lunedì 29 marzo 2010

100, o su come naufragar m'è aspro in questo mar



100. Questo è il centesimo intervento che compare nel mio blog. Inaugurato il 15 giugno 2009, quindi dopo nove mesi di vita, quasi una gestazione, Fontana con soldino partorisce il suo centesimo cucciolo.

E dunque, quale bilancio?

La prima cosa che mi viene da pensare è che ho scritto tanto, forse troppo. Non so cosa mi abbia spinto a farlo, di certo non il consenso, la tiepida curiosità dei lettori. Ma a ben guardare, non è del tutto vero.

In una sua intervista di alcuni anni fa, Aldo Nove ricordava come ci fossero importanti libri di poesia pubblicati negli anni sessanta e settanta - testi che ancora oggi disegnano il profilo di un'epoca, segnano svolte e traiettorie non ancora esaurite - la cui vendita complessiva si è limitata a una cinquantina di copie circa.

Come a dire che i lettori non arrivavano nemmeno alla somma di famigliari e conoscenti, a infilzarli tutti con lo spiedo di un abaco a stecco.

Volumi mai più ripubblicati, e di cui però si parla ancora. Che so, certi lavori di Beppe Salvia spersi in numerose riviste, che con la sua opera di generoso mentore ha inaugurato quella scuola romana da cui sono usciti Marco Lodoli, Silvia Bre, Valerio Magrelli, Claudio Damiani, Edoardo Albinati e il suo quasi omologo Eraldo Affinati.

Tutti autori importanti, che hanno contribuito a mutare la scena letteraria di questo paese. Eppure quando anche i loro testi - sofferti, pensati o ispirati dal soffio leggero delle muse - comparivano sulle pagine di Campo Pagano o delle Braci, quante copie avranno venduto?

Poche centinaia, non di più.

Ma non bisogna credere che questo dato sia da imputare all'arretratezza culturale italiana. Anche i primi romanzi di Faulkner, almeno fino a quando la sua grandezza non è stata riconosciuta e rilanciata dai lettori francesi, vendevano negli Stati Uniti poche manciate di copie, perlopiù a opera dell'autore stesso.

Da tre giorni ho inserito nel blog un contatore automatico delle visite, si trova in fondo al centro. Sono molto orgoglioso di questa cosa, perché è la prima volta che, da solo, riesco a gestire un codice html. Per mezzo del quale, la sera, posso vedere quanti contatti ho avuto durante la giornata.

Nel breve periodo in cui dispongo di questo nuovo balocco, ho riscontrato un numero di visite quotidiane che si assesta tra le 60 e le 80; o meglio 60\80 sono le pagine visitate, gli accessi veri e propri si aggirano intorno ai 50 (la mia presenza viene automaticamente stornata dal computo).

Se dunque proietto questo dato per i nove mesi trascorsi, ne ricavo che, all'incirca, 13.500 lettori devono essere passati attraverso i miei testi. Un numero enorme, a me sembra. Infinitamente superiore ai primi acquirenti dell'Urlo e il furore di Faulkner, per dire.

E però il dato significativo a me sembra che non stia tanto nella cifra, quanto nella preposizione che la segue: attraverso. Si arriva, si guarda, si passa oltre come a un mercatino di memorabilia. Sì, le mie parole su internet vengono generalmente attraversate; alcuni, più aggiornati nel linguaggio, direbbero forse "bypassate". Mentre chi acquistava le riviste di poesia di Beppe Salvia o gli incandescenti petardi di Faulkner, non bypassava. Comprava, pagava. Ma anche leggeva e pensava e cedeva all'amico, con l'impegno a una rapida restituzione.

Un'attività che lasciava scorie, insomma. Come gli alberi abbattuti dentro la foresta amazzonica, la lettura creava delle radure, piste di atterraggio per navicelle spaziali aliene.

Mai come ora, che ho un'evidenza pubblica, un'agibilità addirittura internazionale (il 15% degli utenti di Fontana con soldino provengono dagli Stati Uniti), mi sembra che l'alieno sia invece io. E cioè che il mio sforzo possegga la misura dell'irrilevanza.

Nel triste epilogo della sua esperienza all'Isola dei famosi, Aldo Busi adduceva quale ragione del suo abbandono: "Non c'è più racconto tra me e gli altri naufraghi". Ecco, il bilancio di questo centesimo soldino gettato nella fontana del mondo mi sembra che possa essere simile. Un blog rende pubblica la misura della propria irrilevanza, uno spazio in cui si racconta la sconfitta del raccontare una storia ad altri.

13.500 lettori, dunque. Bene, grazie, mi inchino e riverisco. Ma 13.500 naufraghi che passano e attraversano e con cui non c'è più racconto. Solo il leggero sciabordio di una zattera alla deriva, sempre più lontana...

Baci sbagliati, o sulla matematica di uomini e donne


E' curioso. Di un uomo che si esponga anima e corpo al femminile, la lingua popolare restituisce questa definizione: "andare a donne". Un gesto estrinseco, l'energia centrifuga che muove l'io verso al mondo.

Non per una donna.

Che quando fa lo stesso, si guarda in giro, sbatte le palpebre e si tocca i capelli, non sta andando a uomini, moto a luogo. Piuttosto sta "cercando un uomo", o ancora meglio non ha ancora "trovato l'uomo giusto".

Diversamente da uno che vada per funghi, piegarsi e frugare pazientemente tra le felici, l'espressione ricorda un magnete, una calamita: la forza di gravità che regola le orbite tra i pianeti, e fa cascare le mele mature sopra alla testa di Newton.

La lingua restituisce inoltre una sfumatura matematica di questa ricerca. Giusto, corretto, conforme a un'idea che ci precede e probabilmente anche succede, nel progetto ugualmente matematico di una famiglia.

Come se al fondo ci fosse una complicata equazione da risolvere, un algoritmo viscerale.

Ci sono allora baci giusti, il cui risultato coincide con una formula oscura che il magnete conosce, irradia. Altri baci sono invece sbagliati, pura energia dissipativa. Quelli degli uomini che vanno a donne, non cercano la donna giusta, pisciano controvento in compagnia di altri maschi canticchiando una canzoncina oscena, mentre di lato si passano la lattina della birra.

Ma non è vero che sbagliando si impara, il fiotto tiepido di urina finisce sempre sulla punta degli stivaletti, disegna assurdi geroglifici sul velo soffice della neve, tela di un Jackson Pollock che quel giorno lì ci avesse dato dentro particolarmente col gomito.

Uomini. Donne.

O sarà che non ho ancora trovato la donna giusta, che vi devo dire...

domenica 28 marzo 2010

Come è profondo il mare3, di Federica Sgaggio


Sì, e lo dicevo anche, Guido.
Scrivevo che "credo di avere il compito di rendermi comprensibile. Questo lo stesso non significa che capiranno tutti, per molte ragioni".

Questo vuol dire che so che c'è gente che non capisce ugualmente, per un'infinità di ragioni di cui facciamo che ora non ci interessiamo.

"Ermetismo programmatico" non è lo stesso che "difficilino".
Uno può scrivere difficile senza volerlo; o essere interpretato come scrittore difficile per motivi legati al lettore più che allo scrivente.

Sono d'accordo con te che avrei potuto dirlo in modo più liscio, meno difficile.
Che so, avrei potuto scrivere che per me chiunque abbia in partenza, prima ancora di cominciare a scrivere, l'obiettivo di scrivere in modo difficile e poco comprensibile, fa una stronzata; o meglio recita la parte del figo in una gara.

Quanto al resto, è ovvio che ci sarà sempre qualcuno che potrà ritenere incomprensibile ciò che scrivo; ma un conto è che io abbia cercato quell'effetto; un conto che non mi sia sforzata abbastanza; un altro conto ancora il fatto che la ragione verosimilmente più profonda dell'incomprensibilità riposi sul terreno ai piedi del lettore.

Copio questo commento anche su Fb.
Grazie per aver speso parole belle per me, e ciao.

Federica Sgaggio


(Ps - Per spirito di geometria, diciamo così, prelevo discrezionalmente dai commenti del precedente post e restituisco a questo intervento lo spazio autonomo che si merita. Aggiungo di mio solo questo: certo, "difficilino" non sta per "oscurità programmatica"; ma forse nemmeno per "chiunque abbia in partenza, prima ancora di cominciare a scrivere, l'obiettivo di scrivere in modo difficile e poco comprensibile". Io credo che oscurità programmatica stia per oscurità programmatica, e sono contento che tu abbia usato quell'espressione lì. E bon, pace se per alcuni risulterà un po' difficilina ;-)

Come è profondo il mare2, in risposta a Federica


Vista l'importanza del tema, mi permetto di espungere un breve commento che la scrittrice Federica Sgaggio ha lasciato in calce al mio precedente post, dandogli qui forma autonoma. A cui segue un più articolato tentativo di rispondere alle sue fondate obiezioni, ma soprattutto di integrare quanto da me scritto in precedenza sull'argomento.
Regolandomi a questo modo, mi rendo però conto di vampirizzare un poco la sua cortesia di lettrice attenta, in uno scambio che finisce con l'essere asimmetrico. Nel caso si sentisse in qualche modo usurpata, le offro dunque anche uno spazio pubblico di risposta: senza intromissioni, intendo. E se e quando e come vorrà.
Ma anche l'invito a lanciare altri e diversi soldini in questa fontana, dove la sua presenza sarà sempre gradita. Ne approfitto infine per segnalare l'ottimo blog curato da Federica, e il libro da lei recentemente pubblicato per Sironi. Il cui titolo, come il blog, è Due colonne taglio basso.

E dunque, dallo spazio dei commenti di Fontana con soldino:

Hai ragione; ma quando scrivo credo di avere il compito di rendermi comprensibile.
Questo lo stesso non significa che capiranno tutti, per molte ragioni.
Ma secondo me l'ermetismo programmatico è una stronzata; anzi: a volte è un tentativo di vincere la gara basica del «sono meglio di te che non capisci quel che scrivo».

Federica Sgaggio


Cara Federica, il tema è certamente complesso, sfumato. E io l'ho affrontato con la foga sbrigativa dell'orario in cui ho scritto il mio intervento: le due di notte, dopo un abbondante cena a base di stracotto d'asina e vino valtellinese.

Molto c'è ancora da dire, sono d'accordo. Ma l'elemento che ora tu introduci - "ermetismo programmatico", lo definisci - non mi pare che contraddica quanto da me approssimato fino ad ora. Non era insomma e certamente un invito a scrivere tortuosi e incomprensibili labirinti di parole, a dribblare la flagranza della lettera verso i gemelli diversi dell'iperbole e dell'eufemismo.

