venerdì 30 dicembre 2011

Quello giusto, pensierino di capodanno


Ma tra un signore alto e magro e vestito di nero come un prete nasce a San Francisco il 24 febbraio 1955 e subito dopo viene affidato in adozione quindi l'infanzia serena adolescenza travagliata molla gli studi universitari e si iscrive a un corso di calligrafia pensa tu calligrafia da adulto inventa un sacco di cose ganze tra cui un telefono lui dice che è tutto merito della calligrafia lo producono in Cina il telefono lo assemblano gli operai cinesi sembra ganza come storia oltre naturalmente che come telefono se non fosse che il 5 ottobre 2011 quel signore tutto nero come un pretino di campagna muore di un tumore al pancreas e quelli che usavano il suo telefono tanto ganzo da poco lo fanno anche bianco hanno pianto e quelli che non lo usavano hanno pianto anche loro ho pianto anche io abbiamo pianto tutti un signore alto e magro con pochi capelli grigi sulla testa ovale con un'infanzia sfortunata poi diventa un genio dell'informatica dei computer dei telefoni ma lui fa spallucce dice ci ho messo solo un po' di calligrafia e intanto il suo successo cresce lievita ha il volto tondo di una grande mela ma in un angolino a guardar bene manca un piccolo pezzo sempre manca questo pezzettino o meglio ancora un morso un boccone che piano piano si mangia tutta la polpa ed ecco allora che diventa una storia triste una storia da starci male di quelle che ti raccontano i preti immaginando che tu colga una qualche morale sottostante una lezione edificante e non invece della semplice e nuda calligrafia come se si trattasse della firma stilizzata di questo signore alto e magro e sfortunato come solo i ricchi riescono a esserlo ma di nuovo ecco comparire gli operai cinesi che invece sono notoriamente fortunatissimi e poi piccoli gialli con le loro manine gialle con cui girano le vitine di un telefono bianco e nero e veramente ganzo come telefono così loro gli omini gialli dovrebbero essere felici di fare una cosa ganza sembra di capire ma ecco il colpo di scena 14 tra gli operai cinesi che lavoravano per una fabbrica cinese pure quella lavoravano per le nostre lacrime e cioè per i telefoni di quel signore di San Francisco che non era un prete ma si vestiva lo stesso di nero e poi alto e magro e soprattutto morto sono morti anche loro e mica per il pancreas il loro pancreas era bellissimo non era giallo nemmeno un po' e anche i polmoni belli chiari idem il cuore si sono suicidati sono morti per le condizioni di lavoro in cui assemblavano migliaia di telefoni ogni giorno scrivono i giornali e subito dopo gli stessi giornali infilano la pubblicità di quel telefono lì che non c'è storia non c'è partita è il telefono più ganzo del mondo noi ci digitiamo gli sms come stai gattina che mutandine indossi tra poco arrivo miao miao e sembra una storia che non si capisce più che storia è questa dove non c'entrano più i gatti e le mutandine nemmeno i preti le suore o visto che siamo in ballo con la Cina i monaci Shaolin uno potrebbe pensare come Keith Carradine in un famoso telefilm americano degli anni settanta ma chi se frega della televisione americana degli anni settanta devono avere pensato gli operai cinesi noi negli anni settanta era tanto se guardavamo il Libretto rosso di Mao avevamo solo quello pensavano i cinesi oppure a qualcos'altro ad esempio al loro pancreas bellissimo un po' dispiace separarsi dal pancreas quando è ancora così bello e chiaro separarsi dalle mogli i figli insomma ammazzarsi se non si fosse ancora capito del tipo uno si lancia dal balcone un altro sotto a un treno che ne so io come hanno fatto 14 operai cinesi dico 14 in un solo anno e tutti lavoravano in una fabbrica di telefoni non lo spiego più di che telefono si tratta ormai credo si è capito anche questo e che i cinesi magari è vero che sono piccoli con gli occhi a mandorla e dicono glazie al posto di grazie plego invece di prego ma non è vero che sono gialli è solo un modo di dire uno tra i tanti che abbiamo per dire niente per parlare tutto il tempo e anche scrivere lo vedete come è facile scrivere non c'è nemmeno bisogno di conoscere le regole della calligrafia che in fondo è sempre e solo una questione di calligrafia oppure mettere un punto o una virgola se ne può fare a meno pare che tutto vada avanti da sé il mondo le parole l'economia va avanti da sé va avanti va avanti fino a quando arriva un momento un certo momento in cui uno deve prendere fiato arriva quel momento lì che bisogna fermarsi fare un bel respiro... E così ci si ferma. Si inspira. Si espira. E poi ci si chiede quello che avremmo forse dovuto chiederci già alla prima riga: ma tra un signore alto e magro etc etc, e quegli altri, quei 14 disgraziati che non erano neanche gialli, ma siamo proprio sicuri che stiamo piangendo quello giusto?

sabato 17 dicembre 2011

Viva Zingonia e abbasso il FAI, o sulle dogane della bellezza


FAI, Fondo Ambientale Italiano. Mi sono sempre chiesto di cosa si occupasse di preciso. Faccio dunque una breve ricerca e trovo il sito internet, in cui leggo sotto l’intestazione: “FAI. Per il paesaggio, l'arte e la natura. Per sempre, per tutti.”

La scorsa settimana sono stato a Zingonia, dopo essere prima passato da Ciserano, confinante, a trovare una cara amica che vive da quelle parti. Sia Ciserano sia Zingonia sono dei posti orrendi. Più orrendo il secondo del primo, che non è nemmeno un paese e la sua superficie è spartita tra diversi comuni. Come viene detto da Wikipedia, Zingonia è l’abitato residuo di un “un progetto urbano parzialmente realizzato negli anni sessanta di città per i lavoratori, voluto dall'imprenditore Renzo Zingone. La popolazione totale dell'area è circa 1778 abitanti, di cui 1328 (il 74,7%) extracomunitaria."

Cosa c’entra tutto questo con il FAI?

Ho un altro carissimo amico che mi parla spesso del FAI. E’ stato testimone di nozze dei miei genitori, lo conosco praticamente da sempre. Il fratello, in particolare, è una figura di spicco del movimento di tutela ambientale in Valtellina. E' inoltre proprietario – l’ha ereditata – di una villa ottocentesca nel margine settentrionale di Bormio. Immagino che il valore della villa superi abbondantemente il milione di euro.

Non intendo certo fare i conti in tasca o dell’ironia sul mio amico, e nemmeno sul fratello. Sono certamente ricchi, almeno al cospetto del mio saldo contabile, ma non è questo il punto. Il fatto è che quando passo da Bormio e vedo quella magnifica villa appartenuta alla loro famiglia – perfettamente curata, adornata al meglio con ogni primizia floreale – avverto una strana sensazione. Forse perché ora è completamente vuota, silenziosa e spenta. Ricorda il giardino algido nella favola del Gigante egoista.

Attraversando Zingonia a notte fonda con la mia automobile, ho incontrato invece una chiassosa quantità di gente, prostitute perlopiù, viados, dei più svariati colori. Alcuni si riscaldavano accanto a falò provvisori dal fumo chimico e nero. Lo so che buona parte di quelle persone sono vittime, ostaggio di associazioni criminali che ne hanno fatto degli schiavi. Ma nel loro modo di vociare, di mostrarmi la lingua e il sedere e poi infine ricorrermi a piedi, quando vedono che non accosto, avverto molta più vita rispetto alla bella villa ottocentesca, ora di proprietà del fratello del mio amico.

Ma cosa c’entra tutto questo con il FAI, dicevamo?

C’entra molto, secondo me. Perché se è vero che il paesaggio, l’arte, la natura, specie quando siano valori da intendere per sempre e per tutti, sono temi certamente condivisibili e a cui nulla obiettare, il sogno della popolazione notturna di Zingonia è differente, diciamo anteriore.

Che cosa te ne importa infatti del paesaggio, dell’arte e della natura quando se non fai un minimo di dieci pompini a sera ti arriva una fracca di botte. L'obiettivo di questa promiscua corte di diseredati consiste dunque, almeno verosimilmente, in una quieta normalità. Normalità quale possono sperimentare nel modesto orizzonte circostante. Fatto di villette a schiera progettate da geometri che si sono diplomati al Cepu, cani ringhiosi nei cortili, nanetti da giardino, lenzuola Ikea stese la domenica mattina come il gran pavese del Rex, prima di una tempestosa traversata oceanica.

A Ciserano ci sta perfino una villa che sembra il castello della Barbie. E’ di proprietà dei genitori dell’amica della mia amica. Tanto più brutta della villa ottocentesca di Bormio, tanto più sfarzosa, kitsch. Ma credo che sia proprio questo il modello estetico conficcato negli occhi delle prostitute di Zingonia: quando la tua vita allaga di troppa verità, allora la finzione, l’inautentico, diventano una scialuppa di salvezza.

Ora io non voglio affatto suggerire – né lo penso – che il gusto di una prostituta debba essere preso come modello universale. Penso al contrario che la sensibilità estetica, come per altro la sensibilità tutta, nasca dall’esperienza, dall’attenzione alle cose, dallo studio anche. E in quelle piccole vite ci sta una piccola esperienza, piccoli sogni di riscatto.

Ciò che intendo proporre, con molti dubbi e distinzioni particolari, è la presenza di un nucleo sottilmente reazionario in un approccio al “patrimonio ambientale”, come ora è di moda chiamarlo con inquietante sfumatura mercantile, completamente disgiunto non solo dai comportamenti e dall’etica, ma anche dalla visione e dal pensiero immaginale.

Ciò che ne risulta è un sentimento della bellezza come contemplazione e conservazione. Del tutto contrario a quella che era l’opinione degli antichi, che nell’estetica (dalla radice greca aistetikos, con tema aisthanomai: percepisco, sento con i sensi) scorgevano una declinazione formale del bene, del giusto. Ma anche del sogno inteso come profezia, come regime dell’ulteriore, sussurrato agli uomini dalle muse.

Concepire la bellezza come uno scarto in avanti della propria vita, e anche quando i modelli di riferimento contengano un nucleo corrivo e sciatto, possiede dunque proprio quell’idea di bene e di giusto che gli antichi gli attribuivano. Oltre che di possibilità, di rinnovamento e metamorfosi. Ma è proprio tale scarto, tale utopia se vogliamo grossolana, che mi sembra venire negata dall’ideologia sottesa al mito della conservazione. Il quale, a ben vedere, si fonda sul privilegio di chi abbia una vita già sufficientemente colma di bellezza, e intenda preservarla da ogni barbarico assalto.

Conservare la natura, l’arte, la bellezza, sospetto allora che finisca col significare la conservazione anche dei rapporti – del tutto storici e per nulla naturali – di potere e di status che soggiaciono a ogni comunità umana costituita, con le sue forme manifeste: belle o brutte che siano. Ed è la bellezza come "limes", come dogana con cui difendere i confini del gusto dall'incedere del brutto. Del nostro gusto, nostro di noi.

E’ come, ecco, con i palchi all’opera nell’Ottocento. Le famiglie più facoltose disponevano di un palco personale in prossimità della scena. La loro idea di bellezza era dunque quella lì: qualcosa di accessibile, quasi esclusivo. Mentre dalla piccionaia, molto più distante, ci si accalcava per godere di uno spiraglio residuo della medesima bellezza. Così nello sforzo di partecipare al banchetto dei sensi si vociava, si disturbava la contemplazione ieratica dei signori. Che vivano tutto ciò come una sorta di contaminazione.

