giovedì 29 ottobre 2009

Giusta causa


Spogliarsi per una giusta causa, scrive il giornale.
Il giornale che io leggo è la Repubblica.
"Le modelle si spogliano per una giusta causa",
scrive dunque la Repubblica online.
Segue carrellata di scatti.
Il mese scorso pubblica un'altra foto
che ritrae una famosa attrice, al netto
degli indumenti più segreti.
La Repubblica non è un giornale di donne svelate.
Però ancora per una causa, naturalmente giusta:
cambiamenti nel clima, tumore al seno;
oppure gli animali, specie quelli piccoli,
dolci cuccioli in estinzione.
E sono tutte giuste cause, tocca consentire!
Come quella - ne sono certo - della squadra femminile
di pallavolo o basket o nuoto sincronizzato ...
Ora non ricordo, solo che sorridevano al fotografo
del servizio, anche lui nel giusto, sorridevano
senza vizio come per un punto segnato
allo scadere e poi, che erano svestite.
Bisogna ripeterlo che era per una causa,
certamente giusta?
Infatti la Repubblica non è per esibire
la tappezzeria carnale del mondo
ma è un giornale profondo, di cultura.
Un quotidiano, svariati settimanali, un universo
compunto e ordinato. Uno sfondo.
Così se pubblica le foto di ragazze
che sono nude e belle e forse profumate
non è perché cede alla bellezza e ai profumi
come il nostro tempo avariato e frusto.
Ma alle cause, e nemmeno a tutte:
solo quelle giuste.

