lunedì 17 dicembre 2018

Tour Eiffel, o sulla nuova moda di fotografare le copertine dei libri


Gli intellettuali o anche i non intellettuali, in fondo è uguale, che su Facebook pubblicano fotografie in cui sono ritratte le copertina dei libri appena letti – sono preferibili e preferite le edizioni Adelphi, oppure titoli fuori catalogo da molti anni – a me fanno pensare ai turisti che si sparano raffiche di selfie davanti alla Tour Eiffel; che poi a casa non ci credono mica che sono stati per davvero a Parigi, se non gli fan vedere la foto della Tour Eiffel con loro davanti che dicono cheeeese. Così, per quel che vale la mia opinione, volevo dire ai turisti che se è solo per me possono anche fare a meno di mostrarmi la Tour Eiffel tutte le volte che vanno o, meglio, dicono di essere andati a Parigi, mi fido sulla parola, davvero. E lo stesso gli intellettuali o anche i non intellettuali, è uguale. Non vi interrogherò su cosa succede a pagina 174 di La letteratura nazista in America di Bolano, o su quanti rubli deve restituire, prima, Katerina Ivanovna a Dmitrij e poi Dmitrij a Katerina Ivanova. No, tranquilli, potete rilassarvi, e si vi piace viaggiare andare a farvi una vacanza da qualche parte. Magari, ecco, a Parigi, dove ci sono un mucchio di cose da fotografare. Cose molto più interessanti – per me è per quel che vale la mia opinione, sia chiaro – cose più belle e bizzarre e sciocche della copertina di un libro, per quando solcato dai vostri occhi intellettuali e non, è sempre uguale. Ad esempio la Tour Eiffel!

mercoledì 12 dicembre 2018

Tanti amici nessun amico, o sulla nascita e il declino di un sentimento

Il termine amico, con cui vengono indicati i contatti su Facebook, può essere oggetto di qualche ironia, specie tra le persone linguisticamente più consapevoli e accorte. Di certo è un’iperbole vagamente comica, non voglio negarlo. Ma trovo che al fondo nasconda un’intuizione sulla natura del nostro tempo.
Seguendo il pensiero di Umberto Curi, acuto filosofo padovano che sull’argomento ha pubblicato diversi volumi, l’amicizia nasce in Occidente avendo quale sfondo la guerra, polemos, che già per Eraclito era padre e di tutte le cose. In particolare, nelle città stato situate a meridione della penisola balcanica, è l’assenza di un esercito mercenario, come nel diverso caso dell'impero persiano, a dare impulso alla formazione di un nuovo sentimento. Quello appunto dell’amicizia. 
L’amico, dalla radice latina amicus, amor, comune all’afflato amoroso che in Grecia prendeva il nome di philia, era dunque colui a cui era affidata la vita del guerriero, in battaglia come nei momenti di riposo in cui vegliava sul suo sonno. In altre parole, amico era il commilitone in regime di coscrizione tra semplici cittadini, con il quale anche al termine del conflitto rimaneva un vincolo speciale, come tra Alcibiade e Socrate che lo salvò nella battaglia di Potidea 
Se ne ricava che l’amico è chi sta dalla tua parte, interamente dalla tua parte, anche se siete entrambi nel torto. O per dirla con Totò, l’amicizia è una sorta di “a prescindere”, dove il vincolo morale da politico diviene soggettivo.
Ora a me pare che questa corrispondenza totalizzante, nelle società tardo industriali sia divenuta difficile, se non impossibile. Abbiamo infatti gli amici con cui ci si gioca a calcetto il mercoledì sera; gli amici del corso di ballo latinoamericano; gli amici con cui andare a cinema e a teatro e ai concerti; gli amici di infanzia; gli amici tra le diciannove e le venti, venti e trenta massimo, a spartirsi le olivette insieme allo spritz; gli amici della sgambata domenicale, anche nella variante ciclistica; gli amici degli amici fino ad arrivare ai compagni di merenda.
Una società frammentata in sottoinsiemi funzionali, presenta insomma anche sottoinsiemi amicali, che sono a loro volta funzioni del contesto mobile di appartenenza. Tradotto in parole più semplici, quando arriva mercoledì, partita di calcetto, già l’abbiamo visto. Ed eccolo l’amico che si sbraccia, smarcato, davanti alla porta avversaria. Zac, una bella verticalizzazione alla Totti e lui infila al volo di destro. Poi corre verso di me – che gli ho servito l’assist, che sono suo amico – per abbracciarmi. E anche io l’abbraccio. Abbiamo fatto goal. Siamo amici!
Ma appena l’arbitro fischia la fine della partita, è già tanto se gli allungo il Badedas sotto la doccia. E pagamento alla romana, si intende, quando poi passiamo da Pasquale per la solita pizza e birra, ci scappa ogni tanto anche un limoncello. Beh, ciao, ci vediamo mercoledì prossimo. E fino a quel giorno non ci vedremo né sentiremo più, avendo ciascuno altri amici, tutti a spettro ugualmente limitato.
Ma a qualcuno di questi amici, ci penso seriamente, pensateci anche voi, affiderei (affidereste) la mia (la vostra) vita, come faceva Alcibiade con Socrate o Patroclo con Achille…?
Arriverei a sospettare che la disperazione di Achille per la perdita dell’amico più caro – Patroclo, Paaatroclo! – più che alla sua mancanza faccia specchio al senso di colpa, generato dal dubbio di non avere fatto abbastanza per evitarne l’uccisione. Avrebbe dovuto proteggerlo, sì, avrebbe potuto mettersi tra lui e la lancia di Ettore, come una leonessa con i suoi i cuccioli. Invece ha fallito, e per questo si strugge.
Una delle possibili chiavi di lettura della storia degli ultimi decenni, è così il progressivo affievolirsi dei vincoli di responsabilità nell’amicizia, fino all’attuale scenario che vede lo scioglimento di ogni legame esclusivo. Un rompete le fila, ecco, un 8 settembre dell'amicizia. Da lì in poi ciascuno penserà solo a salvare la pelle, la propria pelle. Non quella dell’amico.
Se le cose stanno come credo e come in fondo pensava un altro celebre studioso, Zygmunt Bauman, mi sembra allora coerente che i contatti su Facebook vengano chiamati amici, per quanto siano dei semplici compagni di svago. Ci giochetto un po’, distribuisco qualche like, e poi stacco la spina, la connessione, il traffico dati. Non sarebbe fantastico, se potessimo fare lo stesso anche nella vita?
Eppure è già così, è proprio quello che accade nella maggior parte delle nostre relazioni, comprese quelle amorose. Compagni di svago, di piacere, di godimento o di jouissance, per dirla con Lacan che per primo intuì la crisi dell’ordine simbolico occidentale, di cui quello dei sentimenti è in fondo un semplice riflesso.
L’amicizia su Facebook diviene così l’emblema nominale di un’intera epoca; e noi che pensavamo fosse solo la sbadataggine di qualche programmatore informatico, certamente incline a spararla grossa… Invece si tratta di un genio! A mostrarci come durata e affidamento esclusivo siano ormai inutili orpelli, appartenenti a epoche remote e polverose. In cui non esisteva il deodorante, tra parentesi, e sai che puzza a Maratona
Ora invece le amicizie non hanno odore, solo numero. Non c’è più l’amico ma gli amici, più sono meglio è, il sistema ti consente di arrivare fino a 5000. E il bello è che non devi vegliare il loro sonno, se crepano neppure vieni a saperlo, e comunque non saresti potuto andare al loro funerale, perché avevi la partita di calcetto.

