 30 ottobre 2012

Sepolcri imbiancati, o sulla tinteggiatura giornalistica del reale



Sulla pagina web del quotidiano la Repubblica, il prestigioso quotidiano, come si dice, del 30 novembre 2012, compare la notizia di un bambino di dieci anni trovato impiccato nell'appartamento dei nonni, quartiere romano di San Giovanni. Era da poco rientrato da scuola, ha mangiato tranquillamente, poi si è chiuso in bagno. Il nonno l'ha trovato con la sciarpa annodata collo e legata al sifone dello scarico. "E' sgomento a Roma!", esclama l'editorialista. Quindi aggiunge, con volgare insinuazione causale, che "i genitori si stavano separando". La notizia è impaginata a pochi centimetri e con la stessa dimensione di una ricetta per una torta salata con broccoli e salsiccia ("pasta sfoglia, ricotta, salsiccia, broccoli, uova e altri aromi per un piacevole antipasto") e a un simile riquadro in cui un certo Philip Osenton, sommelier inglese di stanza a Pechino, viene immortalato mentre tiene in mano cinquantuno calici da vino. "E' il record", commenta euforica la versione on-line del quotidiano, certamente prestigioso. Seguono altre "notizie" dello stesso tenore, tra cui quella in cui un giovane tuffatore "idolo delle teenagers", si dice sempre nella didascalia, viene mostrato senza indumenti ma con i genitali ricoperti da un foglio di formato a4, da lui stesso impugnato con un sorrisetto sornione. Sul foglio campeggia la seguente scritta: "Follow me on Keek". Viene dunque spiegato che "la foto, diffusa sul suo profilo Facebook e sul sito di microblogging, ha conquistato il popolo della rete con oltre 50 mila 'mi piace' in pochissime ore".

Ora, secondo me, la selezione dei testi, il tono e soprattutto la composizione editoriale, meritano almeno una domanda preliminare, con due conclusioni alternative. La domanda è: il mondo e i suoi fatti dispongono ancora di una gerarchia di senso, oppure l'hanno perduta definitivamente?

Se decidiamo di rispondere di no, se pensiamo cioè che l'esperienza della contemporaneità può essere restituita solamente attraverso una replica stocastica – e dunque speculare – della confusione priva di alcuna collocazione prospettica e intrinseco contenuto in cui l'accadere, per definizione, accade, bene: se ne siamo davvero convinti perché ancora un giornale, perché un sito web in cui si cerca maldestramente di ricompone la polvere sottilissima dell'universo, e non invece e solo il brusio spontaneo dei social network, quel "popolo della rete" che così bene ha imparato a suonare e a cantarsela da solo, senza il diapason di alcun mediatore culturale? In fondo, il postmoderno è questa roba qui: bambini appesi come pupazzetti inermi a un albero della cuccagna grondante salsicce, qualche broccolo per fare "colore", bicchieri pieni e bicchieri vuoti, record cretini, Twitter, Facebook, bicchieri rotti e uomini nudi che sussurrano il loro ammiccante "come on", alla maniera di un'istallazione di Maurizio Cattelan. Ma allora si dovrebbe avere l'onestà intellettuale di essere fino in fondo conseguenti, riconsegnando agli strumenti tecnologici della postmodernità il compito di autorappresentarsi, e alle migliaia di fan del giovane e prestante tuffatore quello di stilare i prontuari di educazione civica, la geometria semplificata del reale. Non ci sarebbe insomma più bisogno di libri, di giornali, di riviste, di studio, di filosofia, di sociologia... No, solo "il popolo della rete" e i suoi "50 mila 'mi piace' in pochissime ore". 

Ma se al contrario decidiamo di rispondere di sì al primo quesito, decidendo dunque che il mondo, per essere interpretato ma prima ancora per essere vissuto, continua ad aver bisogno di scelte discrezionali che ne istituiscano codici di senso e valore, gerarchie estetiche e semantiche e in ultima istanza una trama morale con cui rapportarci per tentare di dirigere l'esperienza, a me sembra che non si possa evitare una conclusione necessaria. Quella che vede nell'impaginazione e nello stile di Repubblica, nei suoi aggettivi stracotti, i titoli roboanti e occhiuti che si uniscono a un pettegolezzo da bottega degli orrori, non la traccia di un esibito e in fondo unanimemente accettato moralismo, ma piuttosto l'eterna distorsione di ogni pretesa virtù nella sua cinica opposizione, e ciò ogni qualvolta si cerchi di farsi sistema autosufficiente e astratto. O se preferite "partito", che è appunto una parte per il tutto, una parte con vocazione alla sineddoche, come affermano sprezzanti i suoi numerosi e altrettanto parziali detrattori.

Detta più cautamente, da qualche anno i giornali italiani, e in specie Repubblica nella sua versione telematica, è come se si fossero trovati in debito cromatico verso una realtà che ha assunto un'accelerazione impressionante e caotica –  immaginiamo un quadro di Mondrian che, nel corso della notte, si converta in uno di Jackson Pollock. Non disponendo di una tavolozza di colori sufficientemente ampia, articolata e complessa, i giornali hanno così cominciato a ridipingere il presente in figure stilizzate, completando il ritratto con la vernice candida e soffusa del Mulino Bianco. Ma nonostante tutto il suo prestigio, a Repubblica deve essere sfuggito che anche il più tragico degli avvenimenti – un bambino che si impicca – quando decostruito nella promiscuità pittorica di una tela composta con una sola tinta, non è più un fatto (ciò che è in quanto "è", con incontrovertibile evidenza) ma neppure racconto, narrazione. Da ciò l'uniformarsi di ogni cosa all'imperativo frivolo e interessato del consenso, i dati di vendita infilzati sulle stecche dell'abaco che misura le nostre vite. Possiamo riassumere tutto ciò nell'estetica dello stuporoso: quel gesto che buca l'indifferenza in quanto gesto, come fa il petardo con il cbiacchericcio trapuntato di clacson e marmitte di una grande città, ma al netto di qualsiasi significato ulteriore che non sia il proprio tautologico boato.