sabato 24 ottobre 2009

Teledurruti, o sulla differenza tra satira, goliardia e kitsch



Da alcuni giorni la prima cosa che faccio dopo pranzo, con lo spazzolino schiumante ancora in bocca, è andare su internet per controllare se ci sono nuovi interventi su Teledurruti. Ma cosa è Teledurruti? Semplice: è una tv monolocale, per dirla con il suo mono-autore Fulvio Abbate - o meglio lo scrittore Fulvio Abbate, come lui ci tiene a precisare. Una specie di blog visivo in onore di Buenaventura Durruti, il celebre combattente anarchico morto nel corso della guerra civile spagnola.
Tecnicamente si tratta dunque di questo. Un sito internet. Una web-cam sopra al pc, con microfono incorporato. Attraverso cui Fulvio Abbate – lo scrittore – da casa sua registra brevi commenti audiovisivi ai fatti del giorno, oppure inscena fulminanti rappresentazioni domestiche (delle “fiction” vere e proprie) in cui il corpo diventa lo strumento euristico per avvicinarsi al nucleo opaco o fantasmagorico del reale, se così possiamo dire. O ancora meglio, Abbate utilizza ogni elemento a sua disposizione per smascherare la retorica falsificante dell’informazione, della propaganda politica e culturale, le mode, i quotidiani e perfetti delitti del conformismo. La tattica per avvicinarsi alle sostanza delle cose è quella tipica delle avanguardie storiche: sottoporre l’inautentico ad iperbole ridondante. Così da implicare, per opposizione, il timido principio di una verità reattiva.
Va be’, l’abbiamo detto, ci è scappato: Teledurruti è arte d’avanguardia in corso d’opera. Ma per capire cosa questo significhi è utile intendersi sulla categoria di “retroguardia”, a cui lo scrittore Fulvio Abbate tenacemente prova ad opporsi con il suo duttile corpo. Ecco, secondo me la retroguardia verso cui Teledurruti è in rivolta espressiva si precisa dentro le nozioni estetiche di kitsch e di goliardia. Provo a spiegarmi con un esempio.
In una delle sue performance drammaturgiche, lo scrittore Fulvio Abbate si dichiarava addolorato per la ventilata separazione tra Carolina di Monaco ed Hernst di Hannover – “terzo divorzio alle porte per Carolina”, titola il magazine Seidimoda affiliato al gruppo Espresso la Repubblica (nome che per altro la dice lunga sulla deriva di quello che dovrebbe essere il principale gruppo di opposizione culturale in Italia, prima ancora che politica …).
Bene, il modo per commentare la notizia da parte del factotum di Teledurruti è stato quello calarsi in testa un berretto bianco e blu con la visierina, stile capitano di fregata, dichiarando che lo scenario evocato era sconvolgente al punto da ammutolire ogni parola. Serissimo, ha aggiunto che per essere vicino ai due in un tale drammatico momento, non rimane che l’estremo tentativo di superare l’impasse verbale nell’unico possibile modo: fisicamente. Lo scrittore Fulvio Abbate, in abiti marinareschi, inizia così a ballare sulle note di una vecchia canzoncina di Brigitte Bardot, invitando la figlia Carla ad unirsi a lui.
Immaginiamo dunque questa scena. Un uomo di cinquant’anni travestito da motoscafista nella Saint-Tropez di un film di Roger Vadim. Una bambina di cinque arrampicata sopra una sedia da ufficio con le rotelle, gli occhi scuri e penetranti indirizzati alla camera che la riprende. Quindi una musichetta ye-ye, all’improvviso. Con i corpi di padre e figlia che iniziano a muoversi al ritmo della musica, con convinzione, solo musica e nervi che la seguono, l’accompagnano, per esprimere solidarietà agli “amici” Carolina ed Ernst, colpiti da malaugurio sentimentale.
Ecco, secondo me questa è purissima arte d’avanguardia!
Un'arte che, proprio perché le tace, ci racconta, mostrandole, un sacco di cose. Ad esempio la soggezione della stampa e della cultura dominante a un’idea ancora premoderna dei rapporti tra le persone: un’italietta da boom economico e caroselli, Cynar sorbiti in mezzo al traffico. Dove il cumenda milanese, grazie al solco schiumante sollevato dal suo Riva Acquarama, insegue lo spruzzo battesimale di una simbolica che intravede nell’araldica nobiliare, vero convitato di pietra al banchetto della nuova società affluente. E così la distintività aristocratica e del sangue, che ancora manca ai nuovi ricchi quale ordine implicito del discorso - il "discorso" sono i soldi, ovviamente -, viene sussunta tramite un galateo posticcio ed imitativo. Una postura grottesca che a un tempo escluda i non abbienti – la plebe inurbata - scimmiottando dall’altro la nobiltà blasè dei titoli, dentro cui sprofonda la trivella dell'invidia. La famiglia Ranieri, casata europea di seconda fila, diventa così l’emblema di questa rincorsa al prestigio, alla visibilità sociale nel segno della nuova spettacolarità. Un mix tra una commedia hollywoodiana e un peplum di Cinecittà, con Gianni Agnelli che si allaccia l’orologio sul polsino, appena un poco più sotto al tatuaggio del dragone.
Tutto ciò era nel silenzio danzante dello scrittore Fulvio Abbate e di sua figlia Carla, sulle note liquide di Brigitte Bardot.
Immaginiamo ora un’altra scena. La swinging London degli anni ’60, i primi beat, la controcultura giovanile. Poi quegli stessi umori, quelle musica e quei movimenti ritmati e sgrammaticati delle membra, dentro una rappresentazione scorporata del contesto sociale di riferimento: solo una sintassi esagerata e barocca, che vuole emblematizzarne le atmosfere senza però penetrarle con le emozioni e il pensiero. Insomma, niente più che rumore di fondo.
Bene, se avete seguito gli sfrigolii di questa lanterna pop, vi sarete ritrovati dentro un balletto di Raffaella Carrà, Canzonissima o giù di lì! Perché quel che faceva Raffaella Carrà era esattamente questo: prendeva l’espressività artistica che alitava nel suo tempo, quindi la depurava degli elementi drammatici o di contingenza sociale, per restituirla infine in una forma stilizzata, semplificata. Non è un caso che una delle sue canzoni più celebri si intitolasse proprio Rumore. In altre parole Raffaella Carrà aderiva all’estetica del kitsch, che così potrebbe essere forse riassunta: un’adesione enfatica, ma depurata da ogni elemento di problematicità o di sforzo interpretativo, ad un modello alto e riconosciuto a cui si accordi un consenso preventivo. O detta in forma più icastica, con le parole di Abraham Moles: “il kitsch è l’eccesso nella mediocrità”.
