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martedì 13 ottobre 2026

Lo zen e l'arte di discendere la scala mobile (mi ricordo 93)

 

Mi ricordo la scala mobile della Standa. Era stata la prima scala mobile di Sondrio, l’unica scala mobile, per scendere si faceva alla vecchia maniera. Trasportava in vetta agli acquisti senza nessuna fatica, solo un ronzare leggero, simile a un grosso felino che fa le fusa, una di quelle tigri addomesticate che i monaci thailandesi si portano in giro al guinzaglio.

Fino a quel giorno, per provare l’ebbrezza della scala mobile, ci si doveva affidare alla Rinascente. Succedeva durante le vacanze di Natale, quando andavamo a trovare i parenti a Sesto San Giovanni, e poi tutti assieme raggiungevamo il centro, dove si respirava odore di cherosene e caldarroste. Con il primo si riempivano le Molotov, con le seconde ci rassicuravano che va tutto bene, mangia le caldarroste.

​La scala mobile della Standa collegava il piano terra a quello superiore, poi bisognava salire una rampa di scale in marmo di bardiglio, che poteva essere anche discesa. Mentre se provavi a discendere la scala mobile arrivava il sorvegliante a sgridarti. Cosa che non impediva di farlo lo stesso, bastava tenere d’occhio il sorvegliante e, quando a sua volta teneva d’occhio, mettiamo, una coppia di giovani zingare, fiondarti sulla scala mobile in senso contrario.

​Al secondo e ultimo piano andavo malvolentieri; non per via delle scale da salire a piedi, ma perché c’erano saponette e detersivi. Nel piano intermedio si trovava invece la cancelleria, e in genere il materiale scolastico. La cosa più bella della scuola era quando, arrivati i primi giorni di settembre, si andava alla Standa, e dopo essere montati a cavallo della tigre ci si preparava alla ripresa delle lezioni.

Intanto, è necessaria una cartella. La mia era in similpelle blu con fibbie in metallo lucido a scatto. Quindi una blusa nera corta – solo Federico indossava ancora il grembiule –, due quaderni a righe e due a quadretti, l’astuccio su cui era stampata una moto da cross, con all’interno biro, matita, temperino, alcuni pennarelli (ma non tanti), un piccolo righello, gomma rosa-grigia, compasso e matite colorate di marca Caran d'Ache, da pronunciare con l’accento di Alain Delon.

​Quando non mancava più nulla – sussidiario e libro di lettura venivano acquistati altrove –, bastava passare dalla cassa e riversare il tutto sul banco. Mentre la cassiera batteva i prezzi sul registratore meccanico, salivano i numerini all’interno del visore, cambiavano vorticosamente, si confondevano come mele e ciliegie nella slot machine delle giostre. A un certo punto però si arrestavano, e la mamma estraeva il portafogli; un gesto che aveva funzione di dogana. Non era necessario avere pagato, alla sola vista del denaro si sollevava una sbarra immaginaria.

La cassiera cominciava a quel punto a riversare cartella, blusa, astuccio, quaderni e, già che c’eravamo, uno scolapasta dentro un enorme sacchetto di plastica opaca, con la scritta Standa in rosso. Ci veniva consegnato con un sorriso accompagnato dalle parole grazie mille. Ma grazie mille a te rispondevo nella mia testa, a malapena raggiungeva la linea del banco. Comprare è bellissimo!

​Un rituale che si ripeteva per qualsiasi attività sportiva. Alcune però si risolvevano in una ben misera conta, come la corsa, un paio di scarpette e via. Il desiderio è un elastico da tendere in una lunga lista preliminare, e il prima è molto più interessante del poi. Per non farlo afflosciare avevo cominciato con il calcio: le calzature Puma, dai tacchetti purtroppo fissi, erano state un acquisto eccitante, al quale si era aggiunto il completo dell’Inter, con il numero 9 di Boninsegna impresso sulla blusa nerazzurra. Ma il massimo fu quando mi iscrissero a un corso di sci.

​Per sciare sono necessari: sci, attacchi, scarponi, bastoncini, pantaloni elasticizzati, guanti tecnici, giacca a vento, bretelle per sostenere i pantaloni elasticizzati, berretto di lana, passamontagna, calzamaglia, occhiali a specchio o dalle lenti gialle e flessibili, da fissare alla nuca con una fettuccina elastica. E per ognuno di questi articoli il commesso mostrava svariate opzioni, il cui semplice suono era già una festa: Spalding, Rossignol, K2, Fischer, Völkl, Dynamic, Blizzard, Kneissl, Head, Roy, Olin, Kästle, per restare agli sci. E un sentimento aristocratico ti pervadeva nell’indossare il berretto Conte of Florence.

​Il problema nasceva quando, dalla preparazione, si passava all’atto. All’oratorio San Rocco avrei voluto giocare centravanti (altrimenti non avrei preso la maglia di Boninsegna), ma fui spostato sulla fascia destra, quindi retrocesso al ruolo di terzino, per terminare la mia fulminea carriera in panchina. Smisi di giocare a calcio e passai alla pallacanestro.

L’abbigliamento da basket non era il massimo, ma almeno ero titolare. Un problema che non si poneva con lo sci, e scivolare sui fianchi imbiancati di un monte era bello, non posso negarlo – ma che freddo! Al termine della pomeridiana le dita dei piedi erano quasi assiderate; se non altro, era l’occasione per tornare nel negozio di articoli sportivi e acquistare dei Moon Boot.

L’idea peggiore fu iscrivermi a nuoto. Tutto quello sbracciare per rimanere a galla, cloro nelle narici, occhi rossi, pisciate anonime dentro una vasca da 25 metri per 12,5. E dopo qualche settimana, le temute verruche da estirpare con un cerotto rosa, in cambio di un misero costumino Speedo e un paio di ciabatte Arena. Manco mi avevano preso l’accappatoio, dovevo arrangiarmi con l’asciugamano del bagno.

​Non potevano inventarsi, mi chiedevo, uno sport fatto di sola attrezzatura, da sostituire ogni paio di mesi. Un’aritmetica senza dividendi e parentesi quadre, che si risolve in quaderni, bluse, astucci, compassi, cartelle e soprattutto il Super Pirat, un pennarello a doppia punta che consentiva di scrivere e poi cancellare e poi scrivere di nuovo.

Un mondo di soli acquisti, perché no... Non sarebbe troppo diverso da questo mondo qui, ma senza l'ipocrita finzione di utilizzo, scopo, utilità. In fondo, è lo stesso pregiudizio per il quale le scale mobili possono essere percorse solamente nel verso stabilito.

Per chi ama la morale della favola, essere stati bambini negli anni Settanta insegna che ogni verso è revocabile, e ogni gesto – specie quello di passarsi di mano in mano dei foglietti di carta, con qualche uomo morto impresso sopra – si avvoltola su sé stesso come un’onda in risacca. Non c’è neve oltre un paio di sci. Non ci sono tigri in Thailandia, ma solo grossi gattoni sedati con il loro ron ron.

sabato 10 ottobre 2026

Il pelapatate (mi ricordo 92)



Mi ricordo la prima volta, è stata nei giorni del lockdown. Avevo sentito trillare il campanello – un suono a cui ci si stava disabituando – e dopo avere indossato la mascherina ero andato ad aprire. All'ingresso non c’era nessuno, solo un pacchetto Amazon posato sullo zerbino. Strano, di solito i corrieri li lasciano sulla cassetta delle lettere, ogni tanto li buttano anche all’esterno di fronte al portone del condominio.

La situazione si era ripetuta nei giorni successivi, e così avevo intuito che doveva essere il mio dirimpettaio, Alberto. Quando vedeva un pacco indirizzato a me, lo prendeva e trasportava al quarto piano. Ma una volta suonato andava subito via, il pacco un po' discosto dal centro della porta, vicino alla parete. Si vede che non voleva creare contatti a rischio di contagio, oltre che allora vietati. O magari aveva fiutato la mia natura ipocondriaca.

Quell’usanza si è poi mantenuta negli anni, e anche quando non ce n’era più ragione continuava a portarmi i pacchi, come un Babbo Natale discreto che si dilegua con le sue renne; al posto dei campanellini, solo l'eco di un colpetto di campanello. In genere l’orario era tra l’una e le due del pomeriggio, di poco posteriore alla consegna.

Ieri al termine del pranzo ho sentito il solito rapido suono. Sarà Alberto, ho pensato. Avevo appena ordinato un pelapatate, e le spedizioni Amazon hanno fatto della rapidità il loro vanto. Sono andato ad aprire con lo spazzolino ancora in bocca. Prendo il pelapatate, verifico che non abbia subito danni nel trasporto, e poi sciacquo i denti in bagno. Questo il mio piano, non ho avuto nemmeno bisogno di formularlo. Pura abitudine.