Allo stesso modo, è del tutto comprensibile il godimento di chi possieda un ombrellone in prima fila in una spiaggia rinomata e distante. Ma la domenica, con dispetto, veda arrivare i gitanti gravidi di frittate alle cipolle e thermos di Sangiovese, li veda sbarcare da gommoni arancioni, scoreggioni, che contaminano la purezza di quel sublime paesaggio, per l’umano e ingordo slancio verso ogni forma di piacere.

Conservare la bellezza equivale a conservare l’esclusività di una prospettiva sul mondo, mi vien allora da concludere. Ma per farlo è necessario convogliare lo sguardo dentro robusti paraocchi, che escludano la confusione incombente, il baccano insinuante, da quel minimo tassello di ordine sottratto al caos della storia.

Ma l’ordine a questo modo derivato non è un vero ordine, se ci pensiamo bene. Piuttosto un ordinamento.

Perciò invece che bellezza io ci vedo un palco vuoto, un'esperienza disertata, nella magnifica villa miliardaria del fratello del mio amico, come un gioiello appeso sul bavero inamidato di Bormio. E l'ansia di conservare quella minuscola gemma distintiva – la nostra idea di bellezza, la nostra avita tradizione – dall'assalto caotico dei barbari che reclamano la propria pietruzza sberluccicante, fosse anche umile pirite. Gente priva di quelle letture che noi chiamiamo squisite, di meditati canoni formali. Ed è il vicino di casa della mia amica di Ciserano, che nella sua porzione spelacchiata di giardino lascia scorrazzare le galline, con il galletto nero che cerca di ingropparsele e fa il bullo con i passanti.

Eppure è vita anche quella, soprattutto quella, che cerca ogni volta di superarsi, di trascendersi in nuova vita, sebbene i tentativi siano più goffi del volo di quegli stessi pollastri. Ma se c'è vita, a cercar bene, deve esserci anche bellezza, e scovarla è forse il compito della grande arte. Ne incontriamo un esempio in una celebre sequenza di American Beauty, in cui una busta di carta, ripresa da uno dei protagonisti con una cinepresa amatoriale, viene gonfiata dal vento e danzata dal caso; sullo sfondo un'opaca periferia nordamericana, autunno, foglie morte. Ed è così che commenta le immagini l'autore della ripresa, mentre mostra il filmato alla nuova fidanzata:

"Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c'è elettricità nell'aria. Puoi quasi sentirla... mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c'era tutta un'intera vita, dietro a ogni cosa. E un'incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c'era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c'è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla...

Il mio cuore sta per franare."

Ed è anche grazie a un film che intuisco che la bellezza può essere solo alimentata, allo stesso modo del sacro fuoco di Vesta. Ora imboccato – una grande fiamma che riscalda l'immenso culo del cielo – con copertoni esausti e pacchetti vuoti di goldoni, deposti sulla pira da vestali con le tette rifatte, l'eyeliner come la calligrafia confusa di un pediatra. Mai conservata, la bellezza, mai bloccata in una fotografia o sotto il vetro spesso di un museo, pena lo smorzarsi della vampa, o il precipitare a terra di una busta.

Conservare, cercare di trattenere la bellezza, è invece come costruire un contrafforte che impedisca al cuore di franare, un bunker in cui rifugiarsi in attesa che la tempesta sia passata. Ma come ci ricorda Sam Mendes nel suo magnifico film, "c'è così tanta bellezza nel mondo" che nessun contrafforte, nessun bunker e nessuna stabile codificazione estetica riuscirà mai a trattenere le pepite d'oro nel setaccio. E prima o poi, un cuore che è un cuore deve franare.

Così io penso che ci sia vita – dunque bellezza, grazia e perfino spiritualità – non solo in una busta di carta sospesa in un cielo livido e indifferente, ma anche in un pompino a lato delle rotonde nebbiose di Zingonia, e nelle villetta a schiera circostanti, nei suoi orrori geometrili. Di certo più vita e più bellezza che nelle segreterie del FAI o nelle sontuose magioni signorili, e però sprangate nel timore che i barbari ti rubino la vita. Che intanto se ne va da sola come in un dramma di Cechov…

martedì 13 dicembre 2011

Preferirei di no, o sul feudalesimo contemporaneo


Chiariamo subito una cosa: io non sono sensibile, io sono incazzato nero. O meglio sono cosciente, sono consapevole ma nemmeno orgoglioso, tanto mi sembra ovvio, di avere un talento infinitamente più grande di uno come Lapo Elkann. Per dire. E dico lui perché è come sparare sulla Croce rossa, ma potrei fare infiniti nomi. Tutta gente che ha più denaro e riconoscimento di me.

Sto parlando di privilegio, tanto per chiamare le cose con il loro nome. La differenza rispetto a un passato ancora prossimo – prossimo di conflitti ma umido di rimpianti – è che questo tempo e questo luogo concedono alla velleità che cova dietro a ogni privilegio di dilagare, mentre verso il talento e la capacità del fare si chiudono con progressione tutte le porte socchiuse. Soprattutto verso quel talento ancora più grande che è "diventare ciò che si è", per usare le parole di Nietzsche.

No, qui chi sei – o meglio cosa sei – resti. Al massimo una piccola mancetta ogni tanto, da scontare con moneta di purissimo rancore.

Ora questo stato di cose io non lo chiamerei più capitalismo; un ordinamento economico in cui, come aveva intuito e spiegato molto bene Max Weber, tra merito e successo intercorrevano ancora dei fili sottili ma tenaci, anche se non sempre diretti ed evidenti. Sull’etichetta della merda che l’epoca attuale mi sta riversando addosso a generose badilate ci leggo invece una sigla molto più semplice e antica: feudalesimo.

Questo è feudalesimo, già, mica più capitalismo. Un sistema di rapporti economici e sociali chiusi, bloccati ed esclusivi. Un sistema che non è stato infine abbattuto dal comunismo e nemmeno dal socialismo o dalla democrazia liberale, ma dalla progressiva insofferenza dei comuni italici e dei granducati europei, che si sono lentamente svincolati dal tiro incrociato della Chiesa e dell’Impero, prima di dar luogo a un processo successivo di riaggregazione che darà luogo agli stati nazionali.

Ciò che voglio dire è che l’impulso emancipativo, nel caso del superamento graduale della lunga fase storica del Medioevo, non è stato indirizzato da una visione sociale e umanamente solidale, ma dal più bieco individualismo. La gente, e nella fattispecie la proto-borghesia urbana, ha cioè iniziato a badare unicamente ai cazzi propri.

Così è proprio perché scorgo nella struttura elementare del nostro tempo una radice neofeudale che auspico una reazione dello stesso tipo: non rivoluzionaria, bolscevica e – almeno in questa fase – nemmeno eccessivamente partecipata. Ma di piena e totale indipendenza dal verbo economico (che è anche simbolico) del nuovo feudo globale.

Ci dicono, ad esempio, che è necessario un nuovo piccolo sforzo di precari e pensionati per risanare l’economia. Bene, e noi rispondiamo non pagando le tasse, il canone Rai, le multe: non paghiamo tutto quel che riusciamo a non pagare, ci mettessero pure in prigione tutti quanti, ma in celle separate come la nostra natura fieramente autarchica impone.

Se poi volete chiamarla incoscienza o irresponsabilità civile, ok, chiamatela pure come vi pare. Ma di sfuggita ricordo che il dizionario italiano contempla anche termini come dissidenza, autonomia. Molto bello anche il termine contrarietà.

Oppure avete presente quel breve e profetico capolavoro di Herman Melville intitolato Bartleby lo scrivano?

Un uomo, un opaco travet, da un giorno all’altro inizia a rispondere “preferirei di no” a ogni richiesta che gli viene posta. Bartleby, puoi andare di là a prendermi il faldone di documenti che sta sopra la mia scrivania, gli chiede distrattamente il capoufficio. Preferirei di no. Bartleby, puoi imbustarmi queste lettere. Preferirei di no.

E così all’infinito, a ogni minima richiesta Bartleby oppone il suo preferirei di no. Ma senza sdegno, aggressività. Piuttosto con la serafica noncuranza di un pescatore con un cappellaccio calato sugli occhi, la lenza annodata al mignolino.

Volendo potremmo anche vederci delle affinità con la rivolta pacifica di Gandhi. Con l'importante distinzione che Gandhi coltivava un progetto, una strategia a lungo termine e a sfondo comunitario. Mentre da oggi in poi, come un mite scrivano di nome Bartleby, io rivendico il privilegio della mia riconquistata indipendenza, se non economica almeno emotiva e biografica.

Diventare i registi del proprio fiasco commerciale, già che non possiamo più essere gli interpreti del nostro acclamato capolavoro. Che è sempre un fallimento, ma in nome proprio, anzi di quella minima circoscrizione comunale che coincide con il nostro corpo.

Resto dunque in attesa di un nuovo Federico Barbarossa. Il quale, tra un briefing e un summit, scenda in armi a rivendicare il suo pizzo. Ma più facilmente – senza alabarde, senza strepiti di cavalli e corazze – ci imbatteremo ancora nella medesima peluria fulva di Lapo Elkann. E però addolcita da un bel cappellino viola, che fa pendant con la sfiga di essere nati sotto le stesse falde. Ma nel lato in ombra.

(ps - altre consonanze: 1 - 2)

venerdì 18 novembre 2011

Mario Monti, o sulla visione e la tecnica


Alla fine, la cosa più semplice è ancora aprire un vocabolario. E leggere al suo interno:

Tecnico [tèc-ni-co] (pl. m. -ci; f. -ca, pl. -che) agg. 1) Che concerne la fase applicativa, esecutiva, pratica, delle cognizioni teoriche di una disciplina scientifica, di un'attività, di un'arte…

Interessante, no? Come a dire che un tecnico, qualsiasi tecnico, anche un governo e in particolare questo governo, non rappresenta la semplice messa in opera di una pratica asettica ed efficiente, ma contiene sempre un nucleo teorico ed ideale. O più sinteticamente: una visione.

Con la differenza che il tecnico, rispetto ad esempio al filosofo o al politico o allo scienziato, che esibiscono pubblicamente la loro teoria, incorpora tacitamente l'elemento ideale ed astratto: una sorta di bussola che rimane dietro la plancia di comando, implicita ma non meno presente. Ed è proprio in virtù di tale "automatismo teorico", diciamo così, che il tecnico può occuparsi in via esclusiva delle cose. O meglio, come ci ricorda il Dizionario della Lingua Italiana di Aldo Gabrielli, della loro fase applicativa, esecutiva e pratica.

Non potendo esprimere alcun giudizio sull’operato tecnico del governo Monti – il fare può essere valutato solo a posteriori –, è allora forse più utile la ricerca di quell’elemento teorico che per definizione deve essere incluso in qualsiasi tecnica. Anche perché l’eventuale bontà della sua azione starà proprio nella corrispondenza con la teoria implicata quale sfondo naturale e indiscusso. Insomma, proviamo a discutere l’indiscutibile. E a restituirgli una visione.

La visione implicita all’esecutivo tecnico presieduto da Mario Monti, come già ricordato da molti editorialisti, coincide verosimilmente con la concezione liberale dell’economia. Ma al contrario di quanto il termine vorrebbe suggerire, il liberalismo economico non è affatto libero, impregiudicato da alcuna ingerenza esterna, ma puntellato da una serie di istituzioni che ne correggono e indirizzano l’andamento. La principale di queste istituzioni si chiama banca.