Ed è così che la realtà non solo non viene più descritta con semplice e ingenua referenzialità – una notizia in fondo è un fatto che si autopromuove per intima forza, ossia per la rottura di un ordine comunemente percepito, che è esattamente ciò che sta venendo a mancare – ma nemmeno generata, istituita attraverso l'atto volontario e libero dell'interpretazione, che da Nietzsche in poi è il solo rapporto che possiamo intrattenere con una realtà senza più maiuscola: assumendocene la responsabilità costitutiva, selezionando fatti e parole secondo un principio umano troppo umano. Detta in altre parole, la realtà, privata del suo scheletro interno e intangibile che è la Verità, ha smesso di accadere. Piuttosto succede, un po' qui, un po' là, senza una direzione e una gerarchia apparenti. Come è sempre stato, sì, certo. Ma prima veniva guardata con il filtro ordinatore dell'ideologia, mentre questo filtro, che rende disponibile il reale allo sguardo, ora si è frantumato in migliaia di vetrini. E dunque oggi la "si crea", la realtà. Ma quando non c'è questa consapevolezza del dotto, o viceversa l'umiltà dell'artigiano che semplicemente si china sul mondo, confidando in esso come la mucca nel fieno, realtà e verità vengono eluse, liquidate, seppellite. Divenendo tutt'al più dei sepolcri imbiancati, appunto...


Ps - Se interessati all'argomento, suggerisco un magnifico libro di Federica Sgaggio. Che oltre a dire delle cose sacrosante, e a dirle chiaramente e con numerosi esempi, è anche una bravissima scrittrice. Il libro è questo: Federica Sgaggio - Il paese dei buoni e dei cattivi - Minimum Fax, 2011 (euro 15)