Ma il pelapatate non c’era, e nemmeno Alberto. Davanti a me sua figlia: una di quelle giovani donne che quando vanno al mare diventano biondissime, ma ora i capelli sono tornati castani. L’avevo già incontrata in un paio di occasioni; mi aveva domandato un piccolo piacere quando il padre era stato ricoverato in ospedale.

Nel vederla ho subito indicato la bocca piena di dentifricio, come a dire, scusa, sono proprio un cafone, non posso parlare, lo vedi…

Allora l’ha fatto lei. Il papà è morto, ha detto. Due ore fa. Pensavo che fosse giusto comunicartelo.

La mia bocca era sempre ingolfata dal dentifricio, continuavo a non poter parlare. Le ho fatto segno di attendere – sì, proprio un cafone, avrei dovuto invitarla a entrare, sebbene nel modo degli scimpanzè – e mi sono precipitato al lavello di cucina, più vicino rispetto al bagno.

Al ritorno, passata una manciata di secondi, lei era ancora ferma davanti alla porta, le mani sui fianchi come le statue egizie. Anche senza dentifricio non sapevo cosa dire, così l’ho abbracciata; al tatto mi sembrava tornata biondissima. Poi abbiamo scambiato qualche parola di circostanza.

Quando è andata via sono sceso a prendere il pelapatate, che si trovava al suo posto: sopra la cassetta delle lettere. Ora che ci penso, non ricordo di avere mai portato dei pacchetti ad Alberto. Forse non acquistava su Amazon. Forse ci sono persone che si manifestano per sottrazione, e io non sono tra quelle. Forse non si dovrebbe mai aprire la porta con lo spazzolino in bocca.

mercoledì 23 settembre 2026

Io so (mi ricordo 89)

Mi ricordo bene di lei, anche se non siamo mai stati amici. A meno di non considerare la proprietà transitiva, che la vedeva amica di una mia cara amica e, in seguito, fidanzata con un altro amico, ma durò poco. Quando si sposò con un diverso ragazzo – si mormorava che fosse rimasta incinta – aveva diciotto anni; io uno di meno, quindi non potevo ancora guidare l’automobile. Così andai al suo matrimonio in Vespa.

Non che fossi stato invitato, c’era di mezzo nuovamente lo zampino della stessa amica comune, Paola. Incrociata al Bar Paninoteca Number One, mi aveva detto trafelata: “Tra mezz’ora si sposa Katia, dai che andiamo a fare casino al suo matrimonio!”

Finimmo di ascoltare Amore disperato di Nada al juke-box e partimmo con una leggera impennata. La chiesa si trovava a tre o quattro chilometri da Sondrio, in un paesino chiamato Albosaggia. Ormai Paola un po’ la conoscevo, e sapevo che quando aveva detto andiamo a fare casino parlava sul serio: ma non pensavo così tanto casino.

Paola continuava a dire cose buffe ad alta voce, ed entrambi ridevamo dai banchi in ultima fila, trafitti dalle occhiatacce incendiarie del parroco. Gli altri però non badavano a noi, nell’aria c’era la percezione di qualcosa di denso, quasi appiccicoso, la felpa Stone Island ne era intrisa. Non si trattava del fumo delle candele o dell’odore di incenso; non si trattava nemmeno dell’essenza dolciastra di tuberosa, presente nei profumi femminili dell’epoca.

Era il primo matrimonio a cui andavo, almeno se non consideriamo il buffet seguito al matrimonio di una cugina di mia madre, dove feci indigestione di tartine al salmone. Ma avevo sette anni. A posteriori, direi un condensato emotivo, non saprei come altro chiamarlo... forse felicità.

Sì, quel giorno di fine settembre tutti apparivano felici, credo di non avere mai più incontrato tanta felicità stoccata in un unico luogo; nemmeno negli stadi dopo la vittoria di un derby: quella si chiama euforia, ed è un’altra cosa.

Al matrimonio di Katia invece non c’era euforia, sfiatava solo un po' di allegrezza da due adolescenti casinisti in ultima fila. Lei diciott’anni, un marito e un bambino dentro la pancia. Io diciassette e una Vespa PX bianca con l’adesivo di Radio Studio 105. Paola fumava Marlboro come fossero canne, aspirando dal palmo della mano disposto a conca, in cui faceva filtrare la sigaretta. In questa memoria è però contenuto un errore: Katia non si chiamava Katia, ma Catia con la c di caduta.

L’ho scoperto ieri, stava scritto sui manifesti funebri affissi sulla bacheca di metallo davanti a Diego, il mio meccanico. Per portare il cane a pisciare ci passo davanti ogni giorno, e controllo se compare il nome di qualcuno che conosco; in ciò replico lo sguardo di mio nonno, allora non capivo cosa cazzo c’avesse da guardare.

L’età di Catia non veniva indicata, ma io la so, ormai so tante cose, la maggior parte del tutto inutili. Come so che quel giorno – l’abito bianco lungo, il riso impigliato tra i capelli all'uscita – era davvero felice. Questa voragine oscena da cui siamo risucchiati non cancella il fatto che la felicità esista, l’abbiamo perfino sperimentata. E so anche che il parroco avrebbe preso me e Paola a calci nel culo.

martedì 15 settembre 2026

Nomen omen (mi ricordo 88)

Mi ricordo che le bambine si chiamavano Patrizia, Raffaella, Francesca, Laura, Giovanna, Paola, Tiziana, Anna, Michela, Simona, Silvia, Cinzia, Stefania, Barbara, Daniela, Cristina, Emanuela, Monica, Katia, Roberta, Elena, Antonella. Solo più tardi arrivarono le Deborah e le Samantha, in uno slancio inarrestabile che portò a Jessica, Sharon, Chantal per culminare con Suellen e Pamela, in concomitanza allo sceneggiato televisivo Dallas.

Ben saldo al primo posto il nome che sussurravo nelle preghiere prima di addormentarmi. Si mostrava però asimmetrico in diffusione geografica, e mentre Maria continuava a imporsi al Sud, seguito da Carmela, Giuseppina, Concetta e Assunta, nelle classi scolastiche valtellinesi era stato superato perfino da Sabrina, il cui diminutivo diventava Sabri, o per essere più precisi la Sabri.

Tra i maschi molti Marco, Giuseppe, Antonio, Stefano, Giovanni, Massimo, Francesco, Roberto, Paolo, Luca, Alessandro, Carlo, Vittorio, Andrea, Luigi, Giorgio, Maurizio, Fabio; qualche Federico e Claudio anche, ma erano già percepiti come nomi esotici. I Kevin e i Brando e i Nicolas seguirono senza affrettarsi, sempre a riflesso della programmazione cinetelevisiva – aggirando il Regio Decreto 9 luglio 1939, sono registrati casi di Sandokan, Yanez, Tex e, si dice, un Goldrake.

Ma se tagliamo questi estremi, era sul versante femminile che i genitori sperimentavano di più; i maschi, negli anni Settanta, si chiamavano ancora con i nomi dei nonni, che a loro volta si chiamavano come i trisavoli. Non so per quale ragione i miei genitori decisero di chiamarmi Guido.

Un nome, all’epoca, ancora piuttosto diffuso in Toscana, ma nel Nord Italia confinato a una sparuta cucciolata di bambini. La cosa che più mi faceva incavolare è che poi ti dicevano "Guido la Vespa", come se non esistesse anche la Lambretta e altre motociclette più scattanti. Potevano chiamarmi Marco o Luca o, ancora meglio, Diego, come Don Diego della Vega, in arte Zorro. Invece Guido.

Per quale motivo, mi domandavo, quei bambini crocifissi alla guida di immaginarie Vespe, finivano col diventare chierichetti oppure scemi del villaggio. La maggior parte dei Guido che ho conosciuto sembravano segnati da un destino biforcuto; per conferma, ho cominciato a comporre una lista. Ma soprattutto: a quale delle due categorie appartenevo?

In effetti, per due anni, ho servito messa nella chiesa collegiata dei santi Gervasio e Protasio. Esistono però anche chierichetti un po' tocchi, e il rovello rimaneva. Avrei potuto sottopormi a un test per stabilire il quoziente di intelligenza, come chi setaccia il proprio DNA per scongiurare malattie ereditarie. Con il nome che mi ritrovo, concludevo, meglio non rischiare.

Quando i Guido chierichetti fanno carriera diventano sacrestani, mentre per i Guido scemi del villaggio la scalata sociale si realizza tra i venditori di assicurazioni e i laureati al Dams. Sennonché, i laureati al Dams contemplano scemi con qualsiasi appellativo, maschi e femmine senza distinzione. Dunque non fanno testo.