Successivamente, seguono tutta una serie di paletti istituzionali e spesso trans-nazionali, la cui funzione è essenzialmente quella di ratificare e quindi preservare i rapporti di forza (forza economica ma anche militare, politica) tra i principali attori sociali che si contendono la scena – stavo per scrivere i principali paesi, ma l’economia liberale pare non amare troppo questo concetto, considerandolo un vincolo a una libera e spensierata circolazione delle merci.

In altre parole, potremmo guardare alla teoria economica liberale come a una forma di darwinismo ben temperato. Dove il più forte prevale, ma il meno forte, quando si facesse anch’egli forte, non ha la possibilità di dispiegare l'intera potenza acquisita. O almeno, lo può fare – mostrare i muscoli – solo in forme limitate e stilizzate. Proprio come certe automobili sportive vendute sul mercato americano, ma preventivamente munite di un accrocchio che ne smorzi l’impeto del motore.

Tutto ciò, cambiando metafora, ricorda un incontro truccato di pugilato. Il campione in carica deve vincere. E se non ci riesce con i propri cazzotti, l’arbitro e la giuria gli concedono tutta una serie di aiutini, di spintarelle, chiudendo un occhio verso ogni sua lieve scorrettezza. Ma quand’anche in questo modo l’irruenza dello sfidante non fosse contenibile, beh, il sistema economico liberale si mostra allora tollerante e flessibile. O come scriveva Flaiano a proposito del popolo italiano, ben disposto a “correre in soccorso dei vincitori”. Che a questo punto – e solo a questo punto – possono venire incoronati nuovi campioni.

I governi tecnici sono dunque delle anomalie in questo senso. Non perché non siano imparziali – come abbiamo visto, l’economia liberale è sempre parziale e strategicamente intenzionata –, ma perché rappresenta il caso in cui sia l’arbitro a indossare i guantoni e venire incoronato vincitore.

Ma l’arbitro è già da sempre il vincitore! E’ lui che fischia, ad esempio, quando a basket si tocca la palla con i piedi e a calcio con le mani. Ed è sempre l’arbitro, o meglio il sistema che conferisce all’arbitro la sua autorità, a tradurre l'eccezione in norma, e viceversa la consuetudine in torto. Il potere sta insomma nella regola, non in chi si afferma attraverso di essa. Ed è per questo che la regola, o se preferiamo la Legge, può essere in qualsiasi momento manomessa o revocata: perché è il riflesso di una visione, non di un fatto come l’ideologia tecnico-scientifica vorrebbe farci credere.

Ma chi è, dunque, che dispone oggi non tanto del potere economico, ma della regola economica ad esso sottesa, ossia della lente che definisce e scontorna la visione?

E’ difficile rispondere a questa domanda. Forse, è però possibile avvicinarsi per opposizione. Ad esempio chiedendosi chi NON dispone del potere, e cioè noi tutti, i cittadini. Non i cittadini italiani ma neppure quelli europei o cinesi o americani, nessuno di essi dispone al tempo attuale (né probabilmente ne ha mai disposto) di alcun potere di regolamentazione economica, che è ormai del tutto alieno al controllo democratico. E ciò perché buona parte dei sistemi di controllo ed arbitraggio economico sono di natura privata.

L’economia è di mercato perché DEL mercato, semplicemente. Il sovrano ha capitolato per il mercante.

La Banca Italiana, ad esempio. Qualcuno è ancora convinto che la Banca Italiana sia proprietà dei popolo italiano? No, è privata. E anche la BCE, anche la Federal Reserve: le principali istituzioni economiche sono tutte private. Ma andiamo allora a vedere cosa dice il dizionario italiano anche a proposito di questo aggettivo:

Privato. Che si riferisce al singolo individuo in sé, a prescindere dagli obblighi e dalle prerogative sociali, civili e politiche che gli sono propri...

Il debito pubblico di un paese – che è invece affare che per definizione concerne le fondamentali "prerogative sociali, civili ed politiche" – consiste dunque nell’impegno economico di una comunità di persone verso un soggetto economico privato, che gli presta del denaro. Ma se questo soggetto non è interno alla comunità, dove lo prende il denaro?

Semplice, lo crea, lo fabbrica, lo inventa. E cioè lo stampa di notte come Totò, Peppino e Felice Cardoni nella Banda degli onesti, con un vecchio ciclostile.

Ok, ho semplificato. Forse troppo. Ma, essenzialmente, il sistema è questo qui. Esiste un gruppo estremamente limitato e circoscritto di persone che detiene un enorme potere. Un potere che non è militare e non è nemmeno economico in senso proprio (quattrini, per intenderci, ville, gioielli…), ma consiste nel dare all’economia una precisa direzione strategica, decidendo quando la palla può essere pigliata a calci e quando invece afferrata con le mani.

Avete presente quei bambini che a un certo punto dicono "la palla è mia" e adesso si cambia gioco? Ecco, questa gente ragiona più o meno allo stesso modo. Ci mette la palla, ma generalmente non i piedi.

Tocca però aggiungere che tale potere disciplinare – chiamiamolo il potere di possesso della palla, o se preferite PPP, come Pier Paolo Pasolini che aveva capito con largo anticipo il gioco – tale potere non coincide necessariamente con l’arbitrio più sordido e bieco. Anzi, spesso contiene delle finalità sociali anche condivisibili. Ma rimane il fatto che moltitudini di persone giocano al gioco di “qualcun altro”, non so se mi spiego…

Bene. Mario Monti per ideologia, storia personale e vocazione appartiene a pieno diritto a questo non meglio definito “qualcun altro”, che si occupa dei giochi dei più perché i più sono convinti che solo lui abbia il pallone, un bel pallone gonfio e guizzante. Che non è mica vero, per inciso. Ma è propriamente questa la visione che si cela dietro le esibite stimmate tecniche del nuovo Presidente del consiglio italiano. Uno che fa, ma prima ancora che decide quando il pallone va preso con i piedi e quando invece con le mani.

L'attuale arbitro\giocatore è in ogni caso una delle personalità più rilevanti – e probabilmente capaci – tra i possenti possessori della palla; club a cui egli aderisce con un consenso che appare sincero e ispirato, pronto a rincorrere ogni pallone per controllare che tutto segua le proprie regole. Ora, almeno in frangenti politici estremi e caotici come l'attuale, non mi sembra del tutto insensato affidarsi a un uomo onesto e con tali caratteristiche.

Ciò che mi sembra invece inquietante è un quadro politico e sociale che non sa pensarsi, cioè meglio non sa immaginarsi, vedersi, al di fuori di tale recinto normativo. Un minuscolo campetto di periferia che un’ingessata élite di burocrati con il fischietto, assiepata ai lati con il loro bel pallone lucidato, da lanciare ogni tanto nella mischia, ha tratteggiato a misura della propria immaginazione ormai rattrappita e pigra.

Personalmente, trovo quasi inevitabile una parentesi politica del tipo cosiddetto tecnico, gestita da una persona seria e capace come Mario Monti. Ma non mi sfugge che queste sue capacità sono indirizzate, come il dizionario italiano suggerisce, a una “fase applicativa, esecutiva e pratica" da cui mi sento del tutto estraneo, o ancor meglio ostile.

E non perché io sia ostile all'opera di tamponamento di un' obbiettiva emergenza – principalmente economica, ma anche politica e civile –, quanto piuttosto alla visione che cova dietro alle pratiche di necessario e urgente risanamento. Sì, io ammetto e perfino auspico l’intervento della tecnica finanziaria di un distinto signore che sa le cose che dice e dice le cose che fa, ma continuo a considerare, sul lungo termine, la sua visione miope rispetto alla vastità del campo visivo umano.

Spero dunque che questo ennesimo governo “tecnico” sia l’occasione per le forze politiche – e qui penso davvero a tutte le forze politiche, non solo alla sinistra – per sviluppare un pensiero immaginifico. Ossia una visione che sappia andare oltre l’angusta cartolina che ci spacciano per la Realtà, e che invece è il prodotto di un’interpretazione interessata e soprattutto non più controllata democraticamente.

E dunque Occupy Wall Street, ok, come no. Questo è lo slogan vitale di un movimento al suo stadio nascente e necessariamente caotico. Poi però deve succedere il lavoro politico, ideologico e perfino artistico, che da una confusa emozione sappia trarre una nuova e coerente visione. Da cui un progetto e una nuova tecnica, possibilmente diversa dal quella del professor Mario Monti.

O se volgiamo dirla con una sola battuta: siamo stufi dei vostri palloni, adesso è il turno della nostra mongolfiera!

giovedì 3 novembre 2011

Caballero & C., o su come distinguersi dentro al medesimo pollaio



Una volta, mio papà, ha portato a casa una rivista illustrata. Me la ricordo molto bene.

In realtà, mio papà portava a casa spesso quella rivista illustrata, che di solito veniva letta dalle persone serie. A volte lo accompagnavo ad acquistarla in un'edicola che odorava di fieno e menta, mi ricordo molto bene anche di questo.

Io ero piccolo, saranno stati i primi anni settanta, e non ero molto pratico nell'uso degli aggettivi - l'aggettivo serio, ad esempio - oltre che certo sulle differenza tra il fieno e la menta. Piccolo ma con buona memoria, e frequenti interrogativi. Ad esempio: è più serio il papà il nonno o lo zio...?

Mia mamma non sapeva mai rispondere alle mie richieste di comparazione gerarchica, ma, secondo me, se un aggettivo non riuscivi a metterlo in ordine, a fare una specie di scala, di classifica, non era un aggettivo serio.

Hulk, per dire. Hulk è chiaramente più forte di Thor. Ma Thor è più forte di Capitan America che è a sua volta più forte dell'Uomo Ragno e così via, non so se mi spiego…

Da ciò si ricava che forte è un aggettivo serio, mentre serio, al contrario, se non si può fare una graduatoria della serietà, non lo è mica tanto. E però anche forte diventa un aggettivo poco serio, se serio non è più serio, credo che si chiami proprietà transitiva, ma lasciamo andare.

Ci stava dunque questa rivista illustrata, dicevo. Che di solito era una rivista seria. Quella volta lì ci stavano però delle foto di persone comuni - uomini, donne, vecchi, grassi, giovani, belli, brutti, magri, anche qualche bambino e perfino uno senza un braccio - ed erano tutte nude. Persone comuni nude fotografate su una rivista che aveva ancora un vago sentore di fieno e menta, la portava a casa mio papà.

Adesso magari qualcuno si metterà a ridere, ma nei primi anni settanta, quando mio padre ha portato a casa una rivista illustrata per persone serie, insieme al profumo di fieno e menta dell’edicola a lato della Standa, stare nudi dentro una fotografia era considerata una cosa poco seria.

Ci stavano infatti delle altre riviste, riviste poco serie come Caballero, Cronaca Vera, Penthouse, dove questo succedeva regolarmente. La nudità, intendo, e pure dell’altro.

Federico, che aveva trovato una copia di Caballero in un prato al ritorno da scuola, parlava di strani incastri geometrici, cosa da non credere. Io queste riviste di nudità geometrica però non potevo leggerle, a meno che non le trovassi anche io nei prati vicino alla scuola dove fiorivano i goldoni, poco prima che fossero soppiantati dalle siringhe. Era una legge scritta ma più spesso sottaciuta, come un sottinteso omertoso: no naked for children.

