domenica 31 luglio 2011

Comunicazione di servizio

Qualcuno mi ha chiesto come mai l'ho cancellato dai miei "amici" su Facebook. No, io non ho mai cancellato nessun "amico", su Facebook. Sono viceversa io ad essere finalmente riuscito a cancellarmi, dopo un primo tentativo andato a male, per ragione tecniche, nei mesi scorsi. Niente di personale, dunque. E' un po' la differenza che passa tra un omicidio e un suicidio - con la differenza che io neppure escludo di poter riaprire un nuovo profilo, in un futuro su cui non ho fretta di apporre alcuna etichetta temporale. Chiedo dunque perdono a tutti quelli che non mi hanno più trovato tra i loro contatti su Facebook. E per piacere, come disse quel tale, niente pettegolezzi...

Ever green


Nel cuore della città vecchia i figli nuovi della città giocano a bigliardino, bevono una birra leggera e frizzante al gusto di banana – ma il pallore della bevanda ricorda piuttosto la Lemonsoda, asprezza di limone che si stempera nel languore denso del glucosio – e quando si incrociano salutano con quel tipo di confidenza che hanno tra loro i medici in ospedale, come se le flebo e le barelle e NON ENTRARE!, attenzione, radiologia, come se tutto ciò non lì riguardasse, fosse solo il fondale di cartapesta di una messa in scena nemmeno troppo accurata, eccessiva, compresa la lenta traversata della suora per il corridoio lungo e sovraesposto dai neon, con il pitale colmo da svuotare. Il dolore del mondo diventa così solo un’ipotesi operativa, la biglia della roulette che ogni tanto inciampa sullo zero: les jeux sont faits – ma sono fatti già da sempre, se non dal principio, come si dice, i giochi, oppure è il capriccio dell’attimo che ne rivela la sagoma sempre deludente, beffarda? Al tavolo a fianco colgo solo qualche frase smozzicata: e poi gli ho detto… e poi gli ho dato… e il giorno dopo, lo rincontro in giro, sono con la mia ragazza, ne vuoi ancora? gli dico. Da come ridono gli altri, mi sembra di intuire che stiano parlando di pugni – in particolare osservo quello più vicino a me, di cui scorgo solo il profilo affilato, a cuneo, che spicca dal collo rialzato della Fred Perry: ha lo stesso modo sornione di porgere l’approvazione che aveva un mio conoscente a quella stessa età: Infiammato, lo chiamavamo per il suo insaziabile appetito erotico. In seguito Infiammato – è lui stesso a lasciarlo intendere, con il solito sorrisetto sornione – pare abbia seguito con successo un programma di allenamento per migliorare le prestazioni sessuali, oltre alle dimensioni del membro. E di nuovo les jeux sont faits, oppla! Ma il croupier lo scandisce poco prima di conoscere dove la biglia va a posarsi: è un’anticipazione, a ben pensarci, una profezia che tace il suo oggetto ma rivela la cosa più importante: le cose sono già prima di essere le cose, anche solo un attimo prima, non importa, e però in quell'attimo non siamo ancora in grado di vederle, per quanto già abbiano una consistenza certa, come sa bene il croupier. In un diverso tavolo, alle nostre spalle, un quartetto maturo discute di politica – o meglio discute animatamente di politica, ogni tanto gli avverbi hanno ancora un senso e una funzione. Come se l’anima sgorgasse a rapidi fiotti dalle labbra incorniciate da una folta peluria, barbe e baffi morbidi e setosi, con un lieve alone giallastro creato dalla nicotina di pipa e sigarette in quantità, mentre le mani si agitano nell’aria fresca di un’estate che non è fredda, piuttosto frigida, intemperante, che è un altro termine derivato della meteorologia. Altri invece lo chiamano tempo – le previsioni del tempo, che tempo ha fatto in vacanza? – lasciando intendere un’affinità tra le condizioni ambientali e lo scorrere irreversibile dei minuti. In ogni caso, quelli se ne fregano non solo dell’arietta fresca ma anche dei minuti, di qualsiasi tempo massimo offerto dalla Storia, che contempla invece un tempo ricorrente, da cogliere al volo – Kairos, lo chiamavano i greci, e gli antichi cinesi Tao. Come per i taoisti, il segreto dei politici sta dunque nel riconoscere il tempo opportuno, nello snidare Tao\Kairos, per conferirgli la forma stabile e incorruttibile del tempo messianico: una specie di serra in cui non piove mai e il sole splende su fragole grasse e mature, zucche giganti che si trasformano in carrozze. Sarà per questo che l’anima deve essere pompata fuori dai polmoni: per spegnere tutte le candeline della torta. Condizione necessaria a che il banchetto abbia finalmente inizio, in un furioso protendersi, avventarsi, ingozzarsi di fragole e panna morbida e illibata, quando c'è sempre il dubbio che la carrozza possa ridiventare zucca. Il Popolo, sento quindi dire. Dovremmo recuperare la nozione di Popolo. Dare un segno chiaro, riconoscibile, per il Popolo. Poco prima, diverso luogo, la stessa sera, una bella e giovanissima ragazza di Shanghai – è arrivata a Sondrio da una settimana solamente – tentava di ripetere alcuni vocaboli italiani: cappuccino; Campali; limoncello (questo è facile); Monteneglo (questo è difficile); plosecco; billa alla spina; glappa; glappa al miltillo (difficilissimo!); succo di pela, pesca, albicocca. C’è era anche Lemonsoda, inserita nella lista di parole da apprendere stilata dalla zia, di pochi anni più vecchia ma in Italia da molto più tempo, dove gestisce il bar in cui assistiamo alla scena. O più propriamente si trattava di un siparietto didascalico: da una parte gli italiani, noi, con calice in mano e infinita stanchezza, e dal lato opposto del bancone la giovane cinese diligente, che tra sé e sé almanacca il misterioso alfabeto della futura conquista, che non sarà di ferro e fuoco ma di cappuccino con bliosc; e però solo al tempo opportuno stabilito dal Tao, o da Kairos. Vorrei allora replicare al suo assalto quieto con la mossa dell'arrocco: chiedendole, ad esempio, come si dice invece anima in cinese, o popolo o rivoluzione... Vorrei chiederglielo ma sono ormai a un fotogramma successivo, questa è l’impressione; un’impressione generale, intendo: tutto qui appare fuori sincrono, sembra di assistere ai monologhi televisivi di un critico cinematografico che viene doppiato da se stesso, sempre in ritardo di una battuta o chissà forse in anticipo di un'intuizione folgorante, un evo astrale. E' simile, in ciò, a un celebre ritratto in cui il volto di Mao, passando attraverso il filtro ottico di Andy Warhol, si frantuma in tante figurine policromatiche, producendo un generale vuoto di senso che, per paradosso, ci comunica un sentimento di pienezza, il calmo attenuarsi del prurito che causano le domande senza risposta, o lo slancio verso un luogo ulteriore e aperto del pensiero. Saturazione, potremmo chiamarla così. Al punto che ci diventa del tutto indifferente se ciò che si delinea in superficie sia la sagoma di Mao Tse-Tung, Marilyn Monroe, Elvis Presley, Jakie Kennedy, Miky Mouse o della zuppa Campbell. Ma il tempo messianico della politica, non sarà allora proprio questo: la coincidenza tra essenza ed ornamento? E' infatti in quel preciso frangente – o meglio in questo attimo di totale oblio, che sperimento osservando il sosia di Infiammato alzarsi dalla sedia – che si estingue anche il dolore, coincidendo con la rappresentazione del dolore, il soggetto con l'oggetto, lo show – o ciò che appare per come appare, il facciamo finta che dei bambini – con l'oscenità di quel che è necessario tacere, perché l'antico gioco del significare possa ancora aver luogo... Rimane dunque solo da rispondere alla cameriera, che sta aspettando con la penna bic che oscilla insieme al busto sui talloni, come la bacchetta del rabdomante: Cosa prendete, allora, avete deciso? E dopo una breve pausa: Posso consigliarvi una birra che non sa di birra ma di banana... Sapete, è il nostro ever green.

mercoledì 27 luglio 2011

E facciamo 'sta benedetta luce!


Fiat lux, sembra abbia detto Dio Onnipotente all’inizio, che è un bell’esempio di essenzialità, e io dico di incorporeità, perché se fosse stato grasso, ad esempio un dio grasso (come ce ne sono in Africa e Asia) e quindi indolente, e quindi ossessionato dagli angeli (più magri e più arzilli) che trovavano troppo buio e catacombale l’universo e senza possibilità di scorgersi reciprocamente, e fossero stati miliardi di miliardi di anni che gli angeli si lamentavano , non c’è niente, non c’è nessuno, non si sa che ora è, non ci si vede, non passa il tempo… miliardi di miliardi di anni, dandogli noia al suo quieto vivere di dio grasso coi trigliceridi alti, cosa avrebbe detto a un certo punto? “E facciamo ‘sta luce!” avrebbe detto, che non è uguale a fiat lux, cioè avrebbe parlato come uno pesante che non ne può più dei fastidi, cioè il corpo avrebbe interferito con il pensiero e il fiat lux si sarebbe, diciamo così, deformato, cioè non sarebbe stato un pensiero unico e puro, uno scheletro grammaticale fulmineo (che nell’originale doveva essere un impulso di telepatia) ma sarebbe uscita la frase lenta che ho detto (“e facciamo ‘sta benedetta luce”).