Arriviamo infine alla terza scena. C’è un giovane teologo polacco, è il 16 ottobre 1978, scrutare dello sguardo e dirette televisive, quando giunge infine l’attesa fumata bianca: Karol Wojtyła è stato riconosciuto quale 264° vescovo di Roma e Pontefice delle chiesa Cattolica e Romana. Un fatto importante, storico. Il teologo è in realtà più giovanile che giovane, ha cinquantotto anni e nessuna inclinazione teologica "progressiva". Ma sono proprio gli aspetti di irritualità gioviale all'austero canone cardinalizio, la sorniona confidenza con l'arte teatrale, a colpire di più l’opinione pubblica. Tanto che un famoso disc jockey dell’epoca, Federico l’olandese volante, esprime questa impressione di amichevole sconcerto in una canzone che ottiene un discreto successo: Wojtyla disco dance.
Come si ricava dallo stesso titolo, più che di una canzone si tratta di una “danza”, un tormentone musicale – la disco music è al vertice del suo successo internazionale – che accosta ripetutamente il nome del nuovo Papa con il sostantivo dance, in una replica stranita e stordente.
Quando il brano cominciò il suo tam tam radiofonico, ricordo che frequentavo il catechismo per prepararmi all’ultimo dei sacramenti dell’infanzia, o meglio a quello che dall’infanzia mi avrebbe finalmente liberato. La cresima. Sarà forse per questo – l’antipatia verso quei saloni intrisi dagli incensi, le ore sottratte al mini basket e allo skateboard – che provai un’immediata simpatia per quel pezzo. Lo trovavo trasgressivo, per così dire.
Risentendolo adesso su Youtube – confesso che la musica mi piace ancora – mi accorgo che ciò che mi era apparso come innovativo, spregiudicato, ora lo trovo fradicio del più greve dei conformismi. Mi sembra cioè di scorgere un gesto caricaturale, volgare non tanto per la presunta dissacrazione teologica, ma perché ci ritrovo l'atteggiamento di chi, quando non abbia inteso qualcosa di nuovo o ambizioso, provi a riportarlo alla misura della propria pigra consuetudine. Ebbrezza irrazionale del corpo, dunque, versus negazione dello stesso dentro la dogmatica religiosa. Un affiancamento che fa sorridere, un ossimoro irridente che provoca un cortocircuito del pensiero.
Non sto, attenzione, dicendo che il nome e il ruolo di Carol Wojtyla dovessero essere un tabù, un uomo santo da tenere rigidamente separato dall’orizzonte plebeo di una canzonetta – non sto dicendolo ma nemmeno negandolo, semplicemente non sono cattolico – quanto che quell’elemento di novità, di irritualità e perfino di “emergenza” pop dentro una tradizione calcinata, invece di essere interrogato con gli strumenti di un’arte vigile e curiosa, veniva conformato agli stereotipi culturali più corrivi. Detto altrimenti: un papa che non è canuto e imbronciato, allora è uno dei nostri, come noi proprio come noi, cazzo, che zampettiamo sopra i riquadri cangianti e psichedelici di una discoteca di provincia, al ritmo di Wojtyla Wojtyla Wojtyla disco dance ...
Ebbene, questa postura del pensiero io la chiamo goliardia: l’abbassamento di qualsiasi tema alla sua figura caricaturale, che nell’iperbole comica arresta lo sforzo proteso nell’interpretazione.
Abbiamo dunque tre esperienze che si somigliano, unite dallo sfondo corporeo della danza. Lo scrittore Fulvio Abbate che, insieme alla giovane figlia, balla per esprimere solidarietà agli “amici” aristocratici, sui cui si è abbattuta l'ennesima saetta di una crisi coniugale; Raffaella Carrà colta in un ludico parossismo del corpo: emulazione semplificata, “sintattica”, in cui si dimena facendo il l verso alla controcultura giovanile degli anni ’70; una canzone il cui tema verbale richiama il nome di un'importante autorità religiosa, semplicemente giustapposto all’altro tema verbale che è la nuova musica da discoteca.
Le tre esperienze, equiparabili nella forma, da un punto di vista che potremmo definire “geometrico” sono però a bene vedere assai diverse. In Wojtyla disco dance ci troviamo di fronte a un abbassamento dell’interpretazione a stereotipo; in Raffaella Carrà, al contrario, il tentativo è quello di innalzarsi al livello di un modello alto, generando in questo sforzo un’involontaria caricatura; mentre in Teledurruti l’utilizzo della caricatura ha piuttosto una funzione ermeneutica, nient'affatto ridanciana. Ossia la caricatura è qui mezzo e non fine, con cui viene mobilitato il punto di osservazione sul fenomeno che si desidera interpretare – uno spostamento di lato, o come lo chiamavano i situazionisti: detournement. Inteso quale riposizionamento prospettico, che così finisce per evidenziare i tratti comici e grotteschi già presenti nel modello originario, solo resi più riconoscibili per il tramite del suo artefatto comico.
Il comico al servizio dell’interpretazione critica della realtà ha dunque un aspetto progressivo, che si chiama satira. Mentre quando la caricatura ha la semplice funzione di normalizzare ogni evenienza innovativa, incontriamo il ghigno ottuso della goliardia, se non il sorriso beota del kitsch.
Sia dunque benedetta l’epifania telematica della famiglia Abbate: lo scrittore Fulvio, la figlia Carla e la professoressa Gemma Politi, madre quasi novantenne, pure coinvolta in questo estroso teatro dello smascheramento, una sorta di "ovvioclastia" di una modernità confortevole e light. Peccato che non glielo si possa dire di persona perché tutti e tre, in questo momento, si trovano a bordo del loro Riva Acquarama, zizagando allegramente tra le boe di un eterno conformismo.