E così la rivista, normalmente seria, che ha portato a casa il mio papà, è stata per me la prima occasione per vedere una cosa poco seria come un corpo nudo. Anzi, molti corpi nudi e candidi come lenzuola appena lavate, e ora stese al sole ad asciugare.

Le donne anziane della rivista avevano seni flaccidi e larghi capezzoli, chi chiari e chi bruni, gonfi come lumachine ingorde di lattuga. Anche tra le gambe degli uomini pendeva una lumaca, ma un poco più grande di quella delle donne e dei bambini come me. C'era poi un uomo - a me sembrava vecchio perché aveva i capelli bianchi - che aveva la lumaca più grossa e lunga di tutti gli altri. Era quella l'immagine a cui ritornavo con più frequenza, insieme al pube di una ragazza orientale con i peli folti e lisci, discriminati proprio al centro come i capelli di un famoso giocatore dell'Inter.

Ma perché tutte queste persone con le loro lumache dentro a un giornale serio? mi chiedevo tra me e me, ormai disperando dell'aiuto della mamma.

Se anche gliel'avessi domandato, lo so già, lei mi avrebbe risposto che le fotografie stavano dentro la rivista di papà perché sono fotografie artistiche, realizzate per una campagna di sensibilizzazione in favore di questo o quell’altro inghippo, una campagna ovviamente artistica, avrebbe risposto mia madre, ci scommetto quello che volete.

Ma più o meno artistica della Gioconda e degli acquarelli che dipinge l'amico del nonno, e che teniamo in sala a fianco della foto di papà che gioca a tennis? avrei ribattuto io, e non ne saremmo più usciti.

Secondo la mamma nell'arte non si potevano fare classifiche, lo stesso che per la serietà. Come a dire che Montagne Verdi di Marcella Bella era pari a Jesahel dei Delirium, al festival di Sanremo del 1972. Mica vero.

In ogni caso, da quel giorno in poi e con una certa regolarità, io continuo a imbattermi in servizi in cui vengono fotografate delle persone comuni completamente nude. E’ una specie di genere, mi viene da dire. Se non di archetipo, di topos espressivo, di ricorrenza liturgica per persone con scarsa memoria.

Ma io, che ho una buona memoria visiva, non posso scordarmi, oltre al pube della ragazza orientale e al lumacone dell’uomo con i capelli bianchi, gli sguardi che si scambiavano le persone nude che ho visto nella rivista seria. I corpi sul Caballero di Federico infatti non contano, quando me l’ha mostrato era ormai inzuppato e pieno di terra, le pagine incollate una all’altra. Ma da quel poco che si intravedeva le lumache avevano più che altro l'aspetto di serpentelli, proprio lì sul punto di sputare il loro mortale veleno.

Se si potesse mettere un’etichetta a quello sguardo, lo sguardo che si scambiavano tra di loro le persone nude, ma anche serie, sulla rivista di papà, io lo chiamerei “rubare la marmellata e farla franca”.

Era cioè l’istituzionalizzazione formale di un’eresia, mi viene da dire adesso dopo che ho imparato a parlare anch’io come le persone serie, che sono quelle che se anche compravano Caballero poi l’infilavano tra le pagine del Corriere della Sera o del Sole 24 Ore. E’ l’infrazione che si fa regola, intendo, traducendosi in qualcosa come un nuovo canone artistico.

Cavolo, ma quando serio sono diventato?!

La nudità è invece una cosa poco seria, sembravano suggerire i protagonisti svestiti della foto, una cosa perfino sporca, cattiva. Ma ciò perché viviamo in una cultura che l’ha resa tale, una cultura che l’ha sporcata e incattivita.

Mettersi a nudo su una rivista seria equivaleva dunque a svelare non tanto se stessi, ma il codice culturale che ha posto la semplice verità del corpo fuori dalla scena pubblica, rendendolo letteralmente osceno. E con ciò a ripulire l’immagine dalle incrostazioni dello sguardo, come le pagine di Caballero dallo strato fangoso del campetto del pallone, dove Federico l’aveva nascosto sotto un grande sasso piatto.

E allora guardate noi, guardateci ci dicono le persone nude e comuni: lo vedete come siamo semplici, come siamo naturali e belle e pulite, con le nostre miti lumachine, senza veleno, senza lingue guizzanti e biforcute, nella nostra umana imperfezione.

Eppure, nella cultura tardo moderna dove non esistono più dei reali tabù morali ed estetici – se non quello di non consumare, di non acquisire merci a getto continuo, come aveva intuito Pasolini – l’infrazione estetica e morale diviene un atto vagamente comico.

Come si fa a trasgredire qualcosa che non c’è, cosa stai infrangendo se non ci stanno più regole da infrangere?

E invece, con regolarità cronometrica, c’è sempre un fotografo che vuol togliere, svelare, riportare all'evidenza quel che cova sotto agli abiti della convenzione sociale. Come se ancora si trattasse di scrostare gli infiniti veli che si sono depositati su una presunta verità originaria, da sbucciare con il piglio beffardo di un manifesto di Mimmo Rotella.

Quando il Re era già nudo, e noi tutti svestiti da qualsiasi sovrastruttura etico-morale. Così questa tensione alla semplice evidenza di natura, che per altro produce esiti spesso pregevoli su un piano formale, come nel caso dei nudi in massa di Spencer Tunick, si avvita in un cortocircuito dell'esperienza visiva: più si toglie, più emerge insinuante il dubbio che si stia invece cercando di mettere qualcosa. Di collocare la materia impalpabile di un'idea.

Un'idea che coincide idiosincraticamente con i propri confini, e cioè con il principio di una diversità, di uno stigma riqualificante non tanto il corpo che la ospita, ma una soggettività ormai priva di radianza espressiva. L'essenza rivela l'assenza, direbbe forse un pensatore postmoderno. Ma ogni assenza richiama il riempimento di un codice esterno che la renda leggibile e comunicabile.

Tutto ciò, non saprei come altro chiamarlo se non trasgressione.

Non però trasgressione da qualcosa, attenzione, e neppure espressione artistica eccentrica di qualcos'altro. Un sfondo simbolico sottile, piuttosto. E anche infido a ben vedere. Vischioso.

L’idea che mi sono fatto io, a quasi quarant’anni dal mio primo incontro con un corpo nudo fotografato, è allora che noi abbiamo un bisogno quasi fisiologico di trasgredire, di svestire le consuetudini che fanno da asticella ai nostri gesti. A maggior ragione, e appunto per paradosso, quando l'asticella sia posta al livello del suolo, innalzando un muro di nebbia.

Ecco, noi abbiamo bisogno di superare quella concentrazione di acqua vaporizzata mista a dubbi, come negli spettacoli in cui un mimo finge di muoversi a ridosso di una parete, per poi scavallare l’ostacolo che egli stesso ha immaginariamente implicato.

Forse perché la trasgressione si impone come un possibile nuovo confine, cioè quale gesto che assume un valore quasi araldico, di figura con un alto grado di solidità culturale, oltre che di riferimento sociale. Scriveva il filosofo francese Michel Foucault:

La trasgressione è la glorificazione del limite.

E così queste persone comuni, nella loro disarmata e complice nudità, anche adesso che non hanno più alcun tabù sociale da infrangere, ancora si cercano lo sguardo come a dire: "L’abbiamo fatto franca, siamo riusciti a rubare ancora una volta la marmellata, a essere trasgressivi, diversi dagli altri, originali...

Ad assere comunque qualcosa, qualcuno.”

Ma in pratica, gli altri a cui si stanno tacitamente riferendo per opposizione, e cioè i conformisti, i borghesi bigotti e i codini, con tutti i loro inutili abiti, hanno la stessa consistenza del muro immaginale del mimo. Stanno nella loro testa, non esistono.

Allo stesso modo, è un pregiudizio infondato anche il tabù che queste opere di estremo e ricorrente conformismo si propongono di infrangere, non possedendo alcuna oltranza estetica (se non quella piacevolezza formale che già gli abbiamo riconosciuto) a sostegno di una idea ormai comune e diffusa: la trasgressione.

Nonostante ciò, io penso che non sia del tutto inutile e inconsistente quel che viene rappresentato. Qui si sta infatti reinventando un limite, per poi poterlo nuovamente infrangere in una sorta di infinità ricorsività, dove trasgressione e regola si richiamano come lo jodel del pastore altoatesino e il proprio eco. E qual è l’effetto di questa impresa apparentemente inutile, insensata?

Io credo che esista qualcosa come un guadagno sociale, che consiste nel sentirsi complici di un gruppo fortemente coeso, non isolati e soli. Un po' come me e Federico nelle nostre bravate: le fialette puzzolenti nelle tasche dei cappotti delle compagne, o l’utilizzo di Corrado Lapsus come cavia nelle piste più pericolose ed infide di slittino. Se non si spiattellava contro un abete, poi andavamo noi.

Ma anche a livello individuale, la trasgressione, o meglio l’illusoria adesione al suo spettro contagioso, produce la sensazione di sentirsi diversi dalla massa. Quindi definiti, circoscritti da un segno fosforescente, luminoso anche di notte come lo Stabilo Boss. Individualizzati direbbe forse uno psicanalista junghiano. Insomma, di esistere.

Si tratta dunque e ancora una volta di un paradosso, di un cortocircuito estremo. La differenziazione – estetica, culturale, cognitiva – viene raggiunta proprio attraverso la rappresentazione dell’elemento più comune e universale: il proprio corpo naturale, al netto di qualsiasi successivo sovratesto ornamentale, o di un segno storico ed intenzionale.

E così non ho ancora capito se queste recenti operazioni “artistiche” mi fanno più pena o tenerezza. Di certo, mi ricorderò per tutta la vita delle riviste serie di mio padre, di quelle un poco meno serie di Federico e dell’odore di fieno e menta dell’edicola che le ospitava entrambe, a pochi scaffali di distanza. Sì, come galline sul trespolo del medesimo pollaio, ma ciascuna certa di essere l'unico e impareggiabile gallo.

lunedì 10 ottobre 2011

Latte e miele e burro e pane e marmellata, o sulla gnosi alimentare dell'Occidente

Primi giorni di scuola della prima elementare. Dalle pagine iniziali del libro di lettura, la maestra commenta una sequenza disegnata. Il protagonista è un bambino come noi - mettiamo si chiamasse Pierino - che si alza pigramente dal letto al suono di una grossa sveglia tonda.

Drin drin, e tutti quanti avvertiamo il trillo nelle orecchie.

Pierino raggiunge quindi il bagno, si lava la faccia nel lavello - il fresco dell'acqua fin dentro alle narici, anche quello sentiamo con un fremito nella schiena - e raggiunge la tavola apparecchiata dalla mamma. Sopra una tovaglia a scacchi bianca e rossa è pronta la sua colazione.

Latte e miele e burro e pane e marmellata.

E noi sentiamo il latte, il gusto morbido e tondo del latte che invade il palato, tiepido e avvolgente. Ma subito è trafitto da una dolce stilettata di miele, lenita nel burro, medicata col pane, glorificata dalla marmellata. Sentiamo tutto, noi.

E lo sentiamo anche adesso e lo risentiremo all'infinito.

Marcel Proust ha reso celebre una madeleine per averne puntigliosamente narrato la sensazione fisica del gusto, che ha il potere di riaccordarsi con una medesima sensazione del passato, creando un cortocircuito cronologico. Ma Proust, questa è la cosa che io trovo più interessante, non stava scrivendo del suo effettivo passato, ma di quello del personaggio letterario che agisce nel romanzo come suo probabile alter ego.