martedì 11 dicembre 2018

Tra orrore e inferno, o sulle domande giuste a cui si danno risposte sbagliate

Negli ultimi tempi mi è capito di scrivere con crescente ironia, se non a volte sarcasmo, di psicologia, psichiatria, psicanalisi, counselling e giù giù a digradare fino a quelle pratiche di miglioramento o , come si dice, "crescita personale", quali ad esempio la PNL, che nasce come studio sul genio assoluto di Milton Erickson per trasformarsi, opplà, in tecnica con cui vendere più aspirapolvere. Per non parlare dei seminari sulla gestione dei sentimenti e della coppia, magari attraverso la (pseudo) fisica quantistica; e questi sono i peggiori di tutti, ma sta di nuovo riaffiorando il crampo del livore.
Invece, per una volta, non intendevo esserlo. Cattivo. Tanto più che ho alcuni amici che si occupano di tali attività – se un amico fa un corso sulla “Coppia Illuminata” gli tolgo il saluto, ma restiamo nei canoni del buon senso –, amici che stimo e a cui voglio bene. Aggiungo che i miei amici hanno competenza e fiducia in ciò che fanno, si sforzano per ottenere dei risultati. Ma mi sembra di vederli ronzare contro un vetro, bing, bing, bing, come mosche ai primi freddi autunnali. C'è qualcosa che li respinge, non fuori però, e piuttosto dentro alle pratiche con cui cercano di aiutare chi non sta bene. Ma per liberarli da quale male? 
E’ l’orrore, the horror, ripeteva sottovoce Kurtz in una memorabile sequenza di Apocalypse Now, mentre il cranio glabro e sudato veniva solcato da una linea d’ombra, piccolo capolavoro tardo espressionista della fotografia di Vittorio Storaro. “L’orrore ha un volto” continuava quindi Marlon Brando, a interpretare il colonnello che aveva disertato dal quinto corpo delle forze speciali, per creare un suo piccolo regno all'interno della foresta cambogiana, un regno dell'orrore. “E bisogna farsi amico l’orrore…" è ancora Kurtz a parlare. "Orrore, terrore morale e dolore sono i tuoi amici. Ma se non lo sono, essi sono dei nemici da temere. Sono dei veri nemici.”
Ora a me sembra che il punto sia proprio questo: essere amici o nemici dell’orrore? E con esso dello sfascio civile, la volgarità, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Oppure dell’economia capitalistica e della mancanza di bellezza, almeno per noi che, molto più prosaicamente, non siamo tuffati nel pieno di una guerra tra piante esotiche e animali feroci. E’ allora normale che l’anima, anche solo uscendo di casa, invece che in coccodrilli e bazooka si imbatta in questa merda, ritrovandosi lordata e afflitta. Quindi si corra a chiedere aiuto a uno psicologo.
Ma se non soffri i mali del tuo tempo, significa che sei diventato anche tu amico dell’orrore. Oppure, per dirla con le parole con cui Calvino concludeva Le città invisibili
, sei parte dell’inferno. Già che "l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme".
Per via di tale prossimità infernale, è sempre Calvino a suggerirlo, "due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno. E farlo durare, e dargli spazio."
Andare da uno psicologo, uno psicanalista, un chi vuoi tu che ti prometta la salvezza (o forse sei tu che ti aspetti tanto, e lui semplicemente nicchia, come in amore lasciando credere in quel che, nemmeno volendo, potrebbe offrirti), andare in terapia mi sembra allora e il più delle volte darsi una risposta sbagliata a una domanda giusta, che è quella di fuggire dall’orrore e dall’inferno, per quanto alla bassa gradazione che ci ammorba.
Ma hai sbagliato indirizzo, quella poltrona brucia come tutto il resto. Ne condivide infatti lo zolfo sulla capocchia del cerino, con cui lo psicanalista si accende la proverbiale pipa in radica, oppure le parole a gettare benzina sul fuoco; perfino la prossemica, asimmetrica, è incendiaria, e brucia in sintonia con la piramide umana della nostra epoca, da cui pensa ci si possa salvare individualmente, fare tana come la marmotta. Al termine fanno cento euro, grazie, ma se non vuole la fattura posso farle uno sconticino. Sa com’è, una mano lava l’altra.
E’ come chi andasse in un negozio di bambole per chiedere un bel mazzo di violette. Non è nemmeno colpa loro, di psicologi, psichiatri e analisti, intendo, è solo che per formazione sono tenuti a vendere la Barbie e il Big Jim, e non fiori, giustizia e libertà. Tantomeno bellezza. Ma dove si prende allora la viola mammola, anche detta viola odorata, dove si può acquistare?
Io questo non l’ho ancora capito, ma ho il sospetto che la si debba cogliere, semplicemente cogliere... Prima però va cercata con attenzione, pazienza, individuando quei fazzoletti di mondo scampati alla pioggia del napalm, e all’incedere del deserto del conformismo.
Se non la trovi neppure lì, allora devi infilare un semino nella terra. Poi offrire acqua, sole, cure. E infine non recidere i bulbi che iniziano a tingersi di un bel violetto pallido, per piazzarli subito dentro a un vaso, e il vaso sopra a un mobile di cui scordarti immediatamente. Ma farli durare, e dargli spazio. Questo è l’unico modo per salvarsi dall’inferno senza diventare inferno pure tu.

lunedì 10 dicembre 2018

I would prefer not to, una storiella personale

Una volta, tanti anni fa, più o meno venti credo, avrei dovuto pubblicare un libro di poesie. La casa editrice già c'era, e non in quella forma miserella dell'auto finanziamento; per quanto anche Proust, inizialmente, dovette metter mano al portafogli.
Valerio Magrelli si era inoltre reso disponibile per la prefazione, dopo avere letto alcuni estratti che gli erano piaciuti, o almeno così mi disse. Inutile aggiungere che ero molto orgoglioso della cosa.
Ricordo che erano i primi tempi in cui si usavano le mail. E mi ricordo anche, molto bene di questo, che una mattina di buon ora (me lo ricordo perché la mattina presto non mi alzo quasi mai) avevo inviato una mail a Magrelli, dicendogli che quella prefazione non serviva più.
Gli avrò scritto prima grazie Valerio, grazie comunque e scusa, quelle frasi che si dicono in queste circostanze, ma il libro di poesie non si fa. E’ deciso. Punto.
Magrelli, che è persona di assoluta gentilezza e disponibilità, avrà sorriso leggendo. Quindi impiegato il tempo destinato alla mia prefazione per attività più interessanti. Tipo giocare a pallanuoto, di cui fu anche nazionale. 
Ma cosa era successo nel frattempo?
La sera prima e fino a notte inoltrata, avevo riletto tutti componimenti che avrebbero dovuto essere inclusi nella silloge, ma l’orgoglio che mi gonfiava alla maniera di un tacchino, la coda a ventaglio, mi si era afflosciato all'improvviso, come lo stesso tacchino arrivato alla vigilia del Thanksgiving day.
Semplicemente, avevo compreso di non essere un poeta. Non uno bravo intendo.
Ecco, volevo raccontare solo questa piccola storia privata, che forse privata del tutto non lo è. Perché l’orgoglio venuto e andato tanto rapidamente – il mio capo cinto d’alloro, le presentazioni in libreria, perfino gli autografi, no, si chiamano dediche, e poi di nuovo la fronte nuda e già vagamente stempiata – mi torna adesso nel ripensare a quella scelta.
Sì, è stata una delle poche cose di cui sono davvero orgoglioso. Aver saputo riconoscere e delimitare i confini della mia ambizione, dopo aver soppesato a lungo la manciata di talenti avuti in dote. Per poi pronunciare anch’io, come lo scrivano Bartleby, il mio “I would prefer not to".