Per una curiosa coincidenza, uno dei miei migliori amici si chiama Guido, ed entrambi – nomen omen – finimmo con l'acquistare una Vespa. Forse allo scopo di risparmiare sulla miscela, capitava che montassimo su un solo mezzo per raggiungere qualche discoteca fuorimano; di solito si trattava del mio PX, più comodo della sua ET3. La probabilità di trovare due Guido sulla stessa lunga sella della Vespa, ho calcolato, è dello 0,002%, e cioè una possibilità su 50.000 coppie di motociclisti.

Va detto che anche lui ha indossato il sottanone nero a cui sovrapporre la mozzetta bianca ricamata (più tardi, il sottanone diventò rosso vermiglio; un tocco di colore in pieno spirito post conciliare), ma l’ha scampata dal diventare scemo del villaggio. Il mio amico Guido di lavoro fa il rappresentante di vini, e così ha occasione di dare passaggi agli autostoppisti; una pratica sempre meno diffusa dopo il Covid, ma qualcuno si trova ancora.

Quando la persona che sale a bordo inizia a fare discorsi strampalati o, diciamo pure, dà chiari segni di instabilità mentale, abbassa il volume della canzone di Paolo Conte che sta ascoltando e si presenta: “Dimenticavo, io mi chiamo Guido, piacere. Per caso è anche il tuo nome?”

"Come fai a saperlo?!"

A quel punto mi manda un WhatsApp: “Ne ho caricato un altro.”

“Un altro Guido?” rispondo io fingendo di cadere dal pero.

“Sì, un cretino meraviglioso: va assolutamente aggiunto alla lista.”

Spero solo che accosti e non digiti al volante di una di quelle auto che hanno i rappresentanti di commercio, piene di cataloghi, mentine, mutande di ricambio e cartoni di flûte da omaggiare ai clienti migliori. Peccato che i sacrestani facciano raramente l’autostop.

mercoledì 2 settembre 2026

Carpiato (mi ricordo 86)

 


Mi ricordo che eravamo andati in campeggio sul lago di Monate. Un luogo un po’ strano per trascorrere le vacanze estive, di solito andavamo al Sud. Lunghi viaggi su una 128 Rally rossa, il gancio per la roulotte appariva incongruo, quasi offensivo su un'auto sportiva, come il foruncolo spuntato sul sedere della modella. Ci fermavamo a dormire nelle piazzole dei distributori di benzina, ai camionisti offrivamo bottiglie di Levissima e loro ricambiavano con sigarette bulgare; peccato che nessuno di noi fumasse. Il mio lavoro consisteva nell’abbassare i piedini di stazionamento, controllando che la roulotte fosse in bolla. Altrimenti il frigorifero non funzionava.

Quell’estate però a mio padre era venuta voglia di lago: “Così possiamo provare la canoa”, aveva detto. Ne riconosco a posteriori la geometria del pensiero: le cose, per lui, andavano fatte con cautela progressiva, chissà mai che al mare un’onda non riesca a ribaltare la canoa appena acquistata. Se fosse stato consentito, avrebbe iniziato col pagaiare dentro una piscina al coperto.

Quando mi scappava e dovevo correre ai bagni per non farmela addosso – una volta è anche successo, ma preferisco non parlarne –, incontravo solo olandesi e tedeschi. Era bello starli a guardare mentre si lavavano i denti, un gesto meticoloso che veniva replicato a qualsiasi ora, del giorno e della notte; poi si passavano il filo interdentale. Non credo che i tedeschi e gli olandesi facessero la cacca. Non ai bagni del campeggio, almeno. Magari la facevano dentro il lago.

Era piccolino come lago, poco più dell’invaso di una diga; poco meno dell’ansa di uno di quei fiumi sudamericani che scorrono pigri. Vicino alla spiaggia c’era una piattaforma galleggiante, sulla superficie in legno era stato montato un trampolino, sarà stato alto un metro e mezzo. Io raggiungevo la piattaforma a nuoto, salivo i pioli della scaletta e poi iniziavo a tuffarmi. Il tuffo ad angelo era quello che mi veniva meglio, ma, al termine della vacanza, ero riuscito a eseguire anche la posizione carpiata. L’unico timore era di imbattermi nella cacca di qualche olandese o tedesco.

La mattina andavamo a fare la spesa a Travedona. Mio padre si guardava in giro come se fosse alla ricerca di qualcosa. Di fronte a una palazzina degli anni Venti, un giorno, si fermò, e alzò la testa. Sulla fascia marcapiano compariva un'insegna. Prima doveva essere stata di un bel blu di prussia, ora i caratteri bourbon che componevano la scritta formaggi, accompagnata a un cognome dalla sillaba finale inequivocabilmente lombarda, si erano stinti, e si confondevano al grigio della parete come l'azzurro degli occhi dei vecchi. “Ecco, è qui”, disse mio padre. Poi entrammo per prendere delle mozzarelle.

Al bancone stava un uomo che poteva avere grosso modo l’età di mio padre, poco più di quarant’anni. I capelli erano diradati ma l’aspetto ancora giovanile, le braccia forti su un corpo magro, scattante: lo immaginavo balzare sulla bicicletta e farsi il giro del lago un paio di volte. Poi andare al bar, la domenica pomeriggio, e giocare a bigliardo fino a tarda sera. Quando comunicavano i risultati delle partite di calcio alla radio, controllare la schedina.

L’uomo mise le mozzarelle in un sacchetto trasparente e, dopo averle pesate, aggiunse un po’ di liquido di governo. “Qualcos’altro?” chiese. “No, è tutto”, rispose mio padre. Pagammo e uscimmo da una porta a vetri su cui compariva lo stesso cognome lombardo.

“Perché non gli hai detto niente?”disse mia madre una volta in strada. “Non so” fece mio padre aprendo leggermente le braccia. “Ma...” “Ti sei ricordata di mettere il telo sulla canoa?” la interruppe mio padre, e continuammo a passeggiare per i vicoli in pietra rizzata di Travedona.

Sotto la veranda della roulotte, mangiando le mozzarelle che erano buonissime, glielo chiese di nuovo a cena: “Perché non gli hai detto niente?” Questa volta mio padre farfugliò qualcosa: “È passato tanto tempo… figurati se si ricordava.” “Ma eravate compagni di banco” lo incalzò la mamma, “ti ha anche difeso quando uno ha messo in giro la voce che eri figlio di un fascista.”

In effetti mio nonno aveva aderito alla Repubblica Sociale, con il ruolo di capitano istruttore della Folgore. Dario Fo era tra gli arditi del suo battaglione, il Battaglione Azzurro, ma credo che avrebbe fatto come mio padre con l'amico di un tempo, fingendo di non conoscerlo se si fossero incontrati negli anni successivi. A guerra terminata mia nonna era tornata a Milano da Travedona, dove era sfollata insieme ai figli ancora piccoli. Mia zia non aveva ancora tre anni, mio padre invece otto, dieci durante il viaggio di ritorno sulla carrozza di un treno locale, dove non c'era nemmeno la toilette per cacare. Forse cacavano nel lago anche loro.

Andammo ancora un paio di volte nel negozio di formaggi del compagno di banco di mio padre, sempre in stretto anonimato. Poi la vacanza si concluse. Con il girabacchino rialzai i piedini della roulotte, pensavo chi se ne frega se il frigorifero non è in bolla, ormai non c’era dentro più niente, avevamo mangiato tutte le mozzarelle. L’unica cosa che avevo trattenuto era l'esecuzione del tuffo carpiato, la faccia doveva stare quasi incollata agli stinchi. Ma sapendo che, faccia e stinchi, non si sarebbero dovuti incontrare mai, potevano solo sfiorarsi. Ogni parte del corpo ha il suo destino.

domenica 30 agosto 2026

Dietro lo specchio (mi ricordo 85)

 

Mi ricordo che stavo guardando un servizio sportivo in televisione. A parte i tuffi e il pugilato, di solito non guardo i servizi sportivi in televisione, ma quel giorno stavo guardando un servizio sportivo in televisione, quando mia madre entrò in soggiorno per telefonare a sua cugina. Buttò un occhio distratto allo schermo, e poi disse quasi tra sé: “Mi piacerebbe un fidanzato così.” Aggiungendo, dopo una pausa: "Una volta, mi sarebbe piaciuto."

Stavano intervistando il portiere della Juventus, all’epoca si trattava di Angelo Peruzzi. Un giovanottone massiccio, con la mascella squadrata, da duro, ma lo sguardo mite. Un'impressione confermata dal tono sommesso con cui rispondeva alle domande, la cadenza era quella rustica della Tuscia: “Quando il Mister chiama bisogna farsi trovare pronti”, affermò a un certo punto con convinzione. L'intervistatore concluse che era una persona con i piedi per terra.