E così nemmeno io, a distanza di quasi quarant'anni, ricordo il gusto di una mia remota colazione, ma di quella di Pierino a base di latte e miele e burro e pane e marmellata.

Ora si parla tanto di religioni orientali, di Buddismo in particolare, in quella sua evoluzione cino-nipponica chiamata Zen. Ma di che cosa esattamente parla lo Zen, o meglio cosa insegna tacendo?

Detta sommariamente, cioè semplificando forse più del lecito, lo Zen allena ad essere vigili e a concentrare l'attenzione nel presente vissuto, da cui ricavare un'esperienza che tenda per paradosso alla totalità. Ma anche l'Occidente ha saputo concepire una via spirituale totalizzante, a ben pensarci.

Questa via spirituale si chiama letteratura.

La letteratura è infatti un artificio mnemonico potentissimo per "ricordarsi" della propria vita. Tale reminiscenza avviene però attraverso esperienze che non facciamo realmente, e in cui solo ci identifichiamo. Io sono quel che sono - e dunque è di me che sto ricordando - anche grazie a Pierino, e alla descrizione della sua colazione fatta dal mio libro di lettura. Che, ancora, morbida, dolcissima e struggente, dilegua nella mia bocca come fosse qui.

E sì che io non ho mai addentato quella colazione. Così come non ho mail navigato i mari caraibici insieme al Corsaro Nero, spartito il tesoro con i briganti, le banane con Cita e Tarzan, o sfregato la lampada magica di Aladino, che pure ha continuato ad eruttare i suoi fantasmi. Allo stesso modo, più tardi e per altre mediazioni visive, non ho cavalcato sulla groppa di Furia cavallo del West, non mi sono aggrappato all'ombrello di Mary Poppins, carezzato il pelo ispido di Rin Tin Tin o quello lungo e morbido di Lassie.

Eppure io sono tutto questo. Eppure l'Occidente è tutto questo: un enorme accumulo di esperienze non vissute, di esperienze in conto terzi.

Al punto che, da una prospettiva teologica magari un poco eccentrica, questo carattere di irrealtà esperita che ha nella tarda modernità il suo trionfo, a me ricorda il compimento mistico prefigurato da quella corrente spirituale antica chiamata gnosticismo. Anche gli gnostici, infatti, guardavano al mondo reale con diffidenza e sospetto. Confidando nel puro spirito che si oppone e infine emancipa dalla materia, di cui però conserva una vaga reminiscenza al gusto di latte e miele e burro e pane e marmellata.

giovedì 6 ottobre 2011

Gli zoccoli della Konarmija, una cavalcata nella steppa del presente


Quando, durante una conferenza, oppure a teatro, a un concerto di musica classica e comunque in genere in un momento di particolare rarefazione emotiva, quando, ecco, un bambino piccolo piccolo inizia a piangere o a fare strani versetti con la sua vocina, poi si distacca dall'abbraccio tiepido della madre - è una giovane e bella donna con i capelli ricci chiusi in un arruffato chignon, gli occhiali da vista dalla montatura spessa - e inizia a caracollare tra le file serrate di poltrone come un gattino tra le zampe dei cavalli dell'armata cosacca della Konarmija, mentre il pubblico seduto compostamente in sala finge unanimente di non sentire, e lo stesso il conferenziere, gli attori, i musicisti, nessuno sembra accorgersi di quella minuscola presenza che invece reclama una piena e totale flagranza, così quanto più quelli lo ignorano quanto più l'altro strilla, afferra un attempato commercialista per il lembo della giacca e lo strattona, ma lui niente, solo un commosso sorrisino all'indirizzo dei genitori - anche il padre porta occhiali da vista, ma leggeri e dalla lente fotocromatica, con il cordino che ondeggia sopra al coccodrillo dalla fauci spalancate della Lacoste - i quali genitori ricambiano compiaciuti e garbati, quasi che l'incursione fragorosa della propria creatura si appuntasse scintillante sul bavero del giubbino di jeans alla maniera di una medaglia al valor militare, meglio ancora un titolo onorifico per qualche gesto di estrema utilità sociale, del genere aiuta una vecchietta ad attraversare la strada, o infila la cacchina del cane dentro un sacchetto marrone per poi trasportala con il naso arricciato nell'apposito contenitore, cose così, che fanno sentire le persone un Popolo, un Paese civile fondato su valori quali la tolleranza, l'amore e il rispetto per i cuccioli della propria specie, circonfusi da un alto e nobile sentimento democratico che c'è, o meglio c'era, fino a che non si sente un colpo di tosse da una posizione defilata e ombrosa della sala, poi una voce, per piacere, potete portare fuori quel bambino, qui c'è gente che vorrebbe continuare ad ascoltare, grazie, e allora è tutto un girarsi di spalle, una torsione del collo e un roteare vorticoso delle orbite, nella vana ricerca di individuare chi ha interrotto in un modo tanto brusco l'idillio, deve essere certamente una persona insensibile, un animo rozzo, peggio, un mostro, e sono le stesse volte in cui io mi trovo a ripensare agli zoccoli della Konarmija, a quando Semën Budënny mise assieme quattro disgraziati e i loro ronzini e lì chiamò "Cavalieri del Don", e il bello fu che loro ci credettero, al punto che in pochi mesi già stavano dando del filo da torcere niente di meno che all'Armata Bianca di Anton Denikin, fu poco prima dell'ingresso trionfale a Mosca con i Bolscevichi, la campagna ucraina contro i polacchi nel Venti, Kiev sbaragliata ma si trattava di un fuoco fatuo, che aprì la strada alla terribile sconfitta nella battaglia di Komarów e poi ancora la Siberia, l'Asia Centrale, Kraj di Altaj, la Mongolia, fino a che la leggendaria Prima armata di cavalleria russa terminò il suo viaggio in Manciuria e Kamčatka, con l'ultimo combattimento nel settembre del 1924, quando fu conquistata l'estrema Penisola di Chukchi... Cosa c'entra tutto questo, direte voi? Perché, davvero qualcuno pensava che mi importasse qualcosa di uno stronzetto di tre o quattro anni che, per giunta, rompe i maroni a due o tremila maschi adulti senza nemmeno uno con le palle di prendere per le orecchie i genitori e accompagnarli gentilmente all'uscita, come un fante con il suo cavallo sfinito dopo giorni e giorni di marcia nella steppa?

venerdì 23 settembre 2011

Omnia munda mundis, o sull’equivoco della purezza


Tutto è puri per i puri, scrive Paolo di Tarso nella lettera a Tito. Ma cos’è la purezza?

Probabilmente, già in epoca precristiana, con questo termine ci si riferiva all’assenza di filtri intellettuali, emotivi, insomma di una complessa grammatica interiore che faccia da discrimine, e quindi anche da scudo, tra il soggetto e ciò con cui entra in relazione. Il puro ha per così dire un’esperienza immediata delle cose, che al suo meglio produce empatia e dedizione, spirito di comunità. Ma è proprio in conseguenza di un’attitudine fiduciosa ed esposta al mondo che il puro è anche più facilmente influenzabile dall’esterno.

La purezza, da un punto di vista linguistico, corrisponde infatti a pulizia e a “nettezza” del carattere. Eppure è proprio in questo tratto appartenente all’orizzonte semantico dell’igiene che si scorge il potenziale limite del termine: solo chi è pulito può realmente e definitivamente sporcarsi, solo chi è netto può diventare lordo. Gli altri, tutt’al più, sono impolverati e grigi.

In un grigiore diffuso, un’esposizione prolungata al lerciume non ha così l'effetto di uno stigma battesimale, ma tutt'al più induce a lavarsi le mani molte volte, per poi sporcarsi fatalmente di nuovo. O almeno, questa è la reazione che provoca l'ambiente sui lambiccati ed i pensosi, i quali hanno sviluppato una confidenza critica con la sporcizia. Che essi sono però in grado di riconoscere ed eventualmente emendare, anche solo temporaneamente e parzialmente.

E’ dunque e principalmente un’anima pura, un cuore candido, ad essere contaminato e infettato da un ambiente sociale tendente alla lordura. Che il puro non è diversamente in grado di riconoscere e contrastare proprio perché affetto da purezza, da disposizione fiduciosa verso l'altro o, più spesso, verso una comunità di persone di cui si fida per abitudine o istinto, al punto da scavallare il perimetro sospettoso tracciato dalla ragione. E con tutta evidenza, questa è la condizione del tempo attuale.

Conviene allora diffidare delle persone pure, donne e uomini che si descrivono come solari e senza sovrastrutture di pensiero, in un diffuso disprezzo di chi si ostina in forme di anacronismo critico verso l’esistente, che loro chiamano senza distinzione intellettuali. Mentre i puri, con la loro programmatica rinuncia a un’autonomia emotiva, prima ancora che cognitiva, sono la manodopera ideale di ogni élite politica subdolamente totalitaria, che con una mano raccoglie una buccia di banana e con l’altra distribuisce scorie tossiche in lunga processione di container.

E poi come erano pure, empatiche, certe amorevoli missive dal fronte dei militari delle SS. Quando si preoccupavano della carie dentale dei figli – biondi e puri come lo erano loro –, prima di abbandonarsi a minuziose descrizioni delle torture inferte ai prigionieri.

Certo, in un tempo e in una società più decenti di questa, correndo incontro alla vita con fiducia i puri non si macchiavano, e al contrario risplendevano come fiaccole nella notte. Ma è proprio per tale disposizione indiscriminata ad accogliere la vita che, oggi, e per primi, i puri sono stati inghiottiti dalla stessa notte che vorrebbero illuminare. Si chiama legge dello specchio e ci mostra come il pelo del leopardo sappia adattarsi alla savana, e l’uomo ai peggiori orrori di natura.

Credo sia proprio questa l'intuizione più acuta dell'ultimo Pasolini, quando abiurò dalla Trilogia della vita. Ma il suo pensiero era già contenuto in nuce nel breve cortometraggio La sequenza del fiore di carta. In quelle immagini concentrate assistiamo a una spensierata passeggiata di Ninetto Davoli, il più puro tra i puri, per le vie di una indefinita città moderna, accompagnato da una colonna sonora costituita dalle drammatiche notizie radiofoniche del presente. Ma chi se importa, chi se frega di quei lutti e di qui conflitti, sembra dirci il volto sorridente e candido di Ninetto, che saltella con un enorme fiore di carta rosso stretto nel pugno. Lui non ha colpa, è vero. Lui è puro.

Ma ugualmente, si abbatte infine una saetta sulla sua testa riccioluta, scagliata da quel deus ex machina che è il regista. Il film si chiude con Ninetto riverso al suolo privo di vita, con la mano ora dischiusa accanto allo stelo del suo enorme fiore rosso, evidente metafora di purezza interiore. E ciò ad ammonirci che in un mondo violento e malato, siamo, seppure in forme e gradi differenti, tutti complici e responsabili. O meglio ancora, siamo “colpevoli” di quell’antica colpa teologica chiamata omissione.

Ma nonostante il film fosse ispirato a un enigmatico episodio dei Vangeli, forse è il caso di retrocedere ulteriormente nel reperire eventuali riferimenti religiosi nella pellicola. In cui Pasolini, dopo un’evidente sintonia estetico-morale proprio con il cristianesimo di eredità paolina, sembra qui riaccordarsi con la tradizione tragica. La colpa e il peccato di Ninetto non corrispondono infatti a un’intenzione a compiere il male, e da una punto di vista cattolico sarebbe dunque già assolto. Eppure, per Pasolini, questa in-coscienza e non-intenzionalità rappresentano un’aggravante.

