venerdì 21 febbraio 2020

E' arrivata la bufera, è arrivato il temporale...


Il coronavirus è arrivato in Italia. Il coronavirus è arrivato. E’ arrivata la bufera, è arrivato il temporale, chi sta bene e chi sta male e chi sta come gli par… cantava Renato Rascel nel 1939, alzando la gambetta di lato.
Ma è lecito scherzarci su?
Nei giorni scorsi il filosofo sloveno Slavoj Žižek, per molto meno, è stato quasi linciato dalla stampa liberale. La sua provocazione è che il coronavirus rappresenta una pausa preziosa del sistema economico mondiale, o meglio un inciampo degli ingranaggi di quella macchina, sempre in funzione, che con gergo marxiano lui chiama capitalismo; pausa e inciampo di cui dovremmo tutti profittare.
Proviamo a ragionarci sopra, partendo ovviamente dal rispetto dovuto a chi soffre per questa moderna piaga, e della paura che inizia a sollecitare quei muscoletti che si nascono all’interno dell’ano, almeno il mio è sempre più stretto.
Ma fatto ciò, dobbiamo riconoscere che, come ogni esperienza umana, il coronavirus è tante cose insieme, e il risvolto filosofico suggerito da Žižek non era forse fuori luogo. Non c'è infatti alcun dubbio che l'albero della cuccagna finanziaria con le su ramificazioni internazionali, le radici nel terreno concimato dal privilegio, stia patendo la condizione presente, e anche quelli che Diego Fusaro a ogni occasione e con l’occhietto azzurro che cerca la camera chiama turbocapitalisti, siano messi in grave difficoltà dall’invisibile avversario.
Eppure la ricerca scientifica non è mai stata attiva come adesso, ed è ragionevole pensare che, in tempi ragionevolmente brevi, forse e come dicono un anno, saranno disponibili delle terapie e dei vaccini per contrastare l’epidemia. Tutto questo apparentemente c’entra poco con la crisi del capitalismo – saranno, al contrario, profitti enormi per le multinazionali del farmaco –, ma io mi sento di rimarcare comunque l’avverbio apparentemente, che bene si intona con questi giorni di carnevale.
Bisogna però fare un piccolo passo indietro, e tirare in ballo un altro gigante del pensiero filosofico scomparso di recente. Mi riferisco a Emanuele Severino, per il quale l’identità tra capitalismo e tecnica è, parole sue, “situazionale”; quando a guardar bene i due soggetti perseguono finalità diverse.
Il capitalismo mira per definizione all’arricchimento privato, e dunque si giova di una disponibilità per così dire mediana delle risorse, indispensabile alla creazione del plus valore nei processi di trasformazione e di scambio.
Pensiamo all’aria. E’ troppo diffusa, c’è troppa aria, almeno al momento, per poter essere venduta. Ma sul versante opposto, anche qualcosa di cui la disponibilità sia troppo bassa non può assumere lo statuto di merce – non a caso di alcune opere d’arte si dice che il valore è inestimabile, non esiste un valore di mercato per la Cappella Sistina. E’ un unico. E dove si manifesta l’unicità scompare il mercato.
Al contrario, si possono vendere aringhe, lampadine, bignè, magliette di Cristiano Ronaldo e vibratori alla fragola: si può vendere tutto ciò che non è a immediata portata di mano, ma nemmeno irraggiungibile.
Diversamente la tecnica – è sempre Severino a suggerirlo, ma seguendo una lunga tradizione filosofica che ha in Heidegger la voce più autorevole – la tecnica coincide con il gesto originario di coordinare mezzi in vista di un fine. Ma non è lo stesso del mercato, che assembla pezzi di plastica e poi vende la Barbie?
Sì e no. Perché il mercato trae beneficio dall’apparato tecno-scientifico solo in una situazione circoscritta nel tempo (da qui il minaccioso aggettivo situazionale), nella quale quest'ultimo si concede a soddisfare ogni capriccio operativo che gli venga richiesto, come nel caso della celebre bambola. Ma a guardare con maggiore scrupolo, quel gesto inaugurato dall'homo faber e sfruttato oggi per far quattrini, in verità mira alla replica indefinita di sé stesso, al punto che così possiamo riassumerne la natura: potenza, potenza del processo di manipolazione di ciò che in filosofia vengono detti essenti, e noi più umilmente chiameremo le cose, il mondo.
E’ allora qui, seguendo sempre Severino, che tecnica e capitale configgono: la prima tende naturalmente alla dimensione dell’illimitato (quello appunto della potenza, il potere di plasmare la materia per realizzare nuovi fini, fini senza fine come in un'altra canzone di Gino Paoli), mentre il capitalismo è nemico dell’indefinito, ha bisogno di quella già anticipata condizione intermedia e dunque limitata delle risorse, attraverso cui imbastire i suoi piccoli o grandi affari. O detta diversamente: tutto l'oro del mondo diventa un minerale come un altro, se non hai nessuno con cui scambiarlo.
L’abbiamo presa un po’ alla larga, ok, ma ora arriviamo al punto. Se la tecnica medica, come credo e tutti auspicano, riuscirà a debellare il coronavirus, è verosimile intuire un cambio di passo, un’inversione di gerarchia tra tecnica e capitale, più che come vuole Žižek una pausa all’interno della struttura capitalistica. La tecnica, una volta sconfitto il nemico pubblico numero uno, potrà infatti smarcarsi da questo ruolo ancillare, e rivendicare con voce finalmente trionfale, prometeica, quel primato sul bios a cui aspira da sempre.
Siamo così testimoni, oltre che di una colossale sfiga, anche di una contrapposizione decisiva, in cui la tecnica non solo sta sfidando lo stramaledetto virus COVID 2019 che non vediamo l’ora di levarci dalla palle, ma anche l’ordine economico e sociale così come l’abbiamo fino a ora conosciuto.
Possiamo ricavare la conclusione di essere alle soglie del post umano, o di ciò che Severino chiamava lo smascheramento della follia dell’Occidente? Non lo so, e purtroppo, come un grande profeta biblico, l’unico che avrebbe potuto rivelarcelo se ne è andato prima dell’avverarsi della propria profezia. Quanto a noi, noi speriamo che ce la cavo…

domenica 16 febbraio 2020

Historia est magistra vitae? Non sempre...