domenica 9 dicembre 2018

Chiamami col tuo nome, o sul tempo e le albicocche

Ieri sera ho finalmente guardato l'ultimo film di Luca Guadagnino, Chiamami col tuo nome. Chissà, forse non l'avevo fatto prima distratto da tutti quei discorsi sull'omosessualità della pellicola, che mi facevano temere nel solito pistolotto edificante, alla Ozpetek, o in alternativa in un'esibizione compiaciuta e algida, di quelle costruite ad arte per épater le bourgeois. Insomma, in ciò che gli stessi gay, col sarcasmo che li contraddistingue, chiamano "froceria".
Invece, nulla di tutto ciò. Allora non è un film omosessuale?
Ci penso… In effetti, a parte l'insinuarsi di una fascinazione omoerotica nell'estate padana di un tardo adolescente di nome Elio, come il dio che sorge dal mare e diventa sole, a cui segue il tramutarsi in passione dello stesso sentimento ancora confuso, poi piano piano sboccia e si precisa, fiorisce nel rapporto e infine viene reciso da quella ciclicità naturale che l'aveva scandito, con l'amante americano, Oliver, che ritorna negli Stati Uniti, a parte questo incontro/incanto molto fisico ripreso senza falsi pudori dal regista, non accade molto altro.
Ok, dunque un film omosessuale.
No, ecco, forse sto iniziando a mettere a fuoco. E il sospetto è che sia un film su di me, che ho cinquant'anni (più della somma dei due amanti) e omosessuale non lo sono stato mai. Un film su tutto quello che mi sono perso, non tanto, o non solo, nel non avere mai vissuto qualcosa di simile e bello con un altro uomo, ma mi sono perso per strada da quell’estate del 1983 in cui è ambientata le vicenda, e proprio come Elio avevo allora diciassette anni. Un mio doppio, dunque. Un mio compossibile.
Il tempo che passa, le occasioni colte oppure no, il reclamare quel che in fondo già si possiede, ma solo attraverso l’altro si è in grado di riconoscere e infine amare. Cose che già sappiamo tutti, d'accordo. Ma qui, ed è davvero raro, finalmente vediamo, di più: condividiamo. Non però con la voyeuristica immedesimazione degli esclusi dalla festa, prevalendo piuttosto la consapevolezza di averla attraversata anche noi, ognuno a suo modo, certo, quella torrida estate in cui il corpo si risveglia e comincia a protendersi verso altri corpi, ma come in sonnambula. 
Nel film, in due occasioni, si possono ascoltare i versi di una canzone di Ivano Fossati, anche se a interpretarla è qui Loredana Bertè. Un sottofondo musicale offerto all’epoca da radioline e jukebox, per cui ogni estate accordava la voce in un suo proprio e irripetibile canto. 
Quel che suggerisce la storia è però l'immagine contenuta in un successo dell’artista ligure di alcuni anni precedente, in cui la scena sonora è attraversata da un treno carico di frutta, mentre una scalcinata banda rock (ma, all’occorrenza, suona anche tutto il resto) sta aspettando di partire. Ed eravamo alla stazione ci rivela la voce roca del cantante nel refrain, "eravamo alla stazione, sì, ma dormivamo tutti”. 
Al risveglio, la passione divampata tra i due giovani dello stesso sesso, che non senza sorpresa, oltre a un malcelato imbarazzo, c'è capitato di invidiare, smette di essere poi tanto augurabile, se non in quella loro condizione ancora sospesa sull'abisso. Non lo è, ad esempio, quando compare nella casa colonica ereditata dalla madre di Elio un'anziana coppia gay, quasi una parentesi burlesca con cui il regista stempera il rigore della messa in scena, ammiccando agli eterni stereotipi di genere. E come non pensare, con affettuoso rimpianto, al Vizietto e ai suoi memorabili interpreti, Ugo Tognazzi e Michel Serrault…
Rimpianto, l'abbiamo finalmente trovata la parola giusta! Più che verso una relazione omosessuale, a rappresentare già una prima determinazione biografica, a me appare però il rimpianto verso quella pansessualità che coincide con la prima maturazione di ogni frutto, in una stagione della vita che entra in risonanza con sé stessa, senza più alcuna cornice a definire e limitare. La vita tutta.
Quel che rimane – perché qualcosa rimane sempre tra le pagine chiare e le pagine scure, ma la perfezione del libro ancora intonso non sarà mai più restituita  – è in fondo solo archeologia, carcasse che si aggirano in un presente divenuto memoria, come le statute rinvenute nel fondo del lago di Garda alla presenza dei protagonisti. Memoria, per paradosso, soprattutto di ciò che non è possibile ricordare, già che non si ha avuto il coraggio di vivere. E sono i mari più belli che non si sono navigati.
Eppure ci vuole coraggio e forza anche nel sentire la perdita, quindi riconoscerla e nominarla, come fa nelle sequenze finali il padre del ragazzo, non a caso professore di epoche remote e di perduta bellezza, a cui il giovane americano si rivolge quale mentore nei suoi studi. Specialmente quando tutt’intorno trionfa una vuoto gioco delle parti, con gli amici intellettuali a battibeccare sull’ultimo Bunuel. 
Oltre che perfetto, è dunque un film spietato. Il film spietato e perfetto a cui Rohmer ha ronzato tutta la vita intorno, senza mai riuscire a realizzare. Forse perché Guadagnino ha inteso che per catturare quella perfezione non serve la profusione verbale che accompagnava ogni film del francese, i sentimenti non vanno recensiti, ammoniva Vittorini, ma basta stare lì e aspettare, guardare, infine cogliere come si coglie un'albicocca da un ramo.
Ma solo al tempo opportuno, kairos lo chiamavano i greci su cui Oliver sta cercando di scrivere un trattato, ricordando al professore che il termine albicocca ha navigato molti mari linguistici (salpa dalle sponde latine, poi tocca le coste bizantine, per ritornare a noi passando attraverso l’arabo) prima di cristallizzare nel meraviglioso suono che conosciamo. A-l-b-i-c-o-c-c-a.
E se nel periodo a cui si riferiscono le riprese, in modo molto più convenzionale, già si rimpiangeva il tempo delle mele, ora è il turno delle albicocche. Ma sarebbe un'interpretazione nuovamente semplificata e rozza. Perché non ha nome, è innominato e confuso come i nomi che si scambiano gli amanti, il frutto che a un certo punto afferra Elio per poi deflorare sessualmente, è semplicemente la prima cosa che gli capita sottomano per estinguere la pressione del suo uzzolo. Ma, al tempo opportuno, il tempo di un presente dilatato che si può riconoscere solo a posteriori, anche questo gesto osceno ci sembra carico di purezza, perfino di grazia.
La parole verranno dopo, vengono adesso, sono quelle che state leggendo. Parole quando il meglio è ormai perduto, e rimangono solo le parole da mettere in fila sotto a un pallido sole autunnale. Albicocche disidratate.