La colpa è dunque quella pagana dei padri, che ricade osmoticamente sui figli. Ma soprattutto sono le colpe dei figli senza colpa, che in un’epoca in cui occorre fare invece barriera, assumersi responsabilità, contestualizzare e quindi resistere alle forme diffuse e dominanti di immondizia politica e culturale, si sono arresi al mondo per un eccesso di purezza, di candore. Ed è per questo che anche io, con Pasolini, affermo che i puri sono miei nemici. E che la complessità è un atteggiamento molto più conforme a questo mondo impuro.

mercoledì 14 settembre 2011

Asprealina, o sul perché la realtà è reale ma non necessariamente vera


Leggendo l'affettuoso e lambiccato tira e mola verbale tra Gianni Vattimo Maurizio Ferraris sullo statuto filosofico del reale – esiste la realtà oppure è tutto, come voleva Nietzsche, interpretazione? – mi è venuta in mente una cosa magari anche un po’ scema. L’Aspirina.

L’Aspirina, sì.

Uno l’acquista, apre la confezione, legge le indicazioni su quel foglietto che chissà perché chiamano bugiardino (io un’idea ce l’avrei, ma lasciamo andare…), dove viene spiegato che l’Aspirina serve ad alleviare i sintomi del raffreddore, oppure per i dolori muscolari, come antipiretico e insomma funziona un po’ per questo un po’ quello. Funziona.

Poi, però, il nostro acquirente legge ancora più avanti e spesso anche più in piccolo, e decide di lasciar perdere e bersi un bel bicchierone di latte caldo con il miele. Siamo infatti arrivati alle precauzioni.

Ma che cosa sono, concretamente, le precauzioni?

A ben vedere le precauzioni non si preoccupano realmente di te, ma del signor Bayer che primo a battezzato quel semplice e geniale intruglio a base di acido acetilsalicilico. E infatti il tempo verbale con cui vengono coniugate le precauzioni, o più comunemente dette avvertenze, è il condizionale, a suggerire che ciò che qui compare non va certo preso alla lettera.

Effetti indesiderati: secchezza delle fauci; cefalea; disturbi dell'accomodazione: tachicardia; ulcera gastrica; narcolessia; emipistosi; trombolemmia; sfiatofonia... E potremmo continuare all'infinito, o almeno fino a supercapsula prematurata con scappellamento a destra come se fosse antani.

Chiamiamolo allora e semplicemente "il coccolone", come facevano i nostri nonni.

Già che lo sapevano anche i nostri nonni che non è vero – ma, attenzione, non è nemmeno falso – che se dopo un paio di starnuti prendi un'Aspirina poi ti viene il coccolone. Anzi, normalmente è vero il contrario. E cioè che l’Aspirina allevia i sintomi del raffreddore, i dolori muscolari e tutte quelle cose che ci stavano scritte prima, quando i caratteri erano più grandi, impavidi e sentenziosi.

La "verità" di un farmaco (il suo quid ontologico, direbbe un filosofo) sta dunque tutto in quella parolina: normalmente. Normalmente l’Aspirina ti fa bene, ma, insomma, vedi un po' tu: noi ti diciamo pure che eccezionalmente può farti male, e così ci pariamo il culo.

O detta altrimenti, l'effetto di una sostanza chimica sulla varietà biologica umana, non ha né può avere una fondazione stabile ed incontrovertibile, come ad esempio può assicurare un esperimento di meccanica replicabile nel tempo, nella diversità dei luoghi ma alle medesime condizioni. Per quanto venga chiamata scientifica, quella farmacologica non è quindi una verità certa, assicurata dall'esperienza o dal suo riflesso nella teoria.

Eppure, la maggior parte di noi sembra non farsi troppi problemi epistemologici, e ai primi sintomi di raffreddore discioglie in un bicchier d'acqua una pastiglia sfrigolante d'Aspirina. E ciò non perché l'umanità sia regredita allo stadio del pensiero magico, ma perché è ragionevolmente prevedibile che i propri sintomi ne abbiano sollievo, e che non ti venga il coccolone.

Per la chimica farmacologica la verità nasce dunque dal confronto tra un numero significativo di eventi casuali, che tendono a riproporsi seguendo un certo schema di probabilità, sul quale poi la statistica stabilisce dove mettere l’asticella: oltre una certa misura un effetto può essere ritenuto vero, sotto quella soglia invece possiamo tranquillamente valutarlo come falso, o tutt’al più come gentile elargizione di quell’altro e misterioso laboratorio chimico chiamato effetto Placebo.

Bene, a me non sembra tanto complicato. L’Aspirina in fondo funziona, da un punto di vista probabilistico è da ritenersi senza dubbio "vera", anche se io preferisco il termine reale. La realtà cade infatti sotto il dominio semantico dell'esperienza, mediata e compromessa a partire dei suoi presupposti fisico-quantistici, da quasi un secolo formalizzati nel principio di indeterminazione di Heisenberg, con il proprio osservatore. Ma già Kant e la tradizione filosofica continentale avevano intuito qualcosa di "costruito", o meglio ancora di umanamente partecipato, nella forma assunta dalla realtà attraverso i sensi che l'esperiscono.

Mentre la Verità, anche quando risistemata con l'abito arlecchinesco della statistica o della nuova fisica relazionale, risente ancora dell'imprimatur logico della certezza sillogistica e dell'eredità dello scetticismo filosofico, che come abbiamo visto sfuggono a quella roulette truccata costituita da ogni singolo e concreto evento. Ma in fondo è come ribadire, platonicamente, che quelle che scorgiamo nella caverna non sono le Idee, piuttosto la loro ombra impigliata in infinite e umane influenze.

Quindi, filosoficamente, ma anche nell'incognita variabilità dei casi: o la va o la spacca... E' sempre così, prima di ingollare un farmaco. Non c'è niente di vero.

Non è vero che un farmaco ti fa guarire, ma non è vero neppure che ti fa venire il coccolone. Si tratta sempre e solo di verosimiglianze. Ma è grazie anche alla verosimiglianza dell'Aspirina se la vita media è aumentata un po’ da tutte le parti, o almeno dove viene usata al posto dello sterco d’asina mescolato alle code di lucertola. Poi, però, ogni tanto, qualcuno si prende un'Aspirina così come un bambino prende distrattamente una lucertola per la coda, e insieme all’Aspirina gli viene il coccolone.

La chiamano sfiga, ma in effetti è l’altra faccia, o meglio l’ultima, quella piccina, di quel diadema unico ma infinitamente sfaccettato che è la Verità, e che ogni tanto riesce a scavarsi un varco e a raggiungere le sue più numerose consorelle, che hanno libero corso dentro la polimorfica e frantumata realtà della caverna. E ciò forse proprio perché c'è qualcosa come un accordo sul valore da assegnare a ogni singola ombra, cioè ancora sulla verità, questa volta però scritta con l'iniziale minuscola. Che è per l'appunto l'opzione filosofica postmoderna, qui sostenuta da Gianni Vattimo:

La verità umana è una interpretazione tra la tante, ma diversamente dalle altre è funzionale alla stabilizzazione delle strutture (simboliche, giuridiche, religiose ed economiche) del Potere.

L'interpretazione postmoderna però trascura, a mio giudizio, il fatto che per quanto non ci siano verità più vere di altre - dunque nemmeno la postmoderna -, esistono quelle verità verosimili a cui già abbiamo accennato, e cioè più frequenti o dove l'accordo umano è maggiormente solido e tenace. E questo non necessariamente per motivazioni connesse al dominio e alla volontà di potenza, ma per qualche "callosità" nell'oscillazione ideale dell'ombra, chiamiamola così, in quei punti più resistente agli assalti di una psiche onirica e desiderante.

Ed è allora proprio su quei punti di resistenza che guadagna spazio la ragione. La quale, sulla scorta di un minimo appiglio di realtà, può divenire concertante, ossia realmente e compiutamente democratica.

Del funzionamento dell'Aspirina bisogna infatti prenderne semplicemente atto, non c'è nulla da concertare. Ma il suo modello probabilistico - Ferraris lo chiama "realismo modesto", che è un po' come la sorpresa nell'uovo di Pasqua: qualcosa c'è, ma non sai esattamente cosa... - il suo modello può fornire la base proprio alla concertazione politica, prima ancora che filosofica, non so se mi spiego.

Ad esempio uno si alza una mattina e afferma: "Vi offro un milione di posti di lavoro". Così che gli altri, dopo essersi presi un'Aspirina per alleviare i sintomi delle risate, sono nelle condizioni di rispondergli: " Ok, spiegami quante probabilità hai di farlo, e in che modo e al prezzo di quanti coccoloni." Ma soprattutto, dopo aver rotto l'uovo la mattina di Pasqua, sono in grado di intimargli: "Questa non è la sorpresa che ci avevi promesso, dove è il milione di posti di lavoro che doveva starci dentro? Adesso o ci cambi l'uovo o te ne vai!"

Come si può vedere, non sempre il realismo (specie quello modesto) è funzionale alle logiche conservative del Potere.

Ricapitolando. Per il signor Bayer e per i suoi fortunati eredi, la loro candida e miracolosa pasticchetta non è concettualmente superiore allo sterco d'asina mescolato con code di lucertola. Ma funziona. E' il principio della techné, spesso aborrito proprio da certa filosofia novecentesca, che però avrebbe qui occasione per riappropriarsene in un senso democratico e costruttivo. Infatti, se è più probabile che prendendo l'Aspirina ti passi il raffreddore, sarà allora anche più probabile che una proposta politica argomentata con gli stessi criteri di persuasività pragmatica, abbia successo sull'ingannevole millanteria.

La concertazione democratica nasce infatti da un confronto tra interpretazioni alternative, spesso è una danza di ombre, questo è risaputo. Ma ciò che distingue il confronto dallo scontro è proprio quell'elemento discriminate che sta alla base del giudizio, e che leva all'ombra non la sua natura fantasmatica - desiderio e paura, in sintesi - ma di impermeabilità paradossale. Fissandola quindi a una sorta di coerenza formale: queste sono la tua forma e le tue parole, e adesso ne verifichiamo le corrispondenze, gli effetti, se non assoluti almeno più comuni. E dunque, superando qualche imbarazzo filologico, possiamo senz'altro e perfino con orgoglio chiamare tale fissazione realtà.

Sì, un po' più di realtà sarebbe forse l'unico antidoto a questo diffuso reificarsi dei sogni, degli altri, in incubi nostri.

Ammesso che ci si ricordi che un'ombra resta un'ombra, e che una cosa reale non è perciò stesso vera, né tanto meno "più vera" di una così improbabile da non essersi ancora verificata. E allora, se proprio Gianni Vattimo e Maurizio Ferraris hanno deciso di dare un nome filosofico a questa cosa qui, io gli propongo di chiamarla ontologia farmacologica. O più semplicemente e comunemente: Asprealina.

martedì 13 settembre 2011

"Vertigine pop", o sul disprezzo cinefilo


"Vertigine pop: Tsui Hark gira un wuxia storico con derive fantasy, che si sviluppa secondo una detection classica, da whodunit dei tempi che furono, percorso da dialoghi screwball, venato di melò, infarcito, sino alla nausea, di CGI..."