Eppure, ti assicuro che ci stanno delle persone, io le conosco e a volte perfino frequento, che non capirebbero l'espressione "ermetismo programmatico", su cui la mia lettura non si è invece impuntata come offesa personale all'intelligenza interpretativa. Cosa dovrei fare dunque, invitarti a tornare indietro e riscrivere tutto da capo, per contenere anche il loro smilzo ciuffetto di parole nella zuppiera di questo blog? Sono miei amici in fondo, annaffiamo il vino con lo stesso Campari.

No Federica, non te lo chiedo. Perché mi sono rassegnato al fatto che, per quanto compagni di bancone, le stesse olivette e cipolline sempre più avvizzite nell'aceto, questi amici non saranno mai i "lettori impliciti" di quel che scrivo; e probabilmente di quel che scrivi anche tu, non avertene...

Ma anche solo per curiosità, cerchiamo di scovare un'espressione che potrebbe essere adatta a questo genere di lettori, vediamo... Che te ne pare di "difficilino"? Sì, invece che ermetismo programmatico, difficilino: uno scrittore non dovrebbe mai essere difficilino.

Cercare viceversa il suono leggero di un paio di pattine - ehi tu, togliti gli stivali, la polvere del mondo, prima di entrare nel mio testo - le pattine che scivolano lievi su piastrelle appena lucidate: frrr frrr, anzi, pat pat... Ma che accidenti di suono faranno, queste cavolo di pattine?

Perché, lo vedi e lo sai benissimo anche tu, Federica, che non c'è nulla di esattamente traducibile in parola. Qualcosa sempre sfugge, bisogna approssimarsi con immaginazione, sforzo e pazienza. E però ci stanno delle persone che vorrebbero che la pazienza e l'immaginazione e soprattutto lo sforzo, ce li mettessi solo tu. Nessuna fatica per loro, solo svelto godimento; il godimento meritato dai giusti al termine di una vita emendata da ogni conflitto, sia pure e solo interpretativo.

Ecco Federica, per quanto io creda di avere compreso la sostanza del tuo intervento, quindi condivisa, immagino che anche a te non piacerebbe un mondo dove non si possa scrivere ermetismo programmatico, ma solo difficilino. Un mondo dove lo scrittore è il vietnamita curvo e sudato sopra il manubrio del suo triciclo. Appena dietro lui due turisti americani, sono seduti comodamente nella panchetta di vimini ricoperta da un telo, le camicie fiorate e i telefonini branditi come Nikon. A ogni svolta nella via affollata dai commerci fioriscono i loro "wonderfull", "look at there", "oooh... such a pretty outlook"!

No, in letteratura e perfino giornalismo non si dà panorama senza un minimo sforzo, nessuna panca in cui accasciare le chiappe sformate dagli hot dog. Così, se ci stanno dei pedali, la narrazione è un tandem. Una pedalata io, ma una pedalata anche per il lettore.

Come è profondo il mare, o sul falso diritto alla comprensione


Da quando tengo questo blog, già più di una persona mi ha rimproverato perché non capisce immediatamente ciò che scrivo; insomma, perché non "parlo come mangio". Ora, a parte il fatto che come non si capisce quel che scrivo, probabilmente non si capirebbe nemmeno quel che mangio, credo che la questione sia semplificabile con un esempio. Anzi, con due immagini.

La prima è quella del Circo Americano, avete presente? Le bandierine a stelle e strisce, la foto con il leoncino in mano, i trapezisti, le tigri e gli elefanti con i miseri ornamenti di paillettes, tristi come Dumbo... Ma anche la biglietteria all'ingresso, il direttore con la tuba e la cassiera con le sopracciglia disegnate. Bene, come l'avete visualizzata adesso scordatevela pure, perché qui non si paga nessun biglietto. E pertanto non si dà nemmeno il mesto rituale del rimborso. Ad esempio quando gli elefanti si pigliano il raffreddore e la contorsionista ha il mal di schiena: una lunga coda all'uscita, ridateci i nostri soldi, vergogna!

Ma ancora più importante, seconda immagine, vi siete mai chiesti come mai quando ci facciamo un esame del sangue poi andiamo da un medico per farci leggere il responso; bussando alla porta di vetro del suo studio con l'estrema periferia delle nocche, una sincera tremarella nelle gambe. In fondo anche un referto medico è un testo, un racconto che parla di noi. Eppure, anche se parla di noi, ma davvero in quel caso di tutti noi, non è scritto per noi. Viceversa da un medico e per essere inteso da un altro medico.

In narratologia, che è la branca del sapere che si occupa delle forme manifeste e implicite (strutture) del racconto, questo particolare paradosso viene chiamato lettore implicito. Come a dire che qualcosa può parlare di noi, sì, certo, ma essere scritto per altri. E questi altri sono appunto i lettori impliciti di quella bustarella stropicciata che accidenti conteneva così tanto di me, cacchio, speriamo di non avere il colesterolo alto.

Ma pazienza, rassegnamoci: funziona così. O ci prendiamo una bella laurea in medicina - cinque anni più quattro di specializzazione - o ci adattiamo a depositare il culo per qualche mezzora dentro una sala d'attesa piena di germi e copie sfrante di riviste femminili; le due cose spesso coincido, tra parentesi.

Tra un testo, qualsiasi testo, e un lettore, è a volte necessaria la mediazione di un interprete. Che può darsi nella figura di un divulgatore, di un critico o anche solo di un amico, con cui discuterne i passaggi più complessi. Può essere sufficiente un volume dello Zanichelli su cui cercare le parole meno frequenti; ma è anche quella una forma di intercessione rispetto all'immediata ricezione di un testo. Perché non sempre la parola può offrirsi come un tacchino disossato: più spesso è pesce, ci stanno le lische da rimuovere con cura e pazienza certosina.

E se poi non si ha voglia o tempo per ripulire il nostro pescetto - ci sono delle ottime ragioni per non farlo, viviamo in un tempo in cui hanno inventato il tonno in scatola - rassegnamoci al fatto di non essere i lettori impliciti di quel che abbiamo iniziato a sfogliare, molliamolo, ne abbiamo pieno diritto. Io, ad esempio, da qualche anno mi sono rassegnato a non essere il lettore implicito di Celan o Heidegger o Edoardo Sanguineti. Con tutta la buona volontà, non li capisco.

Fortuna che la rete è grande, le acque pescose. E il mare è profondo ma come è profondo il mar...

venerdì 26 marzo 2010

Velleità, ou comment n'est pas assez le moustache



Morgan da Santoro. Chi ha visto ha visto, a chi non a visto cosa si potrebbe dire? Forse solo una parola: velleità.

La confusione mentale e la blatera rauca del suo intervento, morbidamente srotolate come in una vecchia pubblicità della carta igienica, con un cucciolo di labrador che trotterellava stringendone un lembo tra le fauci, il rotolo che si svolge è il filo rilasciato da Teseo in un labirinto di piastrelle e divani ben imbottiti, tutto ciò è in fondo solo un epifenomeno. Al nocciolo c'è la velleità innalzata dalla macchina spettacolare, che ha intuito come la spudorata ostensione del proprio nucleo discreto, la cosiddetta sensibilità, unita a una falsa idea di singolarità umana data dalla misura smisurata dell'eccentrico, ovvero una bizzarria vezzosa e compiaciuta, funzionano da modello sociale tanto più potente proprio perché replicabile. Morgan, probabilmente suo malgrado, è diventato araldo di tutto ciò: la superbia dell'intenzione, perlopiù inconcludente e fragile.

Per questa buonafede che mi viene spontaneo accordagli, ho provato una grande tristezza per i fischi e i vaffanculo con cui il pubblico di Bologna si è accanito su di lui, magnifico agnello sacrificale in cui sprofondare la lama del conformismo virtuoso che alita in ogni piazza. Era anche partito benino con l'immagine delle due italie. L'una con i baffoni spioventi che lo rendevano incredibilmente simile a un ritratto di Flaubert, e che stava a rappresentare il paese travestito e falsificato dai media, il regno di Berlusconia: un paese perduto. Ma immediatamente dopo, antifrasi fulminante, senza più quella peluria posticcia che si è levata con un gesto secco e teatrale della mano, ebbro di un'idea infantile e kitsch di bellezza avita, la penisola accarezzata dal mare e dal sole diventa sintesi e totem di una squisita dolcezza. L'altra Italia. Che inclina pericolosamente, torre pendente di ogni meraviglia, verso una canzone di Dean Martin, sussurrata di fronte a un piatto di spaghetti all'amatriciana e un fiasco impagliato di Chianti.

E' a quel punto, su invito di un sempre più imbarazzato Santoro, che li ha raggiunti Antonello Venditti, il quale ha subito stroncato le prolisse velleità di Morgan con un paternalismo indispettito. Ammiccamento romanesco, tono severo e saccente da vecchio maestro di un tempo. Come quello che arringa la classe in cui Charles Bovary, ancora studente, entra al seguito del rettore e di un bidello che trascina un banco: quelli che dormivano si svegliarono, ci tirammo su tutti, con l'aria di esser stati sorpresi nel fervore dell'attività. Quando si dice una montagna che partorisce un topino, mentre compare sulla scena del romanzo un ragazzo allampanato in una giacchetta troppo stretta, che ne scopre i polsi arrossati per l'abitudine a stare scoperti; i capelli tagliati netti a frangia sulla fronte come un chierico di paese, l'espressione mite e piuttosto impacciata.

Tutto il contrario della velleità, insomma. Alle due, quando suonò la campanella, il prefetto dovette dirglielo, di mettersi in fila con noi.

Ma torniamo a Morgan, e a Venditti sempre più insofferente e calato nei panni di un maestrino che lo bacchetta sul dorso delle mani. Eppure, forse, la diffusa velleità di questo tempo nasce proprio dalla caduta della categoria della magistralità, che faceva da scrigno spigoloso a una goffa timidezza. Io sono io, sono unico, sono sensibile e strano, perché non ho più maestri a cui sottoporre il mio compitino, cattedre a cui arrampicarmi per superarle nello slancio. E così finisco col cercare dentro di me alla ricerca di un'originalità che non ha origine, solo l'infinita circolarità del consenso che si fa esca di se stesso, prima di essere nuovamente acciuffato dalla rete che lo issa all'evidenza pubblica, come il calamaro gigante che si arena sfinito sui lidi ostiensi, al termine della Dolce Vita di Fellini.

O come la donna che anni dopo sposerà il ragazzetto allampanato e con una giacchetta troppo stretta, nel frattempo divenuto medico condotto di un piccolo paese di campagna. Sì, lei, Emma Bovary, già nel tardo ottocento un preveggente emblema dei tempi nuovi. Un animo fradicio di psiche, sensibile al parossismo, che insegue dentro la crocchia scura dei suoi capelli il sogno avventuroso dell'autenticità, ma trova solo il riflesso sbiadito e mimetico di un mondo in disfacimento.