Si dice che conoscere la storia serva a evitare gli errori del passato. Non c'è motivo di dubitarne. Ma non bisogna prendere l’esortazione pedagogica alla lettera. Penso ad esempio all'attributo di fascista sempre più comunemente indirizzato a Matteo Salvini, oppure a Gerogia Meloni che in effetti proviene da quella sartoria ideologica, per quanto l'orbace littorio sia più volte stato lavato in candeggina. Rievocare la funesta pagina storica del ventennio, in chi ne richiama di continuo la memoria come insulto, dovrebbe in ogni caso servire a esorcizzare le derive del presente.
Eppure se guardiamo alle differenze oltre che alle analogie, ci accorgiamo che quando Mussolini, ma anche Hitler, salirono al potere trascinati da un diffuso ed eccitato consenso (nella marcia su Roma non ci furono elezioni, ma nel '24 Mussolini raccolse il 64,9% dei voti, e Hitler il 43,9% nel '33), i due autocrati più che incarnare un sentimento genuinamente popolare lo plasmarono a propria immagine e somiglianza, informando l’immaginario delle rispettive nazioni a partire da un generico malcontento. 
E’ così anche adesso?
Proviamo a collaudarne l'ipotesi a partire dallo stesso Salvini. Sì, proprio quel Salvini che citofona agli immigrati dandogli degli spacciatori e accosta il rosario alle labbra a ogni pubblica occasione: più che fascista a me sembra un bulletto da bar tabacchi di periferia, con flipper residuato e bigliardo e il cicchetto di JB che ancora viene chiamato uischettino. Davvero qualcuno crede che una figura più pittoresca che truce possa indurre gli effetti mitopoietici di dittatori dalla robusta mascella, inducendo pigri geometri del catasto a lanciarsi nel cerchio di fuoco?
Un simile ragionamento possiamo replicare con Giorgia Meloni, che promuove con passione una retorica famigliare da manifesto Acli degli anni cinquanta, ma ha un figlio e convive non sposata o, come si diceva con biasimo in quello stesso periodo e ambiente clericale, more uxorio, con un compagnato oscurato dalla sua ombra gagliarda, facendo dunque lui quel passo indietro che Amadeus suggerisce alle donne tutte.
Contraddizioni?
Sì e no. Infatti se pure entrambi assumano posizioni politiche che vagamente (e sottolineo l’avverbio vagamente) ricordano l’orgoglio nazionalista e le chiusure xenofobe del fascismo, quello vero, oltre ai valori della tradizione più oscuramente cattolica o meglio codina, ho l’impressione che non lo siano realmente, fascisti né baciapile, ma sia appunto la postura strategica di chi apra le braccia e accolga il rigurgito neofascista e bigotto che negli ultimi anni è maturato in una componente significativa, forse perfino maggioritaria del popolo italiano.
L’esperienza suggerisce così che i due termini  leader politico e popolo  si siano nel frattempo scambiati di posto. Prima viene il popolo, e come suo confuso riflesso il politico. O detta in forma metaforica: il politico, da burattinaio, è nel frattempo divenuto mimo, foto di classe con corna al più secchione, quando non caricatura di quel che viene chiamato con orgoglio il basso, la gggente. E Movimento 5 Stelle e Sardine vanno nella stessa direzione emulativa, anche se con diverso segno politico. Gramsci direbbe che manca la mediazione intellettuale.
L'analogia con il passato ci porta allora fuori pista. Qui più che libri di storia, servono buoni specchi.

domenica 9 febbraio 2020

Il corpo e l’anima, o sugli ultimi mille anni di storia musicale spiegati con una zuffa


I fatti sono noti. Marco Castoldi, in arte Morgan, addenta una non meglio precisata parte del corpo di Cristian Bugatti in arte Bugo, il quale risponde con uno sputo prima (o dopo, ma in fondo chi se ne importa) di salire sul palco dell’Ariston, dove Morgan, che è sempre Marco Castoldi, stravolge il testo della canzone in concorso, inducendo il compagno a lasciare la scena e così causando la squalifica del duo dal settantesimo Festival di Sanremo.
Per i più è stato il momento più basso di una manifestazione che già volava rasoterra, ma questa è un'altra storia. Quella di cui voglio parlare si limita alla zuffa tra i cantanti, dove il corpo, deiezioni comprese, la fa da protagonista, ma in un senso che per una volta ho trovato non banale e altamente metaforico, quasi luminoso in una serata piena d’ombre.
Cos’è infatti che distingue le canzoni di Sanremo dalla musica cosiddetta colta?
La risposta sta nuovamente nel corpo, a partire dagli ancheggiamenti di Elvis e della sua versione italiana, Adriano Celentano, oppure le provocazioni fisiche di Madonna, i travestimenti di Bowie (qui ripresi da Achille Lauro), le automutilazioni pubbliche di Sid Vicious e Iggy Pop, fino ad arrivare a GG Allin che fa la cacca sul palco e Jim Morrison pipì sul pubblico, mentre i Rolling Stones ingaggiano gli Helles Angels per il servizio d’ordine di un concerto, i quali non trovano luogo migliore in cui infilare un coltello del corpo di un fan del gruppo inglese, così ricordando anche il nesso mitico tra corpo e sacrificio.
Bene, senza entrare in dispute sulle differenze qualitative tra i generi, riuscite a immaginare Johann Sebastian Bach, in arte Johann Sebastian Bach, che morde Georg Friedrich Händel in arte Georg Friedrich Händel, che gli risponde con uno sputo?
Se come me non ci riuscite, è perché quell’immagine ipotetica appartiene a un prima da cui ci siamo definitivamente congedati, lasciando il posto a un’enorme bolla sonora a cui è stato dato il nome di pop; ma altro non è che l’estensione allegorica del corpo, quando la musica classica cercava piuttosto di trascenderlo, il corpo, in ragione di quella cosa impalpabile che è stata variamente chiamata anima, spirito, nous, psychè.
Per concludere, corpo batte anima per due a zero. Gol di Marco Castoldi e di Cristian Bugatti, in arte, in arte… decidete voi se sia arte oppure no.