sabato 8 dicembre 2018

La scrittura e l'ombra, un dialogo

Leggo, tra i miei contatti Facebook, il monito di uno scrittore agli aspiranti colleghi, ai quali ricorda "che si scrive in italiano e quindi non è possibile che non si sia letto Manzoni D'Annunzio Volponi Pomilio, mentre si conosce a memoria l'opera di un oscuro autore di racconti dello Utah." 
Io stimo il lavoro, centellinato, di quello scrittore quasi famoso, e mi conforta il suo asserire così categoricamente un pensiero che ho sempre condiviso, e dunque mai messo in discussione. Mi è però venuto il vezzo socratico di interrogare me stesso, trasformando ogni certezza in domanda. 
E dunque, Domanda: Perché è necessario, volendo diventare scrittori, leggere Manzoni D'Annunzio Volponi Pomilio, e non conoscere a memoria l'opera di un oscuro autore di racconti dello Utah? 
Risposta: Che diamine, perché sono italiano! Nemmeno so bene dove si trovi lo Utah e mi sono ignote le regole del baseball; per non parlare del wrestling, che mi fa ridere, o dei popcorn, di cui mi si incastra la pellicina sul palato. Inoltre, vado poco oltre la frase "the book is on the table".
Domanda: Intendi dire che è una questione di linguaggio? 
Risposta: Sì, è così. Parlo la lingua del mio Paese. Devo quindi conoscere gli autori che con maggior forza, o riscontro, si sono espressi con gli stessi termini, modulazioni sintattiche, suoni. 
Domanda: Dunque scrivere significa appartenere a una lingua come si appartiene a una famiglia, a una nazione, a un partito o a una squadra di calcio, e non a un immaginario che non ha tessere e confini? Da ciò ricavando che ogni lettura in traduzione è un'esperienza inautentica. 
Risposta: Beh, sì, no, voglio dire… 
Piccolo aiutino da parte della Domanda: Senti, te la butto lì. E se scrivere, con ambizioni di pubblicazione intendo, fosse piuttosto il gesto di qualcuno che con le parole aggancia, dentro di sé, qualcosa che sta anche fuori, negli altri, in uno spazio aperto ma collegato, cercando con le proprie letture una risonanza con quel nucleo ancora indistinto eppure fecondo? Un modello insomma, da onorare ma anche tradire, o meglio trascendere. 
Primi dubbi, la Risposta tentenna: Interessante, vai avanti! 
La Domanda non si fa fregare: No, sei tu che ora devi andare avanti, tu quello che vuole fare lo scrittore. Oppure preferisci il critico letterario? Perché, in questo caso, davvero devi conoscere ogni pagina composta in italiano, e non solo da Manzoni ma anche da Mughini. 
Risposta: No no, non mi ci sento tagliato come critico letterario, non è la mia tazza di tè. 
Domanda: Lo vedi, hai appena utilizzato un'espressione anglosassone. Un po' trita, fattelo dire. Ma da molti decenni l'esperienza che abbiamo del mondo non è più un'esperienza geograficamente limitata. Quanto alla lingua, è vero: Don DeLillo non ha pensato le sue storie nella lingua in cui scrivi. Ma nemmeno Fenoglio l'ha fatto. Fenoglio ha in molte occasioni realizzato una prima stesura in inglese, per poi ritradursi in italiano. E tu, senti di risuonare con la lingua di Fenoglio e DeLillo, per quanto in traduzione, o con quella di D'Annunzio? 
Risposta: I secondi, i secondi che hai detto! 
Domanda: E allora perché non impari ad andare oltre le dogane che, puntualmente, qualcuno cerca di tracciare, e senza troppe preoccupazioni non ti costruisci il tuo personale canone di letture. Perché per scrivere bisogna anche leggere, questo è fuori dubbio. Un bravo scrittore italiano ci ricorda che "scrivere senza leggere è come pretendere di essere amati senza amare".
Risposta: Wow, questa me la segno!
Domanda: Bravo, segna, segna pure. Perché per scrivere bisogna imparare anche le frasi degli altri, ripeterle ad alta volce, dialogare con le ombre. Ombre tanto più estese e grandi della nostra, naturalmente. Ma anche con quelle piccoline. Vuoi dunque imparare a memoria l'oscuro scrittore di racconti dello Utah? Ok, fallo. Quando apri un libro di D'Annunzio ti viene voglia di invadere la Dalmazia? Nessun problema, non leggerlo. Però devi sapere che non tutto è uguale a tutto, il valore è asimmetrico e spesso ci vogliono secoli per riconoscerlo. Anche se i film di Kubrick e Sergio Leone sono il più delle volte ispirati da romanzi minori, piccole ombre.
La Risposta è perplessa: E cosa c'azzeccano adesso il cinema e le ombre, non stavamo parlando di letteratura? 
Domanda, che inizia a spazientirsi: Se non l'hai ancora capito, cosa c'entra il cinema ma anche la storia dell'arte, la filosofia, la boxe, le zebre con o senza pois, le gare di go-kart, la 
numismatica, l'otorinolaringoiatrica, se non hai capito che tutto e niente c'entrano con la via per diventare scrittori, accomodati pure. Sullo scaffale della libreria c'è D'Annunzio che ti aspetta. 
Risposta, spiazzata, che a sua volta domanda: Ma devo leggerlo proprio tutto tutto, anche gli epistolari con la Duse, se voglio diventare uno scrittore…? 
Resa finale della Domanda: Getto la spugna, con te è come cavare sangue dalle rape. Torna pure su Facebook. Che io vado a leggermi un oscuro autore di racconti dello Utah.

lunedì 3 dicembre 2018

La psicanalisi come l'amore? Vediamo...