E pensare che nel monologo sconclusionato e citazionista di Morgan - un bigino liceale e sontuoso dalla Commedia di Dante - sarebbe magari bastato inserire, a tradimento, un'altra minuscola citazione. Da un vecchio e buon maestro, diciamolo pure senza tema di sembrare dei vecchi tromboni. Alla cui matita rossa, incerti tra sdegno e tenerezza, ci siamo fino a qui aggrappati:

Ci sono in giro un sacco di persone che si vestono come matti pensando di essere degli artisti. Quando un artista è uno che si veste come un borghese, pensando come un matto.

Gustave Flaubert

giovedì 25 marzo 2010

Pig Power, o sull'assenza di logica formale nell'informazione di questo paese



Non so, a volte mi sembra davvero di essere un'anima candita e anche un po' cogliona. O forse è l'attività stessa del pensare che, in questi tempi di effervescenza mediatica, è diventata sinonimo di coglioneria. Mi viene in mente la figura logica del sillogismo, che non significa altro che ragionamento concatenato.

Se tutti quelli che compiono l'azione X possiedono l'attributo Y, e A ha compiuto l'azione X, A - dunque - è partecipe delle qualità di Y. Semplice, no?

La chiave del sillogismo sta infatti in quella parolina, è una congiunzione, il segreto di ogni sillogismo sta nella congiunzione dunque. Come a dire che non c'è discussione, è così: anche un deficiente può capire che le cose stanno a questo modo. Perché nel sillogismo non esiste interpretazione ma un rapporto di discendenza tra una premessa e la sua naturale conseguenza.

Potremmo anche figurarcela con una rappresentazione insiemistica.

Immaginiamo qualcosa come un insieme generale (o premessa maggiore) in cui sia espressa una proposizione unanimemente accettata per palese evidenza oppure consuetudine, che è un' "evidenza supposta" e in logica viene chiamata assioma, costituendosi quale determinazione certa e non più negoziabile. Tutto ciò che viene contenuto da un successivo sottoinsieme più specifico e ad esso interno (premessa minore), partecipa così, per estensione, delle stesse qualità dell'insieme generale. Conducendo infine il sillogismo a una conclusione necessaria, che vede la premessa minore desumere le sue qualità da quelle dichiarate nella maggiore.

Proviamo allora a fare un esempio classico.

Tutti gli uomini sono mortali, premessa maggiore.
I Greci sono uomini, premessa minore.
Dunque i Greci sono mortali, conclusione.

Ma si potrebbero fare degli esempi più aggiornati. Come quello di un tale che abusi sessualmente di un bambino, anzi più bambini, in tempi e luoghi diversi; ciò che nel diritto penale si chiama essere recidivi. Questa azione, per la sensibilità della cultura a cui appartengo e mi riconosco, è generalmente associata all'attributo di "schifoso maiale". E, dunque, per la proprietà transitiva del sillogismo, anche il nostro tale deve essere considerato uno schifoso maiale.

Ma oltre a un principio che potremmo definire di azione verticale, dove l'inferiore discende almeno un suo attributo dal superiore, la logica è sensibile a un aspetto per così dire orizzontale, o di contiguità semantica (analogia). Immaginiamo così un altro tale, chiamiamolo tale2, che sia informato dei comportamenti del primo e non faccia nulla per evitare che si ripetano, ad esempio denunciando agli organi giudiziari preposti il comportamento delittuoso, per similitudine è da ritenersi ugualmente un maiale, forse appena un poco meno schifoso del primo. Il sillogismo in questo secondo caso potrebbe essere formulato a questo modo:

Tutti quelli che sono informati su atti di pedofilia e non fanno nulla per evitare il loro ripetersi, sono dei maiali "piuttosto" schifosi, diciamo così.

Che però non è ancora un sillogismo, perché manca ciò che in logica formale abbiamo visto essere chiamato premessa minore, ossia il caso specifico. Cito allora un articolo comparso sul New York Times il 24 marzo 2010, redatto sulla base di documenti ecclesiastici di cui dichiara di essere venuto in possesso:

"I vertici del Vaticano, tra cui il futuro Papa Benedetto XVI, occultarono gli abusi di un prete americano, sospettato di aver violentato circa 200 bambini sordi di una scuola del Wisconsin. La corrispondenza interna tra vescovi del Wisconsin e l'allora cardinale Joseph Ratzinger, mostra che la priorità era, a quel tempo, quella di proteggere la chiesa dallo scandalo."

Ecco, da anima candida, e un po' cogliona, quale effettivamente sono, non capisco perché nessuno - ma proprio nessuno - tra i quotidiani e le esternazioni che ho ascoltato fino ad ora, ha compiuto il semplicissimo passaggio che muove da un fatto alla sua categoria esplicativa di ordine generale, o se preferiamo da una premessa minore a una maggiore (sussunzione). Approdando così a una conclusione che a me appare come scontata.

Se Papa Benedetto XVI, quando ancora era il Cardinale Joseph Ratzinger, ha effettivamente occultato i ripetuti abusi sessuali di un prelato a bambini sordomuti, se ne ricava (DUNQUE!) che Papa Benedetto XVI è perseguibile come fiancheggiatore di un grave reato previsto nel codice penale dello stato italiano, che anche lo staterello del Vaticano è tenuto a rispettare.

Ma se ne ricava anche un'altra conclusione piuttosto interessante. Cioè che Papa Benedetto XVI, sempre che le dichiarazioni del New York Times venissero confermate, e sempre per logica, sarebbe in tal caso uno schifoso e definitivo maiale.

mercoledì 24 marzo 2010

Croci bianche, o sugli effetti collaterali della persistenza informatica



C'è un racconto, è di Raymond Carver. Non ricordo con esattezza tutto ciò che accade nel testo, ma mi torna in mente la scena in cui un pasticcere tormenta con telefonate anonime una giovane coppia. L'uomo è furibondo perché gli hanno ordinato una torta di compleanno da decorare con una nave spaziale, non più ritirata successivamente. Ignora che il bambino a cui la torta era destinata, il loro unico figlio di una decina d'anni circa, è morto poco dopo quell'ordinazione, investito da un'automobile mentre stava andando a scuola seguito dal suo cagnetto.

Nel film che Altman ne ha ricavato, Jack Lemmon fa la parte del nonno un po' cazzone e contapalle. Quando sento la parola incredulità - non è un termine dal significato intuitivo, ci metto sempre un po' a metterlo a fuoco - mi aiuta la memoria del suo personaggio, una vedetta immobile a fissare il nulla dalla vetrata di una saletta in ospedale, la luce abbagliante del neon. Ancora non consce l'esito dell'operazione con cui si tenta di salvare il nipote, prova a scherzare con un coppia di latino americani, anch'essi in attesa del referto di un delicato intervento chirurgico. Quindi lo sguardo di Jack Lemmon incontra quello del padre del bambino, suo figlio, a cui hanno appena comunicato di aver perso il proprio figlio.

Ed è come assistere a un fulmine che colpisce la cima di un albero e poi discende a essiccare le radici, o al nastro girato all'inverso di una gara d'atletica a staffetta. L'ultimo concorrente restituisce il testimone al precedente e così via, fino a che si ritorna ai blocchi di partenza, i muscoli della schiena inarcati come tanti feti in bilico sopra ai polpastrelli. La gara non è ancora cominciata ma per noi ha perso qualsiasi interesse, sappiamo già il risultato. E spegniamo il televisore.

Il pasticciere continua nel frattempo con le sue telefonate d'insulti, la nave spaziale, la rabbia per il lavoro che gli è costata, a rendere le sue parole tanto più oscene in quella situazione drammatica. Ci ripensavo navigando dentro uno di questi siti web in cui ti viene promesso l'incontro con la tua anima gemella. Verso luoghi del genere - che si chiamano Meetic, Parship, Friendscout24, nomi così, come uno scooter o una nuova palestra con idromassaggio - verso di loro non provo alcuna aristocratica diffidenza. Arriverei addirittura a ipotizzare che rappresentino un'attualizzazione tecnologica della figura eterna del desiderio, che cresce nel terreno umido dell'omissione. Perché è solo nell'assenza, o meglio nel differimento della presenza, anticipata in forme rituali e mitiche, che si può innestare il semino immaginale del oggetto desiderato: uno a caso, non importa, purché venga percepito come necessario. Lo stesso di Pinocchio quando, tramite la mediazione del Gatto e la Volpe, fantastica di alberi colmi di monete d'oro. Ma però, riflettevo: cosa succede quando muore qualcuno degli iscritti?

I responsabili web non ne sono certo al corrente, l'iscrizione è spesso gratuita, il servizio ad oltranza. Leggo ad esempio che Meetic ha 3.200.000 iscritti solamente in Italia. Considerata l'età generalmente ridotta degli utenti, dobbiamo immaginare un tasso di mortalità piuttosto basso. Vogliamo fare anche solo un morto all'anno ogni 2000 persone?

Significa che, dentro Meetic, solo l'anno scorso abbiamo avuto 1.600 morti.

I cui profili sono però ancora completamente vivi e vegeti. Ramona76, 33 anni, segno della bilancia. Le piacciono gli sport estremi, le canzoni di Gianluca Grignani e la Nutella. Ricerca un uomo tra i 27 e i 40 anni che abiti dalle parti di Rovigo. E che sia single no perditempo, ci siamo capiti...... Lui rilegge da capo, il testo è pieno di puntini di sospensione, e il cuore gli si riempie di speranza. Va beh, non è proprio di Rovigo... ma insomma, con la Golf turbo diesel, finito il lavoro al colorificio, schiacciando a palla fanno 35 minuti. Se non c'è traffico.

Ex paracadutista, moro, muscoloso. Jack22 sembra possedere davvero tutti i requisti. Mentre Ramona76 gli sorride ogni minuto con più convinzione, inizia a pensare a cosa scriverle. Qualcosa che le faccia capire che anche lui è uno sportivo, vediamo... Un giorno - domenica o mercoledì pomeriggio, meglio, quando ha una mezza giornata libera - potrebbero perfino andare a fare snowboard assieme, come nella fotografia che Ramona76 ha inserito nel suo profilo. Non è sulle nevi, no, forse un negozio di articoli sportivi o lo stand di un grande magazzino. Lei stringe la tavola con una mano e con l'altra cinge la vita di un uomo, che l'abbraccia da sopra e intanto fa le corna a una terza persona, tagliata dall'inquadratura. Chi cazzo sarà quell'uomo che abbraccia Ramona76?