martedì 20 ottobre 2009

La dolce Itaca, o sulle torsioni dell'anima e del collo


Il tempo, il desiderio, la bellezza … Quando passa una ragazza giovane davanti al bar Piero, tutti quanti ci giriamo ad osservarne la figura che dilegua, da dietro, come la scia bianca e schiumosa di una nave. E lo facciamo con naturalezza, senza protervia né intenzione. Le guardiamo il culo come bianchi gigli nei campi.
Ma quando sfiora i tavolini il passo lungo di una donna – una donna con più di trentacinque anni di età, mettiamo - succede invece che qualcuno si giri ad osservarla, altri no. I più continuano a trangugiare calici dell’orrendo Corvo di Salaparuta, o a inseguire il filo di un improbabile discorso.
Intendo dire, non sono sempre gli stessi uomini, gli stessi maschi a voltarsi quando ci passa accanto il misterioso mondo delle donne. Il Cicci si gira quando intravede una certa donna, il Miglietto un’altra, io un’altra ancora. Ognuno possiede il suo passo e la sua caviglia da seguire, ma tutti sono d’accordo quando sfila la gioventù.
Questa circostanza mi ha ricordato la famosa scena di un film, una pellicola che parla del tempo e degli uomini. Perché è proprio dentro il tempo, con tutta probabilità, che si è andato a nascondere un segreto che cerchiamo invece nelle cose. Così quando il tempo è giovane, la carne acerba, è come se giungesse un richiamo indifferenziato, una voce senza interlocutore. E’ come se fosse la natura stessa a chiamare gli uomini, ecco: il canto di una sirena che tutto rende uniforme, indistinto e confuso.
Successivamente, la voce del corpo si precisa, assume una fisionomia esatta, imparando a scegliere e ad essere scelta. Una donna ci piace perché è quella donna lì, quella storia che affiora nei segni appena accennati sul viso, al bordo degli occhi, mentre di una ragazza amiamo la vaghezza che ci richiama al grembo stesso della natura.
Da questa considerazione, mi viene anche il sospetto su quale possa essere il motivo per cui, si dice, il fascino di un uomo è più longevo, un uomo a cinquant’anni è più attraente di una coetanea. Il punto secondo me è invece un altro. Gli uomini da una donna non desiderano essere semplicemente attratti, ma ammaliati dalla ragazza che è in lei, storditi, riportati a quella misura senza misura che ha il suono sordo della terra, lo scrosciare della risacca di un onda. Noi uomini, insomma, non cerchiamo una donna ma "la donna", l’indistinto femminile incarnato.
Ed eccola dunque la scena che mi è tornata alla mente, con le comparse del bar Piero, me compreso, come tanti Mastroianni di fronte al corpo statuario della Ekberg. E all'indirizzo di una dea che fuoriesce dalle acque tiepide della fontana di di Trevi, recitiamo le frasi di un immutabile copione:
“Tu sei tutto, Sylvia! Ma lo sai che sei tutto? You are everything, everything! Tu sei la prima donna del primo giorno della creazione, sei la madre, la sorella, l'amante, l'amica, l'angelo, il diavolo, la terra, la casa... Ecco che cosa sei: la casa!"
Ma per trovare casa, per definizione, un uomo deve andarsene di casa. Deve intraprendere un viaggio. In cui capita di scorgere il proprio domicilio dove tutto è ancora da costruire, in quella forma informe che è la gioventù, vissuta come un campo fertile in cui la vita non ha ancora seminato.
Le donne, più frequentemente, cercano invece e semplicemente un uomo, o come dicono loro un vero uomo. Ma qual è la differenza tra una cosa vera e una falsa? Io credo che consista principalmente nell'aderenza alla propria specificità, alla propria insostituibile individualità. Se vogliamo prendere sul serio quanto dicono le donne, la loro ricerca di un "vero uomo" corrisponde all'esatto contrario del principio indifferenziato che alita nella gioventù: un vero uomo è colui che si distingue dal gruppo, dal branco, qualcuno il cui profilo sia unico e definito.
Un vero uomo non deve allora essere bello di una bellezza naturale, legno verde e flessibile, ma voce affidabile e distinta dal brusio del vento, figura storica e individualizzata. Ancora meglio se l'individualizzazione produce “potere”, inteso come riconoscimento della specificità biografica anche da parte della comunità. E’ dunque il prestigio sociale, sorta di unicità efficiente, la chiave del fascino maschile?
Se così fosse, la casa che gli uomini cercano dentro il ventre di una donna sarebbe, per le donne, la facciata sociale del palazzo della famiglia!
Perché un vero uomo è anche lo strumento indiretto con cui ottenere quella stessa casa, che noi maschi trasogniamo nel femminile, quale effetto della creazione di una famiglia . E' forse anche per questo che le donne non cercano un uomo qualunque ma il loro (vero) uomo: corrispettivo antropologico a un progetto che le trascenda, nella maternità, trascendendo però anche l'uomo che così si fa funzione del disegno familiare, non più fine direbbe Kant. Ma in un certo senso, potremmo dire, così pure lo "falsificano" ...
Infatti per funzionare , per agire dentro le cose della vita - i figli, la casa, la famiglia - l'uomo in qualche modo deve tradire proprio il suo tratto unico e discreto (ciò che lo rende desiderabile e "vero"), aderendo a una comunità domestica che lo sopradetermina. In altre parole è la trasformazione del maschio in marito.
Non dico che questa differenza interna alle strutture del desiderio, questo insanabile ed eterno fraintendersi, abbia qualcosa di sbagliato. Non intendo insomma giudicare. E in tutti questi contorcimenti di anima e di collo, c'è qualcosa che mi rende vivo, seppure spesso acciaccato. Come un altro personaggio dentro il primo film di Soderbergh, Sex, Lies and Videotape, che pronuncia una frase molto interessante: “Gli uomini si innamorano delle donne che da cui sono attratti. Mentre le donne, finiscono col trovare attraenti gli uomini di cui si innamorano”.
Massì, penso proprio che il Miglietto il Cicci ed io, continueremo a girarci quando un giovane veliero naviga al largo delle nostre coste. Ma ognuno di noi, singolarmente e tenacemente, continuerà a perseguire il sogno distinto di un’Itaca.
Perché non c’è niente di più triste di una donna che ti chiama dall’altra parte della spiaggia, una giovane donna che chiama proprio te, per affidarti le chiavi di un minimo regno di stoviglie e telecomandi. Ma come nel finale della Dolce vita, tu non senti, Marcello Mastroianni indica le orecchie con rassegnazione, mimando il gesto di chi debba infine andare via. Quindi riaccoda il passo a una lunga sfinita processione di nani e ballerine.