mercoledì 5 febbraio 2020

Sanremo 2020, o sull'arte ai tempi di Amadeus


Il Sanremo 2020 di Amadeus è pura arte!
Un momento, facciamo un passo indietro, e anche uno di lato. Iniziando col premettere che non ho ascoltato una sola bella canzone ieri sera; e anche Fiorello, più che essere davvero simpatico, fa il simpatico, contribuendo a quel senso di diffusa tristezza che aleggiava sull’intera manifestazione.
Eppure mi sento di ribadire l’affermazione iniziale: questo Sanremo, come le edizioni immediatamente precedenti ma in misura maggiore, condivide con l’arte una diversa disposizione al reale, che è ormai totalmente surrogata e vicaria, quando non caricaturale. Lo possiamo sperimentare con chiarezza soffermandoci sull'esibizione di Achille Lauro.
Il ragazzo è anche simpatico, più di Fiorello almeno, ma ricorda un’ipotetica imitazione di Crozza a un performer glam degli anni settanta, mettiamo David Bowie. La differenza sta appunto nel fatto che David Bowie, a parte l’evidente e diversa caratura musicale, possedeva la capacità mimetica di intercettare gli umori del presente, e di restituirli in forme ambigue, fantasiose e cangianti.
Nulla di tutto ciò in Lauro e negli altri cantanti dell’ultimo Sanremo, ciascuno, a modo suo, una copia di una copia di una copia. Ma perché dico allora che è arte? La risposta sta in questo movimento dalla realtà al suo doppio, a caratterizzare l’arte a partire da una data ben precisa: l’affermazione su larga scala del cinema, dunque gli anni trenta e quaranta, prima negli Stati Uniti e, con il dopoguerra, in tutto il mondo.
Da quel momento l’arte ha smesso di essere una sorta di specchio in cui una comunità umana si contempla e quindi riconosce, anche nella tensione al proprio trascendimento, in seguito chiamata arte sacra; ma è sempre l'uomo che si osserva nei suoi risvolti occulti e ulteriori. Poi e come anticipato è però arrivato il cinema, che ha iniziato a svolgere quella stessa funzione con maggiore credibilità, ossia immedesimazione emotiva, esperienza del simbolico, passando in seguito il testimone con a televisione e ora a internet e videogiochi, così togliendo definitivamente la sedia da sotto il culo all’arte, che ha dovuto iniziare ad arrabattarsi come può.
Perlopiù, l’arte ha cercato di replicare lo scherzetto subito dal cinema, occupando la sedia di qualcun altro, nella fattispecie della critica. Ed è per via di questo scambio di ruoli che l’arte contemporanea ha imboccato una direzione come si dice meta-artistica: non la rappresentazione e tantomeno la creazione della cosa in sé, ma ciò che in narratologia viene chiamato mise en abyme, sorta di sogno nel sogno in cui la realtà è sempre altrove e può essere evocata solamente di sbieco, come fa Andy Warhol quando stilizza le icone del proprio tempo. Non le fonda più, intendo, come avvenuto nel passato, ma ammette esplicitamente la propria funzione gregaria.
Qualcosa di simile abbiamo potuto vedere anche ieri sera all’Ariston, con giovani solo anagraficamente che recitano la parte di giovani veri, con tanto di slang e posture malmostose; oppure abbiamo cinquantenni, come Irene Grandi, che scimmiottano l’Irene Grandi degli esordi, la ragazzina sfrontata e un po’ maschiaccio che ti dice vuoi fare sesso, ok, facciamolo adesso! Ma l’adesso della Grandi è del tutto fasullo, come quello di Lauro e di tutto il carrozzone di nani e ballerine.
Poi, magari, qualcosa si sarà pure salvato, perché alle undici ho preso una pastiglia di Rivotril e sono sprofondato nell’ovattato mondo delle benzodiazepine. Sognando i tempi in cui l’arte era veramente arte, e Sanremo Sanremo. Con il volare nel blu dipinto di blu di Modugno che non era una pallida citazione, ma il sentimento, autentico, di milioni di italiani innalzati dal miraggio del boom economico. Ora precipitato negli incubi del coronavirus, da cui distogliamo lo sguardo volgendoci all’immensa macchina caricaturale allestita da Amadeus.

sabato 1 febbraio 2020

L'epidemia dell'identità, o su chi dice io


Il coronavirus. In questi giorni molte parole, immagini, parerei illustri e meno, perlopiù di carattere strettamente medico o giornalistico, non di rado in una sovrapposizione terroristica tra i piani. Mi sembra che vi sia un versante però ancora poco indagato, che potremmo anche chiamare filosofico.
Stando ai dati che ho raccolto in questo profluvio di informazioni, la mortalità associata alla contrazione della malattia è del 2%; ma il 2%, è forse inutile ricordarlo, tra chi è stato infettato dal virus, quindi non più di un quinto della popolazione, come avviene per una normale influenza. In altre parole, la probabilità statistica di morire a causa del coronavirus equivale al 2% del 20%, una percentuale che oscilla effettivamente attorno a un (quasi) trascurabile 0,5%. Viceversa, la probabilità di morire nel corso della vita per un tumore è stata stimata intorno al 30%, mentre quella di morire per un male a caso, per dirla con Ivano Fossati, è del 100%.
Ciò che ci fa tanto preoccupare – e io sono tra i primi a farmela sotto, non voglio chiamarmi fuori – non è dunque la paura di morire tout court, ossia di morire un giorno, chissà quando, chissà come, ma di morire di polmonite nei prossimi mesi, in cui si presume dilagherà in tutto il mondo la malattia partita dalla provincia cinese di Wuhan.
Questo dato emotivo ci indica che l’identità non è qualcosa estesa nel tempo, già che l'elastico mentale ha sempre un radicamento nell'adesso: il giovane che si immagina sposato alla più carina della classe 
 nel mio caso si trattava di una certa Simona, che nell'immaginario proto televisivo dell'epoca io associavo a Maria Giovanni Elmi, la fatina bionda che annunciava Carosello  o l'anziano che ricorda, con rimpianto, le scorribande giovanili, sono entrambi pensieri che si pensano a partire da un qui e un'ora.
E così anche il corpo con cui mi identifico e verso il quale provo preoccupazione, è sempre questo corpo qui, di cui ho esperienza nel momento presente, e anche quando si allontani dall’ideale (il vecchio che si guarda allo specchio e non si riconosce più) ci rode il culo doverlo lasciare, lasciare entro un orizzonte di tempo limitato, intendo. Diversamente il corpo di quell’altro, quel tizio che porta il mio nome e possiede le chiavi del mio appartamento, tra venti, trenta e fossero pure cinquant’anni, non sarà più il mio corpo, non sarò io, ma una persona che vagamente ancora mi rassomiglia, ma che con me ha in comune solo una manciata di ricordi.
La domanda a questo punto diventa: ma davvero quella vocina interna che dice io, a volte spesso a sproposito – io di qua, io di là… – coincide con la memoria e la proiezione, come tanti letterati e filosofi hanno suggerito nella storia?
L’epidemia drammatica di questi giorni pare risponderci negativamente, per quanto rimane aperta la domanda. Con tutti gli scongiuri del caso, che muoia dunque quel lui con in tasca i miei documenti anagrafici, che muoia in un giorno che si presume sempre remoto e piovoso, che muoia di tumore o di un altro infido agguato. Tanto, più mi allontano dall'esperienza, dalla presenza, meno sarò. Ma col cazzo che io voglio lasciarci le penne dopodomani, per lo stramaledetto coronavirus.