Ermanno Cavazzoni, da Il limbo delle fantasticazioni, Quodilibet 2009

Un abbraccio di luce


Un abbraccio di luce, presente quelli che scrivono, alla fine di una mail, un abbraccio di luce? Che poi sono gli stessi, ti invitano a cena, e hanno cucinato zuppa di farro o ceci bolliti o cous cous di verdure, quelli, sì, proprio quelli: quarto piano senza ascensore. Così quando arrivi finalmente davanti al portone togliti le scarpe prima di entrare, per piacere in casa non c'è nemmeno una bottiglia di vino; non dovevi portarlo tu, il vino, no, ho portato il dolce, ma con lo zucchero di canna o quello normale? Ok, scendo a prendere una bottiglia al ristorante qua sotto altri quattro piani senza ascensore andare, quattro piani tornare e proprio mentre stai per rientrare col fiatone: scarpeeeee... E gridano perché, intanto, sono andati di là ad accendere un incenso e a vedere se è pronto il tè verde; il vino te lo bevi poi solo tu, che è la parte positiva della serata. Ecco, queste cose qui, giuro, io queste cose fino adesso le ho sopportate tutte con la stoica determinazione di un bonzo, che arde sulla pira di un'umanità definitamente disseccata: ma un abbraccio di luce, davvero sono l'unico a pensare che un abbraccio di luce sia l'ossimoro più strampalato e guitto e intimamente meschino mai concepito da mente umana?

(Ps - In caso non fossi solo, in questa mia battaglia persa contro gli abbracci di luce, si aprono sottoscrizioni per il ripristino degli abbracci di carne. Ad esempio, potremmo iniziare con una campagna di sabotaggio linguistico, scrivendo tutti a questo sito. Quindi diciamogli, ognuno a suo modo, con parole sue, che se li tenessero per loro, per le anime frigide, i corpi pavidi e senza un culo sodo da tastare, gli stramaledetti abbracci di luce! Per noi solo abbracci veri, grazie.)

domenica 24 luglio 2011

Sangue o vino, o sull’idea moderna di cultura


La cultura, vediamo. Una cosa che per me è anche un po’ difficile da scrivere: mi tocca personalmente, e tocca persone a cui voglio bene come a fratelli.

Intanto. Da molti anni io mi interesso di cultura; sì, insomma: leggo, scrivo, ma non sono quel che si dice un intellettuale. Ho costruito la mia casa quasi interamente da solo, per così dire. Dimenticando enormi brecce aperte tra i mattoni, spifferi che entrano da tutte le parti, interi secoli in cui non ho quasi idea di quel che sia successo.

Quando non leggo o non scrivo o lavoro a tappare i buchi della mia cultura, frequento gente che si interessa d’altro. I miei amici, insomma, sono perlopiù indifferenti ai mie goffi sforzi nel riparare le macerie della mia educazione. Ci incontriamo al bar, oppure altrove. E parliamo della prima cosa che ci salta in mente, o anche della seconda, bevendo qualsiasi intruglio.

Negli ultimi tempi, però, provo un imbarazzo crescente, specie quando a queste persone salta in mente di parlare di cultura; anche se lo fanno per vie appunto traverse, quasi mai nominando quella brutta parola. E ogni volta è come se io dovessi nascondermi, vergognarmi di tutto quel che ancora faccio per sapere, per tenere assieme le pareti con il tetto, le fondazione incerte, gli infissi traballanti. Oppure, meglio, come una cartolina da un luogo di villeggiatura, in cui un bambino arrivato per la prima volta scriva ai genitori:

Qui tutto bene, c’è il sole e il mare è calmo. Il bagnino era così indaffarato a parlare con una ragazza bionda con le lentiggini che ha lasciato libero il suo seggiolone. Allora ho provato salirci sopra e si vedeva lontano, ma davvero lontano non avete idea quanto... Un puntino minuscolo dove certe barchette arancioni, ma con i pedali come una bicicletta e le donne che quando salgono si tolgono la parte sopra del costume, si confondono con il tramonto. Avete presente il lago: ecco, uguale. Ma tanto tanto più grande!

Oggi pensavo a mio nonno. Mio nonno, gli ultimi anni di vita, era su una sedia a rotelle. Non completamente paralizzato, però. Con fatica, e due bastoni in legno intagliati con la sua roncola, riusciva ancora ad alzarsi in piedi. Era il femore a essere ormai interamente fuori gioco. E poi era vecchio, così vecchio e zoppo che non poteva più lavorare. In compenso non si perdeva un dibattito politico in televisione. Il resto le chiamava “luganegate”, e cambiava subito canale. Gli piaceva sentire la gente che parla bene.

Santoro, a mio nonno piaceva particolarmente Michele Santoro. Bruno Vespa invece gli stava un po' antipatico, e poi iniziava troppo tardi. Infine Gad Lerner, con i suoi ragionamenti lambiccati, tortuosi, gli sembrava un po’ complicato – però si capisce che anche lui ha studiato, aggiungeva mio nonno. Si capisce perché parla bene.

Parlare bene, aver studiato.

Da costatazioni oggettive, questi – lo studio, la conoscenza e l'esposizione forbita – diventavano così dei termini di giudizio, perfino di valore umano. Perché chi ha studiato capisce le cose, e attraverso le parole, le buone parole, anche gli altri poi possono capire. Almeno se han la voglia e la pazienza di ascoltare.

Per mio nonno, capire le cose, era la cosa più importante.

Il mondo è meglio se lo capisci il mondo, niente di astratto o di metafisico. L’ammirazione forse dovrebbe essere sottotitolata, e così questa sarebbe stata la targhetta – il piacere e l’importanza della comprensione – che stava sotto l’ammirazione di mio nonno per chi parla bene. E per chi ha studiato, naturalmente.

Con i mie amici, al bar e fuori dal bar, però non funziona alla stessa maniera. La loro ammirazione sfugge dentro infiniti rivoli, distinzioni eccentriche. E’ come se la contemplazione del mondo intero avesse smesso di produrre fascino e interesse, e un sipario fosse calato oltre il seggiolone rosso del bagnino. Al vasto mare si preferisce una scelta mirata di porzioni circoscritte, stagni quieti, piscine senza burrasche. Ma intuisco che anche i miei amici, i quali la pensano o meglio la vedono a questo modo, hanno una parte di ragione.

Per i miei amici, ad esempio, chi cerca di contenere nello sguardo l’orizzonte è a sua volta uno specialista. Uno specialista di quella parte – tra le infinite parti a cui si dedicano con sollecitudine e impegno – che si chiama Tutto. E così, chi vuol rimirare tutto il mare, tutto il mondo, diventa semplicemente un intellettuale. Uno che si occupa delle belle parole e dei bei pensieri sul Tutto, percepito come estraneo alla minima parte che ci spetta.

E' forse per tale senso di estraneità al Tutto che, nel tono di voce dei miei amici, è andato perduto l'accento della riconoscenza. Quella riconoscenza che al contrario mio nonno sapeva intonare con stupore infantile, quando parlava di chi ha studiato, di chi parla bene. No, intellettuale non è più una parola buona. E nemmeno cultura.

Eppure, i miei amici, che non sono intellettuali e non ne amano la parola, né inzupparsi gli abiti nel grande mare del mondo, per vie diverse, spesso accidentali, hanno compreso una fondamentale lezione del nostro tempo, sfuggita probabilmente a mio nonno.

Gli intellettuali hanno la cultura, ok. Ma la cultura che cos’è? Non sarà che non esiste più qualcosa che può star dentro un unico contenitore linguistico, come la Cultura, con la C maiuscola? Non sarà che questo termine è sempre stato una grande illusione, una scorciatoia per il pensiero? Non sarà che il mare è un cratere vuoto che dilaga nelle parti, come uno scolapasta?

E così, come i filosofi postmoderni, i miei amici pensano che non c’è, non può esserci, non c’è mai stato un corrispondente effettivo a quella calcificazione nominale che è la Cultura. Esistono, piuttosto, da quando il mare si è fatto lago, solamente le culture. Minuscole e plurali come pozzanghere dopo un acquazzone.