Queste sono le prime tre righe di una recensione al film Detective Dee e il mistero della fiamma fantasma, scritte da Giulio Sangiorgio per gli Spietati. Sia Sangiorgio sia gli Spietati, un ottimo sito web di approfondimento cinematografico, va tutta la mia stima. Eppure, per quanto io possa presupporre un'intenzionalità mimetica della recensione con il suo oggetto, alla quarta riga ho interrotto la lettura, e mi sono fatto una semplice domanda: perché le persone che scrivono di cinema, anche quelle brave, intelligenti, perché devono farlo con un esoterico linguaggio da casta sapienziale, o da supponenti medici della mutua – wuxia; fantasy; detection; whodunit; melò, screwball; CGI... –, come chi cammini per strada con un termometro ficcato nel buco del culo?

giovedì 8 settembre 2011

Diventa bella!, o sul disprezzo estetico verso le mie coetanee


Il problema delle donne è che, fino a trent’anni, to’ fai anche trentacinque, trentasette, fino a quell’età non lo sai ancora se sono belle oppure fighe. Quando sono brutte lo vedi subito che son brutte, ma l’urgenza vitale ed erotica della gioventù chiamiamola “fighezza”, dai, non facciamo gli schizzinosi ha questa naturale attitudine a travestirsi da bellezza.

E così, oggi, apro il sito on-line di Repubblica, e ci trovo un videoclip di un gruppo musicale dal nome che è tutto un programma - The Vaccines, giuro, si chiamano proprio così! Tra loro anche la modella e stilista britannica Kate Moss, che conclude il filmato con l’accenno di un breve strip.

La ricordiamo tutti, vero, Kate Moss?

Secondo alcuni era l’aspirapolvere più bello del mondo. Ad esempio quando, insieme al fidanzato Pete Doherty, riusciva ogni volta a farsi beccare dai Paparazzi: sembravano bambini chinati a giocare sulla spiaggia, a dar forma alla pista in cui far correre le biglie con il volto stampato dei ciclisti. Solo che le piste, al posto che di sabbia, erano lunghe e candide di cocaina, e dei ciclisti era rimasta ormai solo l'orma metallica delle cyclette, su cui le donne di mezza età sgambettano e sudano per rassodare il culo. Inserisco il suo nome su Wikipedia, e scopro che Kate Moss è nata il 16 gennaio 1974. Tra quattro mesi compirà trentotto anni.

L’età è dunque quella, il tempo in cui si scopre se sei bella o eri semplicemente figa, indipendentemente da quanta cyclette tu possa fare. Ma nel suo caso, la totale assenza di bellezza è addirittura lampante: una racchia, un cesso, si è trasformata in una streghetta tutte moine e ancheggiamenti, che sembra essere appena stata sputata fuori dal tostapane della storia. E non ha ancora compiuto trentotto anni, dico, trentotto…

Come è spietata la natura, davvero. E come sono tristi certe donne, troppe donne, le quali non hanno ancora inteso la differenza tra essere belle ed avere una fica. Brigitte Bardot, mettiamo. A vent’anni Brigitte Bardot era totalmente e definitivamente e irrimediabilmente figa. Era cioè tutta compresa in ciò che il privilegio del caso le aveva offerto: un corpo acerbo e perfetto, all'origine dei capricci che quello stesso corpo le concedeva in abbondanza, come un animaletto viziato. Era insomma il riflesso del suo possesso.

Poi, a quaranta e cinquant’anni, Brigitte Bardot ha saputo inventarsi una bellezza che prima non possedeva, trascendendo l'identificazione con il puro dato biologico. Invece di continuare a fare la figa a Saint-Tropez , scavallato quel discrimine temporale ha cominciato ad imboccare i cagnolini abbandonati, o a far casino contro l’orrenda macelleria delle foche da pelliccia. Tutto ciò nel più completo disinteresse alle rughe che fiorivano di giorno in giorno sul suo viso, e per le subentrate imperfezioni di quel corpo che tanto bene l’aveva servita in gioventù.

Certo, ora possiamo anche farci dell’ironia, ridere di queste sue agnizioni tardive e vagamente naif. Ma la consapevolezza animalista rimane uno dei traguardi più alti dello spirito umano, in cui si mostra la facoltà che davvero potrebbe qualificarci: un’empatia che travalica non solo gli angusti confini del nostro corpo, ma della specie intera, quel rissoso macro clan che è l’Homo sapiens sapiens. E che per definizione se ne fotte di tutti gli altri animali, i quali come lui vivono, respirano e sbranano su questa terra. Ma anche soffrono.

Purtroppo io ritrovo invece un sacco di donne che, a quaranta o cinquant’anni suonati, si comportano come Brigitte Bardot quando ne aveva venti, e se ne stava con le chiappe al sole ad aspettare che Gigi Rizzi tornasse dallo sci d'acqua. Donne che pensano che a quell'età si possa ancora essere fighe, o meglio avere nel proprio sfiorito e minuscolo possedimento la sineddoche di tutto quel che non sono, così perdendo ogni possibile residuo di bellezza. Il triste spogliarello di Kate Moss con i Vaccines diventa allora l’emblema di questo nuovo e nutrito comparto umano: fiche disseccate, possiamo chiamarle così.

Forse un tempo siete state anche fighe, d’accordo, la fica vi germogliava nel vento e nel sole e negli spruzzi di un motoscafo, ma adesso avete mancato l’unica vera e fondamentale occasione che la vita ci offre: diventare belli, diventare qualcosa d'altro e più complesso di un effimero frutto di natura, perciò tendente a marcire in una breve stagione. Perché la bellezza, come l’identità, non è uno stato, una condizione esteriore affrancata dai gesti e dai pensieri, ma qualcosa che va guadagnata con sforzo e intenzione. Scriveva Friedrich Wilhelm Nietzsche: “Diventa ciò che sei!”

Ma diventa anche bella, aggiungiamo noi. Purtroppo, per farlo, per diventare la bellezza che ancora non si “è”, non è sufficiente trascorrere le giornate in palestra o dall’estetista, per avere nuovamente indietro ciò che si ha perduto. Piuttosto si deve schiudere qualcosa che non sono i bottoni di una camicetta by Kate Moss design, ma molto più sotto. E senza quella cosa lì, senza quel bottoncino interno e misterioso, su cui tocca lavorare con l’impavida sfacciataggine di Brigitte Bardot da vecchia, Brigitte Bardot da bella, siete solo delle povere e avvizzite carampane sulla cyclette.

mercoledì 7 settembre 2011

Il disprezzo, o sulla sopravvivenza in tempi oltraggiosi


Nei giorni scorsi, in questo spazio, ho pubblicato un post ulceroso e idiosincratico, nel quale terminavo rilanciando una delle figure più umanimamente biasimate: il disprezzo. Il discorso, volutamente, si limitava a un impeto emotivo confezionato nella trama di una esplicazione allusiva, che sarà certamente risultata indigesta a qualcuno. Un discorso "anti-patico", per così dire, e cioè tutto sbilanciato sul versante del patos, a danno della ragione. Provo dunque a precisare un poco meglio la mia idea.

Con disprezzo io intendo esprimere un atteggiamento di totale e definitiva contrapposizione (anti, appunto), che non culmina però in un congedo umano e sociale, proprio ad esempio dell’indifferenza. Attraverso il disprezzo c'è insomma ancora un certo margine di relazione, anche se non nella forma della dialettica sintetica ma della disputa frontale. E se ciò che si fronteggia sono ancora concetti ed idee (sul mondo, sulla vita), il terreno del conflitto si sposta da una razionalità dispiegata e puntuale dove abbiamo già fatto le nostre scelte a una emotività terrosa, un baricentro viscerale e reattivamente ferino.

Si usa dire che le cose vanno capite, prima che possano essere giudicate e infine condannate. Niente di più falso. Io sostengo infatti che il nostro tempo sconta un eccesso di comprensione intellettuale. Ma, a differenza di Marx, non penso che dopo essere stato compreso il mondo ora debba essere cambiato. Credo al contrario nei grandi cicli cosmici, e questo è con tutta evidenza un ciclo in cui l'onda deve ancora compiere la sua risacca. L'unica uscita è dunque quella laterale, sorta di 'arrocco scacchistico che ci porta alla rivalutazione anarchica della condanna dura e pura, senza speranza di emendare il guasto. Nel caso del tribunale psichico, ciò coincide quindi con la massima sanzione del disprezzo.

Sospetto dunque che sia proprio l'indifferenza, unita a una fredda comprensione razionale l'atteggiamento di chi si disponga a capire senza coinvolgimento emozionale, e ad assolvere nel nome della relatività delle opinioni e delle circostanze , quel che sta avviando il nostro Paese a una deriva tribale. Ma probabilmente l'analisi potrebbe essere estesa all'intera tarda modernità, che non ci vede ancora coinvolti in una guerra a tutto campo tra clan rivali (basta aspettare...), e assistiamo piuttosto un’esplosione centrifuga di schegge senza più alcun incastro. Il presente è questo puzzle di cui esistono solo i frammenti e la cornice, ma al netto del soggetto.

In quel passato prossimo che sono gli anni cinquanta, gli italiani, parlo ancora della Nazione che più conosco e massimamente patisco, sapevano invece ancora "disprezzarsi" l'uno con l'altro. Erano un paese reduce da una vera e sanguinosa guerra civile, dove si tirava da una parte o dall'altra la coperta troppo corta delle istituzioni, e di una visione generale e politica delle cose. Ma era forse proprio questa intima anti-patia civile, a renderlo il Paese vivo e forte che i nostri genitori hanno conosciuto.

Adesso, al contrario, in questo brodino conciliante ed ecumenico, è sempre più difficile recuperare qualcosa come un sentimento di comunità, non dico di identità ma perlomeno di relazione. Una relazione che, appunto, come anticipato, si dà ormai solo nella figura del disprezzo. Oltre che nella compassione umana fuori da ogni concetto e ideologia, come i contadini ucraini quando ci buttavano un cavolo o una patata lessa, prezioso tesoro per agli alpini italiani in scomposta ritirata.

Compassione e disprezzo, davvero non riesco più a vedere altro. Spazi per una complessa mediazione intellettuale non ce ne stanno più.
E allora o gli italiani recuperano il concetto alto e nobile di Nemico concetto che attiene alla dimensione spirituale pagana –, oppure riescono a rintracciare le proprie famigerate radici cristiane, che portano a realizzare nell'altro quel capolavoro di astrattezza antinaturale che è l'Altro evangelicamente inteso, umanandosi non più nel particolare ma nell'universalità di un'idea interamente esperita, più che concepita dall'intelletto. Atteggiamento che allontana però irrimediabilmente dalla cautela illuminista e laica. E ciò perché la temperatura della ragione è troppo tiepida e discriminatoria, e qui c'è bisogno di forti temperature per realizzare nuovamente la fusione.

Ma se il nostro è un Paese dove, più che in altri, ha saputo attecchire nel passato una certa disposizione compassionevole, se non proprio samaritana, siamo maldestri quando cerchiamo di crearci l'immagine fantasmatica di un nemico esterno. E questa è davvero la nostra più grande virtù. Per ravvivare l'energia polemica che rinsalda il senso di comunità (tutto viene da Polemos, sentenziava Eraclito), abbiamo dunque bisogno di recuperare la contesa locale tra i campanili, modernamente applicata alle nuove antropologie urbane.