martedì 14 gennaio 2020

Didim, o sulla vita altrove


Questa mattina intorno alle dieci, a essere più precisi saranno state le dieci e un quarto, ricordo l’orario con esattezza perché avevo appena terminato una seduta di agopuntura, questa mattina Didim ha cercato di uccidere sua madre.
Aiuto aiuto si sentiva gridare da una finestra che dà sul vialetto di accesso al garage, dove si erano radunati alcuni passanti preoccupati non meno che intabarrati; la nuvoletta bianca della condensa e le mani ficcate nei tasconi del piumino. Aiuto, mio figlio è impazzito!
Io non ho sentito nulla, ma, parcheggiata l’auto e riferitami la frase, ho immediatamente chiamato la Polizia, con quel vago senso di compiaciuto protagonismo che conferisce un’autorità del tutto presunta, mentre la voce assume il tono di De Falco quando incalza Schettino a tornare sulla nave: Una volante, ha capito, mandi immediatamente una volante in via Parolo 10!
Perché l’hai fatto, perché hai preso tua madre per il collo? chiedeva pochi minuti dopo una poliziotta piccolina e tutta riccia, l’accento meridionale, forse pugliese. Ma al contrario dei film americani, il modo di porgere la domanda era pacato, quasi dolce, alla Tenente Colombo. Ho anche controllato se portasse la vera al dito già che un poco mi piaceva.
Didim non diceva nulla, se ne stava in piedi col suo metro e novanta di statura e lo sguardo fisso alle piastrelle di graniglia. Anche Arina, la madre, non parlava, e dalla parte opposta del piccolo salottino arredato con sobrio non gusto si limitava a mostrare i segni sul collo. Poi però ha sussurrato, con quella cadenza con cui nei film di Peppone e Don Camillo doppiano i compagni russi: Ma non è cattivo, non fategli del male…
Quando la domanda della poliziotta sembrava ormai sfumata, come la nuvoletta dei fumetti che appartiene alla pagina precedente, anche Didim ha aperto bocca: Non voleva lasciarmi andare da Cinzia, ha detto con una voce da uomo fatto che contrastava col suo aspetto infantile; una voce, al contrario della madre, ormai completamente italiana, quasi lombarda.
Bruno ha lasciato Cinzia, ha aggiunto dopo una pausa ugualmente lunga, che rendeva il suo modo di parlare più simile alla poesia che non alla prosa. Sta male Cinzia, Bruno non la vuole più e qualcuno doveva consolarla. Io devo consolarla. La mamma però mi ha detto che se andavo da lei non mi dava più da mangiare.
Didim ha diciannove anni ma qualche “problemino”, come si usa dire nel condominio La Gioiosa (il nome, in omaggio alla Ca' Zoiosa di Vittorino da Feltre, è stato scelto dalla cooperativa di maestri elementari che l’ha costruito nei tardi anni cinquanta, tra cui i miei genitori), si accenna al fatto con tono elusivo, quasi eufemistico.
Pare che da piccolo, Arina, al tempo lavorava come entraineuse in un night club valtellinese, l’avesse lasciato in consegna alla propria madre in Russia, un paesino fatto di niente, tuberi e betulle a trecento chilometri da Mosca; una pratica molto comune tra chi fa quella professione, ma anche tra badanti e migranti slave in genere. E’ come il gioco delle tre sedie, in cui si occupa sempre quella di qualcun altro: le nonne fanno le mamme, le mamme inseguono la vita e la vita è per definizione altrove, dove mandare i figli.
Didim, detto Dim, aveva al tempo tre o quattro anni, e la nonna forse una sessantina. Babushka, prosnis' prosnis'! deve averle detto Dim una mattina che possiamo immaginare altrettanto gelida, se non altro per gusto della coloritura. Ma la nonna continuava a dormire. Per quattro giorni. Quattro giorni in cui Dim è rimasto in casa con la nonna morta, la stufa ormai spenta, prima che qualcuno se ne accorgesse.
Si sussurra, sempre tra le scale e l'androne di ingresso del condominio La Gioiosa, che sia questa la ragione per cui Didim sia rimasto un po’ così. Devono essersene accorti anche Cinzia e Bruno, che l’hanno eletto a loro zimbello. Didim fai questo, Didim fai quest’altro, e lui che annuisce con la stessa espressione priva di espressione con cui risponde alla poliziotta, di cui dopo accurata ispezione ho finalmente scorto l'anello d'oro rilucere all’anulare sinistro. Peccato.
Da principio i tre ragazzi si davano convegno sulle scale, perché la madre di Didim impediva ai due nuovi amici di entrare nell'appartamento – dovete lasciare in pace mio figlio! le ho sentito un giorno gridare mentre ero sdraiato sul divano a vedere una vecchia puntata di Starsky & Hutch –, ma poi si sono trasferiti nei solai, dove oltre a confabulare facevano piccoli atti di vandalismo, tipo bruciare le targhette delle porte.
Niente di gravissimo, insomma, ma nel condominio stava diventando un problema, oltre che il tema del giorno per cui scambiarsi l’ultima notizia, spesso ingigantita dal piacere narrativo: Fumano la droga, io dico che vanno lì a fumare la droga. Qui bisogna fare qualcosa, avvertiamo il capo casa, l'amministratore, la Digos!
Nel frattempo, Didim continuava a vedere i suoi amici, i suoi due soli amici nelle parti comuni del palazzo, ciondolando smarrito quanto questi tardavano ad arrivare. Sembrava l'unico essere umano rimasto a vagare in una Mosca spettrale prima dell'ingresso della Grande Armée.
Va detto che ogni tanto provava a opporsi alle loro scorribande, come la volta in cui mia madre l’ha visto piangere di fronte alle ante scorrevoli dell'ascensore. Cos'hai Didim, c'è qualche problema?
Gliel'ho detto, ha risposto lui trattenendo a stento i singhiozzi, gliel'ho detto che non si può continure ad andare su e giù, e mentre parlava si sentiva sghignazzare da dentro la cabina. Io gli dico le cose ma loro non mi ascoltano.
Più tardi è arrivata anche l’ambulanza. Porteranno Dim al "repartino", come chiamano da queste parti la psichiatria. Lì gli faranno una bella puntura. I nervi delle mani che si rilassano, il collo si rilassa, le mascelle si rilassano. A volte scappa fuori anche qualche goccia di pipì, ma gli infermieri sono abituati e nessuno ci fa caso.
Sei innamorato di Cinzia, vero? gli ha chiesto all’improvviso la poliziotta con i ricci mentre i barellieri gli stavano infilando una specie di corpetto, non una camicia di forza ma qualcosa di simile. Sì, ha risposto Dim con la testa ancora più bassa.
E da grande cosa ti piacerebbe fare?
Mi piacerebbe parlare durante le partite di calcio in tivù. Quello che chiama i giocatori per nome, li riconosce dai numeri sulla maglietta, e quando fanno goal lui urla GOAL! E sarà stata un’impressione, ma, per la prima volta, i suoi occhioni azzurri si sono aperti come il cielo sopra la steppa dopo un temporale brutto.