Peruzzi non assomigliava per nulla a mio padre, al bar ero stato il primo ad avere genitori separati. Mi immaginai mia madre, era giovane e bella, i piedi nudi si muovevano rapidi sull'erba, come se stesse giocando a ceppo. Indossava un abito di cotone blu genziana a pois bianchi, ricordavano i fori lasciati dalle pallottole. Peruzzi passava a prenderla con una Range Rover P38A. Per chiamarla suonava il clacson ripetutamente, le finestre cominciavano ad aprirsi – prima una, poi era tutto un dischiudersi – nel condominio di via Parolo 10. “Ma quello è Peruzzi!” gridava qualcuno. “Massì, è proprio Peruzzi” facevano eco dal davanzale di sopra. “Ci fai un autografo?”

Mi immaginai di essere il figlio di Peruzzi, anche io avevo la mascella squadrata e la faccia da duro, gli occhi da buono mentre dicevo: "Bisogna farsi trovare pronti... il Mister chiama... pronti, pronti..." Mi immaginai con i piedi per terra, la terra cresceva o forse erano i piedi a sprofondare, rientravo nel ventre di mia madre ma non c'era spazio, un altro bambino aveva preso il mio posto. Occupato stava scritto, quando succede sul treno si cerca un'altra toilette.

Mi immaginai infine di essere riuscito a segnare un gol, avevo calciato con tutta la mia forza, malgrado le stringhe slacciate la palla si era infilata all'angolino tra palo e traversa. Peruzzi aveva provato a parare, senza riuscirci. Correvo da mia madre per festeggiare la prodezza, nel frattempo lei aveva preso l'aspetto di Nastassja Kinski, le labbra cariche di rossetto scarlet, troppo rossetto. “Ancora tu” mi sussurrava, "cosa vuoi da me: perché continui a cercarmi?" Le parole provenivano da dietro uno specchio che ci separava, io la potevo vedere ma lei no, come Harry Dean Stanton in Paris, Texas.

martedì 25 agosto 2026

Il seme dell'uomo (mi ricordo 84)

 


Mi ricordo che per masturbarci andavamo nella cantina di Daniele, oppure nella mia soffitta. La cantina di Daniele però era meglio: non solo era più spaziosa, ma erano presenti vecchie riviste a cui i genitori erano abbonati. Lì potevamo trovare immagini adatte allo scopo. Ad esempio le pubblicità dell'intimo femminile – sotto il tessuto semitrasparente degli slip si intravedevano peli irsuti, e i capezzoli rosa occhieggiavano da reggiseni in pizzo –, o in alternativa le copertine dell’Espresso, dove le magagne della Democrazia Cristiana venivano introdotte da ragazze a seno scoperto. Una flagranza che conteneva qualcosa di eccessivo, lo stesso effetto di saturazione che avrebbe prodotto la moda del topless. Meglio tornare al vedo non vedo.

Sfogliavamo assieme quel bendidio alla ricerca delle fotografie che sarebbero servite da rampa di lancio. Quando intravedevamo qualcosa di ghiotto strappavamo la pagina, per poi impilarle come fanno gli Inuit con le pelli di foca, in previdente attesa dell’inverno. Dopo però ci separavamo, per raggiungere angoli distanti del locale. Non ci era del tutto chiara la ragione, in fondo già avevamo visto i genitali dell’altro; Daniele l’aveva di un'unghia più lungo del mio, e non mancava di farmelo notare. Ma masturbarci assieme ci procurava imbarazzo. Meglio ritrovarsi a operazione conclusa, per stabilire se quel poco che fuoriusciva era già da considerarsi il seme dell'uomo, oppure un’acquetta schiumosa ancora da bambini. “Macché, non è sburra” dicevo a Daniele, che mi mostrava orgoglioso un paio di goccioline scintillare sui polpastrelli. Cercava sempre di fare il furbo.

Un pomeriggio di fine novembre, frugando tra le riviste, ne apparve una dove non c’erano le ragazze a seno scoperto, ma in copertina una foto in bianco e nero di Pasolini. Proseguendo nelle pagine interne, arrivai a un servizio in cui il corpo del poeta veniva esibito dopo quel brutto fatto di cui aveva parlato la tivù. Si trattava di foto livide piene di terra e sangue, la sagoma magra giaceva prona con il volto sul campetto dell’Idroscalo di Ostia; se si può chiamare campetto delle travi scrostate, senza rete: sembravano crocefissi orizzontali in un niente di polvere e sterpaglia. In altri scatti lo si vedeva ripulito all'obitorio, la carnagione esangue su cui si stagliavano i lividi delle percosse, i capelli erano stati pettinati. “Guarda qui” dissi a Daniele, che aveva appena scovato un’immagine in costume di Ursula Andress.

Il nome di Pasolini compariva spesso nelle conversazioni dei grandi, durante le ore di dottrina ne replicavamo le sillabe a voce bassa, quasi fosse un animale esotico, pericoloso, i preti non dovevano sentire. Ma non avevamo mai visto le immagini di un uomo morto. L’eccitazione era svanita, eppure qualcosa ci avvinceva più di Ursula Andress in costume. Non so quanto durò quel momento: non parlavamo, non prestavamo attenzione alla musica che proveniva dal piano di sopra; come al solito, il fratello di Daniele stava ascoltando i Jethro Tull a tutto volume. Guardavamo soltanto. Poi Daniele disse: “Andiamo a fare merenda?” e lasciammo la cantina senza esserci masturbati. Dopo uno o due mesi arrivò finalmente il seme dell'uomo.

venerdì 21 agosto 2026

La camicia del Campione – mi ricordo 83

 


Mi ricordo che stavo prendendo il sole sul balcone con una t-shirt dei Los Angeles Lakers, la scritta gialla spiccava sopra il viola dello sfondo. Sulla terrazza di un'abitazione vicina vidi uscire due giovani. Uno era molto alto, robusto e con il cranio rasato. L’altro, più minuto, compensava in capigliatura; tra le ciocche bionde scintillavano i Ray-Ban a specchio. Si sedettero a un tavolo da giardino con un paio di birre da sorseggiare dalla bottiglia, e iniziarono a conversare. La distanza mi impediva di udire cosa dicessero.

Quello alto lo conoscevo, anche se non bene come avrei voluto; d’altronde aveva cinque anni più di me, già poteva guidare l’automobile. Prima capitava spesso di scorgerlo sulla terrazza dove abitava con i genitori, ma da un paio d'anni si era trasferito in una piccola città lombarda, nota per i mobili e per la sua squadra di pallacanestro. Qui aveva superato un provino e in seguito era entrato nella rosa dei titolari. Da quel giorno, tra noi delle giovanili della Sondrio Sportiva, iniziammo a chiamarlo il Campione.

Solo dal mio appartamento, al quarto piano, potevo guardare il Campione dall’alto in basso. Di solito era il contrario, ma non tanto per via della statura: in fondo si trattava di una manciata di centimetri, una spanna al massimo. Giocare in una squadra di serie A, immaginavo prima di addormentarmi, chiamare palla a Marzorati, per poi schiacciarla nel canestro in cui la retina l'avrebbe trattenuta, giusto un attimo prima di riconsegnarla al mondo che le aveva fatto da modello. C'era da essere orgogliosi a provenire dalla stessa via, a separarci solamente l’officina del meccanico Benito.

A un certo punto il Campione si alzò ed entrò nell’appartamento. Al ritorno teneva in pugno una camicia rosa con dei volant in corrispondenza dei bottoni, sembrava appena uscita dall'armadio di Boy George. La passò al biondino che, per afferrarla, dovette ritrarre la mano dalla lunga chioma lisciata con lenta dedizione, e poi protenderla in uno scambio che possedeva qualcosa di furtivo, ricordava i foglietti scambiati sottobanco durante il compito di matematica. Il sottotesto pareva essere: fidati, è la soluzione giusta al problema.

Non ho mai saputo se si trattasse di un dono o della restituzione di un prestito, all'epoca si usava prestarsi i vestiti tra amici. Se ripenso a quel periodo, gli occhi si socchiudono e le immagini si sovrappongono alla maniera di un videoclip; un istantaneo gioco della torre viene subito in soccorso, e alla fine ne rimane una soltanto. È il Campione che porge sorridendo la sua camicia rosa, nel teatro della mente la sta porgendo a me, dai, prendila... e levati quella maglietta da bambino!