mercoledì 24 ottobre 2012

Facebook 2.0, prove d’orchestra per un nuovo Messia

Facebook, sto lentamente ma profondamente rivedendo il mio pensiero. Fino a poco tempo fa il giudizio non poteva essere più netto: un contenitore idiota per idioti allo stato gassoso, in cui l’assenza di pareti certe e documentabili – i famosi saperi costituiti – consente al peggio di dilagare. Beh, sui contenuti la mia opinione non è mutata di molto; che in Facebook si producano dinamiche comunicative tendenti alla più becera semplificazione, mi sembra evidente. E però, contemporaneamente, mi sembra di avvertire anche altre e opposte tensioni, meglio tentativi. Quelli di riorganizzare il dialogo che fin qui è davvero stato aperto e orizzontale nella forma, oltre che, nella sostanza, paritario per via dell’assenza di qualsiasi tara ideologia o strumentale nel mezzo, che pesa le opinioni (il “messaggio”) sulla medesima bilancia. Nonostante tale premessa egualitaria, da qualche tempo si sta assistendo allo scollinare delle diverse personalità in gioco, in uno sbilanciamento prospettico che possiamo senz'altro far coincidere con il successo: sproporzione nel numero dei contatti, aumento dell'incidenza pubblica di alcuni, riconoscimento sotto forma di plauso e commenti ai post.
Per intendersi, al suo manifestarsi FB somigliava a quel vecchio capolavoro cinematografico di Federico Fellini (Prova d’orchestra), in cui un gruppo di orchestrali, dopo essersi sbarazzati del loro tirannico direttore, si concedono alle più sfrenate e caotiche libertà, conducendo la minima comunità umana qui rappresentata a un’inevitabile implosione. La metafora, certamente estrema e grottesca, rimandava ai processi spontanei di emancipazione da ogni forma di dominio, su cui era facile intuire il pessimismo dell'autore. Se rileggiamo le sequenze in chiave psicanalitica, riconosciamo però anche il principio vincolante della lex publica – estensione dell'autorità paterna – che viene annichilito dal parricidio simbolico del Capo, lasciando spazio a una pletora di "figli" che rivendicano unicamente il piacere sensibile del momento. Ossia non ciò che Lacan chiamava “jouissance” (vocazione intima ad affermare quel tratto discreto della personalità: il proprio insindacabile godimento), ma qualcosa come un diletto effimero e mimeticamente contagioso, che dallo stesso Lacan viene descritto nel Discorsodel capitalista. Ed è esattamente e solo in questo che nel film si realizza il mito rivoluzionario dell'egalitè: nell'equivalenza narcisistica di un piacere pervertito da ogni limite, con ciò cancellando quelle differenze biografiche che rendono possibile la cooperazione musicale.
Bene, se le cose stanno come temo a questo modo, è proprio della patologia sociale connaturata al tardo capitalismo – il desiderio che dilaga senza più una soggettività portante a identificarlo – che il principale social network si fa emblema collettivo. Spazzato via ogni residuo argine di appartenenza storica o territoriale, ogni contrafforte legale o anche solo di semplice galateo, la parola, l'opinione e perfino la sintassi si fanno misura di un piacere espressivo che diviene alla portata di tutti, quindi di nessuno. Potremmo vederla come un coro tragico inclusivo di ogni singola voce, ma di conseguenza ciò che viene meno è il profilo dell'eroe, la dissidenza d'Antigone che è premessa della soggettività moderna. Eppure, eppure… come dicevo mi sembra di avvertire anche delle controspinte, qualcosa che mi ricorda gli attrattori strani di cui parlano gli studiosi dei fenomeni caotici, in cui i sistemi non lineari si auto-riorganizzano alla soglia della disgregazione. Ed è, nel caso di Facebook, ciò che potremmo chiamare fenomeno dei capoclasse. 
Provo a spiegarmi. Cos’è, un capoclasse, nella memoria dei più? Un reggente, nella migliore delle ipotesi un bonario simulacro. Ossia un bimbetto come gli altri, ma provvisorio detentore di un’autorità che lo rende al contempo uguale e diverso, come si diceva un tempo del PCI. E dunque, anche nel caso di Facebook, i capoclasse sono identificabili con persone che non necessariamente esprimono un prestigio sociale o un’acclarata eccellenza (anche se, spesso, tali dux in fabula ereditano lo scettro da sistemi di valore esterni al microcosmo comunicativo – attori, cantanti, scrittori, giornalisti etc.). Persone che per propria vocazione o addirittura per una sorta di mandato assegnato da un ristretto gruppo di conoscenti, iniziano a salire in cattedra, a tenere banco con quotidiana ostinazione, nel tentativo di arginare e quindi governare i flussi verbali della rete. Ed è così che i capoclasse dispensano consigli, elargiscono pillole di saggezza, riorganizzando la profusione informativa in pacchetti semantici che recuperano il principio inizialmente estromesso della gerarchia; che è poi ciò che ne legittima e favorisce la funzione, e per quanto lo scalino sia a questo primo livello davvero minimo.
Mi torna alla mente un certo Tomasoni, anno 1982, collegio religioso di Celana, conficcato sulle pendici delle prealpi bergamasche. L’anno in cui fui spedito in clausura per palesi demeriti scolastici, e in cui durante le ore di studio pomeridiano mi ritrovai tale Tomasoni, a presidiare ringhiosamente la cattedra come un mastino con il suo osso già spolpato. Un mio coetaneo di bassa statura, con un nasone adunco e il sorrisetto sornione di certi personaggi minori dei cartoni animati; e la minorità, davvero era il suo tratto distintivo –  un tizio con cui, se ti andava bene, riuscivi a scambiare due parole stiracchiate sull’andamento del campionato calcistico, o sulla Formula 1. Ma raggiunto il trono lasciato provvisoriamente vacante dagli istitutori, Tomasoni si trasformava: iniziava a parlare, ad ammonire e sentenziare, punire soprattutto, dispensando le temute delazioni per Don Gino. Sorprendentemente e con rarissime eccezioni – io, ad esempio – la classe sembrava però confortata dalla reggenza di Tomasoni, evidentemente preferendo la miseria (umana, culturale) al caos che si sarebbe prodotto in assenza di quel gerarcuccio in formato bonsai.
Ecco, ciò che sta avvenendo nell’inevitabile parabola vitale di un sistema complesso (e Facebook certamente lo è: complesso, ma anche potente e vitale), mi sembra riflettersi nella polverosa fotografia che è sgusciata fuori dal mio albo dei ricordi. Uno sparuto gruppo di persone, perlopiù modestissime, che a incalzanti colpetti di tosse verbale stanno guadagnando posizioni di prestigio comunicativo, come tanti piccoli capetti di una classe svogliata e chiassosa. Un effetto che produce la sua causa, in pratica, una circolarità forsennata che porta a sfornare tutt'al più dei diligenti compitini, simili per acume ai commenti calcistici di un ragazzino di quindic'anni. Ma tutto ciò – ed è questa mi pare la vera notizia – si consuma in un clima che ricorda l'attesa del rientro del professore di filosofia, che con le sue puntigliose disamine della Fenomenologia dello spirito di Hegel si riprende lo scranno intiepidito dagli smilzi glutei del Tomasoni di turno.
O detta in altre parole ancora, Facebook è appena entrato in una seconda e differente fase: da rivoluzionaria a proto-legale, da anarco-trotzkista a burocratico-brezneviana, da Jerry Lee Lewis a Paul McCartney; o se preferite le fragranze incensate di sacrestia, io lo definirei un clima “messianico”, in cui un gruppuscolo di profeti sgarrupati conciona le masse nell’attesa dell’avvento del Vero Messia. Ed è alla luce di questa intuizione che mi pare di poter rileggere un fenomeno sociale che troverei altrimenti incomprensibile. Penso ad esempio a uno dei miei più intraprendenti contatti, una giovane e bella donna che ogni giorno vomita sulla propria bacheca un catalogo gnomico frasi altisonanti, buone per l'annuario delle Giovani Marmotte. Pensierini assunti in forma di ready-made dal catalogo bacio-peruginesco dei saperi,  e che hanno il seguente tenore: “Il posto giusto è quello dove smetti di chiederti che ora è.” 
Ora, il punto a me non appare nemmeno più l’inconsistenza intellettuale o morale di questo modo di intendere la comunicazione, ma, rivoltando il guanto, l’urgenza di una comunicazione “a senso”: qualunque esso sia, quantunque l’evidente incompetenza di chi lo elargisce. E tutto ciò, alla fine, è perfino confortante. Perché ci lascia intravedere come al termine del tunnel di banalità seriali e sfrenamenti pulsionali, Facebook già postuli la reintegrazione mistica del principio paterno dell’autorità, che potremmo vedere come rientro dalla finestra di quel direttore d’orchestra appena cacciato dalla porta, e con esso la percezione di un limite che in psicanalisi è rappresentato dal fantasma della castrazione. E dunque un uomo o una donna, un dotto o un saputo, un santo o un nuovo e più potente demone. Qualcuno che, in ogni caso, farà riaccomodare al proprio banco di formica verdina i vari capoclasse, ripristinando un sistema interpretativo del reale (dunque di potere) di cui già iniziamo ad avvertire il pungolo soffocante e claustrofobico.
Ma anche di questo tocca farsene una ragione, già che, come noto, ogni farmaco è anche veleno, e senza piccoli sorsi quotidiani di bile qualsiasi orchestra si trasforma in cacofonico clangore. O in alternativa bisogna attendere la riduzione del presente in macerie, come nella scena conclusiva del film di Fellini, con la grande sfera di cemento che si abbatte sulla sala autogestita dagli orchestrali, prima che si levi una nuova e più sottile melodia…





mercoledì 17 ottobre 2012

La New Age come le lingue straniere: se non li conosci, la fai franca. Ma se li frequenti ti uccidono il cervello!