Che detta a questo modo, come la dicono i filosofi postmoderni, a me viene anche da dargli ragione. E però, quando sento lo stesso pensiero accordarsi nel quotidiano, e lo sento di frequente, l'avverto risuonare con una nota stonata di fondo, che si propaga in sintagmi fin troppo modesti e soft, quasi fosse implicito ciò che affermano senza clamore. La cultura del vino, ad esempio. Cosa vuol dire, dico, cultura del vino?

Uno dei miei migliori amici vende vino, e del vino sa tutto. Gli chiedi di qualsiasi altra cosa: non ha tempo, non ha voglia, è un pigrone. Se legge un libro è perché gliel’hanno regalato (di solito io), o ne ha sentito parlare da Fabio Fazio (di solito assieme a me, che non seguo perché sono impegnato a bere il suo vino, che è sempre buonissimo). Ma se gli domandi di quel che fa, davvero la sua conoscenza non ha limiti, è una botte tonda e senza misteri. Il vino, la cultura del vino. Resti ammirato!

Pur rispettando e, ammetto, invidiando la cultura del vino del mio amico, ugualmente io diffido un poco delle spiegazioni che mi offre. Delle volte mi vien perfino voglia di fargli dispetto e non starlo ad ascoltare, come con Fabio Fazio. E così in quelle fughe acustiche dalle sue dotte dissertazioni enologiche, che umiliano la baracchetta piena di rattoppi della mia cultura, le mie conoscenza precarie e raffazzonate, mi torna di nuovo in mente mio nonno. Mio nonno in gioventù faceva anche lui il vino, ma non capiva un cazzo di enologia, retrogusti, tannini, sentori fruttati e quelle cose di cui parla il mio amico, con partecipe convinzione. Il vino si beve a tavola, e morta lì. Almeno per mio nonno.

Insieme al ricordo di mio nonno che tende le orecchie verso chi parla bene, chi ha studiato, dimenticandosi provvisoriamente del vino – e della sua presunta cultura – che gli ha piagato le mani per una vita, mi invade la fantasia un'altra immagine ricorrente.

Scolaretti. Proviamo a visualizzare una classe di soli maschi, come una volta. Terza elementare o giù di lì. I giovani alunni stanno seduti compostamente e in silenzio. Ciascuno indossa un giubbino nero, i capelli con la riga da una parte. La cartella è ai piedi del piccolo banco in formica verdina e, sopra, al posto dove un tempo ci stava il buco per il calamaio, in cui attingere l’inchiostro con cui esercitarsi nella bella calligrafia, ora spicca un calice colmo di vino rosso.

Ragazzi, dice il professore battendo un'asticella di legno sulla scrivania, adesso rigirate lentamente il bicchiere tra le mani. No, non così: con tre dita alla base dello stelo, e guai a scaldare il contenuto con il palmo, nel caso di un bianco. Ma prima di bere – attenzione! – provate a individuare quali sentori emergono all’olfatto. Chi riconosce correttamente almeno tre fragranze, può passare ai vini da dessert. E mi raccomando non copiate, non bevete dal bicchiere del vicino.

Va bene, semplifico. Però io quando sento in giro qualcuno che, alzando il mignolino mentre ingolla il suo vinello, qualcuno che poi si pulisce la bocca con un tovagliolo amaranto, qualcuno che infine butta lì la cultura del vino di qui, la cultura del vino di là... Ecco, a me torna sempre in mentre l'immagine degli scolaretti, non ce ne sono mica altre.

Perché il vino è innanzitutto un’esperienza, penso: non un sistema esplicativo che aiuti a chiarire i rapporti tra uomo e mondo, o tra persona e persona. La cultura del vino, cosa te ne fai della cultura del vino, quando nella tua vita si alza un maremoto?

Una cultura, per me, è dunque e innanzitutto una scialuppa, che ti porta in salvo quando stai per naufragare nell'incerto. Ma, per contrasto, ti fa venire il mal di mare e qualche dubbio, quando sei assediato dai cuscini di certezze troppo comode e rassicuranti.

Quello del vino potremmo semmai chiamarlo un sapere, non una cultura. Un sapere anche rigoroso e perfino artistico, ma che limita la sua estensione dentro una ristretta geografia dell'umano. E cioè qualcosa che solo in minima parte concorre a una visione più ricca e articolata delle cose – più correlata –, e che dunque non pregiudica scelte determinanti e sostanziali.

Ma passiamo ora a un altro amico. Ha diversi anni più di me, professore di lettere in pensione. Gli voglio bene e lo stimo molto. Anche se da circa trent’anni ha smesso di leggere libri scritti nel presente, che parlano dell'attualità o più in generale di cultura. E c’è quasi una punta di orgoglio, di vezzosità socratica, in questo suo esibito disinteresse alla cultura, o almeno a quella sua parte che pretende spudoratamente di farsi Tutto.

A questa programmatica distrazione verso i saperi costituiti e generali, il mio amico, tocca riconoscere, supplisce con molti altri interessi. Saperi particolari come quello del vino, che sono spesso complessi e altrettanto sottili e rigorosi. E’ infatti una persona intelligente e colta: a suo modo, un intellettuale.

Ad esempio, il mio amico, sa tutto di pipe, accendisigari, armi da fuoco, spiritualità giapponese, musica elettronica, impianti hi-fi, massoneria, complottismo politico, orologi, cinema indipendente, rapimenti alieni, terapie orgoniche. Dispone insomma di una varietà di culture, alternative o parallele a una presunta cultura egemone e comprensiva, quale interessava a mio nonno che sperava invece di capire Tutto, ascoltando Santoro.

Oppure quell’altro mio amico, non lo vedo più da un pezzo, era mio socio nella realizzazione di sistemi di trading finanziario, quando mi era venuto in mente di fare quella scemenza di lavoro. Lui addirittura si rifiutava di leggere libri, giornali, qualsiasi pensiero scritto o elaborato da altri. Perché le cose – chiamava le cose qualsiasi argomento, un po’ come mio nonno – le cose diceva, le cose bisogna prima provarle sulla propria pelle, non come i “professorini” (un altro suo vezzo linguistico) che le leggono sopra ai libri.

E anche questa è un’affermazione che, detta così, magari al bar, ti vien da dargli ragione. Massì, cosa c’è in fondo da discutere: vuoi provare la corrente ad alta tensione perché non ti fidi del cartello non toccare? Accomodati, fai pure. Gli dai ragione e poi ordini altri due calici di rosso, per aumentare l’esperienza del mondo, e la cultura del vino.

Ma alla fine, dopo tutti questi bicchieri, tutte queste esperienze che vanno fatte da soli, non lette sui libri, come i professorini, tutte queste culture alternative quali il vino e gli accendisigari – guai a dubitare che il vino e gli accendisigari siano cultura! – alla fine tutte queste cose mi sembra che ce ne abbiano fatta scordare una più grande: la prospettiva.

Come se fossimo finiti dentro un film girato interamente con un’ottica telescopica. Immagini fisse, nessun movimento di macchina, fotogrammi semplicemente giustapposti. E zoom che stringe su ogni minimo dettaglio del reale, senza arrischiare alcuna inquadratura d’insieme. Frammenti che non fanno visone, intendo dire. Frammenti che non sanno tradursi in seme e generare delle costellazioni visive, da cui nuovi frammenti espressivi.

Una sensazione che ricorda i misteriosi segni nel deserto di Nazca, che se li guardi da poche decine di metri, in piano, sono semplicemente dei graffi sul terreno arido e stepposo, un'unghiata fortuita sopra a una campitura caotica e inespressiva. Ma osservati dall'alto, come fece per la prima volta un pilota militare negli anni venti, quegli stessi segni diventano parte di un disegno grande e complesso, elementi di una grafia sintetica, per quanto ancora da decifrare.

In ogni caso, non so voi, ma a me vien da pensare che se vado a vederlo a cinema, un film così, tutto dettagli e mai un totale, ci fosse anche solo un campo lungo, non dico una panoramica, io esco dopo dieci minuti, davanti a un film così. Mio nonno poi non ci entrava nemmeno, secondo me.

Mio nonno di lavoro faceva il vino e vendeva le mucche, proviamo a ricapitolare. Però quando voleva comprendere il mondo – o almeno ci provava, in forme se vogliamo anche discutibili – non si rivolgeva alla cultura del vino, o alla cultura delle mucche. Mio nonno reclamava invece una visione d’insieme, e aveva l’umiltà e di cercarla fuori da sé. Bernardo di Chartres diceva che siamo nani sulle spalle dei giganti. A me pare invece che buona parte dei nostri contemporanei, a differenza di Bernardo e pure di mio nonno, abbia perso la fiducia che esistano pensieri più grandi, e spalle su cui arrampicarsi.

Tutto si limita allora un punto di vista parziale, perlopiù rasoterra, frazionato. Nemmeno viene il dubbio che il bagnino, dalla sua postazione rialzata, oltre alle turiste sui pedalò possa vedere più lontano, come un aeroplano sul deserto. Né che potremmo diventare noi stessi bagnini o aviatori, che il lago possa essere un mare e che il mare sia in realtà un oceano, dietro a cui forse ancora si nasconde un nuovo continente da scovare.