Riapro gli occhi e mi sembra di avere trovato anch'io la soluzione. Gli anni Ottanta, un decennio di addizioni e moltiplicazioni, le parentesi tonde si spalancavano su pagine di ospitale candore, seguivano quadre e graffe, qualcuno poi le avrebbe richiuse, al momento non interessava. Ma pochissime le sottrazioni, tantomeno divisioni.

martedì 28 luglio 2026

Ping pong - mi ricordo 81

Mi ricordo che all’inaugurazione del Centro Sportivo apparve anche un tavolo da ping pong, non bisognava pagare per giocarci. Posizionato all’esterno, accanto all’ingresso della piscina, era in cemento tinteggiato di verde; non il materiale ideale per i rimbalzi, ma meglio di niente. Peccato che mancasse la rete.

I ragazzi, un po’ più grandi di me, cominciarono a sedersi sopra, e si creò una compagnia: la compagnia del ping pong, la chiamavano. A nessuno era però venuto in mente di acquistare una rete, e allora decisi di farlo io. Andai da Prandi, un negozio di articoli sportivi ben fornito, e insieme a due racchette e tre palline presi una rete da ping pong, con relativi morsetti per fissarla. Avevo speso tutto il denaro ricevuto dai nonni per Natale.

Quando mi presentai al tavolo con una sporta di tela colma degli acquisti da Prandi, le ragazze non si accorsero della mia presenza e i ragazzi mi guardarono strano – che vuole questo? Il culo ben piantato sul cemento su cui avevano iniziato a comparire delle scritte. Poi capirono che potevano divertirsi, e, montata la rete, iniziarono a giocare tra di loro. Chi arriva per primo al ventuno incontra lo sfidante, e io aspettavo il mio turno, che non arrivava mai.

Utilizzavano le mie racchette, le mie palline giallo fosforescente, tutto era mio tranne il tavolo. Mancavo solo io. A me comunque andava bene lo stesso, nel guardarli schiacciare, difendere, imprimere l’effetto alla pallina nel compiere la battuta, mi sembrava di ricevere un riflesso, se non proprio la luce abbagliante, di quel mondo adulto, dove già si fumavano Muratti. Non si ricordavano il mio nome ma pazienza, io ero quello della rete per il ping pong.

Andò avanti a questo modo per un po’, fino a quando mi venne concesso di partecipare, e potevo finalmente dire di essere parte (un membro a tutti gli effetti) della compagnia del ping pong. Solo che i ragazzi grandi si stufarono presto, e si trasferirono, con i loro motorini e le loro ragazze, a poche decine di metri, sul muretto che dà su via Parolo. La compagnia prese così a chiamarsi compagnia del muretto, all’epoca se ne poteva contare una in ogni quartiere. Io però ne ero di nuovo escluso.

Rimaneva il tavolo da ping pong a mia completa disposizione, e così mi presentavo tutti i pomeriggi di maggio – alle due e mezza montavo la rete e alle cinque la smontavo per andare a fare merenda, per fortuna abitavo a due passi – nella speranza che qualcuno si fermasse e mi facesse da avversario. Invece di una Muratti, nell’attesa mi rigiravo in bocca un Chupa Chups. Avevo appreso la lenta gestualità da Telly Savalas nel ruolo del tenente Kojak.

Alla fine arrivò, su uno skateboard di legno sbrecciato, un ragazzetto della mia età, i capelli neri crespi e le spalle larghe. Mi chiamo Fabio disse, e iniziammo a giocare. Il tavolo da ping pong adesso non c’è più (immagino una sfera di acciaio forgiato che ne sgretola il cemento, lo abbatte come un birillo sulla pista da bowling), mentre mi dicono che Fabio ora vive a Livorno, ha due figli e una moglie pianista, forse anche un cane un gatto o un criceto. Che ne so. Ma per i cinque anni successivi è stato il mio miglior amico.

lunedì 27 luglio 2026

La grazia

In questi giorni sul web si trovano foto e commenti su un vecchio film di Éric Rohmer. Probabile sia stato trasmesso di recente in televisione, ma mi piace pensare a una coincidenza un po’ magica, di quelle che Jung chiamava sincronicità. E nella magia che si sta facendo spazio nella mia testa compare una sequenza: non è inclusa nel Raggio verde, è questo il titolo del film, eppure ne fa inscindibile parte. Nel suo girovagare senza meta, Delphine, la protagonista, si ferma nei pressi di un baretto. I tavolini di plastica bianca lambiscono la spiaggia di Biarritz, più dietro è presente un juke-box. Da lì provengono le note di una canzone, la ragazza si avvicina con andatura esistante, è l'ennesima digressione di un percorso senza meta. La voce del cantante è un po’ strascicata, il testo è in italiano e non capisce. Ma ne è attratta. Chiede così a un uomo che sta leggendo se può tradurre, ha intuito che è in grado di farlo dal titolo del libro, deve essere italiano anche lui, per quanto il suo aspetto le ricorda un attore francese un po’ imbronciato; forse perché è stato escluso dal film, se non per quella particina minore. L’uomo sono io, e le spiego che appartiene a Vinicio Capossela. “It’s a song wich comes from the future”, aggiungo. Delphine mi guarda perplessa. Oh cavolo, ho sbagliato lingua! Rohmer sta per fermare tutto ma alla fine continua a girare; ha sempre amato le improvvisazioni, mentre io ridico la battuta in francese e, già che ci sono e per caratterizzare il personaggio, nella lingua del libro che stavo fingendo di leggere. “Viene dal futuro.” “Oui, mais que dit-il, que dit-il?” mi incalza Delphine. Rispondo: “Partout, protèges la grâce de mon cœur. Partout protèges la grâce de ton cœur.”

martedì 30 giugno 2026

Fiordifragola – mi ricordo 80

Mi ricordo che aveva la carnagione chiarissima. Forse per questo non scendeva mai il sentiero abbarbicato tra il mirto e il lentisco, per raggiungere, un po’ contratti a causa delle infradito, la Cala degli Infreschi a Marina di Camerota. Restava tutto il tempo nei paraggi della roulotte dove andavo per chiamare il fratello più giovane, poi proseguivamo verso il bar del campeggio che ospitava un tavolo da ping pong. Dopo pranzo eravamo certi di trovarlo libero.

Perdere non è divertente – e per quanto mi impegnassi, perdevo sempre – ma nemmeno vincere facile. Se aggiungiamo il sole infuocato sopra la tettoia in canne di fiume, chi ce lo faceva fare? Alla fine riuscimmo a compensare la sua netta superiorità, e tornò la voglia di sfidarci. Iniziavamo la partita con sette punti al mio attivo, una cifra a cui eravamo arrivati per tentativi, nel golf lo chiamano handicap.

Con l’handicap, finalmente, un po’ vincevo io, un po’ vinceva lui. In palio c’era un Fiordifragola Algida: a chi per primo raggiungeva il ventuno veniva pagato dall’altro. Al rientro, il fratello maggiore stava disteso su un’amaca fissata a due pini d’Aleppo; la posizione era quella in cui l’avevamo lasciato, lo stesso dinamismo di un soprammobile di porcellana. Ogni volta sembrava più bianco della precedente.

Dalle tende vicine si udivano coppie avviarsi ai bagni per lavare i piatti, oppure litigare, fare pace, scopare e discutere se Aldo Moro avrebbe potuto essere salvato. Cambiava l’oggetto, ma non il tono di voce simile a quello delle suore di un convento. Solo dopo le quattro si poteva riprendere a fare casino.

Quando non dormicchiava, il fratello del mio nuovo amico leggeva, soprattutto fumetti di fantascienza, e alla nostra vista faceva un grugnito, credo fosse un saluto. Da lì si avviavano delle brevi conversazioni; lui non era di molte parole, e aveva l’accento dei film sul Terzo Reich. Tutta la famiglia proveniva da Bolzano, e i genitori, mai incontrati, come gli adulti nelle strisce dei Peanuts, trascorrevano le giornate a giocare a badminton in spiaggia.

Una volta mi confidò che era l’autore della canzone Pezzi di vetro di De Gregori, da lui chiamato col solo nome di battesimo: “L’ho passata a Francesco”, disse senza alzare la testa dal suo fumetto. L’ho passata. Mi era rimasto impresso il verbo, che mi faceva pensare a Nando Martellini nel commentare un passaggio smarcante di Antognoni. Ovviamente era una panzana, ma io ci avevo creduto.

Tornato a Sondrio raccontavo di avere conosciuto uno che passava le canzoni a Francesco; no, non Guccini: De Gregori, anche io avevo iniziato a chiamarlo con il solo nome di battesimo. I miei compagni di scuola alzavano le spalle e finiva lì, dove potrebbe restare. Un ammasso disciolto di tempo a cui è impossibile restituire forma. Come quella volta che, per guardare nel cielo una mongolfiera, dimenticammo il Fiordifragola sul tavolo da ping pong.