Lei dice


Lei dice: La Moratti deve smetterla con questa stronzata del verde urbano, le piante in centro. Siamo forse in una jungla? Deve sistemare il pavé, solo questo. Che quando vado a fare shopping con lo scooter mi rimane indietro il Rolex.

(Da una conversazione al ristorante Vecchio Mulino, Sondrio)

domenica 18 ottobre 2009

Breve intervista a un aspirante suicida


Valtellina suicidi da primato. E’ questo il titolo di un servizio del Tg Com del 18 settembre 2009. Ma anche Nella valle dei suicidi, come titola la Stampa. Oppure Suicidi, mala ombra da affrontare (il Giorno); Sondrio suicidi, allarme Valtellina (il Giornale); La Valtellina scopre il vizio assurdo (il Corriere della Sera).
Il dato nudo e crudo è questo. Negli ultimi 18 anni, in Valtellina, si sono tolte la vita 485 persone. In termini proporzionali ciò significa 15 persone ogni 100.000 abitanti ogni anno, di cui il 73,3% sono maschi adulti. Ossia una media complessivamente più che tripla rispetto a quella nazionale. Punto, la statistica oltre non può essere interrogata.
Ma l’anima è forse un poco più eloquente …
Proverò dunque a interrogare l’anima di quello che a me appare come un campione tipico di candidato al suicidio: maschio adulto, valtellinese, poche o nessuna prospettiva nella vita. Interrogherò così la mia anima.
D - Buongiorno, lei è nato e vive in Valtellina. Ha 43 anni, non ha né figli né una relazione fissa ed è disoccupato. Conferma?
R – Sì, confermo
D – Mi perdoni la brutalità, ma lei ci pensa mai al suicidio?
R – Sì, ci penso spesso.
D – E’ in grado di dirmi quante volte mediamente in una giornata?
R – Anche molte volte, in diversi momenti del giorno. Diciamo che posso pensarci da una ad anche dieci o quindici volte, in genere a letto o da sdraiato.
D – Si rende conto che è una cifra allarmante? E quando pensa al suicidio, lo fa con sgomento oppure con un sentimento – mi perdoni ancora il termine – che potremmo definire “di proposito”.
R – Io penso al suicidio senza nessuno sgomento. Desidero suicidarmi, anche se questo desiderio si accompagna a una naturale sensazione di paura, ma soprattutto di rabbia.
D – Provi a spiegarsi meglio.
R – Potrei rispondere che non mi è ancora del tutto chiaro se il mio desiderio di suicidarmi riguardi specificamente il mio corpo, oppure un corpo in generale.
D – Nel senso che è presente una fantasia inconscia di omicidio, al fondo di ciò che lei chiama desiderio di suicidio?
R – Non userei, come lei fa, termini di derivazione psicanalitica. Mi limito a descrivere una condizione del corpo. C’è qualcosa nel rapporto tra mondo e corpo che non mi quadra …
D – Riuscirebbe a chiarire questo punto?
R – Ogni volta che qualcuno si suicida, i commenti che sento al bar sono di questo tenore: L’ho visto la settimana scorsa, sembrava tranquillo, sereno. E poi aggiungono di non capire come si faccia ad odiare la vita fino al punto di ammazzarsi. Ecco, è esattamente qui che secondo me sta l’errore.
D – Mi perdoni, ma non capisco molto bene cosa intenda. Anche io credo che il gesto di togliersi la vita contenga un giudizio implicito verso la vita, un giudizio negativo.
R – Ed è qui che sbaglia anche lei.
D – Continuo a non capire, riesce a spiegarmelo con un esempio?
R – D’accordo, le racconto una cosa che mi capitò esattamente 37 anni fa, una cosa che non ho mai raccontato a nessuno. Era il 1972 e mio nonno mi aveva accompagnato al cinema Excelsior, dove era in programma il film Pippi Calzelunghe. Ha presente Pippi Calzelunghe?
D – Sì, certo, molto bene. Anche io nel 1972 avevo sei anni e mi trovavo in quel cinema, mi aveva accompagnato mio nonno Pinin.
R – Già, che sciocco, dimenticavo che io e lei siamo la stessa persona, per quanto facciamo fatica ad intenderci. E comunque ero lì, al cinema Excelsior, per vedere quel film che pregustavo da mesi. Se la ricorda dunque Pippi Calzelelunghe, quando sollevava il suo cavallo con tutti gli amichetti sopra?
D – La prego, non divaghi. Vada avanti.
R – Beh, prima di andare a cinema avevo fatto una scorpacciata di fichi, credo che fossimo ai primi di ottobre.
D – E’ sicuro che questo dettaglio c'entri qualcosa con i suicidi in Valtellina?
R – Mi lasci proseguire, vedrà che questo riferimento non è privo di importanza. Ero a cinema insieme al nonno Pinin, le dicevo. La sala si fece buia, comparvero i titoli di testa con la canzoncina Pippi Pippi Pippi, il tuo nome fa un po’ ridere
D – Mai voi non riderete per quello che farò … Certo certo, ma ora stringa.
R – Insomma, stava alzandosi il sipario su qualcosa che per me era oro zecchino, piacere allo stato puro. E però ci stavano anche tutti quei fichi, nella mia pancia.
D – I fichi nella pancia?!
R – I fichi, certo. I fichi. Perché dopo pochi minuti la pancia cominciò a gorgogliare, i fichi a reclamare l’uscita. Dissi al nonno che dovevo andare in bagno.
D – E ci andò, in bagno?
R – Certo che ci andai. Ma non lo raggiunsi in tempo. Un liquido tiepido iniziò a colare dentro le mutande, giù giù per le cosce, i polpacci, un fiume in piena …
D – Mi sta dicendo che lei evacuò all’interno degli indumenti, in quell’ottobre del 1972?
R – Le sto dicendo che mi cagai addosso, accidenti! Ma le sto dicendo anche un’altra cosa, più importante. E cioè che mi cagai addosso mentre di là, in sala, mio nonno Pinin con il suo berretto di velluto marrone posato sulle ginocchia, stavano proiettando il film della mia vita.
D – Lei dunque non lo vide, il film su Pippi Calzelunghe?
R – Non lo vidi no. Rimasi chiuso nel bagno fino a che mio nonno non mi venne a cercare. Quindi mi aiutò a ripulirmi alla bell’e meglio e mi riaccompagnò a casa, senza avere visto il film.
D – Storia interessante, triste. Ma può precisare meglio in che modo si collega al tema del suicidio?
R – Le spiego. Io ero ben disposte verso quel film, desideravo con tutto me stesso poter vedere Pippi Calzelunghe. Ma una discordanza tra il mio corpo – i fichi, la diarrea – e le condizioni necessarie per poter seguire lo spettacolo - chiamiamola pubblica decenza - mi hanno tenuto lontano dalla sala.
D – In altre parole lei si sentiva “inadatto” al film, per quanto lo desiderasse.
R – Bravo, sta iniziando a capire. Ma non direi che io mi sentivo inadatto in un senso generale, quanto piuttosto che era il mio corpo, con i sussulti della pancia, la diarrea che colava a fiotti dentro i pantaloni, ad essere inadatto all’esperienza che pure desideravo, pregustavo.
D – Così come lei sente ora il suo corpo inadatto alla vita, per quanto la desideri?
R – Ecco, è proprio così! Per questo io non credo che un suicida disprezzi la vita, la sfugga. Credo anzi che in un suicida potenziale, quale io ora mi sento, ci sia un eccesso di amore verso la vita. Che si accompagna però a questa sensazione di mancata corrispondenza tra sé e l’oggetto desiderato. Dove la separazione sta dentro gli ingranaggi materiali del corpo, se così posso dire, non nell’anima. Il corpo reclama un mondo che si nega, un mondo e una vita mitizzati.
D – Potremmo dire che il gesto concreto del suicidio sia il tentativo di accorciare questa distanza tra corpo e vita?
R – Potremmo anche dirlo, ma non vorrei che le mie parole suonassero sentenziose, apodittiche. In verità, ogni volta, è come se ci fosse un bambino che alza la mano per fare una domanda. Andare ai servizi, era evidentemente la mia richiesta d'allora. Ma ogni braccio va forse riconsegnato a quell'assoluto enigma che è la biografia.
D – Ogni uomo è diverso dagli altri, è questo che intende?
R – Come è didascalico lei, come è noioso. Io dico solo che in un film che hanno proiettato in un piccolo cinemino gestito dai preti, 37 anni fa, ci stava una storia che parlava a me e proprio di me. Ma io non ho potuto ascoltare quella storia perché ero chiuso al cesso, con i pantaloni gonfi di merda.
D – Un’ultima domanda. Lei parla seriamente, quando dice di essere attratto dal suicidio?
R – Si, parlo seriamente.
D – La ringrazio e le auguro buona giornata
R – Buona giornata a lei.

mercoledì 14 ottobre 2009

Equivalenze


I libri sono come la fica. Mentre attendevo al semaforo ho avuto un'illuminazione. Oggetti vuoti, anche un poco antipatici. Quelli che ti dicono: mi piacciono i libri! Ma cosa significa…? I libri sono tutti uguali, rettangolari, placidi, inespressivi. Lo stesso la fica, che è pure peggio. Concava, viscida, puzzona. Eppure… Potere dei simboli, della metonimia. Si gonfiano i libri come vele, naviga la fica. Ma solo certe rare volte. Ti piace la fica? A me no. E nemmeno i libri, detesto i libri. Eppure eppure… La mia vita non sarebbe la stessa senza alcuni libri. Lo stesso per la fica, alcune fiche: alcune donne che hanno saputo soffiarci il vento dell’incanto, l’arte dell'imbroglio. I libri, la fica… Uguale uguale.