lunedì 26 agosto 2019

Veronica Tomassini, o su quando la virtù diventa una gara


Su Pangea, rivista avventuriera di culture & idee presente sul web, il 20 agosto è stata pubblicata un’intervista a Veronica Tomassini, la firma è di Matteo Fais. Nel rispondere alle poche domande che rappresentano un esile canovaccio, la scrittrice siciliana parla di impegno, politica, scrittura e contestazione; in particolare quella alle politiche sull’immigrazione del governo Salvini.
La materia è ampia e complessa, ma la Tomassini sembra rubricare il tutto sotto un’unica chiave interpretativa: quella della messa in scena dei buoni sentimenti a opera di una sinistra mediamente colta, mediamente impegnata, mediamente caritatevole e insomma in tutto e per tutto media, che ha nei suoi scrittori e intellettuali il compiaciuto corrispettivo pubblico, da essa deprecato con vigore. Insomma, viene rinnovata la critica al filisteismo progressista che con Tom Wolfe, nel 1970, guadagnò il fortunato stigma di radical chic.
Tra questi sono evidenti, per quanto impliciti, i riferimenti a Saviano, Murgia, Littizzetto, Veronesi, Albinati, Raimo, tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente. Come già in romanzi viscerali e tormentati e soprattutto belli, Tomassini gli oppone la propria esperienza di amore, eros, cicatrici, vodka, fame, freddo, pidocchi, da cui anni fa è stata risucchiata  nel tentativo di aiutare un giovane immigrato polacco, e quindi altre persone nelle medesime e disperate condizioni.
Il nocciolo del suo ragionamento a me appare il seguente: io ho fatto più di voi, ho infilato le mie mani, mani di giovane donna innamorata, dentro la merda e il sangue, e invece voi che fate? Meno, molto meno al mio confronto. Da ciò ricava che i suoi colleghi sono dei “sovversivi da davanzale”, che si cimentano in un impegno a basso voltaggio solo per ottenere dei benefici dal sistema editoriale, ancora ben collocato dentro la cosiddetta egemonia culturale di sinistra; e questo, per inciso, probabilmente corrisponde a verità.
Nella logica formale, la struttura del suo pensiero prende il nome di induzione, e opera attribuendo delle ragioni generali a comportamenti particolari; intendo, le ragioni dell’impegno di Saviano potrebbero, verosimilmente, essere diverse da quelle della Murgia, e quest’ultime da ciò che muove gli altri scrittori o semplici cittadini che contestano le politiche immigratorie della Lega di Salvini. Inoltre, l’appassionata intervista sconta quel che potremmo chiamare effetto asticella, come avviene nel salto in alto. Un’asticella che va continuamente alzata per raggiungere il record mondiale della virtù.
Se dunque, e nessuno glielo contesta, Tomassini si è adoperata con generoso sforzo nel tentativo di aiutare gli ultimi della terra, c’è qualcuno che ha fatto certamente più di lei. Mi immagino ad esempio un’ipotetica intervista a Gino Strada: “Queste scrittrici che rimproverano ai loro colleghi di dire molto e fare poco, ma che cavolo vogliono, di che diavolo cianciano?! In confronto a quanto ho fatto io scompaiono nel muschio del presepe, sono delle sovversive da social network…”
Ma anche il molto realizzato da Gino Strada non sarebbe niente, almeno se lo rapportassimo, mettiamo, con San Francesco d’Assisi, e così via all’infinito alla ricerca di un’inconcussa purezza. Per quel che mi riguarda, nella vita ho fatto davvero pochino per aiutare il mio prossimo evangelico quanto il laico altro da me, ma sono grato anche per queste imperfette e forse (in taluni casi almeno) interessate misure di solidarietà umana e politica, Richard Gere che con una mano si ravviva la zazzera bianca e con l’altra porge un piatto di pasta e fagioli. E perché no, mi chiedo?
Certo, non sarà moltissimo rispetto alla catabasi negli inferi dell’immigrazione slava compiuta da Veronica Tomassini, ma, come suggerisce la parabola dei talenti, che ciascuno restituisca in base al capitale ricevuto, ciascuno in base alle proprie energie e capacità. E lo sprezzo con cui la Tomassini sputa sui modi e le forze degli altri scrittori, non le fa certamente onore.