Per la stessa ragione, non si chiede aiuto ai libri, agli intellettuali, ai saperei generali come la filosofia o la sociologia o la fisica o la matematica, che vengono vissuti come conoscenze particolari, da professorini. In fin dei conti un accendisigari, in serie limitata, o il sentore di lampone in un Brunello di Montalcino, hanno lo stesso valore epistemologico dell’intera opera di Spinoza. O meglio è la stessa nozione di sapere, che si fa estranea. Non c’è nulla da sapere: è tutto e solo esperienza, questa pipa n'est pas une pipe.

Eppure mi sembra di vedermelo ancora lì, quando andavo a trovarlo, quando mi faceva “cito” con l’indice puntato sulle labbra, mentre stava parlando Santoro oppure Gad Lerner. Sì, mi sembra di ritrovare la fatica di mio nonno – i due grossi bastoni con cui cercava di sollevarsi dalla sua carrozzina – e le buffe imprecazioni con cui accompagnava i tentativi spesso andati male, come “Dio Campanile”.

Ed erano le volte in cui io gli dicevo resta seduto, ti aiutiamo io e la nonna ad andare in camera, oppure in bagno per fare la pipì, non cercare di alzarti che il dottore ha detto di non sforzare la gamba.

E invece capisco solo adesso che lui non voleva andare a pisciare, o in camera per dormire. Nemmeno di quel che diceva l'ortopedico, da quel pulpito parziale che è la medicina specialistica, gli importava poi tanto. Ed era dunque in barba a tutti i saperei smozzicati e sparsi che mio nonno cercava di alzarsi sulla punta dei piedi, arrampicarsi sulle spalle di un gigante che vedeva solamente lui. Quindi muovere la macchina da presa, conficcata nei suoi occhi azzurri e affilati, come in un dolly cinematografico. Contenere l’intero mondo in uno sguardo, ecco quel che voleva raggiungere con i suoi bastoni.

Quando però la forza di gravità lo ricacciava tra i braccioli rigidi della sedia, e i bastoni a terra come il saltatore con l'asta che fallisce la misura, mio nonno si accontentava di una frase, ma pronunciata bene, da uno che ha studiato. E Santoro e Gad Lerner loro sì che hanno studiato, borbottava compiaciuto, e se qualcuno si azzardava a replicare ci zittiva con un nuovo cito e mosca, fammi ascoltare...

Un'ultima frase anche per noi, allora. Una frase che ho imparato in un libro di poesie, sono scritte da un altro che ha studiato, forse perfino più di Santoro e Gad Lerner; io non l'ho mai sentito parlare ma c'è da credere che parlasse bene, non come Manzoni che balbettava. Lui si chiamava William Butler Yeats e non era esattamente un professorino. Dice così, la frase:

Chiamate, vi prego, il mondo la valle del fare anima. \ Allora scoprirete a che serve il mondo.

Se è vero che il compito dei figli è quello di arrampicarsi sulle gigantesche spalle delle generazioni che ci precedono, io provo allora a salire sulle spalle forti di mio nonno e da lì spiccare fino a quelle enormi di Yeats, per completare la sua frase - che presunzione! (Ma una presunzione necessaria, che si chiama storia.)

Mi viene così da aggiungere: no, non basta attraversare la valle del mondo, per fare anima. Bisogna anche cercare, traversandolo, di tracciare una mappa sempre imperfetta, provvisoria, collegando le rive per mezzo di ponti e i continenti con rotte nautiche o aeree, come fanno le rondini e le cicogne. Perché di un mondo senza relazioni o prospettiva, un mondo di laghi e pozzanghere, rimane solamente un liquido scuro, imprigionato da pareti invisibili ma tenaci.

E poco importa se tu lo chiami sangue oppure vino: quella comunque non è cultura: non ci coltivi nulla, non raccogli anima al suo tempo. Almeno fino a che non rompi le pareti del bicchiere, o ti arrampichi sul seggiolone del bagnino. E se ancora non scoprirai a che serve il mondo o il segreto di Nazca, beh, se non altro potrai vedere i seni belli delle turiste in pedalò. Che rientrano ridendo, spruzzandosi e poi nascondendo il costume a quella che fa il bagno, la crema da sole nel panino... Che rientrano per quel mare che è sempre troppo azzurro e troppo grande.