martedì 13 ottobre 2009

Contro Tarantino, o del nuovo umanesimo cinematografico


Al bar Piero si parla di cinema. Evento raro, rarissimo. In particolare la domenica. Ma in fondo per tutto esiste una prima volta e una spiegazione: la scorsa domenica il campionato era sospeso, ha giocato la nazionale. E così al bar Piero si parlava di cinema.
Sì, lo so che quando si parla di cinema dovrei fare finta di niente, adeguarmi. Ho imparato a farlo quando si parla della Juventus e di Giorgio Rocca, dovrei farlo anche quando si parla di cinema. Invece non ci riesco, anche se funziono a scoppio ritardato, come quelli a cui viene la battuta quando l'ascensore è già arrivata da un pezzo.
E poi in questo genere di conversazioni da bar c’è sempre un momento in cui qualcuno butta lì: Tarantino …
Così opplà tutti quanti a dire Tarantino di qua, Tarantino di là … Io invece sto zitto e faccio le smorfie. Io che Tarantino mai sopportato Tarantino.
Ma poi non è nemmeno del tutto vero. Jackie Brown, ad esempio. E’ un film molto bello. Eppure, anche lì, a tratti, c’è quel retrogusto alla alla ... alla Tarantino. Che io proprio non lo sopporto, Tarantino.
Prima o poi vorrei anche provare a spiegarlo, perché non mi piace il cinema di Tarantino. Ma vengo sempre bloccato al primo abbozzo critico. Non ti piace Tarantino? Per forza, ti piaceranno quelle cose pesanti, d’autore. Roba da intellettuali con la puzza sotto al naso.
Ora a me sta anche bene, che al bar Piero io abbia assegnata la parte dell’intellettuale. Ogni bar sport prevede una rigida distribuzione delle parti, perlopiù stereotipi caricaturali. C’è lo sportivo; l’affarista; il playboy; il romantico; il rissoso; l’ubriacone; il battutaro; lo scemo del villaggio; il querulo; il taciturno, che nei pub inglesi viene chiamato sad bastard. Poi c'è quello che ha fatto i corsi da somelier e non gli va mai bene niente - figura spesso contigua con quella dell'antipatico, ma con tratti suoi propri - oppure le coppie antitetiche come il fascista e il comunista o il timido e lo spaccone, che finiscono col fare coppia fissa come pesciolini nello stesso minimo spruzzo di selz, da chiamare oceano. Infine quello con il pisello lungo, che lo dice a tutti che c’ha il pisello lungo, e quello con il pisello corto che lo sa solo lui. Buon ultimo l’intellettuale, di solito una figura defilata e gregaria, un tenero illuso.
L’intellettuale viene infatti interpellato solo quando si deve regalare un libro alla fidanzata – “Che libro le regalo alla Ester?” - o quando si è appena visto un film e si cerca conferma al proprio gradimento. Anche se la clausola preventiva in genere è: “Tanto a te non piacerà di sicuro, a te piacciono quei film lì, come si chiamano … da intellettuali”.
Ecco, a me quei film lì, come si chiamano … da intellettuali, invece non piacciono mica tanto. Le retrospettive sul precoce talento di Hong Kong morto a 17 anni di Aids, il nuovo cinema tibetano. Però non mi piace nemmeno Tarantino. Anzi, lo detesto.
Così adesso voglio prendermi tutto il tempo e lo spazio per spiegarlo, perché detesto Tarantino.
Ma prima voglio fare una citazione, gli intellettuali sono fatti così, citano, almanaccano, e allora voglio fare una citazione anche io. In un saggio di una decina di anni fa sulla nuova letteratura italiana, pubblicato da Donzelli, Marino Sinibaldi scriveva una cosa molto intelligente. O meglio ne scriveva molte, di cose intelligenti. Tra cui questa:
“Se un’estetica pulp potesse essere dedotta in via immediata dal film di Tarantino, essa sarebbe comunque assai più complessa delle tante semplificazioni tecniche e morali. Nel suo codice espressivo sembra dominante un naturalismo ipertrofico e iperromanzesco, una sorta di realismo fuori misura, così enfatizzato da trapassare nel suo contrario e convivere con un’astrazione stilizzata al limite del manierismo o della parodia, che di continuo ironizza sui linguaggi che mette in scena. Con una caratteristica decisiva, che impedisce al distacco ironico-critico di dilagare: un’inflessibile, inverosimile coerenza che anima una macchina narrativa straordinariamente elegante ed efficiente”.
Io queste parole di Marino Sinibaldi le condivido fino all’ultima virgola. Perciò continuo a detestare il cinema di Tarantino ma non a sminuirne il valore: che è grande, perché appunto grande e solida ed elegante è la sua coerenza espressiva. Da cui la conclusione di Sinibaldi:
“Ma soprattutto, nel modo più spettacolare e irridente, Tarantino ha esemplificato il collasso che nella cultura di massa e nel paesaggio percettivo contemporaneo hanno subito le distinzioni gerarchiche tra cultura alta e cultura bassa, tra highbrow e lowbrow; ma anche tra originale e copia, tra autentico e falso, tra centrale e marginale, e così via …”
Bene, secondo me il tema è proprio questo. La gerarchia. Ma ancor prima della gerarchia la sua premessa cognitiva, ossia la prassi discriminatoria. Ora a me sembra evidente che in Tarantino vi sia un’indulgenza, al limite dell’apologetica, nei confronti dello scivolamento delle categorie discriminatorie e di giudizio, che porta a quella nozione storico-estetica che è stata chiamata postmoderno. Tarantino è l’Omero del postmoderno, tanto da far procedere Sinibaldi, alcune pagine dopo, dentro la sua felice intuizione:
“Qui il relativismo pulp pare vicino agli approdi filosofici del “pensiero debole” europeo e del neopragmatismo americano: almeno due dei valori decisivi del modello narrativo ed etico di Tarantino, l’ironia e la contingenza, coincidono con le parole chiave cui Richard Rorty affida la definizione di un progetto filosofico ed esistenziale all’altezza della postmodernità: Irony, contingency, solidarity, come recita il sottotitolo originale di uno dei suoi libri più noti.”
Ironia, contingenza e solidarietà, dunque. Se provo a immaginare le tre parole su una maglietta e questa maglietta confusa in una folla di uguali t-shirt, sudate e accalcate in un’estate di canzoni, vengo automaticamente catapultato a un congresso del Partito Democratico. Veltroni sul palco che ci racconta quanto è noioso il cinema iraniano, mentre ci fa l’elogio di Schwarzenegger, Kennedy ed Happy Days. Insomma, questa roba qui. Che uno scrittore che io amo moltissimo, Fulvio Abbate, ha chiamato “musica leggera per ceti medi”.
Una definizione che mi avvicina alla comprensione del mio malanimo verso il cinema di Tarantino, pur riconoscendone l’indubbio e personale talento. Io detesto Tarantino come detesto i meeting del Partito Democratico, ecco. Lo detesto come sbavo di rabbia leggendo gli intellettuali postmoderni; ascoltando gli stupori artefatti di Fabio Fazio; detesto Tarantino come cambio subito scompartimento quando trovo sul treno un gruppo di studenti del Dams, una facoltà detestabile quanto i film di Tarantino. Ma cosa insegnano di tanto detestabile in quei luoghi colmi di Clark ai piedi e occhiali con montature rigogliose? Semplice: che un film è un testo, un libro è un testo, un congresso del PD è un testo, un cornetto al pistacchio e albicocca è un testo. Tutto è testo, per i gendarmi della semiotica del Dams. Così che tra i rimandi del senso e del significare, nessuna “opera” è più possibile.