domenica 25 agosto 2019

Deforestazione, o sulle linee invisibili della storia


È affascinante assistere al lavoro degli storici. Io li guardo con gli occhi ammirati ma anche un poco impiccioni – vorrei mettere il becco ogni volta, dire la mia – di un anziano di fronte a un cantiere stradale. In particolare, la capacità che hanno gli storici di individuare delle linee invisibili: sono lì, a posteriori (dopo che gli storici le hanno ripassate col pennello) ci sembrano evidenti, come cavolo ho fatto a non vederle?! Ma mentre le persone vivono, amano, urlano quando il dentista sfiora il premolare, il mondo si presenta con l'illusoria continuità di sempre.
Per decine di anni, a volte anche centinaia, tutto scorre composto, non necessariamente placido e però senza troppi scossoni, i giorni sono uguali ai giorni. Ma poi zac, lo storico traccia una linea, o forse la porta solamente in superficie, la spolvera come si fa con i campi da tennis in terra rossa battuta, e niente è più uguale a prima. Ci sono eventi che fanno rumore, clamorosi cambi di scena politica, oppure battaglie che rendono il mare color del vino, come quella di Lepanto. Ma, più spesso, si tratta di fatterelli tanto piccoli che anche gli storici faticano a riconoscere la linea sottostante, come due giovani californiani impegnati nell’assemblare componenti elettroniche in un garage, dando poi al risultato il nome di un frutto.
A loro, agli storici, tocca dunque solo il lavoro finale, più simile a quello di Amerigo Vespucci che non a quello di Colombo. Ed è così solo a mappa ultimata, tutte le sigle e i confini al loro posto, che anche noi possiamo accorgerci che il passato non era una linea retta o, come alcuni ancora insistono a dire, una freccia, ma il manto di una zebra; con l'unica differenza che la distanza tra le fasce è diseguale e alcune sono più marcate di altre, effettive dogane da cui si entra in una terra nuova e straniera. Se immagino un uomo del futuro – naturalmente imbeccato da uno storico – che guarda alla nostra epoca, non avrebbe che l'imbarazzo della scelta: elezioni di presidenti col parrucchino biondo, smartphone sempre più sottili e potenti, soccorsi negati ai naufraghi e offerti a bagnanti che fanno il morto, automobili a contendersi la presa di corrente con il fohn per sfrecciare con la discrezione di un ladro...
Ma se dovessi scommettere sul momento esatto in cui il mondo verrà riconosciuto come nuovo, il Nuovo Mondo, non mi affiderei alle distopie di Aldous
Huxley, ed è anzi forse già qui, vicinissimo, come si dice a portata di mano, per quanto solo i più fortunati possono allungare la propria e toccarlo, mentre l'accesso è libero per le donne, come nelle discoteche degli anni ottanta. È infatti cosa loro, affar loro ma un poco anche nostro, che abbiamo iniziato a familiarizzare con la novità attraverso i primi film porno, si passò dagli ingombranti Super 8 a più snelle videocassette in VHS nascoste all'occhio vigile dei genitori (bastava metterci un'etichetta con la scritta Blues Brothers), divenendo in breve la prassi. Già, sto parlando della fica depilata.
Da quando a una donna o, forse, sarebbe più giusto dire a una femmina, vai tu a sapere chi fosse, è venuta questa bizzarra e geniale idea (un rasoio e un po' di schiuma, e il gioco è fatto) davvero siamo entrati nel futuro. Un tempo radicalmente nuovo in cui sbirciare tra le gambe delle nostre amanti e compagne, alle figlie preferiamo non pensare, distogliere lo sguardo come fa la commessa quando si digita il PIN, e non trovare più nulla, una pallida distesa di nulla che fa tutt'uno con la pancia e le cosce. 
Il futuro, sì. Che coincide con la caduta di ogni differenza, demarcazione cespugliosa, il sesso come altro, a prendere la forma vagamente infantile e incestuosa del medesimo: le fiche tutte uguali, la carne che si fa finalmente carne, eucarestia. Un futuro che non possiede le divise azzurre e le orecchie appuntite di Star Treck, ma è ugualmente standardizzato e uniforme. Eppure, almeno per me, sempre tiepido e accogliente.

sabato 17 agosto 2019

Cui prodest, o sulla (presunta) congiura pluto-medico-farmaceutica


Conoscevo uno spacciatore di eroina. Io non ne ho mai fatto uso e, proprio per questo, lo spacciatore mi invitava a riflettere: “Ma tu credi a quello che scrivono i giornali, davvero credi che noi spacciatori tagliamo la droga con dei veleni. La verità è che quando qualcuno muore per cosiddetta "overdose", è perché la roba era troppo pura. La gente si abitua a quella merda tagliata con sostanze del tutto innocue, tipo integratori alimentari in polvere, hai presente il Meritene, e continua ad aumentare la quantità. Ma la volta che gli capita roba buona, sì, insomma, poco tagliata, ci lascia le penne. Ogni morto è per noi un cliente in meno, siamo stronzi ma mica scemi.”
Non ho più rivisto il mio conoscente spacciatore, e confesso che non mi manca. Mi sono però tornate alla mente le sue parole leggendo le polemiche sulla scomparsa di Nadia Toffa. Ma davvero, anche in questo caso, qualcuno è così scemo da credere che la medicina ufficiale sia una sorta di Spectre, composta da persone (centinaia di migliaia di persone, tutte complici ed omertose) che avvelena i pazienti oncologici per il solo gusto di farlo, quando già sono disponibili miracolose terapie naturali in grado di risolvere ogni male?
Certo, la medicina non è composta solo da capaci e virtuosi – le case farmaceutiche, in particolare, mi lasciano dei dubbi… – ma anche per loro ogni paziente morto è un cliente in meno. Se non ai test in doppio cieco, i laboratori tecnologici, il duro lavoro in cui molti ricercatori in buona fede sono impegnati, pensiamo al vecchio detto latino: cui prodest, a chi giova?