La New Age, dico, la cosa che non capisco e mi fa impazzire nella New Age, è che sono un po’ tutti scemi. Dove l’accento non andrebbe certamente messo sull’aggettivo indefinito poco, che un poco di qualcosa lo siamo tutti quanti, ma forse nemmeno sul qualificativo scemi. No, l’elemento curioso e singolare della New Age sta nel quantificatore: tutti. Chi si interessa di New Age, gira e rigira, finisce insomma che la pensa e si comporta in un modo sorprendentemente uniforme, che secondo me è un modo un po’ da scemi. E non sto nemmeno insinuando – me ne guardo bene! –  che la New Age sia una cosa scema, scema in sé. Essendo tante cose, tanti pensieri diversi, sotto l’etichetta della New Age ci staranno infatti dei pensieri diversi, e scemi, ma anche dei pensieri-diversi-intelligenti, non so se mi spiego. Eppure anche i pensieri-diversi-intelligenti, quando raggiungono il bersaglio, o più spesso quando lo mancano, nella New Age producono effetti di “scemitudine”: è questo che non capisco, e più ci penso più ci divento matto. L’unico paragone che mi viene in mente è allora quello con le lingue straniere. Che, secondo me, e anche questo non l’ho mai capito, ma chi studia le lingue straniere e viaggia per il mondo perché dice che a lui, o a lei, meglio a loro interessano le lingue straniere, e se devono dire una battuta o una cosa d’effetto la dicono in una lingua straniera, bon, quelli lì, gira e rigira ancora ma sono un po’ tutti scemi anche quelli, e va da sé che il motivo continuo a non capirlo. Eppure l’aveva già intuito uno che scemo non lo era di sicuro. Si chiamava Friedrich Nietzsche, e, in “Umano troppo umano”, scriveva: “L'imparare molte lingue riempie la memoria di parole invece che di fatti e di pensieri; mentre la memoria è un serbatoio che in ogni individuo può ricevere solo una certa limitata massa di contenuto. Poi, l'imparare molte lingue nuoce in quanto produce l'illusione di una grande versatilità ed effettivamente conferisce anche un certo ingannevole prestigio nei rapporti con gli altri; nuoce poi anche indirettamente perché ostacola l'acquisizione di cognizioni solide e l'intenzione di meritarsi la stima degli uomini in maniera onesta…” O ridetta in soldoni, sempre secondo me, ma pure Nietzsche pensava che sono un po’ tutti scemi, questi delle lingue straniere. Una scemenza diversa da quella dei new ager, d’accordo, una scemenza internazionale e cosmopolita e disinvoltamente flessuosa, up-to-date, ma sempre scemenza è. Una scemenza in stile mela di Steve Jobs, ecco. E allora la cosa che mi chiedo, e vi chiedo, in realtà sono due: 1) perché ci sono dei pensieri, delle attività, che magari nella sostanza sono anche intelligenti, ma che a frequentare quei pensieri e quelle attività, si diventa il contrario dell’intelligenza?; 2) ma soprattutto perché, allora, così tante persone fanno proprio e solo quelle cose lì, che poi a me sembra che diventano un po’ tutti degli scemi…?

domenica 14 ottobre 2012

Gastòn, o sul paradosso artistico



Il cane che si vede nella foto si chiama Gastone. No, non Gastone come il cugino fortunato di Paperino, ma Gastòn, alla francese, con la pronuncia tronca e l’elisione dell’ultima vocale. L’uomo su cui posa le lunghe zampone e guarda dritto negli occhi, si chiama invece e più prosaicamente Sergio, Sergio Ucciero, dagli amici detto Bubu. O almeno io l’ho sempre chiamato a questo modo, Bubu, da ciò ricavando che era mio amico.

Forse non amico-amico, d’accordo: comunque una persona con cui ogni volta che ci si incontrava era una sosta festosa, l’occasione anche solo per uno scherzo o una battuta veloce e arguta. Peccato che capitasse sempre più raramente. Negli ultimi anni si era infatti trasferito fuori dalla Valtellina – prima a Bergamo, poi Bologna e infine Jesi, dove viveva con la moglie Giuliana e naturalmente Gastone, anzi Gastòn – si era trasferito per via del suo lavoro come agente della casa editrice Einaudi.

La prima libreria l’aveva aperta a Sondrio nel 1975. Solo un bugigattolo, a dire il vero, così piccino che quando d'inverno accendeva la stufa a gas, ogni tanto bisognava uscire ad acciuffare un po' d'ossigeno, come i pescatori polinesiani di coralli. Anche il nome rifletteva le dimensioni, Ced, ma vai tu a sapere come, riusciva a tenerci anche dischi, più che altro dischi. “Consci questo gruppo?” mi chiedeva sornione un Bubu poco più che ventenne, sollevando una copertina variopinta dal mucchio. E io, che di anni ne avevo – e continuo ad averne – nove meno di lui, io preadolescente impacciato e guascone facevo finta di pensare… “Mmm, no, temo di no”. Allora Bubu si avvicinava al suo giradischi Technics, sfilava con dita delicate quello che allora si chiamava un long play, e strizzandomi l'occhio aggiungeva: “Ascolta, va’… Poi mi dici, se riesci ancora a parlare.”

Roba che davvero le parole mi si inceppavano in gola. E quando finalmente rispuntavano, era per pronunciare nomi come Genesis, Led Zeppelin, Doors, Jimi Hendrix, Pink Floyd, Crosby Stills Nash & Young. Quindi il suo favorito: Bob Dylan! Così ogni sabato, con i soldi risparmiati sulle mancette dei nonni, gonfio di aspettative mi presentavo alla Ced, da cui uscivo con la benedizione di Bubu e un disco di purissimo vinile, che era la mia eucarestia laica da assaporare durante i giorni successivi. Un disco a settimana, una scoperta, azzarderei perfino a dire un’iniziazione.

Ma come in tutti i culti, c’erano peccati che io dovevo assolutamente sottacere, il più ignominioso dei quali era ascoltare quei gruppi che Bubu liquidava con un aggettivo che vibrava sulle note dell'infamia: “commerciale”. E tra le eresie messe all'indice ci stavano purtroppo anche i Queen (ogni tanto anche i profeti sbagliano...), che erano il mio credo segreto ma, come Pietro a ogni chicchirio del gallo, finivo anch'io col rinnegare: “Non ti piaceranno mica i Queen, vero?" E la mia testa che si muoveva veloce a sinistra, destra, ancora sinistra; per poi fermarsi e chinarsi verso il basso. "Guarda che quella è merda commerciale per piccolo-borghesi con l’otite purulenta!”