Secondo Jacques Lacan, amare è dare ciò che non si possiede. Ripensavo a questo aforisma in relazione alla stessa psicanalisi. In fondo anche nella pratica analitica viene offerto al paziente il fantasma di qualcosa – il benessere psicologico, la salute fisica, addirittura la felicità – che per la limitatezza dei suoi mezzi non può realmente concedere, se non per via illusoria.
In realtà è il paziente a reclamare quell'illusione, ma la psicanalisi non se ne sottrae, nicchia, offre l'impossibile in forma omissiva. Lacan aggiungeva che l’amore, a differenza del desiderio erotico, è sempre reciproco. Se ne ricava che amare è dare ciò che non si ha a qualcuno che corrisponde con lo stesso nulla oblativo. Ma è qui che si interrompe il parallelo con la psicanalisi.
Andare in terapia comporta infatti il gesto iniziale di premere il campanello di una casa, e dentro la casa un appartamento che non ci appartiene. Verrà ad aprire un estraneo, in genere il tono della voce è molto gentile anche se c'è qualcosa di impersonale, la sensazione di quando si passa vicino al banco dei surgelati. Prego, ci dirà. E noi allora entreremo e, non senza una certa circospezione, ci accomoderemo – dove? Su una poltrona, un divano, una seggiola qualsiasi... Macché, un letto. Ma piccolo. Un lettino.
A quel punto  "si rilassi, lasci andare tutto ciò che la trattiene", e come per miracolo la voce è ora divenuta calda, quasi sensuale  a quel punto potremo finalmente metterci a nudo, per quanto solo metaforicamente. E sarà comunque un'opportunità da non lasciarsi sfuggire: afferrare a piene mani il tutto che ci manca, e l'altro ci offre nella piena disponibilità del suo niente.
Ci sono però dei limiti fisici e cronologici: sono banditi i baci in bocca, e al termine del tempo convenuto si deve prendere le proprie cose e andare via. Di solito sono una quarantina di minuti o poco più, il minimo sindacale per l'amore; perché di quello si tratta, già l'abbiamo visto. Bisogna aggiungere che la scintilla non sempre scocca al primo colpo. Ma, altre volte, sono degli incontri davvero appassionati, pianti e gemiti che vengono alla gola da chissà dove. Le gambe molli e la testa come un'arancia appena spremuta, quando è finito.
Ricambieremo con qualcosa di assai più concreto: settanta, ottanta, non di rado anche cento e più euro per incontro. Che l'uomo, o la donna, infilerà sveltamente in un cassetto. Grazie, ma il tono è ritornato all'improvviso impersonale, e di nuovo la ventata algida del congelatore. Va bene lunedì prossimo? aggiungerà. E come la sventurata manzoniana noi non potremo che annuire.
A qualcuno stanno già ronzando le orecchie...?
Eppure, dai, non è difficile. Basta fare un piccolo salto di livello, e valutare i dettagli con maggiore attenzione. I tempi, la modalità, perfino l’importo pagato. Tutto corrisponde! E ci accorgeremo allora che l’analogia giusta non era quella con l’amore, ma con la prostituzione.
Sì, uno psicanalista è la versione raffinata e up to date di una mignotta.

Rospi veri dentro giardini immaginari, o sul grande sonno dei social network

Marianne Moore, da grande e visionaria poetessa qual era, scrisse che compito della letteratura è "mettere rospi veri dentro giardini immaginari".
Mi viene in mente questa frase sempre più spesso. A proposito della famigerata scena dello stupro in Ultimo tango, ad esempio, che tante, troppe polemiche postume ha sollevato. Ma l'accostamento – rospi veri, giardini immaginari – mi risuona tanto più forte quando accedo a un social network, cosa che faccio di frequente.
In un senso opposto, però, alla finzione letteraria e cinematografica. Sul web l'autenticità non corrisponde infatti con le emozioni provate, come nel caso degli attori che rievocano esperienze passate e magari dolorose, rospi veri, con cui sperano di agganciare il mood giusto per entrare in parte, simulando tutto il resto.
Ma dove stanno allora i rospi veri, ad esempio su Facebook?
Semplice: siamo noi. Le foto a corredo del profilo, il cucciolotto di labrador che trotterella smarrito nel nostro appartamento – e alla borsa dei like, sigla anglosassone con cui si misura il consenso, gli animali, specie in giovane età, fanno impennare le quotazioni, quasi quanto il primo bagnetto del figlio o una sposa bianco vestita, su cui piovono feroci manciate di riso. Oppure sono le storie che raccontiamo di continuo, piccole o grandi vicende quotidiane di cui facciamo pubblica ostensione, come l'ostia benedetta innalzata dal prete in direzione dei fedeli.
Esistono però anche i giardini immaginari, ci ricorda Marianne Moore. Che in questo caso consisteranno nel rapporto incerto con gli altri utenti, la sensazione a fil di pelle quando leggiamo in quanti ci stanno seguendo, magari anche amando... Lo deduciamo dai pollicioni blu (correlativo iconico degli stessi like) depositati ai piedi degli interventi che rilasciamo a getto continuo, alla maniera della monetina, tin, lasciata cadere nel cappello del mendicante.
 E così ci svegliamo nel pieno della notte per contarli, per verificare quanto amore siamo riusciti a raccattare anche oggi.
Alla lunga si finisce perfino col credere che un "amico", come viene iperbolicamente chiamato un contatto, sia davvero un amico, o un flirt virtuale un flirt. Eppure anche l'odio degli hater è odio fittizio, giardini immaginari. Certe persone forse odiano, o meglio fingono di odiare, per dare più forza di verità alla loro presenza pubblica, senza accorgersi che è già tutto verissimo.
Talmente vero da aver bisogno di immaginare di non esserlo: dei rospi, quando da piccoli credevamo che saremmo diventati principi e meglio se di un bell'azzurro color del cielo, per essere richiamati al mondo dal bacio di una principessa; in alternativa potevamo essere noi a risvegliarla dal suo sonno, naturalmente incantato, con il semplice tocco delle labbra. 
Ma invece le cose sono andate in modo diverso, non la principessa ma prima uno, poi un altro, e alla fine siamo milioni a esserci appisolati, cominciando a sognare. Un sogno in cui ci troviamo in un giardino bellissimo dove tutti ci guardano e ci vogliono bene.