Invece mi si ripresenta in forma interrogativa: perché proprio Pezzi di vetro? Avrebbe potuto dirmi di avere composto Generale, oppure Rimmel, Buonanotte Fiorellino… Quando racconti palle, intendo, sparale grosse. Tanta finzione, tanta gloria. E invece Pezzi di vetro, che è una bella canzone ma tra le meno celebri del cantautore romano.

Solamente ora ho compreso e rivalutato la sua scelta. Porre dei limiti all’imbroglio mi sembra una cosa saggia, un residuo di realismo nell’irrealtà, di misura nello smisurato. Fa pensare a dei ladri che ti svaligiano la casa, ma ti lasciano in soggiorno il loro vecchio divano.

venerdì 19 giugno 2026

La fine del mondo – mi ricordo 79

Mi ricordo che il telegiornale parlava di una cometa, e – diceva sempre il telegiornale – questa cometa avrebbe causato la fine del mondo.

Nel pronunciare la seconda parte della frase il conduttore sogghignava, aggiungendo che era solo la convinzione di una setta americana. Seguiva un servizio in cui venivano mostrati i membri della setta.

L’abbigliamento e la chioma a me ricordavano quelli di Peter Fonda e Dennis Hopper in Easy Rider, l’unica differenza consisteva in una collana di legno con un medaglione appeso; vi era impresso il volto di un uomo con la barba, gli occhi sottili come i miopi che non vogliono mettere gli occhiali. Inoltre, al posto delle Harley-Davidson, montavano delle biciclette di tipo Graziella.

“In che modo vi preparate alla fine del mondo?
” chiese una voce fuori campo. Lo facevano scopando come ricci; particolare che veniva solo fatto intuire, la chiave interpretativa stava di nuovo nel tono ilare del servizio.

A me tutta questa ridarella non convinceva tanto… E se fosse vero?

Ne parlai con Savinetti e Franchi, e decidemmo che il giorno successivo, in cui era prevista la fine del mondo, non saremmo andati a scuola, o come dicevano i più grandi avremmo bigiato. Era la prima volta che lo facevamo.

Il piano era questo: prendiamo delle lattine di Peroni, un pacchetto di Marlboro e andiamo al fiume; lì vediamo che succede. Era stato indicato perfino un orario per la fine del mondo: le 11.30 ora italiana, avevamo tutto il tempo per sperimentare quel po’ di vita da cui la scuola ci separava.

Savinetti portò anche un mangiadischi con all’interno il 45 giri di Born to Be Alive (“È di mia sorella” disse alzando le spalle, quasi a volersi scusare) e della marijuana coltivata, sempre dalla sorella, nell’orto di famiglia. Nessuno di noi era però capace di rollare una canna.

Ci accanimmo così su birre e sigarette e canzone di Patrick Hernandez, di cui ripetevamo il ritornello a squarciagola: “I was born, born, born… born to be alive!” Intanto la cometa si stava avvicinando.

Se questa avesse effettivamente causato la fine del mondo – il nostro ragionamento – il giorno dopo non avremmo avuto bisogno di portare una giustificazione, mentre se non fosse successo nulla… beh, una soluzione si sarebbe trovata: era quel che si dice il male minore.

Il fatto che ne stia scrivendo testimonia la realizzazione della seconda ipotesi, e la soluzione, che poi diventò la prassi, fu quella di contraffare la firma di uno dei genitori. Il professore di chimica la guardò distrattamente, e poi disse: “Va bene.” Ma non sapeva che il vero bene era averla scampata grossa. 

lunedì 15 giugno 2026

Le auto e la vita – mi ricordo 78


Mi ricordo mio padre che gioca a minigolf con lo zio Michele; io l’ho sempre chiamato zio, ma in effetti era il marito della cugina di mia madre. Dopo avere venduto la sua quota di un campeggio all’Isola d’Elba, Michele gestiva un minigolf a Lacona.

Al termine delle diciotto buche si versarono un limoncello; li udivo parlare di automobili. Michele ha sempre avuto il gusto dell’iperbole, a sconfinare nella balla clamorosa, e sosteneva di avere posseduto più di cinquanta auto. Mio padre gli rispose: “Questa Lancia Dedra sarà la penultima. Magari ce ne sarà un’altra, due auto ancora. Non credo di più.”

Un modo di ragionare prospettico, non retrospettivo come anche io ero portato a fare – che cavolo di risposta è: avrò ancora due automobili? Dopo una certa età vale la cautela prescritta ai bambini, mai sporgersi troppo dal finestrino; meglio trattenere lo sguardo sulla prossima buca, sorseggiare piano il limoncello.

E infatti ottenne il risultato di fare calare il silenzio. Si udivano, in lontananza, le note di Baby One More Time di Britney Spears, mescolate al ronzio di un apparecchio scaccia zanzare. Era già settembre inoltrato e nessun cliente era presente al minigolf.

“Ma no, Francesco”, ribatté Michele dopo qualche secondo a rigirarsi il liquido giallino nel bicchiere, “vedrai che ci saranno ancora un mucchio di macchine. Non abbiamo nemmeno sessantacinque anni.” Parlava al plurale perché erano coscritti, entrambi nati nel 1935. L’anno in cui viene inventato il gioco del Monopoli e l’Italia invade l’Etiopia.

Michele è morto una decina di anni fa, mentre mio padre, a novant’anni, ha appena rinnovato la patente. Come previsto, da quella sera ha avuto altre due automobili, e la seconda è l’Opel Karl che porta a lavare dopo ogni perturbazione, verosimilmente l’ultima; mi ha anticipato che intende cedermela, come ha già fatto con una Seat Ibiza. Poi basta auto. Poi basta.

E io quante automobili ho avuto – così a occhio una dozzina, magari quindici, non poche – e quante me ne rimangono? In fondo ho quasi l’età di mio padre quando giocò a minigolf con lo zio Michele… Quante auto vanno a comporre una vita?

lunedì 13 ottobre 2025

Luna (mi ricordo 55)

Mi ricordo che avevo il mal di gola, e il mal di gola mi aveva fatto venire la febbre alta, e con la febbre alta le lenzuola si appiccicavano al corpo rilasciando un vago sentore di lavanda. Il letto, troppo grande, stava in un appartamento preso in affitto a Rimini, lo chiamavamo l’appartamento del colonnello perché apparteneva a un colonnello in pensione. Mi pare di vederlo mentre cammina impettito sul lungo mare di Rivazzurra, imprimendo ai piedi il passo marziale di una vita. Ha solo sostituito le scarpe nere con dei sandali da scoglio in lattice opalescente, dai quali risaltano le calze azzurre; lo si capisce bene che sono azzurre perché indossa dei bermuda kaki. Impugna un guinzaglio, al capo opposto trotterella un barboncino di nome Spartaco, ma ci tiene a precisare che non è suo: È di mia moglie dice quando si ferma a parlare con qualcuno, cosa che fa spesso. I baffi del colonnello sono sottili, il resto del volto è ben rasato, a destra i capelli sono più lunghi così da consentire il riporto che prosegue in una treccia fulva con ampio fiocco finale – un colonnello con la treccia fulva?! Ho il sospetto che sia uno di quei trucchi che fa la memoria dei bambini, in realtà temo di non avere mai incontrato il colonnello, né il barboncino della moglie che, ammesso sia mai esistito, avrà avuto un nome diverso; forse Fufi o Maicbongiorno, che ne so. Quanto alla treccia, devo averla presa in prestito da Pippi Calzelunghe. Eppure, nel piccolo televisore in bianco e nero presente nella stanza accanto, potrei giurare di avere visto non soltanto Carosello e il Paese di Giocagiò, ma, proprio quella sera, una figura infagottata dentro una tuta bianca con casco e tubicini – un coso lo chiamo, il papà mi corregge: Si chiama astronauta. L’astr... ci provo ma inciampo in tutte quelle consonanti, meglio tornare a coso, il coso sporge la gamba da una scaletta, e io penso come si muove piano, sembra il parrucchiere quando taglia le basette. Poi prosegue e dice una frase, secondo me se l'era scritta prima: "One small step for a man, one giant leap for mankind." Un bambino di tre anni, sempre vissuto a Sondrio, che comprende l'inglese? A giudicare dall'espressione non hanno capito nulla neppure lo zio e il papà, ma anche loro si erano preparati da prima una bottiglia di Cinzano, e brindano a qualcosa che continuo a non capire. Al mattino la febbre è passata e mi portano in spiaggia, si trova a un centinaio di metri e così non c'è bisogno del passeggino. Da un juke-box lontano provengono le note di Lisa dagli occhi blu. Un tedesco, intento a spalmarsi la crema solare, si sovrappone alla voce di Mario Tessuto, anticipando di vent'anni il karaoke: Liza tagli okki blu canta con discutibile intonazione, sentza treze dort stezza non zei più. Pronuncia blu e più al nostro stesso modo, il resto è diverso e buffo e mi mette allegria. Lo zio cerca di frantumare con il cucchiaino di plastica una granita al limone, il papà è andato a gonfiare il canotto e la mamma mi ha consegnato paletta e secchiello – le formine me le dà dopo se faccio il bravo, e cioè se non mi piscio addosso – prima di cominciare a fare le parole crociate con lo sguardo velato da enormi occhiali da sole, sono uguali a quelli della zia. Ma la zia dov’è? Probabilmente a gonfiare il canotto anche lei, fa un po' per uno con il fratello nel pigiare un mantice di gomma, oppure è a trattare l'acquisto di una maschera africana, se spunta il prezzo ci riprova con un tappeto a losanghe. E i miei cugini? Perché non compaiano dentro il cono d’ombra dell’ombrellone a spicchi variopinti, perché nessuno gioca a paletta e secchiello insieme a me? E poi non mi sono pisciato addosso e ho diritto alle formine. Questo ricordo ha troppi pezzi che non collimano, perfino l'uomo che strilla Coccobello, nella sacca termica a tracolla, trasporta pelli di foca e catene da neve. Devo concludere che è nuovamente inventato. Di quel luglio del 1969 che scivola nell'agosto delle prime vere ferie di massa, le grandi fabbriche del Nord chiudono e al Sud comincia la raccolta dei pomodori, ricordo con certezza solo il mal di gola e i sogni febbrili, nei quali l'impronta di Neil Armstrong sulla luna si è trasformata nell’immaginazione della luna: realtà e fantasia sono agli esordi confuse, fino a quando non sopraggiunge la lama che spacca l'anguria con nettezza, e a ogni nuova fetta il mondo si fa più piccolo e definito. Nulla sì sa, tutto si immagina sosteneva Fellini, che da giovane sfiorava il colonnello facendo le vasche su Corso Augusto. Ma non è pappa di sogno l’ingresso del bagno Tiki 26, dove accanto ai palmizi era presente un elefantino in fiberglass, le enormi orecchie pendule lo rendevano simile a Dumbo. Bastava inserire una moneta, montarci sopra e lui cominciava a dondolare dolcemente. Sembrava di stare sulla luna.