giovedì 21 luglio 2011

L’amore al tempo di Meetic, o sulla nuova Commedia umana


Una cosa che a me piace: consultare i profili personali in quei siti dove ti promettono l'amore, il sesso per il sesso, l’eterna felicità dei giusti. Nelle pagine maschili io però non posso entrare, a meno che non crei un profilo femminile fasullo, che è una cosa che mi ripropongo sempre di fare. Ma anche solo leggere ciò che le donne scrivono di sé – e non scrivono molto, ma quel poco è più che sufficiente – è un'esperienza che consiglio a tutti. Una buona alternativa all’ennesimo giallo svedese, se non altro.
Basta andare su un sito come Meetic, quindi registrarsi dopo aver compilato un breve questionario. Oltre a una svelta mappatura antropometrica, tra cui figura anche il gruppo etnico di appartenenza (è qui che ho scoperto di essere caucasico), ciò che vengono richieste sono alcune informazione di carattere generale. Ad esempio hobby, interessi, titolo di studio, sport praticati, lingue conosciute, religione, abitudini alimentari o di altro tipo, come il fumo. Le stesse indicazioni è possibile replicare per la persona cercata, tanto da poter includere solo persone di un certo tipo. Maschi caucasici oltre il metro e ottanta con gli occhi azzurri come Leonardo di Caprio, per dire. Oppure compresi in un determinato range di età, che ormai anche le donne non disdegnano inferiore al proprio.
Nel complesso, ciò che risulta dalla lettura di un profilo completo è una buona sintesi della persona. Più che un compendio psicologico direi però antropologico, e cioè di appartenenza a qualcosa come una tribù sociale, che include comparti umani tendenti a un’orgogliosa estraneità. Le indicazioni si precisano ulteriormente quando viene compilato anche uno spazio discrezionale, in cui la donna, o l'uomo – chiamiamoli provvisoriamente i candidati –, hanno la possibilità di rilasciare una sorta di dichiarazione spontanea, come l'estremo appello agli elettori nella campagna elettorale.
In questo genere di contesti, in effetti, il senso è un po' quello lì: autopromuoversi, fare marketing di sé. Per infine collocarsi quali oggetti unici o provvisori del desiderio. Ma a questa prima e ovvia costatazione, va aggiunta una precisazione che non era così scontata. E infatti le donne – i maschi, come ho detto, non so cosa scrivano – più che un’opera di persuasione agiscono di frequente in senso opposto. E cioè per via dissuasiva, rivolgendosi direttamente agli indesiderati. Ad esempio: komunisti, intellettuali e morti di fame (termini qui utilizzati come sinonimi) girare al largo, non c’è trippa per gatti; no uomini senza laurea e che non siano professionalmente affermati, solo persone di una certa classe, grazie; se sei bruttino e con gli addominali flaccidi non fai per me, vattene, smamma, chi ti vuole!
Affermazioni anche brutali, certo, ma se le riformuliamo in termini di strategia delle vendite, probabilmente non significano altro che il buon senso di chi ha compreso la limitazione delle proprie risorse. Quindi bisogna promuoversi secondo i parametri commerciali degli oggetti di lusso, destinati a un’élite che prima di tutto deve percepirsi come tale, in una sorta di ossimoro che conduce al conformismo dell’unicità, come gli slip di Dolce e Gabbana. Da qui una spietata selezione del target, per poter allocare la merce solo a una clientela che è sì generica, ma allo stesso tempo esclusiva, differenziata. E cioè in ultima analisi selezionata secondo i canoni della tipizzazione letteraria, tra cui lo stereotipo quale ricapitolazione sommaria delle potenzialità espressive.
L’idealtipo sentimentale, così come emerge con forza dai siti web attrezzati allo scopo, si caratterizza allora attraverso un processo di esclusione progressiva, di connotazione sottrattiva. Una denotazione mirata e consapevole, che faccia da sfondo al desiderio, è infatti difficilmente realizzabile quando manchi un’esperienza diretta dell’altro. L’unica esperienza che qui intuiamo è quella dei modelli spettacolari e di consumo, a cui accostarsi, come già visto, per opposizione. Vengono insomma ricalcate le forme di una teologia negativa, in cui il divino acquista consistenza nella successiva elencazione di quel che divino non è. O, più modernamente, non possiamo non cogliere l’eco dei famosi versi di Montale: "Codesto solo oggi possiamo dirti, \ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo..."
Dopo una buona mezzoretta di lettura in siti web come Meetic, si finisce così con l’avere l'impressione di essere rifiutati. Ci si sente respinti come uomini, sì, ma soprattutto scartati, derisi, espulsi dal gioco della seduzione come maschi, e cioè come macchine riproduttive tendenti all’obsolescenza. Addirittura, ciò che viene liquidato è una sorta di testimone che segni la continuità storica e civile – tutto ciò che non è il mio Lui è altro da Lui, dunque contro di Noi –, lasciando emergere la sagoma di una neo-umanità che ha rinunciato a ogni vincolo di appartenenza, se non quella a un’immaginaria fotocopia di sé, di genere solo invertito. Ciò che viene ricercato dalla prevalenza delle donne su Meetic è infatti un maschio che le replichi, prima ancora che integri, certe che gli altri maschi sono privi di qualsiasi interesse, perfino ostili.
Questa particolare condizione io non saprei come chiamarla, se non di nuovo letteratura. Con ciò intendendo il senso complessivo di un’epoca che progressivamente emerge dalla voce di infiniti personaggi. I quali raccontando di sé in poche, pochissime battute riescono a dire ben oltre a sé, esorbitando il singolo tassello nell’immagine del puzzle. Potremmo addirittura azzardare che questi siti web siano l'equivalente moderno della Comédie humaine di Balzac, assai più efficaci nell’opera di rappresentazione storica e sociale di quanto potrebbe riuscire a un moderno narratore, anche conscio e stilisticamente virtuoso. E però qui il risultato viene raggiunto seguendo percorsi non intenzionati, accidentali e realmente spontanei, senza alcun burattinaio nell’ombra vellutata delle quinte. Potremmo chiamarla autogenesi romanzesca.
Pensiamo a due autori diversi che si cimentano in una scrittura estremamente attenta ai mutamenti sociali – definiamola in via provvisoria antropologia pop – come Niccolò Ammaniti e David Sedaris. Le loro pagine sono spesso forzate in semplificazioni ironiche, bozzetti sagaci, unghiate espressioniste ai colori lanciati con vivido sfarzo sulla tela. Il tutto è funzionale alla messa in scena di un’umanità franta, disposta in gironi sociali incomunicanti se non più spesso avversi, quindi separati da rigide transenne per evitarne la commistione, come tra tifosi in un derby. Un mondo radicalmente nuovo che presenta, però, anche numerose ricorrenze: personaggi o meglio ancora caratteri, silhouette comportamentali ispirate alle macchiette sgangherate della commedia di costume, tanto che la scelta del registro sarcastico non è del tutto impropria. Eppure l’impressione è che un unico registro non sia adeguato a contenere la vastità del tema.
Ma adesso vediamo, a puro titolo di essay, come lo stesso soggetto potrebbe essere svolto da altri due “autori”, ma questa volta ignari di produrre letteratura. I loro componimenti narrativi – perché davvero si tratta di narrativa, di racconti o meglio ancora di frammenti di romanzo – li ho estrapolati quasi casualmente da Internet. Il primo corrisponde a uno tra le migliaia di profili presenti su Meetic, mentre il secondo è preso da una agenzia matrimoniale online. Attualmente Meetic, società francese quotata di borsa, dichiara di avere decine di milioni di iscritti in tutto il mondo, tra cui io e “disarmante_67”. La quale ci comunica di avere 42 anni ed essere di Treviso, così continuando nella propria presentazione:
"Odio ipocrisia e falsità, sono sincera e diretta, un pò bastarda dentro e molto fuori, disarmante ma dolce e sensibile, che dire...uno spettacolo della natura...il mio uomo ideale deve darmi l'emozione in un sorriso, quindi chi è senza denti vada pure prima dal dentista.
sono appassionata di sport ( W MILAN ), moto ( la mia DUCATI MONSTER 696) e auto, ricamo e uncinetto non fanno per me.
sono molto alta, astenersi i piccoletti i fumatori e gli psicanalisti fai da te che vogliono insegnarti come si vive la vita...sorry.”
Ecco, credo che adesso sia più chiaro cosa intendessi con la nozione di autogenesi romanzesca. In poco meno di otto righe, disarmante_67 è riuscita a imbastire la struttura elementare di un romanzo. Il personaggio. Un personaggio a cui davvero non manca nulla: è presente sia lo sfondo sociale e culturale (il Milan, le moto Ducati, le automobili scattanti) quanto un nucleo psicologico riconoscibile, improntato a un vitalismo vagamente mascolino, oltre che a un compiaciuto ed esibito cinismo: bastarda dentro e molto fuori. Ma disarmante_67, per essere un personaggio credibile, non può farsi limitare da un solo carattere. E infatti è anche tanto dolce e sensibile, uno spettacolo della natura. Come Lupo de' Lupis, che è lupo, sì, ma pure tanto buonino.
Ora andiamo a vedere cosa invece dice di sé Susanna, le cui parole, quasi sussurrate, ho invece ritrovato sulle pagine online dell’agenzia matrimoniale Duedicuori:
"SUSY 18enne. Vivo con la mia bimba. Abbiamo una casa nostra, ma fuori c’è un mondo che ci spaventa, vorrei accanto un compagno dolce e sincero che ci accompagni e ci protegga. Abbiamo tanto amore da donare, telefonaci.”
Anche qui, cosa aggiungere… Letteratura. Ma a differenza del frammento precedente, il personaggio Susy viene a delinearsi attraverso una sintassi piana e discorsiva, il dettato è dolente e sommesso. Da cui ricaviamo un pungente quadretto di precarietà umana e affettiva. Utilizzata però, a ben vedere, anche in chiave strategica e sottilmente ricattatoria. Con tutta evidenza Susanna sta infatti cercando di suscitare pena nel potenziale acquirente, così da ottenere l’affetto e la protezione che desidera, per sé e per la sua bimba. E lasciando provvisoriamente perdere l’ipotesi che il testo sia stato compilato dall’agente matrimoniale, assai più esperto nel marketing sentimentale.
In ogni caso, un tono e un genere del tutto diversi dal precedente annuncio. Al punto che Susy e disarmante_67 difficilmente potrebbero avere un ruolo dialettico all’interno di un romanzo tradizionale. Mentre qui, sul web, non solo convivono, ma si potenziano reciprocamente nella rappresentazione dell’amore al tempo di Meetic.
Oltre ai due personaggi appena incontrati ne abbiamo dunque a decine, anche se non forse a centinaia – l’umanità non brilla certo in fantasia, e tende a disporsi entro un certo numero di ricorrenze. Ed ecco così profilarsi la figurina esile e scontrosa della dark lady corrucciata, che ama esoterismo, piercing e tatuaggi, ma prova ribrezzo per i borghesi, a cui preferisce il suo geco smeraldino; quella ilare e solare di chi dichiara la sua passione per la Nutella, per i gattini arruffati, allegati spesso anche come immagine, e la prima cosa che ti scrive è ciaoooooo; la pragmatica, che non ha tempo nemmeno di eseguire la correzione ortografica del proprio annuncio, e vuole semplicemente piazzarsi con un buon partito, come si dice consistente; diversa ancora è la sportiva compulsa, alla ricerca di un muscolato compagno di cyclette; non può quindi mancare la post-hippy, ora divenuta vegana, praticante e magari anche insegnante di yoga, qualche frase gnomica ripresa da Osho o dalla Bhagavadgītā e una nuvoletta di incenso dolciastro, che la segue ovunque come Fantozzi; c'è perfino l'intellettuale che, in un’agile e maliziosa paratassi, dispiega la finezza della sua sardonica cultura, adornandola con squisite citazioni da romanzi Adelphi. Infine la belloccia in costume da bagno e pose ammiccanti, alla ricerca di una semplice avventura erotica con un suo pari. Ma pari è anche la pigrizia mentale, non trovando altre parole per dirsi di uno slogan virale quanto logoro, dal calco inequivocabilmente televisivo: "No photo, no party!"
Ma le citazioni statisticamente più ricorrenti all'interno dei profili personali su Meetic, rimangono quelle da Coelho, Neruda e dal sempreverde gabbiano Jonathan Livingston, oltre che dal Piccolo principe di Saint-Exupéry.
Addirittura, ho trovato una ragazza che voleva corrispondere unicamente con uomini in divisa, scopo matrimonio. Qualsiasi divisa andava bene, anche da portiere d’albergo o metronotte. E uno già se la immagina con i capelli corvini e scarmigliati dal vento, come il personaggio di un romanzo di Liala ambientato negli anni trenta e quaranta. Sola in riva a un laghetto, il rombo cupo degli idrovolanti, mentre attende che ritorni il bell’aviatore in missione. Magari proprio e ancora Antoine de Saint-Exupéry, che, solamente nella sfrenata fantasia del desiderio, può ritornare illeso dal suo volo di ricognizione al largo di Marsiglia, in quell'ucronia storica che in fondo è sempre l'amore.
Ma alla fine, dopo un’indigestione di personaggi letterari appena abbozzati e spesso naif, unita all'euforia per aver trovato una cornucopia che assicura la rigenerazione dell’offerta erotica a oltranza – il dubbio che ci scappi un grande amore anche per noi, o se non altro una scopatina – ciò che rimane è un dubbio più dolente, che potrebbe forse essere riassunto a questo modo.
Si possono ancora chiamare italiani, stare dentro lo stesso contenitore linguistico, prima ancora che istituzionale, civile, uomini e donne che si ringhiano ostili e incanagliti dalle pagine di un sito web, alla ricerca di una minima provincia sentimentale in cui rifugiarsi, disinteressati e avulsi da tutto il resto? Un’umanità che, come Susy, ormai desidera unicamente rinchiudersi in casa propria, perché là fuori ci sta un mondo che spaventa. Un mondo da cui alternativamente scappare a cavallo di una Ducati Monster 696, gridando viva Milan e abbasso i fumatori, i piccoletti, abbasso tutto e tutti, tranne che Me e Lui. E tanto meglio se Lui avrà qualche mostrina scintillante, sopra a una divisa appena stirata con l’appretto.