venerdì 30 novembre 2018

Manichini, o sugli abiti culturali con cui rivestire i generi sessuali


In uno scambio di battute a seguito di un mio post pubblicato su Facebook, è emersa, soprattutto grazie all’intervento dello scrittore Vitaliano Trevisan, una questione che io trovo decisiva per questo tempo, e che riguarda le complesse relazioni tra i generi.
Nel dialogo era presente anche una donna, che argomentava da una prospettiva diversa da quella dell’autore vicentino, facendo proprie, con toni devo aggiungere molto equilibrati e non radicali, un argomento cardine di quella che è stata la riflessione femminile, sviluppata in particolare nella seconda metà del Novecento.
Il succo era grossomodo questo. Il motivo per cui molte donne, si potrebbe pensare masochisticamente, assumono comportamenti compiacenti verso il genere maschile e i suoi interessi più deteriori, arrivando addirittura a non denunciare le violenze subite (ma ci sono violenze anche da parte delle donne sugli uomini, ricordava Trevisan), deriva da una vera e propria introiezione del modello patriarcale, che per quanto patito esse continuano ad alimentare senza averne consapevolezza. Ad esempio le madri che dicono ai figli: “Non devi piangere, sei un ometto!”
Essendo entrambi estremamente abili con le parole – Trevisan e la donna intervenuta a commentare, intendo – eviterò di riassumerne lo scambio con quella paternalistica presupposizione di chi intenda essere super partes, ma riporto qui, cercando di svilupparla, soltanto la mia opinione al riguardo.
E dunque vediamo: le donne hanno introiettato inconsciamente il modello patriarcale ad esse ostile, al contrario degli uomini che lo vivono con perfida consapevolezza. Ma questo sapere strumentale, per non essere rivelato alle donne 
– in fin dei conti si tratta di un imbroglio, uno sfruttamento su larga scala – deve essere anche occulto, dunque una strategia. Tutto ciò a rigor di logica, almeno. 
Beh, a me questo sembra un assunto non solo ideologico, e cioè privo di alcuna evidenza sperimentale, ma anche fuori da ogni buon senso.Viene infatti parimenti assunto che esista un soggetto collettivo – l’interezza degli uomini, e che diamine! – il quale condivide un segreto senza che sia mai venuto a galla nei secoli, se non per via induttiva. Nessun uomo ha insomma mai confessato, magari sul letto di morte, o sotto tortura di una scatenata tribù di amazzoni, questo complotto maschile ai danni delle donne.
Un modo di ragionare già screditato da Umberto Eco parlando delle teorie complottiste in generale. I complotti infatti esistono, per carità, per il grande intellettuale scomparso, ma non si dà alcun complotto su ampia scala (e per ampia scala lui intendeva qualche centinaia di persone) che nel giro di un paio di decenni, o poco più, non mostri una crepa, un pentito, una gola profonda. Figurati quando il soggetto complottante dovesse coincidere con TUTTI gli uomini di TUTTI i tempi, dai…
Ugualmente, assumere che TUTTE le donne con eccezione di pochissime illuminate – nella fattispecie le femministe – abbiano vissuto obnubilate rispetto alla propria reale condizione, e addirittura assimilando la struttura portante dell'apparato cognitivo-militare del “nemico” (l’introiezione simbolica di cui sopra), mi sembra non rendere onore all’intelligenza femminile.
Se ci sbarazziamo dunque del concetto di macrocoscienza complottistica maschile, quanto di subcoscienza mimetica femminile, abbiamo un modello sistemico molto più attendibile. E cioè una relazione tra uomini e donne certamente interessata – interessata in senso proprio intendo, interessata da fattori economici e di potere in cui l’uomo è certamente più forte sul piano fisico, ma anche interessata sessualmente (e la facoltà di generare la vita è un formidabile capitale, in questo caso a vantaggio delle donne), interessata esteticamente, emotivamente e in ultima analisi coinvolta nelle dinamiche di uno scambio necessario, già che altrimenti avremmo quale unico mediatore lo stupro. Tutto ciò, nel tempo, ha portato a equilibri precari chiamati cultura, in un senso ovviamente non accademico e piuttosto sociale, antropologico.
Se le cose stanno così come io credo – equilibri dinamici tra generi, che progressivamente si consolidano in strutture sociali e modelli relazionali –, è verosimile che questi modelli vengano tramandati, un po’ pigramente, oltre all’attualità del contesto in cui si sono formati. E' la staffetta tra le generazioni, dove oltre alle scoperte scientifiche ci si bisbiglia all'orecchio anche qualche altra dritta su come tirare avanti.
Pensiamo alla costruzione dell’ideale femminile della donna angelicata, nato al semplice scopo di colmare il deficit emotivo ed erotico delle corti provenzali tra il nono e l’undicesimo secolo, tra cui quello di molti poeti (di sesso quasi esclusivamente maschile) che vagheggiavano le virtù di donne che assai poco conoscevano, e perciò in larga misura idealizzavano. 

Secondo 
Denis de Rougement, che ha analizzato la genesi e lo sviluppo del fenomeno nel suo fortunato saggio L’amour et l’Occident, tale modello si è riprodotto con variazioni minime fino al ventesimo secolo inoltrato, soprattutto ad opera dei canoni letterari e spettacolari. Quindi ha influito molto meno nelle classi non scolarizzate, quali ad esempio il mondo contadino e il sottoproletato urbano, assai più concrete e schiette in certe faccende dalla cintola in giù.
Il modello è un semplice facilitatore dunque, non sei obbligato a seguirlo ma diciamo che è meglio se lo fai, è più comodo e meno conflittuale, come la sagoma del manichino su cui imbastire il tessuto di una biografia. Ma alcuni manichini sono più allineati con le esigenze biologiche e segnatamente riproduttive, sessuali, mentre altri se ne distanziano maggiormente. La nevrosi psicanalitica sarà allora il metro con cui viene misurata la distanza. E quello della donna angelicata era un modello particolarmente strabico e nevrotico, al punto da aver ispirato a Lacan il suo celebre motto beffardo: “la femme n’existe pas”.
Per tale ragione, aggiornare il guardaroba dei generi, da entrambi i fronti, mi sembra doveroso. Storia, economia e innovazione tecnologica nell’ultimo secolo hanno infatti trottato con gran velocità, specie negli ultimi decenni. La cultura di genere è però rimasta un manchino abbigliato con i soliti vecchi stracci.
Si potrebbe obiettare che il re è finalmente nudo, ma questa non sarebbe affatto una buona notizia. Vivere l’identità di genere nella spoglia verità del desiderio è infatti impossibile. Il principio di civiltà, è ancora Freud a ricordarcelo, ha bisogno che si baratti un po’ di felicità per una maggiore sicurezza. E per essere più sicuri le pulsioni vanno contenute, servono abiti e modelli culturali, mediazioni civili. Tale rapporto dialettico tra desiderio e sicurezza è chiarito molto bene dalle parole di Raffaele Alberto Ventura, di cui segnalo un breve estratto dalla sua pagina web
"Si potrebbe credere che lo stupro sia l'effetto di un rapporto di forza; e invece sono i rapporti di forza a discendere dallo stupro. La sua sola possibilità ha fondato nei secoli la dominazione maschile come più efficace sistema di protezione dalla minaccia dello stupro. Il male e il rimedio procedono dallo stesso dato antropologico, fondandosi reciprocamente."
Se ne ricava la ragione per cui Doniso e le sue baccanti, anche anticamente, potevano denudarsi solamente un giorno all’anno, in cui fare festa e concedersi al godimento più sfrenato. Ma gli altri 364 giorni erano ricoperti dagli attillati abiti di Apollo. O detta con le parole di un celebre filosofo: la trasgressione è la glorificazione del limite.
Se però si vuole aggiornarne i costumi partendo dall'idea che gli uomini abbiano sempre cercato (lucidamente) di fregare le donne, a loro volta complici per averne introiettato la simbolica e ora è dunque venuto il momento della vendetta, vendetta tremenda vendetta, secondo me non si va molto lontano. Anche perché sarebbe una nuova veste tagliata dal tessuto del rancore, che, come il celebre abitino rosso di Marilyn Monroe, al minimo sbuffo di vento vola via…