sabato 11 ottobre 2025

Pozzi (mi ricordo 54)

Mi ricordo che al termine dell'allenamento veniva organizzata una partitella, cinque contro cinque come prevede il gioco del basket. A comporre le squadre erano due tra i giocatori più forti, di cui senza eccellere comunque facevo parte. Pari o dispari? E dopo il rituale bim bum bam il vincitore parlava per primo: Io scelgo Rigaldo, mettiamo, diceva. Io scelgo Boneschi ribatteva l'altro, io Romoli e così via... fino a che l’ultimo rimasto veniva accorpato a uno dei due gruppi, senza che nessuno l’avesse scelto. Di solito si trattava di Pozzi.

Era un ragazzino con i capelli alla Beatles prima maniera, probabilmente era la madre a eseguire il taglio, dopo avergli posato una scodella in testa. Operazione da cui usciva un paggetto senza alcun re da riverire, un soldatino privo di vera vocazione alla guerra e, a ben vedere, anche alla pallacanestro. Non che fosse basso, ma neppure alto: una via di mezzo pacificata con il suo morfotipo, più adatto al bigliardo o alla briscola chiamata; l’avrei visto altrettanto bene su un bob che sfreccia tra gelide pareti di ghiaccio, con la fretta di chi si senta attratto dal tepore dell'arrivo.

Non si capisce cosa ci facesse in quel gruppo di adolescenti che mirava al vertice del canestro, in cui a lui non c'era verso di far cacciare dentro il pallone. Eppure era simpaticissimo, aveva come si dice altre qualità, disconosciute nella feroce selezione per merito sportivo. Allora non badavamo a come potesse sentirsi: essere degli innominati – mai una voce a pronunciare il tuo nome –, dei resti quanto tutte le scelte sono già state compiute. Essere dei Pozzi.

Negli anni a seguire ci siamo un po’ persi di vista, l’ho incrociato una volta a un funerale, anche se la città è piccola il tempo spariglia. Ma ogni tanto mi capita ancora di pensarlo. Accade quando entro in un locale modaiolo, posso cogliere la geometria precaria degli sguardi femminili. Si muovono tra le pareti, o nei dehor, come il raggio delle torce nei film dove un detenuto è scappato di prigione; la Polizia lo sta cercando nel pieno della notte, la macchina da presa indugia sugli stivali che calpestano l’erba umida di guazza. Intanto i cani lupo abbaiano e trascinano la mano che impugna il guinzaglio.

Quando arriva al mio corpo quel raggio però passa oltre, o meglio mi trapassa, sono irrilevante in quanto irrilevabile. Lo sguardo delle giovani femmine continua così a saltabeccare nervoso, aristocratico: se io valgo paiono dirsi da sole – e questo è un dato acquisito, una premessa apodittica – mi arresterò solamente nello scorgere un oggetto maschile di pari valore. Nel trovarlo gli occhi si bloccano, lo puntano, lo scelgono. Io scelgo Rigaldo, ricordate, io Boneschi, io Romoli… Ecco, lo stesso.

Rimane sul parquet l’atleta più negletto, che in questo caso sono io. No, non c'è niente di bello nell'essere diventati dei Pozzi, trasparenti alla vita pulsante promesse; quel caricarsi l'uno con l'altro nel minuto di sospensione, prima di emettere un urlaccio avvinti nella forma intricata dello chignon. Ma esiste se non altro un beneficio. Puoi fuggire di prigione tutte le volte che vuoi, e al rientro dall'ora d'aria nessuno si accorge della tua assenza.

domenica 5 ottobre 2025

I Casoni (mi ricordo 53)

 

Mi ricordo di una trattoria nelle vicinanze di Pavia, ci andavo spesso negli anni dell’università. Si chiamava I Casoni, dalla località in cui si trovava; ma il nome rifletteva anche la struttura architettonica massiccia, avrebbe potuto fare da modello a un olio a impasto di Sironi. Come in quasi tutte le trattorie i tavoli erano ricoperti da tovaglie a quadri bianchi e rossi (su alcune si scorgeva l’alone porpora della Bonarda fuoriuscita dalle caraffe) e sul lato destro della sala spiccava un televisore a tubo catodico di media grandezza, che ho sempre trovato acceso. Il sabato sera era sintonizzato su Canale 5, nemmeno per una partita della Nazionale erano contemplate eccezioni: quello era il giorno in cui veniva trasmessa La Corrida di Corrado, un programma definito di dilettanti allo sbaraglio.

Non che nell’appartamento condiviso con altri studenti, al termine di Corso Garibaldi, mancasse il televisore, ma a me La Corrida piaceva guardarla ai Casoni. In qualsiasi altro luogo smetteva di piacermi. La vista veniva monopolizzata dal variare delle immagini sullo schermo, e così le mani, affidandosi ad antichi istinti predatori, avevano imparato a infilzare con la forchetta un boccone di bollito, intingerlo nella salsa verde e infine portarlo alla bocca. Un sabato invitai una ragazza conosciuta al corso di filosofia della storia, ci eravamo scambiati gli appunti e da cosa nasce cosa. Sospetto che non abbia gradito il fatto che, per tutta la durata della cena, non avessi fissato i suoi begli occhioni azzurri, ma i goffi tentativi di rimediare un applauso da parte dei concorrenti del programma, scambiando commenti con le persone sedute ai tavoli vicini. Fu l’unica volta che uscimmo assieme. Pazienza, si vede che non era la donna giusta.

Un errore che successivamente evitai di commettere, e ai Casoni presi ad andare alla spicciolata, naturalmente sempre e solo di sabato. In tal modo non venivo distratto da discorsi intellettuali sulla seconda navigazione di Platone, oppure sul desiderio mimetico in Shakespeare nell’interpretazione di René Girard; tutte cose interessanti, intendiamoci. Ma ogni esistenza vuole il suo carnevale, un ribaltamento in cui a essere interessante diventa l’uomo che intona l’inno di Mameli con rutti e altri gorgheggi esofagei – che sagoma! Peccato che il pubblico in studio l’avesse fischiato, mentre io e un rappresentante di depuratori industriali di Vicenza ne eravamo entusiasti.