sabato 10 agosto 2019

Facebook again, un polittico

Prima tela

"È inutile che ti affanni, tanto potrà provare interesse e affetto per te, come per chiunque altro, una manciata di persone, al massimo una manciata..." 
A volte mi torna in mente questa frase che mi disse oltre vent'anni fa una psicanalista, in un'era geologica in cui ancora non esisteva Facebook. Peccato, perché non ci avrei messo tutto questo tempo a comprenderla, quando su Facebook mi appare il sotto testo a ogni intervento, che sia un vagito incorniciato dal pronome io o il tentativo, cocciuto quanto ingenuo, di articolare un pensiero critico.
In ogni caso, una grande lezione di vita, senza neppure il bisogno di pagare uno strizza cervelli: l'ascolto, l'attenzione e in casi rarissimi anche il barlume di un sentimento, sui social network provengono sempre da una manciata di persone. Nel mio caso erano, grossomodo, una quindicina quando avevo poco più di cento contatti, e sono una quindicina ora, con il contatore che segna 1853.
Cambiano nel frattempo i nomi, i volti, forse anche l'odore che non avverto, ma rimane il sigillo di quella cifra: quindici, come il gioco del quindici, un rompicapo che non sono mai riuscito a risolvere. E così il mistero per cui uno sconosciuto, nonostante o grazie a quel che scrivo, ha attenzione per me, mentre la maggioranza se ne fa giustamente un baffo, e come nella canzone di Lou Reed continua a battere ostinatamente il proprio tamburo. 
Un'esperienza che immagino diffusa, per quanto con numeri mutevoli e fino ad arrivare alle iperboli dei cosiddetti influencer, ma che, prima o poi, da qualche parte trova una dogana abbassata, un limite, su cui si infrange ogni ardore espressivo. Da qui l'ombra minacciosa del fallimento, del manca qualcosa, qualcuno, all'appello della maestra. O non sarà magari il mio quel banco vuoto là in fondo...? 
Le cose potrebbero però stare in altro modo, mi sono detto di recente. Non sarei insomma passato dal dieci all'uno per cento di gradimento, così come attestato dai like, ma piuttosto rimasto all'interno della manciata, manciata di mani, che mi sorregge anche se ogni volta cambia forma e provenienza, a evitare il tonfo verso un abisso che non è forse il male maggiore... 
Ringrazio dunque quelle mani, quegli occhi, e quell'affettuosa quindicina di lettori. Se cercassi di scrivere in modo diverso per aumentare i frutti nel mio paniere, sarebbe come indossare la giacca di Adinolfi, e non riuscirei a riempirla nemmeno con una dieta di sole fettuccine. Quindici è invece la mia taglia: una extra small che veste slim fit, ma è tiepida e accogliente.

Seconda tela

L'algoritmo di Facebook mi suggerisce di contattare solo giovani donne, perlopiù carine. Ho un elenco pendente di oltre trecento fanciulle, una più bella dell'altra, una più desiderosa dell'altra di diventare mia "amica". Le richieste che ricevo quotidianamente, anche sei o sette al giorno, come per altro capita a chiunque abbia superato i mille contatti (è come con il denaro: più ne hai e più te arriva), le richieste provengono però da uomini adulti miei coetanei, e cioè come si dice 'di mezza età'. Immagino siano carini anche quelli, non voglio insinuare, anche se non possiedo parametri di valutazione obiettivi. Ma il dubbio più incalzante è un altro: si diceva che la tecnologia si sarebbe sostituita all'umano, sapendo di noi più di quanto noi stessi sappiamo. E cosa sono io per la tecnologia? Una specie di playboy seriale, un po' fanè ma ancora arzillo. Peccato che, per la realtà statistica, io sia invece un ferro vecchio...

Terza tela


Trovo questo post, pubblicato poco più di un'ora fa da un mio contatto, l'equivalente di un trattato di sociologia. Ma in tre sole righe. E una domanda, sotto forma di sondaggio: "ascelle non depilate? Io vorrei non vorrei ma. Ditemi la vostra."
Vostra a cui fino adesso hanno dato corso, rispondendo con slancio subitaneo, ottantatre persone, nostri simili, fratelli. Ottantatre!
Se l'epoca attuale ha uno Zeitgeist, io lo immagino accucciato dentro a quella domanda, come un bambino che non vuol farsi vedere ma spera di essere scoperto. E in quelle risposte che saranno certamente scanzonate, ironiche, ammiccanti, tanto da tirare il tempo con cui concludere senza ingombro di pensiero la giornata.
Già domani non saranno infatti più nulla, e bisognerà trovare una nuova domanda, un nuovo sondaggio: "cazzo circonciso? Io vorrei non vorrei ma. Ditemi la vostra."

Quarta tela

Non sapevo di essere iscritto a un gruppo che si chiama "Leggo letteratura contemporanea". In genere sto alla larga dai gruppi, tutti i gruppi ma in specie quelli che accetterebbero tra gli iscritti uno come me, per dirla con le parole di Groucho Marx.
Del gruppo che ha avuto la malaugurata sorte di contemplarmi, ritrovo, sulla mia bacheca Facebook, un messaggio appartenente a uno dei membri, deduco dal consenso bulgaro essere particolarmente seguito. Al contenuto esatto non posso risalire (è un gruppo chiuso e ora ne sono uscito) ma corrispondeva a qualcosa del genere: "È morto Camilleri, lo skrivo xke so ke piaceva a un tot".
A me questo messaggio ha fatto sorridere, e se pure è una cosa che faccio raramente - rispondere ai post altrui - ho pigiato il tasto reply e digitato: "Ma è morto Camilleri o Kmllri?"
Insomma, una frase scherzosa ma innocua, nella quale si prendeva bonariamente in giro la difussione delle contrazioni nominali, che mi appariva a maggior ragione incongrua in un gruppo che fa della letteratura il proprio oggetto.
E però che succede, cominciano a piovere insulti, mi danno del povero idiota, con corollario di faccine disgustate e pollicioni blu per chi mi mette all'indice... Ma cosa avrò detto di tanto scandaloso?!
Controllo meglio il post da cui tutto è sortito, come una torta al forno stava lievitando ulteriormente nel consenso, i like superavano il mezzo migliaio, e mi accorgo che la persona che l'ha scritto soffre di gravi problemi di salute, è su una sedia rotelle e ha una mascherina al volto collegata a tubicini trasparenti, immagino per fornirgli l'ossigeno di cui difetta. 
La prima sensazione è quella di un' incontenibile vergogna: mi sono burlato di una persona in stato di disgrazia, forse scrive a questo modo perché non ha agio nel farlo normalmente, sì, è certamente così, non riesce a pigiare alcune lettere, o gli procura dolore farlo. Scemo scemo scemo, ecco cosa sono! 
Leggendo altri suoi messaggi, mi accorgo però che riesce a scrivere anche in forma più estesa e consueta, e i miei dubbi prendono una diversa direzione. Una condizione oggettiva di minorità può essere traslata, su un piano diverso, in virtù 'a prescindere', blindando a priori ogni forma di critica, anche quando ironica...?
Mi viene in aiuto il fantasma di Dino Risi, che nella sua disincantata intelligenza amava ripetere: "Il razzismo finirà quando si potrà dare dello stronzo a un negro."
Ma allora anche il populismo sentimentale finirà quando si potrà dire, senza alcun malanimo o sarcasmo, che una persona con gravi handicap fisici ha scritto una cosa involontariamente comica. In caso contrario, continueremo a considerare i diversi, in qualcosa, diversi in tutto e per tutto, che è la forma più subdola e tenace di razzismo.
Ma si sa, Facebook non è il luogo della sottigliezza intellettuale, e così mi dispongo di buon grado a fare da capro espiatorio: è morto Kmllri, viva Kmllri e ogni forma di patetismo e semplificazione!