Non che il sapore dell’albicocca, nell’intercettare i languori setosi del pistacchio, non produca tracciati rintracciabili da una sensibilità ben ammaestrata - testualità del gusto - ma la questione decisiva a me sembra un’altra: era buono oppure faceva schifo, quel cavolo di gelato? E ancora: cosa è che ti consente di dire che un gelato è buono o mettiamo preferibile a una pizza, in un dato momento del giorno, mentre una carezza è preferibile a un pugno?
L’assenza nel postmoderno delle categorie gerarchiche del valore, ne rappresenta a mio avviso la principale miseria civile: perché blocca, ingorga, intasa ogni processo volitivo e di scelta consapevole. Cioè, in altre parole, porta a un ottuso e pigro conformismo, quando nulla di nuovo e diverso è dato nel nostro cielo.
Al contrario, dentro la nozione estetica di opera, ancora viene coltivato il seme di un possibile cambiamento. Come ricorda infatti la stessa radice semantica, opera è esattamente questo: azione, mutamento, esperienza all’opera. Un’opera, a differenza di un testo, produce così degli effetti tangibili di realtà, da cui è successivamente possibile rintracciare nuovi elementi di valore. Qualcosa che, una volta esperito, produce delle trasformazioni del gusto, della sensibilità e nel rapporto con le cose del mondo. E perché non dirlo: anche trasformazioni politiche e morali, già che la morale e la politica sono le categorie generali in cui riassumiamo le vicende della prassi, per farne una riserva d’uso futuro.
Credere alle opere d’arte corrisponde insomma all’idea che l’arte possa cambiarti e forse perfino salvarti la vita, come sosteneva Wim Wenders a proposito della musica rock.
Bene, un testo è allora il contrario di tutto ciò. Qualcosa di relativo, contingente, ironico come invece la filosofia di Rorty o i film di Quentin Tarantino. Da un testo non è possibile ricavare ammonimenti per la prassi, tanto che la risposta che diede Tusitala a chi gli chiedeva cosa è la letteratura, cesserebbe di avere alcun senso parlando di un testo letterario. Ma noi proviamo a chiedercelo lo stesso, cosa è la letteratura? O meglio: che cos’è un’ opera d’arte?
“E’ il modo che gli uomini si sono dati per far proprie le lezioni della vita”, rispose, più serio che mai, Tusitala. Nome con cui gli abitanti di Upolu avevano imparato a chiamare quel signore con la barba che gli raccontava le cose e gli uomini dall'altra parte del mare, non dopo averle scritte su fogli che poi leggeva pubblicamente. Quel signore che noi ricordiamo con il nome di Robert Louis Stevenson.
Tusitala, nel linguaggio delle isole Samoa: il raccontatore di storie.
Le storie per comprendere le lezioni della vita, interessante ... La letteratura come una mappa per rinvenire tesori sopra un’ isola, per sfuggire i mostri della hybris tecnico-scientifica. Poi sono arrivati i Tarantino, i fratelli Cohen, i Richard Rorty e i professori del Dams. A spiegarci che il mondo è invece relativo, ironico e contingente. E che la vita non ha nessuna lezione da impartire, perché per comprendere una lezione bisogna poter distinguere tra originale e copia, tra autentico e falso, tra centrale e marginale. Stabilendo così delle gerarchie di valore.
Fare arte postmoderna, scrivere e illustrare testi, equivale dunque a non avere più nessuna bussola filosofica che indichi polarità estetiche e morali. In altre parole è un'arte - un ars, un fare - al netto di qualsiasi filosofia dell'arte - perché fare, per dove e a quale scopo? Non è nemmeno più dato sapere cosa sia arte e cosa non lo sia: domanda naturalmente eccentrica nell'orizzonte testuale del postmoderno, sostituita da una sensibilità plastica e neobarocca - come fare - e da una curiosità vigile e prensile, temperata da una spruzzata di solidarietà che quella non guasta mai, specie a un festival del PD.
Ecco, io tutte queste cose me le sono tenute nella gola al bar Piero, mentre giocava la nazionale e in attesa che Giorgio Rocca inforchi nuovamente gli sci. E poi la mia amica (che ha fatto il Dams e si incavola un sacco per il tono con cui pronuncio quell'orribile sigla) e tutti gli altri erano persone simpatiche e intelligenti e generose, amici insomma. Eppure forse tocca ripeterlo ogni tanto, se credere all’arte come opera d’arte e non come testo, al cinema per gli uomini, alla parola che è agente di trasformazione, equivale a credere all’efficiente operosità delle storie, alla possibilità di scorgere non dico un fondamento metafisico, ma una metafisica del protendersi fuori da sé, verso la prossima pagina ancora intonsa da cui apprendere una nuova lezione. Insomma, credere che il ventre della balena non sia il mondo ma solo un mondo, uno tra i tanti possibili e nemmeno il più divertente.
Potremmo anche chiamarla una metafisica dell’ulteriore, che si contrappone alla rigida ontologia del fondamento, se così posso dire parafrasando Ernst Bloch. Ma l'ulteriore si offre solo come processo, messa in opera, che io riesco a scorgere anche in certo cinema contemporaneo. Ulteriore in un senso non necessariamente “transumano”, piuttosto come ricerca di pienezza nella presente e dolente umanità, quindi una sorta di nuovo umanesimo, dentro la rabbiosa contingenza così efficacemente descritta dai film di Tarantino. E penso prima di tutti allo stesso Wenders, oppure ad Almodovar. L’Almodovar che fa dire a uno dei suoi magnifici personaggi: “Costa molto essere autentiche, signora mia. E in questa cosa non si deve essere tirchie, perché una è più autentica quanto più assomiglia all'idea che ha sognato di se stessa.”
L’autenticità come il sogno di sé, che frase bellissima. Oppure l’umano come il sogno a occhi aperti del uomo: ed ecco il cinema, ecco la metafisica sfondata nell’ulteriore.
Ma lo stesso sentimento di umana possibilità, lo ritroviamo anche in altri registi assai diversi tra loro. Come Kieślowski; i Dardenne; Lars Von Trier; Mazzacurati; Kitano; Herzog; Tim Burton; Kiarostami; Ermanno Olmi; Iñárritu; Clint Eastwood; Kaurismaki e molti altri. Non è dunque vero che il postmoderno debba necessariamente condurre a un gioco combinatorio e frigido, al testo come sontuosa sinossi della decadenza civile.
Concludo con le parole di una delle ultime interviste di Martin Heidegger – noi intellettuali da bar siamo fatti così, farciti di citazioni come fontina straripante dentro al toast -, Heidegger che preconizzava l’avvento di una nuova forma-pensiero, che ancora una volta mi ricorda l’Almodovar di Parla con lei. Quel suo modo di pensare per rapporti umani diretti e impregiudicati, non mediati da alcun codice sociale precostituito, e che pure non produce anomia, contingenza ironica, ma una pietas che ha la forza iconica e cristallina della pura visione, dell’immagine come sintesi dialettica e perfino alchemica. Ma lasciamolo dire ad Heidegger:
“Il compito del pensare oggi, per come la vedo io, è in qualche modo tanto nuovo da esigere un metodo anch’esso totalmente nuovo. E questo metodo può essere ottenuto solo attraverso il dialogo diretto da persona a persona, e attraverso un lungo apprendistato. In un certo senso attraverso la visione nel pensare. In altre parole, questa modalità del pensare è concepibile solo per pochi uomini inizialmente, può però in seguito essere comunicato agli altri …”
E allora parla con lei, domandale finalmente qualcosa! Che non manca di storie da raccontare, caro Tarantino, almeno quanto di lezioni da impartire. La vita. Ma sempre un passo dopo, oltre ...