Jack22, per poterla contattare, esegue dunque il pagamento richiesto come utente premium. Fanno 19 euro al mese, per tre mesi. Rinnovamento automatico addebitato su carta Visa. Le scrive quindi di slancio (Ehi, ciao, come butta? Già si è scordato il riferimento allo snowboard), senza però ottenere risposta. Ci ritenta una seconda volta, con una frase più articolata, più studiata: un copia-incolla dal testo di una canzone di Grignani, che ha trovato attraverso una breve ricerca con Google. Ma anche in questo caso non riceve nessun cenno da lei. Alla terza volta rivede con occhi diversi la fotografia - osservando meglio, gli pare che lo scatto sia preso all'interno del Carefour e che lei porti un reggiseno imbottito. Gli viene così un dubbio.

Come quando Holden Caulfield, nel romando di Salinger, si chiedeva dove finissero le anitre del Central Park, quando d'inverno ghiaccia l'acqua dello stagno.

Jack22 parte allora con gli insulti. Si crederà mica che uno come lui si trovi tanto facilmente, magari da Carefour; e tra parentesi tiene pure un nome di minchia: Ramona, in palestra me ne carico cento così; paffute e biondastre ma senza tette, labbra sottili come ciabatte con l'infradito. E poi cosa c'avrà da sorridere tutto il tempo, con quello snowboard che non è nemmeno l'ultimo modello - sì e no di tre anni fa -, abbracciata a un tappeto rasato alla maniera dei calciatori; santa grazia che gli ha spennarellato la faccia per non farlo riconoscere, ma avrà una faccia di minchia pure lui, e glielo lo dice, le scrive anche questo e tutta la rabbia che gli cola dentro la gola, senza punti, né virgole, è un fiume in piena. Jack22.

Poi si dimentica di lei e inserisce una nuova ricerca avanzata. Donna, età tra i 25 i 35 anni, statura minimo un metro e 65. Qualsiasi località va bene, purché in Veneto o Emilia Romagna. Intanto Ramona76 continua a sorridere con il suo snowboard del penultimo modello, il calciatore in miniatura che l'abbraccia e fa le corna da Carefour. Piccoli scherzi tra amici, solite cose. Sorridere, abbracciare, davvero niente più che la normale forfora dei giorni, che si posa sul bavero del mondo. Come fare dunque a riconoscerli? 1600 solo in un anno, solo su Meetic. E sono ancora lì, che ci guardano, che ci invitano. Sussurrandoci cose come "mi piacciono gli animaletti teneri e le coccole" o "niente uomini calvi e quattrocchi, alla larga gli intellettuali, solo gente di un certo livello e con fotografia".

Fotografie, già. Immagini.

Come quella del sacrario di Redipuglia, costruito nel 1938 su progetto dell'architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni. Sui gradoni alle spalle del monolito in porfido, che sovrasta i resti del Duca d'Aosta, sono contenute le 39.857 spoglie i cui resti sono stati riconosciuti, accompagnate da una lastra di bronzo identificativa. Più indietro, in due grandi tombe comuni ai lati della cappella votiva, le salme dei 60.330 caduti senza nome, o il sorriso di una vecchia fotografia seppiata: solo un mucchietto di ossa e una croce, simile alla X che si traccia sui quadretti della battaglia navale. 100.187 crocette in tutto, dunque. Colpiti e affondati dal fulmine della Grande Guerra.

Infinitamente meno di quanti sono rimasti sul campo di Meetic e dei suoi numerosi omologhi internazionali. Le salme sono ancora lì, non sono mai state rimosse, non volano via d'inverno come le anatre del Central Park. Si accumulano. Ci inciampano, così, ogni giorno, i vari Jack22. Simili in questo a tanti pasticceri che decorano una nave spaziale di marzapane, un missile morbido e dolce con cui un giorno scappare via, continuando a porgere desiderosi il loro ciaoooo con molte o, a spedire sbandate a dei fantasmi, rompighiaccio, ehi, sei carina, ma la foto è recente, non sarà mica di una tua amica, neh?

E infine i loro sbotti, brutta stronza, scema, ma va va va... che credi d'avercela solo tu?!

lunedì 22 marzo 2010

Vicolo Meneghini, o su come l'opposto sia a volte lo stesso


C'è un mio amico, al Bar Piero, che tutte le volte che passa davanti ai tavolini una ragazza con una gonna lunga e fiorata e un cespuglio di capelli in testa o la treccia magari tinta con l'henné, lo vedo il mio amico che pensa a quella cosa lì. No, non a qualcosa di sessuale. Lui pensa che quella ragazza è comunista.

Intuisco il suo pensiero perché posa il bicchiere con lo spriz, sputa per terra, e poi lo riprende e lo finisce in un fiato. Ed è a quel punto che pensa ma stavolta anche dice un'altra a cosa, e questa invece è sessuale.

Non la dice, però, per via della ragazza. Bella, brutta, non fa differenza per un uomo che a più di settant'anni non ha mai cercato di infilare una dentiera tra le olivette sul bancone e il suo sorriso. Ogni dente che manca è una vita lasciata alle spalle, come i gatti di vicolo Meneghini. La dice piuttosto per via del Comunismo.

Lui, semplicemente, lo metterebbe nel culo a tutti comunisti.

E' il medesimo sguardo, solo cambiato di segno, che ritrovo nei filmati televisivi dei raduni di Comunione e Liberazione. Anche loro, quegli occhi chiari sotto la montatura sottile degli occhiali, il vociare allegro e ridere per un nulla chiamando i preti Don, hanno già deciso che non lo metterebbero o prenderebbero mai, qualsiasi cosa accada.

O come diceva Totò: a prescindere.

Così, mentre la ragazza con la gonna a fiori e l'henné dilegua verso vicolo Meneghini, il vento della val Malenco che si comprime nel carrugio tra le vecchie case, prima di essere sbuffato come un mantice sul nostro tavolino costipato dai bicchieri vuoti degli spriz, penso che la religione e l'ideologia politica somigliano in fondo a quell'imbuto di pietre.

Si racchiude il soffio della vita, il caso, l'estro del momento in un'idea soffocante e già pregiudicata di mondo, che al primo varco viene sbattuta in faccia agli altri sotto forma di starnuto. Anzi, non in faccia, ma nel culo.

Perché è proprio quando non guardi in faccia chi ti sta di fronte, o tra le gambe che si muovono morbide sotto una gonna leggera e fiorata, avendo deciso già da prima la cadenza di quel passo, l'odore osceno della pelle, che dall'infinito cilindro del possibile tu riesci a estrarre solamente due conigli: metterlo, coniglio bianco, o non metterlo coniglio nero.

Conigli rossi o con l'henné, non pervenuti.

venerdì 19 marzo 2010

Abbronzatura, o sulle ragioni letterarie a fior di pelle


Ma perché scrivi?, mi chiede con accento inequivocabilmente romagnolo, posando finalmente sul sedile la copia di Donna Moderna che ha continuato a sfogliare per tutto il tempo della nostra breve conversazione.

Intercity Milano-Roma, ore 13 e 40, giusto un timido campanellino all'imboccatura dello stomaco.

La prima cosa di cui mi accorgo da questa nuova prospettiva, un sipario che cala in un fruscio di pagine dal suo petto, è che ha un seno enorme. Probabilmente abbronzato, addirittura ustionato, come la pelle del volto bitumata da centinaia di lampade UVA, o da qualche recente soggiorno a Sharm El Sheik con un'amica. Il resto della figura è invece di una magrezza tonica, verosimilmente ammaestrata, tenuta a bada con sessioni di addominali e immobili fughe sulla cyclette, che rendono ancora più evidente il contrasto con la protuberanza che invoca un'ora d'aria dai cancelli della camicetta bianca, al suo confronto pallida.

L'età dovrebbe assestarsi nei miei paraggi, tra i quaranta e i quarantacinque; una donna ancora molto bella, occhi di un verde acqua e capelli scurissimi; ma il viso asciutto è segnato da un'infinità di piccole rughe al lato delle palpebre, sopra la fronte. Probabile effetto di un mix composto da una dieta ferrea - immagino a quali gironi celesti potrebbero arrivare quelle mongolfiere, ingozzate di lasagne e sangiovese - a cui si aggiunga un'attività fisica compulsiva e anni e anni di raggi ultravioletti che planano dolcemente sulle carni, dopo esser stati scacciati dal riflesso azzurrino dei Ray-Ban.

Mi ricorda le protagoniste di quel nuovo filone della pornografia contemporanea costituito dalle "serie". Non film, ma brevi video, situazioni, di una decina di minuti scarsi. Il tutto visto nell'ottica di un maschio che impugna la videocamera - la soggettiva è l'unica inquadratura contemplata - e finge di accostare le ragazze per strada, in una spiaggia affollata, dentro gli infiniti accidenti quotidiani. Oppure sono loro a suonare direttamente alla porta per un'audizione, a cui si presentano solo vagamente informate su ciò che le attende di lì a poco. Ed è inutile aggiungere che dopo una breve serie di "what do you ...?" e "yes I do", gli stanno già facendo un pompino.

Ma attenzione: solo un pompino.

Nelle serie infatti non si scopa. Al limite le ragazze si trastullano con l'enorme cazzo dell'uomo che le riprende, infilato come una cartolina (Ciao, qui tutto bene, c'è il sole) dentro la piega di seni pesanti e sodi. Malgrado l'assoluta assenza di ogni reticenza espositiva, non c'è quasi mai penetrazione, solo sesso orale, praticato da giovani poco più che adolescenti. Esiste però un fiorente sotto-genere denominato mature, in cui le donne hanno superato i quarant'anni e il cui aspetto è incredibilmente simile alla mia compagna di viaggio. Una magrezza tostata e muscolare, a cui si accompagni una taglia extra large di reggiseno, i capelli lunghi e tinti. Generalmente vengono presentate con il termine di house wife, casalinghe.

Indipendentemente dall'età, l'atteggiamento delle donne filmate è davvero quello di persone "prese dalla strada"; e l'evidente impaccio nel gestire una situazione obiettivamente estrema non sembra simulato. Se non suonasse vagamente ridicolo, chiamerei l'insieme delle pause, i sorrisini forzati, le fughe dello sguardo alla ricerca di un appiglio inesistente, in un unico e antico modo. Pudore.

Per quanto la dinamica della scena sia artificiale e programmata, ciò che viene ricercato dal pubblico sempre più numeroso delle serie, che non vengono proiettate a cinema ma nemmeno nel circuito dell'home video, solo tramite siti web a pagamento come Netvideogirls, è proprio questo effetto di realtà, di contiguità con l'orizzonte non solo sessuale ma anche antropologico rappresentato.