giovedì 14 luglio 2011

Arlecchino, o sulla nuova moda politica per l’estate, by Colombo & Vecchioni


Roberto Vecchioni e Daria Colombo, che credo sia la bella moglie da lui abbracciata nella fotografia, nei giorni scorsi hanno promosso un’interessante iniziativa. Indossare un qualsiasi indumento arancione, anche un braccialetto, un fazzoletto nel taschino, un paio di slip che però facciano capolino da sotto i jeans con la vita bassa per segnalare il proprio profondo dissenso, l'estraneità, il vivo rifiuto delle politiche di questo governo. E dunque, in positivo, il desiderio che Berlusconi si dimetta.

Personalmente sono profondamente grato a Colombo e Vecchioni per la proposta, che va nella direzione che da qualche tempo già sospettavo: la tribalizzazione formale del conflitto politico. Un'iniziativa tanto inconsistente sul piano sostanziale degli effetti – tecnicamente potremmo definirla pre-politica –, che trova però legittimità espressiva a un livello di lettura più rarefatto, o di riconoscimento identitario. Risultato che viene raggiunto, o almeno questa deve essere la strategia degli estensori, la loro intenzione tacita, attraverso un’adesione incondizionata dell’agire politico alle categorie dell’estetica.

La domanda giusta, a me pare, allora non è tanto se questa proposta serva politicamente a qualcosa (la risposta sarebbe chiaramente no), ma quale sia la struttura simbolica che soggiace a un’azione così programmaticamente “ineffettuale”, oltre che l’identità antropologica su ampia scala che in tal modo si realizza; o più cautamente è il caso di dire: si realizzerebbe.

Le risposte a queste domande non sono in effetti immediate, ma a me pare che possano essere accostate nella seguente prospettiva: la giocosa iniziativa di Colombo e Vecchioni non fa altro che replicare una visone spettacolare e folklorica dell’agire politico, che ha nei cache-col verdi di Umberto Bossi e compagnia il suo riferimento più recente, solo invertito di segno. Ma se vogliamo retrocedere nei richiami, oltre a un buffo programma televisivo degli anni settanta e ottanta chiamato Giochi senza frontiere, non si può evitare di ricordare le variopinte bardature dei fantini – ma anche dei cavalli, dei tifosi – durante il Palio di Siena.

Il quest'ultimo caso, che è poi l’emblematizzazione postrema della logica medievale dei campanili, non abbiamo un confronto tra idee di mondo contrapposte, alternative in una verificabile consistenza logica o materiale, ma tra fogge occasionalmente distinte nelle sole tonalità di superficie, stagliate sullo sfondo una campitura monocroma e uniforme. Si tratta infatti del medesimo sentire popolare, che possiamo appunto collocare nella cultura del tardo medioevo, fondata su un esasperato particolarismo e sull'identità quale effetto di mera differenza.

Politica come ritorno alla polis, dunque. Ma non nel senso del pubblico dibattito delle idee da disputare nell’Agorà. Quanto della mia polis che è diversa dalla tua polis; il mio quartiere, la mia contrada che vince sulla tua contrada; il mio ballatoio che non è il tuo ballatoio e quindi ci metto un fazzoletto verde, o arancione, ci metto comunque un fazzoletto, un segno. Un segno – attenzione! – il quale sia però totalmente svincolato da un significato sottostante, e dunque più che un segno dovremmo propriamente chiamarlo un ornamento. Tutto ciò, nella storia dell’umanità, ha un nome ben chiaro e definito: si chiama sistema della moda.

Ma a cosa esattamente corrisponde il sistema della moda, quando applicato alla vita associata di una moltitudine di persone, alla loro condizione di cittadini? Da cui, domanda successiva: è sempre stato così?

Con sistema della moda mi riferisco qui a una pratica non solo, o non più, di pregiata elaborazione di capi d'abbigliamento, ma a qualsiasi strategia espressiva fondata su una ricorsività esteriore senza più vincoli significativi, se non quelli di un'azione catalizzante, e aggregante, di gruppi umani senza alcuna progettualità sociale. A pagina novantanove de Lo scambio simbolico e la morte, scrive Jean Baudrillard: "Nella moda come nel codice, i significati si defilano, e le sfilate del significante non conducono più da nessuna parte".

Che la politica possa, o forse debba essere altro dalla logica della moda, fatta come si è visto di gesti al netto di un'intenzione realmente trasformativa, di un codice ciclico senza alcun senso umano, possiamo allora intuirlo dalla lettura di un libro a caso tra i molti che ha scritto Giovannino Guareschi; o per chi, come me, è un po’ pigro o impaziente di conoscere il finale, da uno dei numerosi film che il regista francese Julien Duvivier ne ha ricavato, protagonisti Peppone e Don Camillo.

Nelle vicende del sindaco e del parroco di Brescello, piccolo borgo nei pressi di Reggio Emilia, noi ritroviamo un’umanità del tutto coerente: per abbigliamento, gusti, interessi e anche postura e conformazione fisica. I fazzoletti a volte sono rossi e altre bianchi, certo, ma nell’insieme ciò che si staglia è una sorta di ideal-tipo dell’italiano medio degli anni cinquanta, con un piede ancora nel mondo arcaico e contadino e l’altro nella rombante utopia del nuovo secolo, che ha trovato nel mito della Ferrari una delle sue insegne più scintillanti.

L’Italia, e soprattutto gli italiani, nei romanzi di Don Camillo sono dunque una cosa sola. Ma diversi e radicalmente alternativi sono i modi di intendere la vita associata: da una parte abbiamo il sogno di rinnovamento sociale di cui il Comunismo e la Russia si fanno portatori (e senza entrare nel merito, spesso illusorio, di quella speranza), mentre dall’altro abbiamo una reazione conservativa ai nuovi ideali, che trova nei valori cristiani e nell’istituzione cattolica il suo riferimento più stabile e certo.

Parlare di politica, negli anni cinquanta, equivaleva dunque a parlare di valori, intendimenti morali; ma anche degli assetti economici e materiali che stanno alla base delle vita comunitaria – parlare e anche azzuffarsi, intendo. Nelle forme di una pubblica e anche composta esistenza, quelle Italie così diverse, così realmente contrapposte, avevano però trovato un accordo provvisorio: lo stesso modo di indossare le povere braghe di velluto a coste, le stesse femmine verso cui girarsi dai tavolini dei bar; lo stesso modo di sputare per terra a passaggio avvenuto, perfino. Per dopo aggiungere: “Boia dun mond leder…”

Non si può invece dire la medesima cosa per la politica attuale. Se andiamo a leggere, ma con attenzione, i programmi delle diverse fazioni che si contendono la scena politica – e una delle parti è appunto quella per cui simpatizzano Daria Colombo e Roberto Vecchioni – ci accorgiamo che si distinguono solamente per minime ripartizioni della spesa pubblica, o per un’idea della giustizia certamente alternativa. Non però così alternativa da giustificare lo sprezzo reciproco che relega l’interlocutore nell’inconsistenza espressiva: l’altro è solo un colore, un fazzoletto che garrisce al vento. Viene quindi accostato in una generale afasia di contenuti, in buona parte effettiva, ossia ricercata per scelte di marketing elettorale, che colloca gli schieramenti quali griffe di moda concorrenti. L'altro, insomma, è uno stile.

Nella sostanza – cioè nelle premesse economiche e materiali, nei valori umani profondi – la prassi politica del presente è dunque in buona parte sovrapponibile. Ci sono effettivamente degli stili politici diversi, anche molto diversi, che si contendono a suon di bizzarrie o classico rigore la moda del momento. Ma la polpa è quella di un generale defilarsi di significati e progetti, mentre le sfilate del significante si sono accampate nei talk show, dove ci si spartisce il chiassoso lustro della ribalta. E così al termine della passerella Dolce bacia Gabbana, Gabbana bacia Armani, Armani bacia la sorella di Versace e così via...