venerdì 2 ottobre 2009

Escort



Patrizia D’Addario, ospite nello studio televisivo di Anno Zero, giovedì primo ottobre. Nel finale della trasmissione, Santoro le pone solennemente questa domanda: “Silvio Berlusconi era a conoscenza del fatto che lei fosse una escort?”
Risposta: “Sì, ne era conoscenza. Tutti sapevano che ero un'escort, ma non l’unica. Solamente io ho però il coraggio dirlo. Sono la sola ad avere la dignità di dire le cose come stanno. Le altre dicono di essere attrici, veline, ballerine. E poi sono escort”.
Nei primi anni settanta mio nonno acquistò un’automobile color caffelatte, dalle forme smussate. Si chiamava Ford Escort.
In quel periodo i miei genitori possedevano una Cinquecento bianca modello Super, che si distingueva dalla Cinquecento normale per il solo fatto di avere dei rinforzi sagomati al lato dei paraurti, lucidi e cromati. Quando la famiglia doveva fare un piccolo viaggio – a Varese per una gara di nuoto che mio padre avrebbe cronometrato; a Rapallo dove avrei ritrovato i cuginetti, già abbronzati ai primi di giugno; ad Albese, nel convento in cui risiedeva una zia suora allora già vecchia ed ancora viva adesso -, in quelle occasioni mio padre chiedeva al nonno di prestargli la sua automobile, più grande e confortevole.
Si partiva sempre la mattina presto oppure la sera, che si chiamava notte dopo Carosello, e si partiva anche dopo Carosello, di notte, per via del caldo. Ma soprattutto, si partiva con la Ford Escort del nonno.
Dopo la trasmissione di Santoro sono così andato a cercare il termine su Babylon, il dizionario inglese\italiano presente e disponibile in rete.
Escort: v. (Mil) scortare; accompagnare; s. scorta, accompagnamento; accompagnatore; cavaliere.
Ripensando al contenuto della rivelazioni di Patrizia D’Addario, mi sembra che nessuno scenario militare sia chiamato in causa. Nemmeno nessun viaggio in cui necessiti una qualche forma di accompagnamento. L’unica contiguità semantica mi sembra quella del termine cavaliere, ma ho il sospetto che anche questa coincidenza sia puramente accidentale …
In altre parole Patrizia D’Addario non accompagnava (to escort) Silvio Berlusconi ma ci scopava semplicemente: da ferma, in un letto. Quello “di Putin”. Per questa attività stanziale richiedeva un compenso, più o meno esplicito.
Nella lingua italiana esistono allo scopo una moltitudine di termini, in genere spregiativi. Il più neutro mi pare quello di prostituta, che in inglese diventa: prostitute; harlot; whore; bawd; streetwalker; courtesan.
Non mi risulta, tra parentesi, che la Ford abbia mai prodotto un modello Whore o Bawd o Courtesan … Per quanto Ford Harlot suoni davvero bene!
In conclusione. Trovo curioso, e perfino condivisibile, che qualcuno faccia coincidere la propria “dignità” con l’atto linguistico di dire il vero. Nella Grecia antica questa virtù aveva un nome proprio e si chiamava parresia.
Peccato che la nostra sensibilità linguistica si sia talmente allontanato dal vero che quando una giovane donna dichiara di essere una escort e di esserne fiera, a nessuno venga in mente di chiederle se anche lei, come la Ford Escort di mio nonno, possiede una lucina verde che segnala l'ingresso in una galleria o l’incalzare del tramonto, così da accendere i fari per tempo.
Ma forse, anche qui, è solo il tramonto che incalza.