E' per questa ragione che il più delle volte si tratta effettivamente di attrici non professioniste, piuttosto donne in cui la scena ripresa rimarrà probabilmente un unicum nella propria biografia. Da tacere un giorno ai propri nipoti, tra una frittella e l'altra, una villetta in legno chiaro con le tendine in tessuto scozzese e gerani al lato opposto della finestra, in stile Casa nella prateria. Già, perché le serie sono un fenomeno tipicamente americano. L'America di Bush quanto quella di Obama, l'America anyway. Che si fa mondo dentro gli schermi dei nostri pc.

La simulazione dell'abbordaggio in una periferia urbana come tante rappresenta così solo una sintesi cronologica, plausibile nei registri quanto nello sfondo umano e culturale. A volte, in un impeto di trasparenza, viene mostrato anche il momento in cui viene corrisposto un compenso per quella prestazione occasionale, una smilza manciata di dollari. Ma a differenza della prostituzione vera e propria, mi sembra che in questo caso le motivazioni possano essere altre. Se non opposte.

Comunque sia, anche solo per il brevissimo frangente di un pompino, il membro estratto dalla bocca all'ultimo affannoso istante, giusto in tempo per sgorgare un esile zampillo opaco sul seno o all'orlo della bocca, tra i capelli arruffati, meglio ancora nella direzione degli occhi in cui si impasta col rimmel, formando una poltiglia brunita come la lacrima di Pierrot, comunque sia: agguantare anche solo una degradata scintilla di pubblica evidenza, manifestarsi.

Lo spettacolo, in fondo, è sempre stato questo.

Piacere nell'offrire piacere con la propria flagranza, che è già di per sé una remunerazione. Perché crea desiderio e il desiderio dipendenza e la dipendenza potere. Nella pornografia questo grado zero dello spettacolo raggiunge la sua sintesi più compita. Ma se ci facciamo caso, è ciò che avviene anche in letteratura. Leggiamo, attività che prevede un lieve costo in termini di sforzo, concentrazione, perché la fatica della lettura è ampiamente ripagata da un piacere. Che potremmo riassumere nel sommesso godimento derivato dal traslare la nostra immaginazione dentro altre vite, per le strade di mondi eventuali.

E' dunque questo anche il piacere della scrittura, immaginare e abitare altri luoghi?

Io non lo credo. Personalmente la vivo, prima ancora di concettualizzarla, come una soddisfazione di tipo diverso, simile appunto a quella di un attore. In cui al fondo ritroviamo una gratifica non più diretta ma differita, speculare e in ultimo legata a una dimensione manifesta. Perché ciò che viene generato in parole e immagini da uno scrittore, non dal nulla ma dal magma caotico del possibile, ciò che viene portato alla luce dell'evidenza immaginale, è nuovamente desiderio.

Uno scrittore gode nell'offrire un piacere reale dentro un'esperienza illusiva, che proviene da una scena desiderata. Dentro a cieli diversi, negati ai sensi più superficiali, come vuole l'etimo di desiderio. Ma piacere per altri, non per sé. Che lo ripagano con la moneta simbolica di una qualche forma di riconoscimento pubblico.

Potere e sempre potere, dunque. E desiderio.

Bisogna però forse distinguere tra forme e gradi diversi del potere. Il più semplice ed elementare, ma perciò enorme, confinando con la misura del diritto, è il potere di essere quello che si è, venendo riconosciuti nella nostra prima essenza umana. Esserci. Io trovo che letteratura e pornografia confinino esattamente in questo: non nell'imporre ad altri una voce, un poter fare, ma nell'offrirsi oscenamente nella più fragile ed esposta delle richieste: guardatemi, ascoltatemi! Ed infine desideratemi.

Perché io sono quello che tiene il tuo piacere avvinto alle pagine di un libro, o in bocca il tuo cazzo. Che poi è lo stesso, appunto

Sollevo quindi e a malincuore gli occhi dalla camicetta bianca, i primi due bottoni slacciati lasciano intravedere una catenina d'oro con tre o quattro pendagli appesi, uno di essi è un crocefisso che mi ricorda una croce celtica, i lapislazzuli di cui è intarsiata risaltano sull'abbronzatura come un semaforo illuminato in piena notte, e rispondo dopo una lunga pausa: Perché scrivo?

Hai presente quanto fai un pompino al tuo uomo, più o meno le stesso.

Con un gesto rapido e brusco della mano lei si riprende la sua copia di Donna Moderna e si alza di scatto, senza dire una parola. La ritroverò, scendendo a Bologna, un paio di carrozze più in là. Sta parlando con un giovane con gli occhiali dalla montatura in celluloide e la felpa dei Lakers. Di viaggi e vacanze, mi par di capire.

mercoledì 17 marzo 2010

L'essenziale è visibile agli occhi


Sto fissando da dieci minuti una fotografia a colori di Jan Twardowski.

Più la guardo, mi concentro su questa immagine digitale, più si rafforza in me un dubbio insinuante: porta una parrucca ...?

Cosa che non modificherebbe di una virgola la considerazione che potevo avere su di lui. Anche perché conosco davvero poco dell'opera e della biografia di questo grande poeta polacco. Nato a Varsavia il primo giugno 1915; morto, sempre a Varsavia, il 18 gennaio 2006.

Tra il corpus poetico che lo accredita come uno dei più importanti poeti polacchi del Novecento, mi imbatto in pochi versi scovati casualmente su Facebook. Scrive Jan Twardowski:

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto
solo l'inessenziale come una mucca si trascina
l'essenziale è così rapido che accade all’improvviso
poi il silenzio normale perciò insopportabile
come la castità che nasce dalla disperazione
quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso.

Sì, porta una parrucca.

Fateci caso anche voi. Il passaggio dall'imbiancatura delle tempie al castano giovanile del piccolo ciuffo sulla fronte, è brusco. Anche l'attaccatura non è evidente, coperta, sospetta. Infine la concentrazione di capelli intorno alla rosa centrale, che somiglia a quella di una bambola.

Sono tutti sintomi convergenti di un toupè.

Oltre che poeta di fama internazionale, Jan Twardowski è stato un sacerdote cattolico. Anzi, è stato soprattutto un sacerdote: "he was a famous Polish poet, but, as he said of himself, he was a priest (of the Catholic Church) first of all", come ricorda la breve scheda di Wikipedia nella sua versione anglosassone; sul sito in lingua italiana non vi è alcun riferimento su di lui.

Un poeta, un sacerdote, un uomo con una parrucca. Forse, una parrucca. Più avanti, continua la stessa poesia:

Non essere sicuro di aver tempo poiché la sicurezza e' malsicura
ci toglie sensibilità come ogni fortuna
arriva in coppia come il pathos e l’humor
come due passioni sempre più deboli di una sola
e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio ...

Credo di non aver molto altro da aggiungere, mi sento come il tordo in luglio. Fiacco per il convergere di emozioni, sempre più deboli di una passione sola. Malsicuro come la sicurezza. Quella, ad esempio, che un sacerdote e un poeta non dovrebbero badare a cose frivole e vezzose come una parrucca.

E invece non è affatto così. Era anche questa una convinzione che toglie sensibilità, lo stesso di ogni fortuna che arriva in coppia come il pathos e l'humor. In fin dei conti, davvero, che cazzo ne so io delle ragioni per cui un uomo si cala sopra la testa la peluria brunita di una bambola.

Affrettiamoci ad amare le persone, sì, se ne vanno così presto.

Ma non è vero che l'essenziale è sempre rapido, accade all'improvviso. Più spesso di quanto si creda, nel passo greve di una mucca che si trascina, il campanaccio che ne accompagna il procedere stanco come un rintocco funesto, si nasconde molta più essenza di quanta si riesca a cacciare dentro una poesia.

L'essenziale è visibile agli occhi.

Ed è per questo che gli uomini, anche quelli grandi, immensi, santi, lo nascono a volte con un toupè.

martedì 16 marzo 2010

Il copriletto Indira, o sul perché non vado mai ai reading di poesia


Incontro un'amica che desideravo incontrare da tempo.

Sta andando a un reading di poesia, la mia amica che desideravo incontrare da tempo. Il nostro però è pochissimo, la cultura incombe; io poi sono impegnato nella sistemazione dell'appartamento nuovo.

Mi aiuta così a misurare la distanza del tavolo da pranzo dalla parete, da cui dovrebbe distendersi il braccio snodato della lampada Tolomeo. La mia amica poetessa mi mostra quindi come ricoprire il divano angolare con due copriletti Indira. Ecco infine che mi saluta.

Come, devi già andare?

Con il passante ferroviario, in una ventina di minuti scarsi, dovrebbe riuscire ad arrivare dalle parti di Porta Romana, dove è attesa dagli altri poeti per iniziare il reading. Le spiego come raggiungerlo.

Ma perché non vieni anche tu?, mi chiede all'improvviso.

Preso alla sprovvista, farfuglio una scusa generica, un qualchecosa di urgente che devo fare: assolutamente improcrastinabile!

Al suo svanire inghiottita dalla corrente degli architetti di via Andreoli, ritorno al mio Månstad angolare. Lo preferivo grigio antracite, ma anche nel color panna del copriletto Indira non è male, con sottili rigature leggermente più spesse. Un po' effetto tenda, ma insomma...

Sul tavolino Lack - l'unico oggetto Ikea che sono riuscito a montare da solo - trovo un fumetto di Ken Parker lasciato aperto con le pagine rivolte verso il basso. Ricorda una bambina che si alleni a fare la spaccata: ogni giorno le pagine si flettono un poco di più, si distende il dorso della copertina. E' sempre una festa quando riesco a trovare una copia di Ken Parker dal Libraccio.

Già, ma perché non l'ho accompagnata al reading di poesia?

Aveva un buon profumo e parole esatte, ironiche e lievi, la mia amica poetessa. E mani allenate a seguirle nei cieli della voce. Prima di essere accompagnate, una parola dopo l'altra, soggetto predicato e complemento, alla porta d'uscita. Come un bidello che ha terminato di sistemare il termosifone e può finalmente ritornare alla sua settimana enigmistica.

Giusto il tempo di ascoltare la pernacchia del bullo della classe.

Ken Parker deve scortare un militare confederato accusato dell'omicidio di una donna. Non solo uccisa ma anche violentata, una roba schifosa. Il giovane ha un vuoto di memoria, quella sera ha bevuto molto e non è in grado di fornire un alibi, ci pensa e ripensa ma l'inchiostro nero è colato tra un minuto e l'altro. Sembra un bravo ragazzo, in fin dei conti. Un moretto con i lineamenti gentili e delicati.

La gente del paese aveva già preparato la corda, intendevano linciarlo. Combinazione sta arrivando in quel momento un battaglione di cavalleria al galoppo. Ken Parker è tra loro, spara alla fune proprio un attimo prima che il ragazzo venga fatto penzolare da una grande quercia. Quando si dice la fortuna!