Accostato in tale prospettiva di divergenza sintattica ma convergenza grammaticale, diciamo così, quel che io ho chiamato tribalizzazione formale si mostra allora quale ennesimo fenomeno di maquillage politico. Abbiamo dei clan umani che fanno finta di pensarla diversamente, che fanno finta di farsi la guerra, e hanno dunque bisogno di una divisa con cui potersi riconoscere, fare truppa; specie quando si incontrano nel bosco e si fanno BAU, o si sparano con uno di qui fucilini giocattolo caricati con proiettili di vernice. I loro linguaggi e perfino le loro facce, i loro corpi, sono profondamente mutati dagli anni cinquanta, al punto che davvero stentano a riconoscersi l'uno con l'altro quando si incontrano all'osteria, o in un lounge bar per l'happy hour. Ma il loro sogno si è fatto ogni notte sempre più piccolo, fino a stare nel medesimo conta pillole.

In una bella canzone del 1984, Il grande sogno, Vecchioni cantava: "L'importante è chi il sogno ce l'ha più grande \ l'importante è di avercela la gioventù". Ecco, io penso che nella cornice sociale del quadro politico qui accennato solo per brevi pennellate, si stia mostrando un'incrinatura, un pericoloso declino della potenza immaginativa - una sclerosi - di un popolo ormai invecchiato in una triste simulazione d'infanzia. Tutto ciò conduce a una sorta di nanismo onirico, che ha nel nostro ministro della Funzione pubblica e dell'Innovazione il suo evidente correlativo politico. Ma diversamente da come si potrebbe credere, a questo primo movimento non si accompagna una guadagnata saggezza senile, nella forma di capacità razionali e analitiche con cui dare un nome e una giusta collocazione alle cose, non solamente un colore.

Non si tratta nemmeno, come alcuni lamentano scoraggiati, di una corrispondenza qualunquistica degli ideali - rossi, neri: tutti uguali, era la battuta di un vecchio film di Nanni Moretti, che giustamente si incazzava -, ma della loro radicalizzazione in un gioco che è in buona parte solo esteriore. Mentre al fondo è fin troppo facile intravedere una resa collettiva alla situazione presente, che non si sa più con quali strumenti interpretare, comprendere, prima ancora che incidere. Si cerca insomma di colorare le porzioni puntinate dell'immagine, nella speranza che sulla Settimana enigmistica compaia la sagoma del disegno, che ancora ci sfugge.

Potremmo ipotizzare che a un’imbarazzante uniformità nella visione delle cose ultime, si affianchi l’esacerbarsi della contrapposizione sulle cose prime; e cioè ancora quelle di superficie, l’abito del mondo. Una visione che è appunto solamente estetica, sartoriale.

E così ecco schierati i verdi di Bossi, i neri di quell’altro, i blu, i fucsia e ora anche gli arancioni di Colombo e Vecchioni, nuovi couturier della sinistra ornamentale per l'estate, in attesa della collezione autunno/inverno. L'ultima e più pertinente domanda allora non è se ci fosse bisogno di questo estremo gesto di particolarità estetica nella politica italiana, ma se, come si ricava dal sistema della moda, alla base della ricorsività degli stili e delle fogge non sia già presente una sostanziale equivalenza del modello. Che potremmo far risalire all’archetipo italiano di Arlecchino servitore di due padroni: il Potere, e la Rappresentazione.

martedì 12 luglio 2011

Ipotesi scabrosa

Sempre a proposito di sesso orale, e per ricollegarci al post precedente: perché troviamo insopportabile l'immagine mentale della nonna che lo fa col nonno? Insofferenza che, se possibile, cresce di intensità e prurito quando il pensiero riguarda nostra madre massì, la mamma che fa un pompino: lo vedi che mi imbarazza anche solo scriverlo... Per fortuna il fastidio si attenua leggermente se a essere coinvolta nell'ipotesi è una sorella; io non ne possiedo, ma posso ugualmente vedermi la camiciona a fiori con il collo ampio e appuntito che spingo la sua altalena ai giardinetti, siamo in vacanza a Rapallo nei primi anni settanta; più tardi mentre l'accompagno col Vespone alle lezioni di pianoforte, lei mi dice di andare adagio; sì, insomma, la classica sorellina con le trecce e le efelidi in viso, e adesso devo pensare che fa quelle cose lì! Almeno sia con un fidanzato di lunga data, o dentro un rapporto sentimentale, meglio ancora istituzionale, se proprio vuole farlo come è giusto che sia. Ma l'imbarazzo si riduce, nessun problema di coerenza psichica, virando l'immaginazione verso una qualsiasi cugina, si riduce a ogni grado che discendo la piramide famigliare, fino praticamente a scomparire. Arrivati al secondo o terzo grado non ho dunque più problemi a unirmi alle battute da caserma, sventagliate dalla pista di lancio del bar Piero su una cugina non diretta, mi raccomando –, una di quelle che una volta si sarebbe detto "leggerine"; o se preferite anche una zia: possiamo chiamarla "allegra", in alternativa. E però che succede, un nuovo sobbalzo di adrenalina, l'avversione di Abramo all'imperativo biblico, se al centro del palcoscenico mentale ritroviamo una figlia che inizia a spogliarsi piano piano, come in un bel film di Paul Schrader dove un padre riconosce la propria figlia, protagonista di una pellicola di porno snuff. E dunque ecco la nostra bambina che, disinvolta come una giovane cerbiatta e davanti a lei un magnifico cervo, si applica alla più antica e collaudata pratica di sesso non riproduttivo; e bene hanno fatto gli anglosassoni a chiamarlo blow job: in fin dei conti è sempre un lavoro, ma lieve come un soffio. Eppure, se infine avvolgiamo nella lieve melodia di quel soffio lavoro senza domeniche e festivi, dall'infinita e globale turnazione , avvolgiamo mentalmente una bella ragazza qualsiasi: non solo il pensiero smette di procurare imbarazzo, ma il più delle volte si traduce nella forma insinuante del desiderio, se non in quella ossessiva del tarlo. E allora, mi chiedo, non sarà che esiste una qualche forma di legge matematica, una struttura ricorrente e segreta, ancora alla ricerca di un'equazione che le rimbocchi le coperte? Qualcosa, ecco, come un rapporto di proporzionalità inversa, che definitivamente saldi la parentela con pompini...

Marina Occhiena, o sulla disputa degli Antichi e dei Moderni


Mi capita sempre più spesso, ci son delle persone vedono che scrivo, sono uno scrittore, pensano, così han voglia di parlare di scrittura e mi sembra anche normale, queste persone qui. Solo che la prima cosa che mi dicono quando iniziamo a parlare di scrittura – e ripeto l’han deciso loro, per me si poteva parlare anche dei bei tempi andati quando c’era ancora la Fiat Ritmo o Marina Occhiena nei Ricchi e Poveri, pare l’abbiano cacciata perché andava a letto con il marito di quell’altra, la brunetta –, la prima cosa ancora prima che io ci metta becco: “I classici, io leggo solamente i classici." E poi continuano, sempre muto il sottoscritto: “La letteratura contemporanea, lo stesso dell’arte, tutta un bluff. Come si fa a leggere qualsiasi cosa dopo Proust e Dostoevskij? I classici invece, quella sì che era letteratura, e che profondità, che personaggi; non come quella di oggi io oggi nemmeno entro più in libreria, dammi retta: tutta un bluff... Non sei d’accordo?” E secondo me non è tanto importante se io sono d’accordo oppure no. Ma, dico, fermare uno pensi sia uno scrittore e così lo fermi, è come fermare Marina Occhiena (che poi doveva essere quell’altra, la brunetta, a cacciare il marito e non la sua amica che ci andava solamente a letto, non l'aveva mica sposato, intendo, ma lasciamo andare…), dire all'Occhiena che gruppi della stoffa dei Ricchi e Poveri oggigiorno non ne fanno più, non so se mi spiego. E invece queste persone sono lì che aspettano solo di trovare uno scrittore per sfinirlo con la letteratura oggigiorno tutta un bluff, la letteratura lo stesso dell'arte contemporanea, oggigiorno, tutta una merda ma guarda proprio un vero schifo, io leggo solo i classici e i classici di qui, i classici di là. Che poi magari qualcuno non conosce Marina Occhiena, ok, leggi Shakespeare e Goethe e Tolstoj e non conosci Marina Occhiena, mi sembra anche normale, e allora è come abbordare una ragazza in discoteca per sussurrale in un orecchio: “Mia nonna sì, mia nonna lei sì che li sapeva fare i pompini…”

mercoledì 6 luglio 2011

Avanti indietro, o sulla forma e il narrare


L’elicottero procede fragoroso e lento a pochi metri dalla superficie calma del lago: avanti indietro, avanti indietro. Ogni tanto si ferma, rimane immobile sopra a una minuscola porzione di niente – l’acqua scura oscilla tra il verde e il blu, ma tende al nero se gli si accorda per troppo tempo lo sguardo – mentre il vorticare frenetico delle pale increspa gli orli di un'immaginaria circonferenza, con una canoa arancione che taglia al rallentatore la linea del tramonto. Poi anche l’elicottero riprende a muoversi. Avanti indietro, avanti indietro. Un grosso insetto di metallo in attesa di un animale ancora più grosso che lo divori.