Quinta tela

Ci sono alcuni viaggi che uno fa solo per scoprire la direzione dei propri passi. Nella maggioranza dei casi si ha però già in tasca il biglietto di ritorno, oltre alle prenotazioni per gli alberghi in cui si sosterrà, la lista dei ristoranti consigliati dal Gambero Rosso, il siero antivipera. La chiamano previdenza, ma è forse un modo per disinnescare quella miccia a cui l'andare appicca la scintilla, e che secondo Paul Bowles configura la differenza tra turista e viaggiatore.
Seguendo il suo pensiero, non fa probabilmente eccezione Facebook: ci sono anche qui i turisti, persone che hanno chiaro in partenza il gruzzoletto di like che intendono raggranellare ogni giorno, e poco importa se a mendicarli sia la foto del gattino o la coscia allungata sulla spiaggia, l'invettiva contro il politico di turno, a far da contraltare ai viaggiatori da social network; un po' di puzzetta sotto il naso ma anche molta voglia di scoprire cosa ci fanno lì, nel regno degli uguali, sentendosi magari un poco più uguali degli altri, come i maiali della fattoria di Orwell. Nel mio caso, è però stato un altro scrittore ad aprirmi gli occhi, o meglio a farmeli riaprire insieme alle pagine del Jakob von Gunten di Robert Walser, in cui ho trovato questa frase che da ragazzo avevo sottolineato a più mandate di inchiostro:

"Tu adesso sei, per così dire, uno zero, fratello carissimo. Ma quando si è giovani, bisogna anche essere degli zeri, perché non c’è niente di più dannoso che significare presto, precocemente, qualche cosa".

L'ho letta in silenzio. Poi a voce alta. Numerose volte. Facendo le pause, tutte le pause prescritte dai segni di interpunzione, come quegli attori che vestono sempre di nero. Ma a ogni ripetizione il nero si schiariva, fino a che mi sono sentito addosso l'impermeabile sabbia del tenente Colombo, quando si gira all'improvviso e spara la domanda che inchioda l'assassino. Una domanda del tipo: che tu sia un turista o un viaggiatore, come io mi illudevo di essere, fratello o sorella carissimi, non sarà che quel che ci unisce su Facebook è la determinazione a non essere degli zeri...?
Per questo gli altri devono ascoltarci, buon per loro se lo fanno, con tanto di sigillo di un bel pollicione blu, altrimenti si perdono qualcosa di decisivo. Si perdono ciò che abbiamo da dire, la singolarità irripetibile della nostra opinione su ogni cosa, che coincide con il gesto ampio e arbitrario del significare, dando così senso a un'esperienza che dalla realtà ha smesso di ottenere risposte.
Ma tale urgenza affermativa, per non essere appunto degli zeri, sta progressivamente consumando il suo complemento oggetto (dire che cosa, dirla come e con quali parole?), al punto che il monito dello scrittore svizzero è stato diffusamente contraddetto: un'umanità sempre più giovane, anche se non forse in senso anagrafico, anzi e come le statitistiche suggeriscono ogni giorno più vecchia, ad Occidente almeno, con la smania di "significare presto, precocemente, qualche cosa".
Si dice, insomma, diciamo come anche io sto facendo ora, senza prima aver colmato lo zero in cui siamo iscritti di attesa paziente e studio e curiosità, fino ad arrivare a 0,1; poi, se va bene, a 0,2 e così via. Qui si parte invece subito da 10 - so già tutto, tutto quello che mi serve per comunicare, e il resto non mi interessa -, con un atteggiamento che per Robert Walser corrisponde al male maggiore, l'epidemia che affligge il nostro tempo. In cui turisti e viaggiatori si sono finalmente ricongiunti, ma a essere sparito è il mondo da misurare con lente e silenziose falcate. E solo dopo, molto dopo, postare i selfie.

Sesta tela

Ancora su Facebook. Che rappresenta la realizzazione dell'ideale democratico applicato alla comunicazione, e questo non può essere contestato. Ma, in concreto, tutto ciò cosa comporta? Ad esempio poter scrivere un post come il seguente, appena letto sulla bacheca di un mio contatto:
Un uomo del 1960 italiano ieri si è gettato sotto un treno a Montelupo Fiorentino. E' morto. Pare si tratti di suicidio. I treni hanno avuto pesanti ritardi.

Sembra la breve di cronaca di un vecchio domenicale di provincia. Con una differenza significativa. Se il caporedattore si fosse trovato il testo sulla scrivania, avrebbe immediatamente convocato l'autore nel suo ufficio. Quindi gli avrebbe chiesto: "Hai già visto un uomo gettarsi sotto un treno, GETTARSI con finalità diverse dal suicidio?"
A quel punto, l'inesperto redattore sarebbe stato invitato a cambiare il verbo. L'uomo del 1960, ossia un cinquantanovenne, scrivi allora uomo di cinquantanove anni che evitiamo al lettore di fare i conti, l'uomo avrebbe infatti potuto FINIRE sotto un treno o esserne stato TRAVOLTO; a questo modo, non sapremmo se si sia lanciato o magari scivolato, così giustificando la formula dubitativa.
Diversamente, andrebbe omesso il verbo successivo, l'intransitivo parere al presente indicativo, pare, per non rendere il fatto drammatico attraverso una formulazione comica, così come ora risulta.
Tutte acquisizioni di consapevolezza narrativa che, nel passato, avvenivano per il tramite della struttura verticale di una redazione giornalistica, dove l'impeto delle nuove leve era contenuto e direzionato da chi aveva a lungo battuto i sentieri della lettera 22.
Ma ora non più. È come se, oltre al muro di Berlino, fosse crollato ogni altro muro, tra cui quello espressivo. E così si può scrivere con disinvoltura, racimolando la propria razione quotidiana di like (più di trenta nella circostanza), che lanciarsi sotto a un treno non equivale a suicidarsi, magari si voleva vedere se sotto i treni fioriscono regole logiche alternative al buon senso. Quelle che troviamo su Facebook, con pesanti ritardi per quei trenini che viaggiano dentro la testa e chiamiamo neuroni...