“No No, a me piacciono solamente i dischi che mi dai tu, Bubu, i dischi pregressivi”. “Progressive, Guido, si scrive pro-gres-si-ve ma si pronuncia progressiv…” (Sempre stato un poco pedante, tocca ammetterlo, Bubu.) “Ma ora ascolta questo album appena uscito”, continuava il mio mentore dopo la bonaria reprimenda, da cui uscivo assolto come da una confessione mai fatta, ma da lui sempre intuita. “Si intitola Born To Run ed è di un giovane cantautore americano, uno che si farà. Ah, si chiama Bruce Springsteen.” Ecco, questo era Bubu.

Ma Bubu è anche quest’altro, scopro pochi minuti fa da un titolo sparato su internet:  ”Omicidio in stazione a Bologna: Sergio Ucciero uccide a coltellate Alessandro Porrovecchio”. E così continua l’articolo: “Omicidio in pieno giorno, ieri mattina, nella stazione di Bologna, dove un marito accecato dalla gelosia, l’agente di commercio Sergio Ucciero, 55 anni, ha ucciso a coltellate il nuovo compagno della moglie, l’informatico Alessandro Porrovecchio, 53enne residente a Torino.”

O detta diversamente, la persona che per me ha socchiuso la porta della musica, della bellezza, dell’arte e perfino della gioia, aspettando come ogni buon Maestro che fossi io a spalancarla con un calcio, si rivela ora uno spietato omicida che elimina il rivale in amore con dieci coltellate, otto delle quali vibrate al bersaglio del cuore, una di striscio sulla spalla e l'ultima alla schiena, l'eterno sigillo dei vili. E lo fa con premeditazione, seguendo di nascosto la moglie con un lungo coltello da cucina infilato in un quotidiano, lo fa di fronte a una folla sgomenta con la simmetrica precisione di chi stia sgozzando un maiale, lo fa come se semplicemente fosse una cosa da fare, come testimoniano le sue uniche parole:

"Fuggire, non fuggo. Quello che dovevo fare l'ho fatto."

Ma siamo proprio sicuri che, alla maniera della scienza empirica e del mercato azionario, anche nella vita degli uomini ogni nuova informazione sostituisca la precedente, rendendola obsoleta se non del tutto falsa? No, io non ne sono più certo. Allo stesso modo per cui non sono più sicuro che Bubu fosse solo quel bravo Maestro che ho conosciuto, la battuta pronta e il sorriso indulgente di chi prima ti avvita le rotelle alla bicicletta, ma al momento giusto, poi, le sfila e ti ritrovi a pedalare da solo e in equilibrio. Ma allora da dove salta fuori, chi è, Sergio Ucciero detto Bubu dagli amici?

Non lo so, ecco.

Ed è così che questa vicenda terribile che come allora inceppa le parole e stringe l'aria nei polmoni – la vittima della furia di Bubu aveva due giovani figlie, due belle ragazze già orfane di madre, due intere famiglie distrutte – mi sembra contenere una traccia diversa da quella che cercavo: non chi è Bubu, che a questo punto resterà un enigma anche per se stesso, ma che cos’è l'arte, la letteratura, cosa sono tutte quelle pratiche virtuose che hanno occupato più di trent’anni della vita di chi ha scoperto suo malgrado di essere l’assassino, alla penultima pagina del romanzo.

Perché la grande arte è questo e quello, non sintesi ma paradosso, corda tesa sull’abisso. Se tutti i giornali fanno ora a gara per contendersi il mostro da piazzare in prima pagina, certi della turpe verità dei fatti, a me viene allora da dire che sarei una persona diversa e peggiore, una camera senza porte né finestre se non avessi conosciuto Bubu e accolto i suoi consigli letterari e musicali, che hanno contribuito a far diventare casa la mia tiepida tana di bambino. Ma diversa e peggiore è adesso anche la vita di molte persone, a cui si aggiunge quella di un bel cagnolone maculato, un Grand Bleu de Gascogne mi suggerisce un lettore di questo blog, che immagino seduto di fronte alla porta, lo sguardo basso e la coda riposta tra le cosce muscolose.

Sì, è un’immagine vagamente patetica che forse non fa buon servizio alla causa, ma c’è un momento in cui l’esistenza di ognuno viene contesa dentro una biforcazione dolorosa: da una parte i buoni, i belli, i giusti, mentre dall’altra ci stanno i brutti, sporchi e cattivi. E' dunque questa, la Vera immagine del mondo? A leggere il verbale dei Carabinieri, sembrerebbe proprio di sì: c'è un carnefice, c'è una vittima e c'è un intero coro tragico, che punta l'indice. Eppure da qualche parte ci sono anche quelli che non capiscono, che stanno lì e continuano a farsi le domande, non credendo che le cose e le persone si possano separare con un coltello, come ha cercato di fare Bubu alla stazione di Bologna.

E allora se la parola verità diviene puro balbettio nella cronaca giornalistica e vertigine retorica nell’arrampicata concettuale dei filosofi, chissà che non vada ricercata proprio nella figura del dubbio "letterario", in cui la responsabilità penale non fa sconti a nessuno ma quello che viene sospeso è il giudizio umano, riflettendosi infine negli occhi acquosi di Gastone, da pronunciarsi mi raccomando alla francese. Che è ancora lì di fronte al portone serrato, Gastòn è li che aspetta e forse si domanda: “Ma quando torna Bubu, quand’è che mi porta la zuppa, quando andiamo al parco a giocare a barattolo e pallina, quando…?”