Per questo io ho deciso che i miei nemici, che disprezzo con tutto il cuore, sono ad esempio i possessori di piccole idee, dei piccoli libri di Melissa Hill, e di piccole parole con contrappuntare vite piccine piccine ma non umili, come i pubblicitari che votano in massa il Pd. Ed è dunque anche contro i pubblicitari che io reclamo la smisuratezza, rivoglio la fantasia, quella vera, non la creatività.

In questo disprezzo e in questo livore io mi riscopro quindi e finalmente italiano, come nella compassione che è però una virtù troppo intima, troppo privata perché io riesca a scriverne mescolandola al becchime del web. E poi, comunque, la compassione è un sentimento tra uomo e uomo, mentre la grandezza e la forza del disprezzo stanno proprio nella sua urgenza categoriale: disprezzare tutti quelli con la Fred Perry con il colletto alzato, ad esempio, o tutti gli psicologi e per non dire le psicologhe, che vi assicuro sono ancora peggio. E ciò sapendo che l'andare a spanne è certamente rozzo e impreciso, quando la realtà sociale e civile è proprio questa rozza imprecisione: un fucile che spara a pallini e che produce una raggiera di significati, anche se spesso in provvisoria e vitale contraddizione.

Perciò, scrivevo, il disprezzo è la vera disposizione civile all'altezza del nostro tempo. Perché è democratico, orizzontale e sottilmente paradossale, come un film di Quentin Tarantino. Un sentimento davvero alla portata di tutti. Oltre che l'ultima chance per sentirci parte di qualcosa, ma soprattutto di qualcuno.

martedì 6 settembre 2011

Melissa Hill, o sul perché non mi rispecchio nei miei simili (anzi, nelle mie "similesse")


Eppure continuano a esserci persone che, potendo, è permesso, è lecito ed è perfino incoraggiato, potendo entrare in una libreria e chiedere l'ultimo libro che so di William Vollmann, o di Gianni Celati o di Patrick Modiano o di Vargas Llosa, ci sono delle persone, le ho viste io, che invece entrano in una libreria e chiedono l'ultimo libro che so di quello là con un drago in copertina, o di quell'altro, lo chiamano "il nuovo clamoroso caso editoriale dalla Svezia", o infine, per non sbagliare, facciamo il solito Camilleri, facciamo Umberto Eco o facciamo una certa Melissa Hill, che scopro adesso c'è questa Melissa Hill e scrive dei libri, pare li venda pure.

E così anche se non entri in libreria e dici buon giorno vorrei Melissa Hill, è il libraio stesso – buon giorno a lei – che ti accoglie prego, venga, non sa cosa leggere: le consiglio l'ultimo Camilleri (grande scrittore, per carità: ma dove è la curiosità, la fantasia?) o guardi qui appena sfornato un Umberto Eco croccante di giornata. Già letto, non c'è problema: che ne dice di un bel drago direttamente per lei dalla Svezia, o non mi dica che non conosce Melissa Hill? E non è vero che si deve diffidare delle persone che non leggono, perché le persone che non leggono, il più delle volte, è semplicemente che hanno altro da fare o da pensare, mica si svegliano alla mattina e dicono oggi NON leggo Le affinità elettive di Goethe, oppure NON leggo il Don Chisciotte di Cervantes, tiè, beccati questa.

Hanno i cazzi loro, intendo, e le mani occupate nelle faccende di tutti i giorni: vuoi dargli torto? Ma se hai il tempo e la voglia di leggere, dico, e poi ti rimpinzi di Melissa Hill... secondo me c'è da farsi delle domande: non su Melissa Hill, ma su uno che legge Melissa Hill invece di Richard Powers, di Milan Kundera, di Alice Munro o ancora meglio di farsi i sacrosanti cazzi propri, impastare le mani dentro alle faccende di tutti i giorni.

Che poi, in genere, non si tratta di uno, ma di una. Sono infatti le donne a leggere di preferenza i libri di Melissa Hill, anzi leggono in generale. Per questo, quando sento quei discorsi sulle donne che sarebbero superiori perché le donne leggono e gli uomini no, a me viene da pensare che le donne – un mucchio di donne almeno, le ho viste sempre io – le donne a furia di specchiarsi nelle parole di Melissa Hill, va a finire che le donne si convincono che quelle parole lì sono le loro, non quelle di Melissa Hilll; che ci sta pure il caso che scriva bene, non è questo il punto.

Il punto, infatti, è ancora lo specchio. E le parole. C'era un famoso psicanalista che, più o meno, semplifico, diceva che noi siamo il riflesso verbale del nostro mondo, e che quello specchio si chiama inconscio. Tanto che l'inconscio delle donne che leggono Melissa Hill, assume, piano piano, la sintassi e le cadenza della scrittura di Melissa Hill. Un po' come succede a Emma Bovary, che è la protagonista di un altro famoso romanzo, per quanto non l'ha scritto Melissa Hill e in copertina non ci sta alcun drago, manca il Killer seriale di bambini e arriva dalla Francia invece che dalla Svezia. Ah, è stato scritto nel 1856 da Gustave Flaubert.

C'è dunque questa Emma che legge dei libri, e poi si mette in testa che la sua vita è come quella dei libri che ha letto: vuole fare cose da libri, una vita da libri o meglio ancora è la sua anima, che poi è lo stesso dell'inconscio ma nell'Ottocento la chiamavano anima, tutto qui, si convince che la sua anima ha la faccia dei suoi libri. Solo che questo libro qui, e anche quelli che leggeva la moglie di Carlo Bovary, uno che invece non leggeva e infatti si limitava a farsi i cazzi propri e badare alle sue faccende, questo e gli altri sono libri scritti appunto in quell'epoca, e cioè un secolo dove fare una vita da libri voleva dire avere grandi ideali e passioni, portoni brumosi in cui appartarsi a fornicare.

Ma anche qui, fornicare, è un po' lo stesso di scopare, naturalmente. Solo che nell'Ottocento sembrava più elegante chiamarlo fornicare, gente che al posto delle felpe Adidas indossava il panciotto, e anche i pantaloni non si portavano con il cavallo basso e l'elastico del tanga che fa capolino nella piega del sedere, e come alternativa alle canne ci si stordiva con l'assenzio. Insomma, nella forma è cambiato tanto, nella sostanza pochino: libri e anima erano già la stessa cosa, ben prima che quel famoso psicanalista lo scrivesse dentro ad altri libri, che hanno contribuito a dare nuovo smalto alla nostra vecchia anima.

E se ancora tutto questo non bastava – non bastava alla tua anima –, se non era sufficiente leggere libri e poi comportarti alla stessa maniera dei personaggi, a quel tempo, per quanto in extremis, potevi sempre ritrovare qualcosa come un principio di realtà. Accorgendoti, ad esempio, di quanto fosse fasulla la tua vita, di quanto spettacolo ci fosse dentro, di quanto Altro e di quanto poco Tu. E alla fine non rimaneva allora che levarti dalla rappresentazione con un estremo gesto d'emulazione teatrale, scolandoti un'intera boccetta di veleno per i ratti.

Ma fare una vita da libri di Melissa Hill, io mi chiedo, che vita è una vita da Melissa Hill, e in che modo ci si può svegliare? E me lo chiedo "tecnicamente", non da sborone intellettuale. E cioè che anima viene fuori dalle pagine di Melissa Hill, che anima è quella che assume il corpo e l'espressione dalle donne che incrocio in libreria – sempre eleganti, cortesi, niente da dire –, che anima è l'anima che parcheggia una carrozzina all'ingresso e poi traguarda orgogliosa il suo contenuto soavemente addormentato? Ma sopratutto cosa me ne faccio, da cittadino italiano, di tutte queste anime in cui non mi riconosco, parlano la lingua di libri che sono letteralmente altri libri: un'anima divisa in due, in dieci, in mille idiomi incomunicanti, ecco cosa è diventato questo paese...

Un attimo dopo squilla il cellulare: è il marito: ciao amore: il marito che vuole sincerarsi che abbiano acquistato un paio d'etti di prosciutto cotto – che ti credevi, che era l'amante? Quello succedeva un secolo e mezzo fa, non la carrozzina ma la carrozza, i portoni brumosi in cui scopare, cioè, pardon, fornicare, scrutati solamente dal sottile taglio della luna, e dai ratti che hanno scampato il veleno per un soffio.

E così, poco più tardi, queste donne escono soddisfatte e sorridenti dalla libreria, con il prosciutto cotto in una mano e dentro l'altra l'ultimo successo di Melissa Hill. Si avviano quindi senza tanti cazzi per la testa, seguendo, sul marciapiede, tutte le virgole e i punti che Melissa ha disposto al posto giusto, al posto loro. E anche io me ne esco subito dopo, con infiniti dubbi di punteggiatura: abbandonare il sentimento del proprio Paese, mi dico, non significherà forse smarrire una visione narrativa d'insieme, essere incapaci di realizzarne l'idea in parole?

Ciò che rimane di un'esperienza civile che giudico ormai definitivamente fallita, ricapitolando, io lo ricavo dunque dalle manifestazioni linguistiche diffuse, che hanno nei libri e nello spettacolo i propri modelli di riferimento, minimi mattoni con cui si costruiscono piccole o grandi anime. Il fatto che non ci siano solo alcuni libri, come nei regimi totalitari, ma molti libri tra cui quelli di Melissa Hill, è naturalmente un vantaggio, intendiamoci: un segno certo di liberà. E anche gli spettacoli sono differenziati, specie dopo l'affermarsi di Internet. Ma questo"eccesso" di libertà narrativa mi sembra che abbia contribuito alla frammentazione del tessuto sociale, e cioè ancora del linguaggio con cui un Popolo si parla e riconosce, insomma la sua koiné, senza la quale un Paese non può più dirsi tale. Tanto che una libreria mi sembra allora la metafora più perfetta della morte civile che i più sensibili, o forse i più fragili di noi, sperimentano già da qualche anno.

Ma che cosa ci rimane, allora?

Rimane il disprezzo, per parte mia. Sì, io affermo – e lo scrivo pure – che disprezzare i propri simili (e LE proprie simili, soprattutto), sia l'unico sentimento civile adeguato a questo tempo, e cioè uno dei pochi atteggiamenti in cui ancora si dia il principio dolente di una relazione, prima del definitivo concedo in anomia distruttiva. Disprezzare, sì. Io vi disprezzo, non vi odio ma vi disprezzo, con i vostri libretti da due soldi, il vostro prosciutto tagliato fine, il vostro linguaggio dopato di inglese e smagrito di significato, di realtà e infine di identità.

Eppure il vuoto, il niente e il nulla, sono le fragili fondamenta sopra cui viene edificata la menzogna del soggetto. Diventare qualcosa serve dunque per comprendere – ma solamente alla fine, al termine della costruzione della propria torre – che siamo al fondo rimasti quel niente, un gorgoglio afasico prima di ogni altra parola. Diventare qualcosa per restituire quella cosa da nulla al Nulla, ecco. Farsi per disfarsi. Ma se questo tempo babelico, attraverso la confusione funesta dei suoi linguaggi, che prelude al crollo, potrebbe favorire proprio tale consapevolezza, nell'esperienza quotidiana è sempre più raro assistere alla più estrema e terribile delle agnizioni, quella della signora Bovary: ma allora è tutto finto, ho vissuto la vita di qualcun altro...

Resta per fortuna la nobile figura del disprezzo, e un unico problemino ancora da risolvere: la carrozzina, chi se la prende, adesso che lei se ne è andata con il prosciutto e l'ultimo best seller di Melissa Hill, chi se la prende la carrozzina con il pupo?