In un film di Sergio Leone Clint Eastwood faceva questo di lavoro: sparare alla corda, dividendo la taglia con l'impiccato.

Dimenticavo, anche la mia vicina di casa si chiama Indira. E' la moglie di Brunone. Anche se è piccolo e magrolino lo chiamiamo tutti a quel modo, Brunone. E chissà perché non Brunetto o Brunino o Brunello. Mentre io che sono alto un metro e ottantatre mio cugino mi chiama ancora Guidino.

Brunone e Indira abitano proprio sopra di me.

Da qualche mese stiamo studiando assieme un sistema di carrucole e pulegge. In questo modo potremmo scambiarci formaggi francesi e manicaretti vari. Lui ha vissuto in Francia diversi anni, ora fa il falegname per il teatro. Cala il camembert, Brunone, e io ti isso la mostarda. Bello, no? Mentre Indira me lo dice e lo dimentico sempre, che lavoro fa Indira.

Eppure una volta ci sono stato a un reading di poesia.

I poeti avevano tutti un buon odore, non è questo il punto, davvero. Ci sono andato ma ho trovato una scusa anche quella volta, dopo cinque minuti ero fuori. Una città di mare, ricordo solo questo. E l'odore di salsedine appena uscito sul marciapiedi di una strada lunga e larga.

E' come se ci fosse stato nell'aria, quando ero ancora dentro, senza salsedine, un accordo preventivo. Meglio un consenso indubitabile a qualsiasi cosa sarebbe stata detta da quel momento in poi. Tutto quello che si pronunciava dentro lì, con un libro spalancato sul leggio, uno che scandisce le sillabe come fossero le ultime parole di un morente, i familiari che gli tengono la mano, tutto quello era già deciso:

è poesia.

Mentre ciò che si diceva prima, o si sarebbe detto dopo, con un Martini al posto di Kavafis e due olivette tanto per gradire: era vita, prosa, cazzi vari. Compreso la salsedine per strada e uno scirocchetto che inzuppa dolcemente i vestiti.

Nell'Insostenibile leggerezza dell'essere, Milan Kunder scrive che il kitsch rappresenta "la negazione della merda". E motiva questa affermazione dicendo che nel kitsch si manifesta una sorta di "adesione categorica all'Essere in quanto tale".

Nel frattempo il giovane accusato di omicidio è riuscito a fuggire.

Ken Parker, che lo stava scortando ad un giusto processo, si mette sulle sue tracce. Ma qualcosa gli puzza, non gli quadra. In fondo rimane convinto della sua innocenza, a maggior ragione dopo essersi accorto che anche un bounty killer si è messo alle calcagna del fuggitivo. E infatti è stato il bounty killer a liberare nottetempo il ragazzo.

Io comunque non l'ho mai capita bene, la differenza tra una poesia bella e una brutta.

Però, come posso dire, mi sembra certe volte di poterla sentire. E quella cosa che io sento, ma solo certe volte, e che poi chiamo bellezza, somiglia piuttosto alla sospensione di qualsiasi accordo tacito o formale tra le persone. Una fuga a cavallo da ogni ossidato sistema di simboli e segni, senza navigatore satellitare.

Ecco, come se le parole riscoprissero nuovamente il mondo, al di fuori del bolo di un'interpretazione predigerita, via da ogni galateo del gusto. E si manifestassero come una principessa che solleva i lunghi lembi dell'abito in tulle, la ghirlanda di fiori in testa, prima di sedersi con infinita grazia su un trono intarsiato di gioielli.

Ma è a quel punto che alla principessa sfugge una lunga e fragorosa scoreggia.

Sì, aveva proprio un odore buono la mia amica poetessa, forse troppo buono. Non si sente odore di puzzette ai reading di poesia. E mani allenate e veloci, come quelle di Brunone mentre cala un fromage de Lion, nell'infilare il copriletto Indira sotto agli spessi cuscini del divano Månstad.

E poi, l'avreste detto voi, ma il giovane soldato era stato proprio lui, a violentare e uccidere la ragazza? Nemmeno Ken Parker se l'aspettava, c'è rimasto di stucco. Un giovane angelo assassino senza memoria né ragioni.

Mentre il bounty killer gli ficcava una pallottola al centro esatto del cuore.

domenica 14 marzo 2010

Un'illuminazione, o sul come rimanere un tiziocaio: ma in piena luce


Oggi ho avuto un'illuminazione. Ho scoperto che le lampade, per funzionare, devono chiamarsi come le donne.

Tranne una, una lampada davvero molto bella, un oggetto di design, il cui nome è decisamente maschile: Tolomeo.

Chiedo alla commessa come mai quel nome così singolare, ma lei risponde che non lo sa.

Immagino in onore di un signore greco con la barba bianca, uno zuccotto rosso e il dito indice rivolto al cielo; o almeno così viene rappresentato in un celebre dipinto rinascimentale, come Platone che cammina fianco fianco ad Aristotele, discutono, il disaccordo è palpabile; Raffaello Sanzio li presenta come due impiegati delle poste in diverbio sull'assegnazione di un rigore, durante la pausa pranzo.

Lei continua a dirmi che non sa, ma guardi che bella luce calda e avvolgente.

Nella sua opera più famosa - perché Tolomeo era un astronomo e tante altre cose, altrimenti già ci saremmo scordati del suo zuccotto rosso e il ditino alzato come un impiegato delle poste - egli illustrava ai maschi di Alessandria le ragioni per cui il Sole ruota attorno alla Terra, tutto ruotava attorno alla Terra. Con eccezione delle donne che ruotavano attorno agli uomini, anche se non sta scritto nell'Almagesto.

O in alternativa abbiamo quest'altro modello, interrompe i miei ragionamenti la commessa. Sempre della stessa marca, si chiama Tizio.

Un altro nome maschile! aggiungo io. Come quando dici un "tiziocaio" e intendi uno qualunque, non ha tanta importanza il nome, si fa tanto per dire. Ecco, tiziocaio ma senza Caio.

Sì sì, Tizio, si chiama così. Vuol vedere qualche altra tipologia? Abbiamo dei bellissimi neon a caduta modulabile. Sono in offerta.

No, grazie, sono orientato verso la prima che mi ha mostrato, quella con la luce calda e avvolgente. Mi lasci pensare un momento.

E dunque, oggi ho avuto questa illuminazione. Ho scoperto che le lampade, per funzionare, è meglio se si chiamano come le donne. Ma non sempre, non è proprio necessario.

Esiste infatti una famosa lampada che porta il nome di un astronomo del secondo secolo, fa una luce calda e avvolgente. Non è importante capire, sapere con certezza se il rigore ci fosse oppure no. Basta stare in quella luce. Calda. Avvolgente.

La stessa luce che si soffonde in un clic da quell'altra, con un nome qualunque e però sempre maschile, un nome del cavolo, come non avere nessun nome. Ma se possiedi una lampada così forse non sei più uno qualunque, un tiziocaio.

Perché quando vengono gli amici a casa tua, i conoscenti o meglio ancora i nuovi arrivati, non accendi semplicemente una luce per guardare dove metti i piedi, non andare a sbattere contro i muri. Ma una Tizio, una Caio, una Tolomeo.

Così se fossi un moscerino, magari quello della celebre poesia di Mandel'štam, penso che inizierei a girarci attorno infinitamente, a una lampada di quelle: la farei diventare il mio sole! E anche rotolando come una trottola sentirei di essere in un posto che mi spetta, al sicuro. Sentirei, sì, che l'universo mi è amico ed è lui a corrermi appresso.

Ma in fondo, con tutte le mie certezze da Tolomeo, continuerei a essere un moscerino, un niente di zanzara, un fioco ronzare di càrabi che, nel profondo gravido azzurro, implora di esser salvato dalla grazia di un nome.

Restando infine un tal dei tali, un tiziocaio senza battesimo. Che si volta di scatto quando alla fila delle poste chiamano un numero, un numero a caso che lampeggia rosso sul display, correndo a sbirciare se si tratta e finalmente di lui.

Sì signorina, aggiunga pure una lampadina a basso consumo e una prolunga da tre metri. La compro.

venerdì 12 marzo 2010

Avatar


Visto Avatar. Com'è? Domanda sbagliata. Nessun avverbio può essere accostato al nuovo film di James Cameron. Avatar è, nel bene e nel male, un'esperienza. In altre parole: "è" e basta. Con ciò riportando il cinema indietro di 100 anni abbondanti. Nella biforcazione dello sguardo che da un lato vede incamminarsi i fratelli Lumière verso la ricognizione del sensibile, e Méliès a perlustrare i regni eventuali della fantasia - che sono pur sempre evento solo procastinato nel tempo, e innestato dalla fantasia dentro la corteccia del reale.
Cameron è allora come se volesse ricucire questo congenito strabismo, mostrando come l'immaginazione possa avere effetti tangibili di realtà. Tanto che la sua fantasmagoria ecologica e tridimensionale, proprio perché radicalmente fantastica, inverosimile fino all'eccesso, tende infine al suo opposto. Una riconnessione profonda e meravigliata con l'esperienza primigenia di essere parte di un tutto vitale. Che è tutto, ossimoro fiammeggiante, in conseguenza al fatto che ne siamo parte irriducibile, ma interattiva e palpitante.
L'apologo paradossale consisterebbe dunque in questo: mettere in campo la più potente macchina d'artificio forse mai prodotta dall'industria cinematografica fino ad ora, per recuperare una percezione viva e innervata dell'esperienza originaria. Essere, esserci in un luogo e a causa di quello stesso luogo, di cui siamo effetto ma anche condizione, figli che diventano padri dei loro padri, e da cui ogni fuga della volontà è il prodotto arrogante di una hybris.
Lo scontro presente in Avatar non è dunque quello tra Bene e Male, ma tra intransitività culturale, chiamiamola così, incarnata nella figura del comandante militare della spedizione, e transitività cosmica. Che vede l'affermazione dell'umano proprio nel suo transumanare in un'altra specie e perfino nel "bios" di natura, coincidendo con la totalità dei mondi.
Il clone biomeccanico Sully, agito a distanza da un ex marines che si trova su una sedia a rotelle in seguito a un incidente di guerra, è l'emblema di questo percorso di rifondazione percettiva, quasi fosse una summa esperienziale del pensiero di Giordano Bruno. Non è la morale a essere meticcia, sembra suggerirci Cameron\Bruno, ma lo sono la realtà e lo spirito, di cui fa parte a pieno titolo anche la fantasia. E questa non è solo New Age, ma sensibilità e percezione che possedevano le antiche popolazioni amerinde, a cui pure il film è stato accostato, quanto i sapienti di ogni tempo sulla terra.
La domanda iniziale e corretta sarebbe allora forse un'altra. Ci riesce, la sintassi tecno-barocca di Avatar è adeguata a svolgere un discorso vero e credibile sul mondo e sulla vita, quanto sulla fantasia come levatrice storica del possibile? Oppure, come avviene per le narrazioni ispirate proprio alla cultura della Nuova Era, scade in pedanteria didascalica, semplificazione stereotipa e confortante?
Non lo so, la mia impressione è che sia un film riuscito solo in parte, ma non ozioso né calligrafico nella scelta di un registro magniloquente e suggestivo. Perché almeno per la parte mezza piena della bottiglia, quella appunto dell'esperienza, di una meraviglia panica e disarmante ogni residua difesa di ragione, qui pienamente funzionale al tema, Avatar è. Incontestabilmente e appassionatamente è.