(Ps - Sono andato su Facebook è ho ricercato anche il profilo della vittima. Sembra una persona per bene, a cui piacciono le cose piacevoli, la buona musica, il jazz in particolare, e dispiacciono le cose spiacevoli. I riferimenti umani e culturali - "il pedigree" dei social network - è incredibilmente simile a quello di Bubu, come se avesse scagliato la lama contro uno specchio in cui non ha riconosciuto il proprio volto. Ma Facebook è uno specchio opaco che non seppellisce i suoi morti, e Alessandro Porrovecchio è ancori lì che ci guarda da sotto le lenti impenetrabili e scure, mentre sulla sua bacheca compare questa scritta: "La voglia di sorridere, su tutto e nonostante tutto...")

lunedì 20 agosto 2012

Saluti



Avevo deciso di arrivare a 300, trecento interventi, come l'armata di Leonida che ritarda l'avanzata persiana alle Termopili, ma incalza gli sbadigli degli spettatori cinematografici. Mi fermo invece a 296, con questo fan 297. E non perché io abbia perso ispirazione – ne avrei forse ancora di foruncoli da schiacciare, gomitoli da srotolare – come fu questa volta per Parise, che interruppe i suoi Sillabari alla lettera S: "Per mancanza di poesia", dichiarò con il consueto angelico candore. No, direi piuttosto il contrario. Per perdere qualcosa bisogna averla prima posseduta, e io ho capito che è arrivato il momento di andare a cercarla fuori di qui, la mia poesia, rinunciando a campare di qualche stiracchiato pollicione alzato su Facebook. Ma per qui ritornare, un giorno, forse, chissà, come per altro ho già fatto nel passato. In altre e più semplici parole, questo blog viene sospeso a tempo indeterminato. Un saluto a chi mi ha seguito in questi anni con attenzione, ma anche ai disattenti, gli occasionali, i catapultati dai motori di ricerca, ognuno in caccia del proprio soldino di verità. Il mio lo ributto nella fontana girandomi di spalle, e so che lì saprà aspettarmi.

domenica 19 agosto 2012

Il primo amore, o sul tempo e l’istante


Quando ero piccolo, negli anni settanta o giù di lì, esisteva una trasmissione televisiva che si chiamava l’Altra domenica. Ideata e condotta da Renzo Arbore, è andata in onda la domenica pomeriggio, su Rai2, dal marzo del 1976 al luglio del 1979; l’anno in cui Mino Vergnaghi, in salopette crème e camicia azzurra, vince il ventinovesimo Festival di Sanremo con Amare. Ma la vera rivelazione fu Franco Fanigliulo con A me mi piace vivere alla grande, in cui poco prima del refrain, ed era quantomeno bizzarro per una canzone popolare, quasi distrattamente lasciava cadere un verso enigmatico:“ho un nano nel cervello, un ictus cerebrale...” E dopo qualche anno è morto veramente, per un ictus cerebrale.

Tra gli inviati del programma di Arbore, una ragazzina con i capelli scuri da maschietto, gli incisivi leggermente scheggiati e la pronuncia della erre alla francese; credo si chiami rotacismo, meglio noto come erre moscia. I genitori della ragazza erano un famoso regista italiano e un'altrettanto celebre attrice svedese; pare che lei gli abbia inviato, al famoso regista, una lettera in cui ci stava scritto: “Se ha bisogno di un'attrice svedese che parla inglese molto bene, che non ha dimenticato il suo tedesco, non si fa quasi capire in francese e in italiano sa dire solo "ti amo", sono pronta a venire in Italia per lavorare con lei.” E secondo voi, con una lettera così, come poteva andare a finire la storia…? Che comunque non è questa storia qui.

In questa storia si parla di canzoni, oltre che di una ragazzina con i capelli da maschietto e gli incisivi leggermente incrinati al centro. La prima volta che l’ho vista intenta ad arrotare la sua erre francese sul palato – era la tivù pubblica, si guardava sul divano di velluto grigio insieme a mamma e papà – , ho pensato bon, io quella lì voglio sposarmela proprio. Peccato che son troppo piccolo, non posso mandarle una lettera in cui le dico che conosco questo e quest'altro, ma so dire solamente ti amo, "te voli ben", in dialetto valtellinese. Di conseguenza me la sono tolta di mente con un sospiro, come si dice. O almeno ci ho provato...

La ritrovo infatti il decennio successivo, siamo alla metà degli anni ottanta e io faccio ormai parte dei "ragazzi di oggi", insieme a Luis Miguel. Sanremo però è caduto un po’ in disgrazia, ma sta provando a risollevarsi dopo il minimo storico del 1983, con il primo posto di Tiziana Rivale che canta Sarà quel che sarà, e mai titolo fu più azzeccato. Nel frattempo, la ragazzina con i capelli da maschietto, gli incisivi sbeccati e la erre alla francese, meglio detta rotacismo o erre moscia, diviene l'immagine pubblica (“testimonial”, se preferite dirla come dicono i giornali) di uno dei più importanti marchi internazionali di bellezza – la chiamano bellezza (per quelli di prima "beauty"), ma fan poi solo delle creme. E io penso bon, ha più di trent’anni suonati e questi la prendono per la bellezza, beauty, cioè insomma per le creme, e io penso ma lo sai, che me la sposerei lo stesso. Peccato che son sempre troppo piccolo, dico vuoi sposarti prima di fare la patente della Vespa?

Passa una manciata di anni e finalmente una grande edizione di Sanremo, con l’orchestra che torna dopo dieci anni di assenza e l’abbinamento delle canzoni in concorso con i “big” stranieri, che regala una fioritura inattesa del brano di Toto Cutugno tra le dita di quel prodigioso giardiniere di Ray Charles. Bellissima anche la canzone dei Pooh, che con Uomini soli guadagnano un meritato primo posto. Ma dal palcoscenico del solito divano grigio, da cui ho tifato fino all'ultimo, la palma sarebbe andata a Vattene Amore, di Mietta e un Amedeo Minghi con i capelli più lunghi, lisci e biondi del solito; probabilmente li ha trattati con i prodotti di quella famosa linea di bellezza di cui è immagine pubblica la ragazzina, ormai fatta donna. Rimangono i denti scheggiati, la riga di lato da maschietto e la erre francese o moscia o rotacismo. Siamo nel 1990 e state sicuri che io me la sposerei ancora, e bon.