giovedì 29 novembre 2018

Tutta colpa di mucche e lattai, o sullo squallore delle polemiche post mortem


Vediamo, se ho capito bene: uno stupro che viene simulato, non agito, SIMULATO dentro un film dopo che la stessa scena era stata presentata all’attrice in sceneggiatura e da lei evidentemente accolta, diviene un intollerabile affronto alla dignità, non solo, della donna prima che dell'attrice in questione, ma di tutte le donne del mondo, anzi anche di quelle fuori dal mondo o come si dice dell’eterno femminino, con il regista, appena scomparso, visto quale emblema di maschilismo per avere aggiunto a sua insaputa – a insaputa dell’attrice, non dell’attore che interpreta l'amante stupratore, a sua volta e per questo mostrificato – un dettaglio a lei ignoto; e per inciso l’attrice (a posteriori) avrebbe potuto rifiutare il girato e pretendere che la scena venisse nuovamente ripetuta, in totale corrispondenza al copione sottoscritto.
Questo è ciò che ho capito leggendo i commenti internazionali sulla morte di Bernardo Bertolucci, la cui onda di acredine e appassionate difese a oltranza, come spesso accade, fa risacca sulla spiaggia di Facebook, dove va a cumulare assieme a ogni altra deiezione della blatera mondana. O detta in altre parole, e sempre se ho capito bene, a essere oscena non è la sequenza di totale finzione e neppure l'espediente registico più furbetto che proditorio (tutt'al più possiamo rubricarlo alla voce goliardia, certamente grossolana, e per favore non tiratemi in ballo Stanislavskij e il suo famigerato Metodo), ma quella sostanza ricavata dalla parte grassa del latte, separata dal latticello tramite un processo di inversione di fase, derivante dalla panna ed utilizzata per rendere più scabrosa e memorabile la scena; senza però riverlarlo all'attrice che si chiamava Maria Schneider e un poco ci rimase male, così forse accentuando, come sperato da regista e attore protagonista, Marlon Brando, quella sua espressione bellissima ma sempre un poco dolente, che ne segnò il destino tragico anche fuori dal set. Il risultato del procedimento è un'emulsione, principalmente di acqua e grassi, in cui sono disciolti zuccheri e proteine, nella cui fase fluida cristallizzano solo in parte.
Ok ok, lo dico facile: l’oscenità sta nel burro, e che cavolo, non potevano dirlo subito! Si vergognino dunque e abbassino il capo tutti i lattai, ma anche le mucche che, oltre a essere artefici della materia prima, figurano quali probabili complici della malefatta, e secondo me hanno preso del fieno sotto banco per tacere...

domenica 25 novembre 2018

Istinti basici, o sul perché con la cultura non si mangia ma con il sesso ci si ingozza (di parole)

Trovo tristi e patetiche le persone che lamentano lo scarso appeal della cultura sui social network, specie quella che vorrebbero diffondere con le loro parole. Due giorni fa ho pubblicato sul mio blog, quindi come d'abitudine anche su Facebook, un intervento in cui parlavo dei rapporti tra religione e filosofia, intuendo una curiosa proporzione tra le due. 
Era un buon testo "culturale", lo dico senza falsa modestia. Una delle cose migliori che scrivevo da mesi. Nonostante ciò ho ricevuto il minimo sindacale di like, insuccesso assoluto.
Ma va bene così, fa parte del gioco e non me ne lamento. Con le debite proporzioni, credete forse che Socrate 
 oh, ho detto Socrate, mica Fusaro! , Socrate quando ciabattava per Atene incalzando i passanti di domande, avesse più riscontro di un qualsiasi atleta al ritorno dai giochi di Olimpia? 
No di certo. E anche Alcibiade, con la sua bellezza scultorea e le spacconate alla Fabrizio Corona, come la decapitazione delle erme, calamitava molti più sguardi ammirati di quelli che guadagnava l'arte maieutica del grande filosofo. Ed erano i like del tempo, a premiare, anche allora, qualità diverse dalla cultura. Che se ne facciano dunque una ragione, quelli che danno ai loro figli i nomi Einaudi ed Adelphi. 
L'elemento di differenza storica mi sembra dunque un altro. Il sesso. L'invadenza del sesso. Parlato, rappresentato, adombrato con ammiccamenti e manfrine. Raramente agito, però. Specie quando immesso sulla scena pubblica, di cui guandagna immediatamente il centro e smette così di essere osceno. Viene addirittura premiato dagli applausi scroscianti del pubblico.
 Un esempio? 
Una donna, perché alla fine questi giochetti di seduzione prevalgono ancora tra le donne, per quando si stiano estendendo anche ai maschi, una giovane donna che su Facebook esorta: Chiedetemi cosa volete sapere, dai, anche particolari intimi… Risponderò a tutti in privato, non siate timidi! 
Ecco, questo nell'Atene di Socrate e Pericle non sarebbe stato concepibile. Il sesso si faceva, e anche di frequente e anche con uomini, donne, spose, amanti, etere, pornai, meteci, giovinetti, era tutto un continuo accoppiarsi. Ma dopo aver fatto quel che da sempre si fa, si tornava a parlare d'altro.
Non sempre di filosofia, d'accordo, e magari di quanto fosse bravo quel lottatore di Corinto, o esilarante una commedia di Aristofane, incerta e appassionante una corsa di bighe. Cose così, che adesso starebbero volentieri su La Gazzetta dello Sport. 
Ma inciampare nelle parole appena scritte 
– le ho inventate, d'accordo, ma tra i miei contatti sono numerosissimi i post sulla falsariga  mi fa provare disagio nel viaggiare sullo stesso mezzo, appartenere a questo tempo.
Un tempo morboso, pansessuale, senza eroi che incrociano le spade alle prime luci dell'alba, il riverbero del sole sulle corazze di bronzo istoriato, nitrire di muli e cavalli sullo sfondo. Intanto, il fantasma di Ares sprona rabbioso all'azione, quello di Dioniso danza nelle pozze già ricolme di sangue. 
Macché. Ora solo pallide lusinghe erotiche, che rimangono sospese nell'aria alla maniera dei fumetti di Qui Quo Qua, dove non c'è più un soggetto distinto ma un confuso brusio collettivo. E sono così parole intercambiabili, azzeramento della fantasia, pura ricorsività nel seguente sotto testo: 
Ti piaccio, eh... Mi vorresti, eh... Ti piaccio, eh... Mi vo...
Nel frattempo, una selva di segni lievita in numero e consenso, si alza glorioso verso l'alto il pollicione blu, punta il cielo da cui sono scomparse le divinità dei greci. Come un esercito di nani in perenne stato d'erezione.