mercoledì 10 marzo 2010

Saluti


Ci sono delle donne che quando le incontri con il fidanzato, con il marito, con un uomo qualunque anche piccolo, brutto e con l'alito puzzolente, si fa per dire, ci sono delle donne che loro non ti salutano mai. Mica gli hai fatto niente: non ti salutano lo stesso. Trovano sempre una buona occasione per girare gli occhi e i sorrisi da un'altra parte; la parte in cui, guarda alle volte il caso, ci sta quell'uomo piccolo e brutto e con l'alito puzzolente, neanche un avanzo una briciola di campo visivo per te. Ma ci sono delle donne che quando le incontri senza il fidanzato o il marito o un uomo qualunque, anche alto, ricco, bello e a cui spunta un fiore in bocca, si fa per dire, ci sono delle donne che ti salutano due volte. E in genere, non si capisce perché, ma sono le stesse donne che ...

martedì 9 marzo 2010

Primipare, o sull'ombra gerarchica del Comunismo


Le chiamano primipare nei reparti di ostetricia. Dopo i trent'anni, primipare attempate. Giovani donne che hanno appena partorito il primo figlio.

Ma ancor prima, alle visite di controllo, nel riverbero stanco di una sala d'attesa azzurrina, senza una sintesi nominale eppure sono già una tribù.

Lo capisci dal fatto che non sfogliano in silenzio, radiosa eccezione, le pagine sfrante di Donna Moderna, Grazia o il supplemento settimanale del Corriere, che rimangono accasciati sopra al tavolino bianco.

Parlano, piuttosto.

Si riconoscono senza bisogno di uno zoom al dilatare d'asola della camicetta - è il nostro di sguardo, a essere imbarazzato dall'apparire del rigonfiamento - perché il loro corre svelto agli occhi, al cielo.

Sembra addirittura che sappiano leggere i segni d'ala del gabbiano, nei fondi oscuri del caffè.

Le vedi almanaccare di merendine o forse merdine, non capisci bene; precorrere vagiti nella contemplazione di ciucciotti da conficcare come la picozza dell'alpinista sulla vetta; o sono profilassi antiche e tramandate in un sussurro, da orecchio a orecchio.

Perfino, ma solo quelle più svelte nel rubare il tempo all'altra, di professioni e carriere apparse in sogno, corsi di minibasket e lezioni di violino: lui farà, lei sarà ...

Di questo, si raccontano.

O meglio si confidano quando mesi dopo si rincontrano per strada, ma più spesso ai giardinetti, con la carrozzina spalancata alle vampe incontinenti dell'orgoglio. E c'è ancora quello sguardo lucido e trasognato, la commovente intimità tra animali della stessa specie.

Immediata è allora la festa di frasi che dilagano nel dettaglio - cadute dal seggiolone, lo sbocciare precoce dei dentini - in una seppiata epopea del quotidiano, mitopoiesi da cinegiornali Luce. Una velocità di parola che riassume secoli, intere ere geologiche e cicli astrali.

Ti fanno anche dispetto, però. Quell'assoluta e spietata indifferenza al tuo procedere curvo e assonnato. Come se tu e il libro che tieni sotto al braccio alla maniera di un termometro: non esisteste, foste niente polvere nulla. Un accidente del caso, rispetto al capolavoro del loro ventre.

E sarà per il fastidio di essere esclusi dal Paradiso, meglio saltati, il gesto obliquo del cavallo degli scacchi. Oppure la ruvida distanza da un entusiasmo per ciò che ti appare come orizzontale - così da sempre, così sempre sarà - e a loro invece vertice, sommità ultima di Natura, che ti porta infine a pensare: ma non è stato un giorno proprio questo, anche il Comunismo?

Riconoscere il simile, l'uguale.

Ma nel fondo più fondo del cuore, la convinzione che il proprio fosse sempre e seppur di un poco diverso ... (Sì, migliore!)

domenica 7 marzo 2010

Il prato delle giostre


Il prato delle giostre, ma senza giostre. Cosa lo distingue, intendo, da ogni altro prato?

Forse andrebbe allora riscritto: il prato delle giostre dopo le giostre.

E' un campetto smilzo e spelacchiato, simile alla campagna che arretra in un rassegnato borbottio di ruspe, una periferia come tante, di una piccola città di provincia.

Solo un poco più ammaccato, questo sì, gli steli d'erba torti dal calpestio di Nike e stivaletti con la cerniera in tinta, chiusa di lato.

Trascorse poche settimane, il prato delle giostre dopo le giostre che vengono e vanno, più spedite di un rondone, sa però riprendersi ciò che era suo. La natura non ha bisogno di una lunga riabilitazione.

E scocca spudorato il giallo del tarassaco, non ha dubbi d'amore la margherita, mentre il trifoglio dilaga tra i mozziconi occulti delle Marlboro. Adesso è davvero un prato come tutti gli altri, guardalo!

Lo fai, spalmi la retina di clorofilla, i bastoncelli rassicurano i neurotrasmettitori che ogni cosa sta al posto suo: un prato, sì, uno a caso tra gli immensi sbadigli della terra.

Eppure qualcosa ancora non ti convince. E il prato delle giostre dopo le giostre, hai di nuovo cambiato opinione, torna a essere il prato delle giostre, senza giostre.

Il gettone di plastica dell'autoscontro, la coda di Provolino da acciuffare nello slancio pelvico del calcinculo; riecco la ragazza corvina che ti porge il fucile come l'eucarestia - hai già detto tre volte no, grazie - e con l'altra mano un pescetto rosso e spaurito, nella porzione di oceano che gli spetta: un bicchiere.

No, non è tutto questo che ti manca, il tuo pugno non ha mai fatto decollare l'impeto marziale della lancetta fino a superforzuto.

Sono le case, proprio, i palazzi tutt’intorno a chinarsi su quello spazio nuovamente vuoto, oscenamente vuoto e stranamente silenzioso, a reclamare la restituzione della nuvola di zucchero filato.

C'è come una memoria nelle cose, una presenza, che rende ingombrante e viva ogni minima assenza.

Così se qualcuno, improvvisamente, sapesse restituire verità alla più terribile tra le domande, tanto da rispondere al suo Ciao, come stai?, con la più vera e terribile tra le risposte:

 Sto come il prato delle giostre. Ma senza giostre.