Peccato che sia già sposata, scopro, sbang, dopo nove anni. Sto dal barbiere e pesco a caso tra le riviste, così c'è un'ulteriore porta in faccia: non un marito, ma stiamo al secondo o terzo matrimonio...  Cacchio, questa non ci voleva! Provo allora a distrarmi accendendo il televisore. L'inverno, sconsolato come me, sta mollando piano la sua presa, e Fabio Fazio conduce la sua prima edizione sanremese, con Gorbachev e Dulbecco e Laetitia Casta presenti a turno sul palco dell’Ariston; cosa che apparve molto democratica, molto civile, mah. Fanno da contrappunto i versi di Nada Malanima, non una delle sue canzoni migliori ma quando attacca con "spezzami le ossa \ non darmi tenerezza" vai, allora la riconosco! In una delle serate iniziali, tonf, un orchestrale va giù secco come una pera matura. Semplice svenimento. Ma anche qui, molto corretto, molto democratico, molto civile il comportamento del presentatore. Mah. Poco memorabile la canzone vincitrice di Anna Oxa, surclassata da un ispiratissimo Nino D’Angelo, solamente ottavo con Senza giacca né cravatta.

Quando incontro qualcuno e si inciampa nell’argomento – l’argomento è naturalmente la ragazzina già donna e ora signora, ma sempre con i capelli da maschietto, gli incisivi segnati etc etc. –, quando incontro qualcuno e in genere si tratta di un uomo, o meglio di un maschio, inizia adesso a prendere piede un’espressione che a me non piace mica tanto, quell’espressione lì: “Cinquant’anni”, ti dice l'uomo che hai davanti, "quasi cinquant'anni e continua a far la bellona per le creme. Ma che si crede, di poter restare giovane in eterno? Però…” Però cosa pensi mentre lui assapora una lunga pausa, cerca la parola definitiva con cui chiudere il discorso, come la pietra sepolcrale. “Però” conclude con una brusca accelerazione, “un paio di colpetti io glieli darei ancora”.

E siamo arrivati al 2012, edizione davvero inguardabile di Sanremo, tant’è che non l’ho guardata proprio, anche se so che ha vinto una tale Emma con una canzone che si intitola Non è l’inferno; da cui si deduce che potrebbe esserne l’anticamera. Non male, premio della critica, forse solo la canzone di Samuele Bersani, ma cosa gli è venuto in mente di presentarsi in scena con le scarpe da pallone coi tacchetti... Tutto questo accadeva comunque a febbraio, piccolo salto in avanti, “flashforward” lo chiamano nel cinema quelli che fanno finta di capirne di cinema, e arriviamo al 18 giugno. Luci spente. Candeline. Torta. Dai, soffia, soffia… Perché è il giorno in cui la ragazzina compie sessant’anni – dico, 60!

Ma la vera notizia è forse un’altra, ed è che non voglio sposarla più.

No no, non è per via che sono troppo giovane – ho sempre quattordici anni in meno, e allora? –, o lei troppo vecchia, no, davvero: è sempre bellissima,"very beautiful” se siete ancora di quelli là. Mi importa un fico anche dei suoi numerosi compagni, veri o presunti, tra cui un paio di registi famosi almeno quanto il padre. E' che non sono più innamorato, semplicemente. Non c’è un motivo, è successo, così, come quando ho smesso di guardare San Remo, a volte le cose succedono così. Senza una ragione. Eppure anche questa storiella da niente, senza ragioni né torti, una cosa forse è riuscita ad insegnarmela. Stevenson pensava che “le storie servono a rendere più chiare le lezioni della vita”, ma prima di morire su un’isoletta del Pacifico, come Fanigliulo di ictus cerebrale, sussurrò: “Un’ostinata convulsione di materia bruta”. Come a dire che a volte è inutile sforzarsi di capire.

La mia lezione del giorno, provvisoria come tutto ciò che si forma, muta e annega tra brute ostinate convulsioni, sta dunque nell’aver imparato a distinguere tra strofa e ritornello; e cioè, in pratica, tra tempo e istante.

Che sembra sempre uguale, l'istante, un motivetto dolce in cui le cose si manifestano, ritornano, ti fanno il solletico ai timpani ma anche allo sguardo, per poi nascondersi nuovamente dentro la pancia del tempo. Ed è allora con la strofa che invece tutto muta lentamente, ma cambia per davvero: quando nel refrain è come se non fosse successo nulla; e in effetti, nel colmo dell'esposizione, la pupilla che si spalanca gongolante alla vita, non c’è proprio niente da vedere. Così nascono le foto sovraesposte: per un eccesso di confidenza. Ci sta poi che un orchestrale si rilassi un attimo e vada giù come una pera, no?

O come quando, ecco, all’Altra domenica arrivò un tizio sconosciuto con la barba, il naso lungo e appuntito, gli occhi a palla. Si chiamava AndyLuotto. La cosa che sapeva fare Andy Luotto, era mettersi a guardare in camera. Zitto. Muto. Nient’altro. Una sfinge di rarefatta demenza, che catturava lo sguardo e monopolizzava l’attenzione dal divano grigio, su cui stavo sempre seduto insieme a mamma e papà. E il tempo, per me, è rimasto quella famiglia degli anni settanta ricomposta dentro lo sguardo assente e vagamente ebete di Andy Luotto. In cui nulla accade, mentre tutto succede.

sabato 18 agosto 2012

Persone simpatiche, o sul concetto di "lettore implicito"