Perché era questo che accadeva ai Casoni. Entravi per conto tuo, ti sedevi, e arrivava la padrona che faceva anche da cameriera e da cuoca e da killer di galline. “Cosa c’è di buono quest’oggi?” domandavo, come se entrambi non lo sapessimo già: alla fine avrei ordinato bollito misto e un quartino di Bonarda. Ma lei, un donnone robusto, in sintonia con il locale, mi reggeva il gioco. E insomma fin qui tutto normale. Quando iniziava La Corrida però accadeva qualcosa, brillava una scintilla, che ne so, e si levava puntuale il commento: “Cacciate via quell’incapace!” “Ma no, dai, non è così malaccio” ribatteva un geometra di Voghera. “Sì, se il tipo sa cantare allora io sono Alain Delon...” E partiva una conversazione di schietta orizzontalità, tutti i tavoli finivano con l’esserne coinvolti. Era la cosa più vicina al concetto di famiglia.

D’accordo, io una famiglia già ce l’avevo, stava a Sondrio. Un padre chiuso in un silenzio rancoroso che pensava solo ad andare in montagna la domenica, e una madre che saturava lo spazio sonoro per mezzo di interminabili conversazioni telefoniche con le cugine, oppure con la Titta che era l’amica di una vita. Cambiava solo la lingua: con la Titta parlava in italiano e con le cugine in dialetto valtellinese. In mezzo ci stavo io, e non c’è bisogno di spiegare perché il più delle volte rimanevo a Pavia anche nel fine settimana, mentre i miei compagni di università tornavano a casa. Se non altro qui c’erano I Casoni, dove della famiglia trovavo un lieto e buffo surrogato; quanto si era riso per la signora Giulia di Poggio Bustone, che aveva interpretato Teresina con accento sabino: “Di nome son chiamata Teresina, ho ventun anni e son molto carina...” 

Ai Casoni era presente un gatto bianco e nero, possedeva la stessa complessione della proprietaria. Se ti distraevi un attimo balzava sul tavolo, afferrava la coscia del pollo e poi correva a divorarla nel piazzale sterrato antistante, che faceva da parcheggio, dehor e aia in cui razzolavano ignare le galline; il cane meticcio avrebbe volentieri condiviso il furto, ma era legato alla catena. Sullo sfondo l’auto con due in camporella, a qualche chilometro indugiava il Ticino, sembrava immobile ma in realtà non potevi bagnarti due volte nelle stesse acque – poco altro ho trattenuto dei miei studi in filosofia –, mentre dietro le finestre delle villette dell’Oltrepò immaginavo le famiglie vere che, rischiarate dal lucore degli schermi televisivi, replicavano i nostri discorsi, oppure si odiavano in silenzio come facevano i miei genitori. Per fortuna, il gatto mi aveva lasciato la Bonarda.

giovedì 2 ottobre 2025

Black Jack, come back (mi ricordo 52)

 


Mi ricordo che a marzo ogni anno arrivavano le giostre, in leggero anticipo sulle rondini. Occupavano un prato spelacchiato di fronte all’abitazione dei miei nonni paterni, in via privata Moroni, una minuscola traversa di via Mazzini. Dal lato opposto della strada ora si trova il Tribunale di Sondrio, un palazzone in stile umbertino che fino al 1982 ancora ospitava l’Istituto Tecnico Commerciale De Simoni – in fondo, si tratta sempre di partita doppia: a ogni torto deve corrispondere una punizione proporzionata, per terminare in pari la contabilità.

Le giostre erano in effetti poca cosa, risolvendosi in autoscontro, calcinculo, tirassegno e pungiball meccanico, che ho scoperto chiamarsi pugnometro. A me piaceva soprattutto quest’ultimo. Era sempre presente una piccola folla disposta a semicerchio, all’interno del quale si creava una triangolazione di sguardi che non riusciva mai a trovare un punto d'equilibrio: le ragazze cercavano di individuare il maschio alfa, i miei occhi scorrevano sui corpi morbidi delle ragazze più grandi, mentre i maschi se ne fregavano sia di me che delle ragazze, fissando grintosi la sfera di cuoio da colpire con violenza, e, in seguito, compiaciuti i propri muscoli. Quindi riposizionavano il pacchetto di Marlboro nella spallina della t-shirt.

Un pomeriggio in cui stranamente nessuno era nei paraggi, provai anch’io a sferrare un bel pugno, ma come prevedibile non squillò la sirena riservata ai colpi che scuotevano il baracchino di metallo, e uscì la scritta una signorina farebbe di più. Le altre sentenze erano, a salire: sei un pappamolle; hai fatto ciao ciao al pallone; intellettuale; forse la prossima volta; una botta discreta; potresti fare il muratore; sei una forza della natura; che pugno da KO; forza Ercole; ti aspetta Cassius Clay. Sì, aspetta e spera pensavo… e mi facevo un giro in autoscontro.

Non so se fosse un caso, ma tutte le volte che mi avvicinavo all’autoscontro venivo avvolto dalle note di una canzone elettronica di Baciotti; il nome, chissà perché, mi faceva un po’ ridere, come Jovanotti. Black Jack, come back recitava il refrain, Black Jack, come back, finché non si ficcava in testa. Le parole inglesi di contorno non le comprendevo, ma sospetto non fossero decisive. Importante è che Black Jack tornasse indietro.

Il giostraio era un uomo dalla faccia enorme e come incartocciata, non usciva quasi mai da un pullman riconvertito, dove da uno sportello scambiava lire con gettoni di plastica. Ma se si alzava, c’era da aver paura: o era incazzato con qualcuno che aveva fatto qualcosa che non va, oppure si sgranchiva le gambe facendo due passi, e le braccia, non meno espanse del faccione, tirando un paio di cazzotti. Se l'obiettivo non era umano si sfogava anche lui sul pugnometro, dal quale puntuale ritornava l'avviso che Cassius Clay lo stava aspettando. Così a naso se la sarebbero giocata alla pari.

Il figlio del giostraio aveva la mia età e un nome da fotoromanzo, ma appariva più adulto. Al termine della corsa andava a riprendere le vetture abbandonate a centro pista, talvolta scortando due mezzi contemporaneamente. Un'operazione che mi ricordava i cavallerizzi del circo Medrano quando, in piedi con le gambe divaricate, montano due cavalli bianchi, un piede poggiato sul dorso di ciascuno. Altre volte rimaneva sul cordolo di gomma, con una mano conduceva e con l’altra sembrava salutare il pubblico, conscio di essere al centro dell’attenzione. Una teatralità che faceva premio con le ragazzine, non che fosse davvero più bello di noialtri.

Il calcinculo, confesso, mi faceva un po’ paura, ma due o tre volte comunque ci provai, e al termine mi veniva puntualmente da vomitare. Quanto al tirassegno, durava troppo poco: taratatata ed era già tutto finito. Secondo me, gli uomini mettevano alla prova la propria mira solamente per via della donna che porgeva la carabina; indossava una camicetta sempre un po’ sbottonata, e nel caricare l'arma scuoteva dolcemente la lunga chioma corvina. E poi che cavolo me ne facevo della bottiglia di Asti spumante, anche se l’avessi vinta avevo comunque dieci anni, non potevano mettere in palio una Fanta o una Cedrata Tassoni?

Rimaneva la giostra circolare, i cavallucci in legno erano stati sostituiti da motociclette, automobili scoperte – la più ricercata era l'auto della Polizia –, camion dei pompieri con due volanti per non scontentare nessuno. Era presente anche una navetta aerea come quelle delle giostre spaziali dei luna park, ma si sollevava dal suolo un metro al massimo e non poteva essere governata dalla cloche. In questo caso, il sottofondo musicale veniva offerto dalla colonna sonora dello sceneggiato televisivo su Pinocchio. Il nonno ogni tanto ancora mi chiedeva se volevo farci un giro – ma che sei scemo, mica faccio la prima elementare!

Naturalmente lo pensavo soltanto, e subito dopo mi pentivo. No, il nonno non era scemo, aveva solo idee da nonno. Per lui i tre anni trascorsi dalla prima elementare erano un cambio di liquido dei freni; al limite, già che c'eri, si cambiavano pure le pastiglie. Mentre per me tre anni erano suono. Esisteva un punto esatto, tra l’autoscontro e la giostra dei bambini, in cui le note si contendevano il padiglione auricolare, con Black Jack e Pinocchio in perfetta stereofonia. Ma bastava fare un passo, in una direzione o nell’altra, perché sparisse la traccia sonora divergente.

E così quando il mio piede aveva scavallato il confine dell'autoscontro i giochi erano fatti. No, non è vero che Black Jack poteva tornare indietro, nessun come back: dal tempo circolare e lieto della giostra ci si trova sbalzati nella bolgia di vetture che ti speronano a tradimento, premio e pegno del diventare grandi, ovvero mai più piccoli. Il burattino di legno o diventa uomo o viene gettato tra le fiamme da Mangiafuoco, che per me avrà sempre il volto enorme e incartocciato del giostraio.