giovedì 4 marzo 2010

Alla Bovisa, o sul perché non mi fido degli architetti


Il lavoro che faccio non è tanto semplice il lavoro che faccio io. Così quando qualcuno me lo chiede, "che lavoro fai", di solito rispondo "alla Bovisa", che è un quartiere di Milano, zona nord, da viale Jenner si gira a destra per via degli Imbriani fino a piazzale Bausan, ma ci si può arrivare anche per altre strade, non è importante come ci arrivi, alla Bovisa, perché poi non ci sta quasi più niente, a parte il Politecnico, la nuova Triennale, due Todo Modo che sono bar dove fanno buona la cioccolata e da qualche anno un Libraccio, sono già diventato amico delle commesse, ma forse loro preferirebbero essere chiamate libraie, ci vediamo di frequente, perché da tre mesi, quasi quattro, alla Bovisa ci abito anche io. Ecco, se dico tutte queste cose assieme di solito alla fine uno se l'è già dimenticato, che mi aveva chiesto solo che lavoro fai? E allora io dico tutte queste cose, di solito, assieme, che non è mica semplice il lavoro che faccio io. E poi sono domande che si fanno tanto per fare, per tenere sveglia la comunicazione. Il lavoro ad esempio, non è che interessa davvero il lavoro, come la salute, come stai, bene grazie, non è tanto importante. Se tra la domanda e la risposta ci infili un mucchio di virgole, c'è allora il caso che uno se le confonde, che lavoro, come stai, vino bianco o vino o rosso, sono tanti drin drin, dove abiti anche, alla Bovisa, ah, ecco, bravo, e si continua a parlare. Della Bovisa, ad esempio. Che si chiama così perché una volta ci stavano i buoi, i prati, una grande cascina, la gente si infilava sotto il ventre gonfio delle vacche e le alternative erano due: a pollice o a pugno, la mungitura. E mica tanto tempo fa, eh. Poi, con un secolo e mezzo buono di ritardo, è arrivata la rivoluzione industriale anche in Lombardia. Dopoguerra, piano Marshall, boom economico e film con Tognazzi e Gassman. In altre parole, fine dei buoi e inizio delle ciminiere. Più che altro, alla Bovisa, si è però trattato di modesti opifici, le cosiddette "fabbrichette"; un po' di chimica, soprattutto vernici, artigiani che si ingrandiscono; oltre alla Branca, quella del Fernet, e all'azienda di produzione e stoccaggio del gas di città, che ha caratterizzato lo skyline del quartiere attraverso lo scheletro dei gazometri. Niente di mastodontico, comunque. Piccola e piccolissima impresa industriale che, priva di sovvenzioni pubbliche, è stata la prima a subire la crisi di settore, e a chiudere all'inizio degli anni ottanta. A quel punto sono arrivati gli architetti del Politecnico, si sono piazzati tra le macerie del boom, come un'autostoppista svedese con lo zaino, e hanno iniziato a usare una parola che quando la sento dico boh, riqualificazione, cerchiamo di capire. Così a orecchio, riqualificazione credo voglia dire una qualità diversa, non fare ma ri-fare. Come quando c'erano i buoi e poi è arrivato all'improvviso sulle nostre tavole il Fernet Branca. Non una nuova cascina sopra allo sterco della storia, ma qualcos'altro, diverso, che prenda lo sterco ma per impastarlo con la paglia, costruire nuovi mattoni, non so se mi spiego. Perché se vengono servite le portate del banchetto troppo svelte, il problema non è più quello di mungere, ingollare grandi cucchiaiate di latte con i corn flakes, ma diventa digerire, caffè e ammazza caffè, ruttino. Ecco, la stessa cosa. Riqualificare è allora come ammettere che qui è cambiato tutto, facciamo di nuovo ma con un'idea diversa di mondo, utilizzando i pezzi di lego che già possediamo. Ma qual è allora la diversa qualità pensata dagli architetti della Bovisa? Io li incontro, ogni tanto. Vengono a mangiare alla Montagnetta, oppure alla trattoria Speranza, al Toscano, dal Monello che è dove si spende meno: 5 euro e 50 se prendi solo primo, contorno e bevanda; 7 e 50 con anche il secondo. Io li incontro lì, li vedo lì. Capisco che sono architetti e non ingegneri - perché alla Bovisa ci sta anche Ingegneria, ma dall'altra parte dei binari della ferrovia, verso Mac-Mahon, altra storia insomma - capisco che sono architetti da come sono vestiti. E non è che in genere ami sciacquarmi nella pozza tiepida dei luoghi comuni, ma sembra che quelli lo facciano apposta, a vestirsi da architetti. Jeans o pantaloni di velluto a coste, lupetto antracite, occhiali da vista con la montatura in celluloide, pesante, nera, sciarponi annodati a cappio, polacchine Camper, giacche con le toppe scamosciate, sempre di velluto le giacche, ma in inverno giubbotti tipo marina e d'estate non lo so, perché l'università è chiusa. E poi naturalmente l'orologio Mondaine, quello delle ferrovie Svizzere. Ma anche i capelli li distinguono dagli ingegneri. Gli architetti hanno un mucchio di capelli, gli ingegneri sono già mezzo pelati a vent'anni; e sembra che lo facciano apposta anche loro, a richiamare l'alopecia come si fa con un gattino con una tazza di latte in mano. Ecco, questi sono i futuri architetti che daranno forma, anzi: ri-formeranno le nostre città. Così io cerco di capire quale sarà questa forma, questa nuova qualità della Bovisa senza più buoi ma nemmeno ruttini, la cerco di scoprire attraverso gli unici strumenti critici di cui dispongo: lo sguardo, l'udito. Ma prima di iniziare a sbirciare, a origliare, mi faccio una domanda sola, semplice, mica c'è troppo da sottilizzare quando punti il tuo cannocchiale a tre tavoli di distanza. E la domanda sarebbe: cosa sa fare un architetto che io non sappia fare? Un ingegnere, ad esempio, è capace far rimanere dritta una parete di cento metri d'acqua. Cavolo, io non lo so mica fare quel trucco lì: una diga. Oppure un computer, uno stereo, un aeroplano, un motore turbo diesel, una nave, un'ovovia, un meccanismo che fa risalire i birilli del bowling dopo che hai fatto strike, con il piedino incrociato come i pattinatori sul ghiaccio azzurrino della pista. E sono equazioni matematiche, fisica dei flussi, complessi studi sulla portanza. Un poco più in piccolo, anche un geometra deve conoscere quei delicati equilibri meccanici tra le forme, le sostanze e il loro comporsi dentro la materia. Ma un architetto? Sì, certo, anche un architetto deve essere in grado di maneggiare i calcoli e le strutture, ma in questo caso sta semplicemente copiando dal banco di un geometra, o al suo meglio di un ingegnere. E' un'altra, intendo, la tazza in cui un architetto dovrebbe versare il suo tè; o come la chiamerebbero loro: la qualifica professionale o specifica competenza. E secondo me questa cosa che un architetto dovrebbe saper fare meglio di un geometra, ma anche di un ingegnere e soprattutto di me, è riconoscere e poi creare delle relazioni stabili tra le cose. Se un ingegnere progetta un ponte tra le due sponde opposte di un fiume, un architetto dovrebbe allora essere in grado di proiettare quello stesso ponte tra un lampadario e una finestra, una strada e un lampione, una panchina e il nonno che ci si siede sopra con il nipote, le badanti ucraine la panchina dopo, il tossico che beve a canna una Dreher un'altra panchina ancora. Tutti puntini di mondo, schegge, che andrebbero ricomposte in un quadro complessivo. E per questo ci vuole un architetto, uno bravo, che sappia restituire all'esperienza le trame segrete tra le cose, quali il mondo sta perdendo. Ascolto dunque i discorsi dei futuri architetti che mi accerchiano, nella pausa pranzo dei loro studi, dentro gli infiniti ristorantini della Bovisa. Ma più che altro controllo le loro ordinazioni. Per secondo abbiamo seppioline con piselli oppure spezzatino, vanno bene le seppioline, d'accordo, aggiungo anche due patate, come preferisce, e da bere la solita lattina di Fanta ...? La solita lattina di Fanta!? Ma stiamo scherzando, seppioline con piselli annaffiate di Fanta, la solita Fanta! E sì che questi ragazzi, con i loro pantaloni di velluto, gli occhiali dalla montatura pesante, le toppe sulla giacca, sono proprio gli uomini e le donne che dovranno restituire forma ed esatta misura alle cose che tocchiamo, spalancare ponti tra le manifestazioni sensibili, ponendo in relazione il simile col diverso, ma secondo un ordine umano di bellezza e funzionalità, armonia. Ma poi, al momento di impilare i materiali con cui costruire la cattedrale del proprio stomaco, dischiudono una folle campata tra seppioline con i piselli e Fanta. E non sto parlando di uno, di un caso isolato, sono tutti così. Coca-Cola con bollito misto, pizza guarnita di patatine fritte, Sprite e agnolotti pavesi. E per finire, invece di un bel bicchierino di Fernet, una tazza di cioccolata calda, ché da Todo Modo la fanno buona. Ed ed è vero, la cioccolata di Todo Modo è davvero la più buona, il mondo va avanti, la gente parla, ti chiede come stai come non stai, qual è il tuo lavoro. E io che non è tanto semplice, il lavoro che faccio io, rispondo alla Bovisa, dove ci sta pure la facoltà di Architettura. Hai presente, Architettura?

mercoledì 3 marzo 2010

Il mal sottile


Che senso può avere un'immagine come questa, mi chiedo. Di Wilhelm von Gloeden, Gruppo di giovani in terrazza con strumenti musicali, ma che senso può avere?

Quando il barone Guglielmo, come veniva chiamato con deferenza dagli abitanti del luogo, si trasferì a Taormina nel 1878, inizialmente lo fece unicamente per ragioni di salute. Tubercolosi, gli comunicò con la severità di quella lingua spigolosa un medico del Meclemburgo. Una diagnosi su cui c'era poco da cavillare. Sole, mare, aria buona. Una pacca sulla spalla e una valigia con qualche libro, ma soprattutto una macchina fotografica.

Le fotografie di Wilhelm von Gloeden sono riconosciute quale sintesi più acuta della sensibilità omoerotica del secolo decadente; un'enfasi teatrale, sontuosa e classicheggiante, dal cui pesante sipario si intravede lo schiudersi senza storia né patria della carne. Sì, ma che senso può avere un'immagine come questa per noi, intendo. Ora, adesso, in questo tempo.

Torniamo dunque alla nostra domanda iniziale: quale significato, cosa farne?

Il giovane sulla destra è cinto da una tonachetta bianca e lunga, gli accarezza il corpo dalla vita in giù. Al collo porta una collana di pietre chiare, forse perle, e tra i capelli folti e neri un nastro, più sopra una ghirlanda. In mano tiene un tamburello, che immaginiamo intrecciare il suono con quello del flauto suonato dal ragazzino più piccolo, seduto sul muretto della terrazza e ideale punto di convergenza dell'intera composizione. L'ultimo vertice del triangolo che viene così a formarsi è costituito dal giovane sulla sinistra. E' nudo, è di spalle. Proprio perché sottratto allo sguardo - circostanza inusuale per von Gloeden, in genere più incline alla flagranza - il suo fallo è perno immaginale del ritratto. Il ragazzo sembra esserne consapevole, ne gioisce. Alzando le braccia al cielo in segno di forza, di vittoria. Avere un cazzo, essere dentro un cazzo, quale miracolo della natura!

Ma se guardiamo con più attenzione, vediamo che le sue mani sono occupate in un gesto diverso. Impugna due campanellini, anch'egli è dunque intento nella generazione di un suono, compreso nella musica e forse nella danza, che sono una cosa sola come il bianco del cielo e quello del mare, da cui la terrazza è circondata.

Wilhelm von Gloeden vede tutto ciò da dietro l'obiettivo ma sta ritirato, nel silenzio della sua lingua sconosciuta. In tedesco tubercolosi viene detto tuberkulose, non c'è molta differenza. Oppure, anche in quelle regioni lontane dal sole, ignare dei ciuffi selvatici della ginestra e del rosmarino, per non dire del canto e delle danze di un'ellade completamente reinventata tra le colline di Taormina, viene indicato con male sottile. O ancora più indietro nel tempo, "ftysis", tisi, come viene sibilato nella lingua del mito, anche se il significato è quello prosaico di consunzione.

Nelle centinaia di immagini come questa, sottratte alla incessante consunzione del tempo da Wilhelm von Gloeden, il barone Guglielmo, si avverte la traccia di una sottigliezza, un inganno. Quante volte la cultura occidentale aveva già cercato di rianimare le spoglie della grecità classica, del gusto ellenico? Von Gloeden conosce benissimo gli abissi spaventosi che si aprono dentro ai propri polmoni, e sa che tutto questo è un gioco, uno scherzo. Un trucco, meglio. Che non potrà sottrarlo al suo destino di tubercolotico, ma con cui nella migliore delle ipotesi riuscirà a portarsi a letto qualcuno di quei ragazzi, ad accarezzarne il fallo che è qui pudicamente sottratto all'appetito dei maligni.

Ma che accidenti di senso ha, allora, questa immagine per noi moderni ed eterosessuali? Possiamo ancora utilizzarla, e in che modo?

Un po' ci fa ridere, certo, apparendoci decisamente kitsch. Ma un poco anche ci commuove, pensando a quei ragazzini catturati al culmine della loro vitalità, in un'esultanza della carne che contiene già qualcosa di triste; i loro volti come distratti o sospettosi verso quell'uomo che gli chiede le cose strane, in una lingua lontana e sconosciuta, tra un colpo di tosse e l'altro. E ci ricorda della consunzione, della "ftysis", da cui anch'essi sono stati infine risucchiati. Sì, un male sottile. Che è l'eredità più terribile e grandiosa, forse perfino errata, suggerisce qualcuno, che i greci ci hanno consegnato. L'idea che da qualche parte ci stia un ritmo o una cadenza o un ticchettio. Ecco come nel tempo, e col tempo, è cambiata questa fotografia. Come la possiamo utilizzare.

O magari il tempo è solo un tamburello suonato da un fauno distratto e scoglionato, che non vede l'ora di togliersi quella stupida ghirlanda.