C'è della gente, li incontro in giro, son persone simpatiche mi chiedono come mai non scrivi più e io gli rispondo non è vero, ti interessa quello che scrivo, vai su internet guarda questo è l'indirizzo, comunque lo trovi facile anche con Google, gli dico questa cosa, è proprio una persona simpatica, una di quelle che a me sarà un mio vizio, ma mi risulta sempre simpatico chi si interessa a quel che faccio, e quello che faccio io nella vita, per mio piacere, è scrivere. Da quando ho iniziato a tenere un blog, son già passati più di tre anni, si sono accumulati in archivio quasi 300 interventi, l'equivalente di più di 1.000 cartelle dattiloscritte, in pratica un libro di 500 pagine pensavo dopo aver salutato la persona che conosco con una pacca sulla spalla, ma tu guarda che simpatico si interessa a quel che faccio, che poi quello che faccio io è solamente scrivere, mi piace quello. Ma perché proprio scrivere – 300 interventi, 500 pagine, 1.000 cartelle –, perché parole e non invece qualcos’altro, che ce n’è tante di cose belle da fare? Tipo ho conosciuto uno, gli piace buttarsi giù dal ponte e lo fa per davvero, si butta giù dal ponte, e va da sé che se lo faccio io muoio ma lui non muore mica, no, ha un elastico che lo tira su all’ultimo metro e poi giù un’altra volta dal ponte, gli piace così. O magari qualcosa di più costruttivo, ecco, meglio, di più pregnante, ci piazziam lì una parola difficile, non guasta mai… E poi per chi? Gli strutturalisti lo chiamavano mi pare "lettore implicito", così già che ci siamo dimostro anche di essere una persona colta, non era un caso se conoscevo la parola pregnante, a differenza di quelli che conoscono solo una parola difficile la ripeton di continuo, pregnante, pregnante, pregnante… a Ragioneria lo chiamerebbero, mi pare, invece, "valore aggiunto". Passa un mese o due ritrovo in giro la persona dell’inizio, non quello del ponte, dev’essere ancora lì appeso allo yo-yo, quello simpatico che c'è in giro della gente son proprio simpatici, e poi come stai come non stai, si interessa anche alla mia salute, ti trovo bene mi dice la persona simpatica che conosco io fin dall’inizio, forse un po' magro dall'ultima volta, uno o due mesi fa, che bravo si interessa anche al mio aspetto, ma perché non scrivi più? Ecco, pensavo allora quel giorno lì dopo due mesi: e se fossi invece uno scrittore che il mio lettore implicito, chi mi legge, è un po’ antipatico…

venerdì 17 agosto 2012

Scrivo quindi sono, o sulla scrittura e il mondo


Il cinema non è un semplice artificio tecnico con cui descrivere la vita, ma è il linguaggio della vita – la sua manifestazione percepibile, esposta – in cui la vita si riflette per comprendersi e magari amarsi un po' di più. Questa, almeno, era l’opinione di Pier Paolo Pasolini. Che così argomentò la sua predilezione verso il cinema: non dover più utilizzare la lingua italiana, operando in tal modo l’unica forma di dissidenza civile ancora concessa a un poeta. Tacere il linguaggio letterario, che è lo stesso delle istituzioni, del Potere, per accostarsi alla nuda vita senza più veli o bandiere, dentro cui la si avvoltola come a ricomporre una salma.

Ripensavo alla potente intuizione appena ricordata, confrontandola, istintivamente, con i complimenti che capita di rivolgere a chi scrive. Tu scrivi bene, gli si dice. Tu sai scrivere. Beh, non sono completamente d’accordo.

Come il cinema utilizza il linguaggio della vita (e dei sogni) per esprimere i propri spunti, anche la scrittura utilizza un linguaggio preesistente: quello del pensiero, prima ancora che della comunicazione interpersonale, la relazione significante. Ed è proprio per questa via, percorsa a ritroso, che Pasolini poteva concludere che il Potere ci manovra, ci pensa, essendo da esso realmente pensati in quanto titolari di un linguaggio appreso. Ma già Rimbaud (prima di Lacan e Foucault e Umberto Tozzi) affermava sfacciatamente: “Je est un autre”. E l’altro, appunto, era la magnifica lingua da cui era parlato, il colore delle vocali che gli rimaneva appiccicato alle dita lunghe e sottili.

Eppure una lunga tradizione filosofica, che si fa risalire alla celebre sentenza di Cartesio (“cogito ergo sum”), ha visto proprio nel pensiero la certificazione della nostra identità, al punto che non possiamo sottrarci a un passaggio ulteriore: se è vero che il linguaggio, almeno in parte, dispone di noi, è dunque altrettanto vero, o se preferite conseguente, il fatto che noi non disponiamo mai davvero del linguaggio. La lingua con cui noi pensiamo, quindi scriviamo, non è infatti una cosa come un'altra, che possiamo maneggiare con estrinseca disinvoltura. E ciò perché se io penso e quindi sono, io sono, mi realizzo, attraverso il gesto del pensiero.

Da ciò si ricava che se io “è un altro” – il linguaggio – il linguaggio non può essere senza di me, in quanto sono io a sillabarlo, a inciderlo, insomma a rigeneralo dal limbo potenziale in cui si trova confinato, in tal modo generando anche il me stesso che pensa e quindi è. In altre parole, esiste una circolarità semantica tra linguaggio e soggettività moderna, che ci impedisce di pensarci (meglio, di concepirci) al di fuori di esso. Sarebbe infatti come collocare un Io ulteriore al di fuori di noi: ma a questo punto Io, il vero Io, chi è: colui che pensa in parole o colui che si guarda pensare, dalle propaggini di un continente rarefatto ed extralinguistico?

Per uscire dal paradosso, dobbiamo dunque riconoscere che la scrittura non corrisponde a un semplice artificio tecnico-espressivo, qualcosa da maneggiare come uno scalpello oppure un sacco di patate – ciò che si dice "saper scrivere", essere "bravi" – ma al modo attraverso cui noi veniamo al mondo come esseri pensanti. O meglio ancora al nostro modo, al nostro mondo, a noi.

Forse qualcuno si ricorderà del celebre aneddoto riferito a un Jean-Paul Sartre particolarmente pedante, quel giorno lì. Il giorno in cui se ne stava seduto al tavolo di un bistrot in qualche fronzuto boulevard parigino, e si presentò a lui un signore con indosso una giubba bianca e un paio di pantaloni neri, così presentandosi: “Salve, sono il cameriere.” “No, lei non è il cameriere”, lo corresse il filosofo con una punta di ironico disappunto. “Lei fa, il cameriere”.

Beh, per la scrittura possiamo tranquillamente affermare il contrario: uno non "fa" lo scrittore, ma è, integralmente è la propria scrittura.

E dunque, se volete farmi un complimento, non ditemi che scrivo bene, che so scrivere, perché nella migliore delle ipotesi sarebbe illusione, e nella peggiore una forma di circonvenzione. Ditemi piuttosto che, attraverso la scrittura, io sono diventato qualcosa. E questa cosa che produce combinazioni alfabetiche vi sembra buona, oppure cattiva, pessima, decidete voi. In ogni caso sono sempre io a essere in gioco, non le parole che mi rappresentano. Perché non ci sono buoni o cattivi scrittori, non ci sono camerieri, ma solamente uomini con o senza qualità.