Sulla riva, sotto la veranda in tela impermeabilizzata di una roulotte, e la roulotte in un campeggio e il campeggio in Italia, una donna. Non è più giovane ma non ancora vecchia. E’ anziana. Una donna anziana con gli occhi azzurri e i capelli quasi completamente bianchi, annodati in una lunga treccia. Probabilmente è straniera, facilmente olandese, o tedesca. Gli americani qui di solito prendono alloggio in pensione, o in vecchi alberghi liberty con gerani ai balconi e stropicciate camelie a lato dei vialetti; i portieri sono in livrea, come in un romanzo di Fitzgerald dove si posa il sigaro per impugnare il whisky. La donna anziana non osserva l’elicottero come il resto dei bagnanti sulla spiaggia erbosa. Prosegue invece nel suo lavoro, stringendo lunghi ferri da maglia con mani esili ma robuste, leggermente segnate da macchioline brunite sul dorso. Il filo di lana sguscia esatto tra l'alluminio dorato dei ferri: avanti indietro, avanti indietro.

Forse sta intrecciando un pullover per l’inverno, che dalle sue parti fa le prove generali già a partire dall'inizio dell'autunno – sarà dunque per ripicca, che si ostinano a scappottare le Bmw e le Mercedes anche nei giorni tersi di gennaio? O magari, ecco, si tratta di calzerotti di lana per i nipotini, che istruiti dai genitori fingeranno soddisfazione per il regalo delle nonna, da cui avrebbero preferito un nuovo gioco per la PlayStation. E così, da sotto la veranda ombreggiata e fresca, tra le sua mani il filo non smette di doppiare il capo di se stesso, guadagnando un nuovo fronte compatto tra le maglie precedenti: avanti indietro, avanti indietro.

Tra un’ora al massimo il sole sarà completamente tramontato, la luce sempre più debole e l’elicottero dovrà rientrare a terra; "landing" dicono gli anglosassoni, in quella strana lingua dove il gerundio fa atterrare i verbi, ma mette le ali ai sostantivi. Allora verranno sguinzagliati i gommoni, su cui si affollano sommozzatori viscidi e imperturbabili come salamandre, muniti di potenti torce con cui scandagliare il fondo del lago più fondo d’Europa, almeno fino a dove le bombole sono disposte ad accompagnare. E anche loro – "diving" – andranno avanti e indietro, giù e su, in attesa che una figura umana si componga dietro la parete di vetro della maschera, che va sputata prima di indossarla.

Poi verrà mattino, giorno, sole e la canoa arancione riprenderà a tagliare la linea d’orizzonte, al rallentatore. E quando i giorni saranno alcuni sarà terminata anche la breve vacanza della donna – è olandese?, è tedesca?, certamente è anziana – che rincaserà. Con la pelle più scura e i capelli solo un poco più bianchi, chiusi nella treccia. Qualcuno le chiederà allora come si è trovata in Italia, se gli spaghetti e la pizza sono sempre così buoni. E lei non risponderà, ma riderà, perché avrà capito che quella non era una domanda ma uno scherzo, e questo il modo di scherzare tra di loro. Poi si chinerà su una grossa valigia da cui estrarrà qualcosa. Ecco. Dirà semplicemente: “Ecco”. E porgerà a chi le chiedeva se gli spaghetti e la pizza sono ancora buoni, anzi così buoni, "so gut", o forse "zo goed", e lei porgerà qualcos’altro, contenuto in un sacchettino bianco con la scritta rossa di un supermercato italiano.

Bene, questa storia potrebbe andare avanti all’infinito. Non sappiamo, ad esempio, se dal sacchettino del supermercato (italiano) siano comparse, o compariranno, debbano infine comparire un paio di minuscole calze da bambino; magari si trattava di un maglione buono già da i primi giorni d'ottobre, a cui rimboccare i polsini e indossare a bordo di una Mercedes scappottata, i capelli bianchi a cui forse, eccezionalmente, sarà disciolta la treccia. Come non sappiamo chi stesse cercando l’elicottero; né se il suo corpo fosse (sia) ancora tiepido e fremente, vivo. Dovremmo dunque ancora immaginarci queste cose, e ripetere, ripetere di continuo nuovi gesti. Per dargli forma, e dalla forma vita.

Ma è davvero sufficiente la ripetizione, per restituire un corpo vivo dalle acque livide del dubbio? O non sarà che la ripetizione pone solamente la forma, quando è l’eccezione a conferirgli il soffio mobile della vita, che ha lo stesso respiro del racconto... E così scopriamo che non è il presunto natante ad essere affogato, ma i bambini che ora hanno ripreso a giocare con la PlayStation – i piedini al calduccio in spesse calze di lana –, e la Mercedes e i capelli e ogni cosa che nasca dalla ripetizione, e nella ripetizione resti come bloccata, in apnea. Ci vuole un pianto, un urlo, per cominciare a vivere. La vita è forma mobile nel tempo, e inizia dove l’ostinazione del gesto s’arrende alla novità del possibile, al suo scandalo. Interrompere questo racconto con le sue ripetizioni sfinenti, avanti indietro, avanti indietro, senza sapere che cosa ne è stato dei suoi personaggi ancora involtolati in un lungo filo, è allora un gesto narrativamente scandaloso. Ma necessario per farlo finalmente respirare…

lunedì 4 luglio 2011

Primo approccio


Che macchina hai? dice lui.
Una GLK, risponde lei.
In che senso? dice lui.
In che senso "in che senso"?, gli fa eco lei.
Qual è la marca di questa GLK, intendo
Come, non conosci la GLK?!
No, non la conosco, borbotta lui.
E' una Mercedes, dice lei.
Ah, interessante.
...
...
E tu, vedo che hai un libro, è bello?
Viaggio al termine della not...
In che senso, scusa? lo interrompe lei.
E' il titolo, si tratta di un romanzo di Céline.
Ah, interessante.
...
Ma lo hanno già fatto il film?

venerdì 1 luglio 2011

Un dubbio


Oggi mi è venuto un dubbio. Quel genere di dubbi che dopo due o tre giorni pensi ma va' che dubbio scemo, ti pare, devo essere proprio scemo ad avere di quei dubbi qui, come quello che mi è venuto un paio di giorni fa; o forse erano tre, adesso non ricordo bene. E però, mentre lo pensavo - e in realtà lo sto pensando adesso, come dicevo: è un dubbio attuale ma facciamo finta che - ecco, il dubbio diventava sempre più grosso, più dubbioso, è lievitato... E va finire che lo devi dire a qualcuno, quando ti succede, ed è successo, per poi vederlo sgonfiare piano piano. E così bon, io lo dico, e se anche nessuno mi risponde - "ma va che dubbio scemo ti è venuto..." - tra due o tre giorni capace che sono io stesso a riconoscerlo, e a darmi una pacca forte sulla fronte come facevano gli attori nei film francesi degli anni quaranta e cinquanta, solo i francesi, gli inglesi al massimo alzavano gli occhi verso il cielo con una lieve incrinatura nel respiro, le labbra impercettibilmente tirate da una parte, quando si accorgevano di aver detto una stupidata. Che poi qualcuno se lo immagina un inglese - un francese forse sì - a pensare, ad averci proprio il dubbio, intendo, che tra incastrare un aggeggio di metallo nella bocca di un bambino di cinque anni, o anche otto, dieci, va', un apparecchietto ortodontico per raddrizzare gli incisivi (le viti, gli elastici, le gengive da suturare; il bambino guarda il dentista e ha quell'espressione tra l'incredulo e lo spaventato, come un giovane castoro di fronte a una monumentale diga di cemento...), che tra questa prima figurina - bambino con apparecchio, ok, teniamola dunque bene in mente - e ora posiamoci a fianco quella di un cucciolo di dobermann, il gesto di recidere la coda e le orecchie al nostro cucciolo dopo avergli fatto inalare l'isoflurano alogenato con una mascherina, che è più allungata, conica, di quella per le persone (da grande avrà le orecchie dritte e affilate come spade, ma intanto anche lui fissa il veterinario da sotto la mascherina a cono, sembra domandargli qualcosa, e non si tratta di un biscotto o la pallina rossa con le bugne, prima di addormentarsi), a guardare bene dico, ma proprio bene bene, non è che tra queste due figurine ci sia tanta differenza: è lo stesso gesto! O magari, era solamente un dubbio...