sabato 24 novembre 2018

Dio è morto, o sulle proporzioni matematiche tra religione e filosofia

Da qualche tempo, quando mi accosto a un testo religioso, provo il senso di una curiosa proporzione matematica. Mi sembra infatti che Cristo e Buddha stiano all'ambiente culturale da cui provengono (e almeno in parte incorporano) come Socrate sta ai filosofi cosiddetti presocratici; e penso in particolare a Pitagora e Parmenide.
Da ciò ricavo che il cristianesimo non è un "più" della tradizione giudaica, portandola, come molti ancora vorrebbero, a compimento e quindi esorbitandola. Allo stesso modo il buddhismo non supera la parola iscritta nello sterminato canone induista, né Socrate è il punto più alto del pensiero del suo tempo. Semplicemente parlano di cose diverse: i primi, cronologicamente, si concentrano sulla natura, Dio, l'Essere; i secondi introducono la riflessione sull'uomo e la sua sofferta condizione, ma ora, e per la prima volta, in rapporto a una salvezza (la buona novella) di cui intravedono la possibilità.
La differenza con la filosofia sta forse tutta qui. Dopo la parentesi socratica,  che si estese a stoicismo ed epicureismo a monopolizzare la scena romana successiva, in cui la soggettività mantiene un ruolo preminente e i comportamenti morali ne sono il riflesso, la filosofia, più baldanzosa che mai, è tornata a interrogare la reticente dimensione che va oltre il sipario della "physis", con Andronico da Rodi divenuta nel frattempo metafisicaMentre in campo religioso, almeno in Occidente, la tensione allo spazio dell'ulteriore è progressivamente andata sfumando, fino a essere confinata in quel secondo piano che sono i monasteri, fisicamente espunti dai luoghi pubblici della cristianità.
Quando si è tentato di riparlarne – di Dio, delle cose che da sempre sono senza essersi mostrate mai  si è così dovuto farlo con le parole della stessa filosofia; parole di ragione e non più di visione e profezia, che hanno preso il nome di teologia. Un verbosissimo e inesausto borbottio che cercava di cucire un abito su misura al Padre, al Figlio e perfino allo Spirito Santo, ritornando immancabilmente ai sarti che con più fortuna avevano rivestito questi concetti. Aristotele e Platone, i Dolce & Gabbana della filosofia.
Tutto ciò, nel corso dei secoli, ha fatto sì che la narrazione religiosa smarrisse un lessico proprio anche se non esclusivo, possedendo la forma analogica del mito e del simbolo e dell'emozione, con cui sapeva rendere presente e quasi palpabile quel che eccede la cornice dei fatti. Si è in tal modo spezzato il cavo di una sorta di funivia, percorribile e percorsa da tutti coloro che intendevano fare esperienza anche dell’altro, del numinoso e dell'inaudito che si dischiudevano nel corso del viaggio. E che viaggi!
Rimanevano, al ritorno, delle testimonianze magari un poco esagerate, come quelle dei turisti in una vacanza esotica e avventurosa; e vai tu a sapere il confine tra ciò che hanno realmente visto e il piacere del narrare. Eppure, quei racconti incerti e poco plausibili avevano il potere di fare mondo, lo estendevano, non solo metaforicamente, oltre il limitare dei sensi, per confondersi infine con le nuvole di polvere sollevate dagli zoccoli dei cavalli. In pratica: da storie diventavano Storia, con la esse maiuscola e il sangue di chi ci ruzzolava al centro.
La Chiesa di Francesco, benemerita sul piano etico, compassionevole verso i diseredati e in ultima analisi politica – nel senso migliore e più alto del termine, sia chiaro – è la sintesi postrema di tale svolta socratica del cristianesimo: umano troppo umano, ma senza più alcuna sfumata ombra di Dio. Già che un Dio senza storie leggendarie, un Dio ricondotto alla taglia del buon senso (una extra small), è davvero e definitivamente morto. Ma per risorgere, dopo tre giorni o trecento anni, poco importa, sotto i veli gonfi dell'Islam.

venerdì 16 novembre 2018

In cielo e in terra, o sulla meteorologia sentimentale

Gli amori sono decisi “su nel cielo” scrive la ragazza dalle pagine di un sito web per incontri sentimentali. Poi aggiunge un nome, una sigla, un brand che per molti è una garanzia. Paulo Coelho. Chi si riconosce in quel piccolo mondo di certezze spirituali sarà così portato ad annuire, e magari a pensare di essere proprio lui l'amore destinato (su nel cielo, bada bene su nel cielo) alla ragazza del sito web.
Ma ci saranno anche quelli che invece storcono il naso. Quale ingenuità, che pensiero naif! Riprendendo a compulsare le centinaia pagine di un saggio Adelphi sulla filosofia della Grecia antica, è firmato da Emanuele Severino e i caratteri sono piccoli piccoli. Arrivati al capitolo su Platone troveranno però un argomento molto simile. Solo scritto meglio, con parole più precise e vibranti.
"Però, lo dice Platone... Mica Coelho: Platone!"
Gli appartenenti a questa seconda e certamente squisita categoria, concluderanno, a quel punto, che da qualche parte su nel cielo che loro però chiameranno Iperuranio, è già deciso. Prima o poi entreranno in una libreria. E in quella libreria andranno allo scaffale dei libri Adelphi. E allo scaffale dei libri Adelphi troveranno una donna, o un uomo, qualcuno che sarà comunque bellissimo. E nella sua rarefatta bellezza starà sfogliando le pagine dello stesso libro di Severino. Bum! 
Dopo essersi riconosciuti, i lettori Adelphi, come quelli di Paulo Coelho (ma non diteglielo, se non volete prendervi un volume della Treccani in testa) si ameranno per tutta la vita. È il cielo, pardon, l'Iperuranio, ad averlo impresso nella sua soffice biblioteca di nuvole. 
Infine ci sono altri che ascoltano una vecchia canzone di Paolo Conte. Il titolo non se lo ricordano più ma solo quel verso, dopo l'introduzione di pianoforte e vari parapapà e zum zum zum, in cui l'inconfondibile voce roca intona con un velato accento astigiano: "non vedo, tra parentesi, nessuno partito da lontano per esistere con me… "
Sotto sotto però anche loro sperano, o meglio sanno, che come le conchiglie da cui si ode il sommesso lamento del mare, anche l'eco di quella canzone sta toccando altri padiglioni auricolari. Appartengono a qualcuno che forse ancora non cononoscono, magari non ha mai letto un libro di Severino, ma in questo caso non lo considerano un peccato mortale.

Qualcuno che non crede quasi più a nulla, se non al presente in cui si espandono le note della canzone che si trasforma col passare del tempo in una verde milonga, a invadere lo spazio di una cameretta con i poster che si appendono alle pareti da ragazzi; dimenticando però di sostituirli, ora che ragazzi non sono più, con qualcosa di più adulto.
Quando il totale disincanto dell'uno incontrerà i passi dubbiosi dell'altra, qualcosa dovrà pur succedere. No, non è stampato nella tipografia del cielo ma, giorno dopo giorno, sono le persone a scriverlo sulla superficie della terra, o almeno è quanto pensano i due che stanno ascoltando Paolo Conte. Il problema è che in caso di pioggia le bozze del romanzo della loro vita diventano fango, e devono ricominciare da capo. 
Beh, se non si fosse capito, io sarei la controparte maschile al terzo tipo. L'amante senza cieli né ombrelli.
Per questo mi arrabatto con fatica alla voce amore. Mi sono sempre chiesto il motivo, ma forse ora l'ho compreso: non ci sono più le mezze stagioni, ecco la ragione dei miei affanni sentimentali. E piove così stramaledettamente tanto, i fiumi si gonfiano e ruggiscono, straripano i tombini, continua a piovere che dio la manda! Piove piove piove, sul nostro amor...

giovedì 15 novembre 2018

Buongiorno, buonasera, o sui mattoncini Lego con cui si costruiscono le civiltà

Purtroppo esistono i luoghi comuni. E purtroppo, talvolta, i luoghi comuni si dimostrano veri. Accade quando l’oggetto del discorso coinvolge temi di interesse, per l’appunto, comune, che semplificando possiamo chiamare civili: modi e forme in cui la nostra specie ha saputo integrare il proprio vitale egoismo, “barattando parte della felicità per un po’ di sicurezza”.
Questo, almeno, è quanto pensava Freud, ma esiste anche la versione di Benjamin Franklin, dove a essere barattata è piuttosto la libertà. Nella sostanza cambia comunque poco: meno io e più noi, con una certa discrezionalità sulle percentuali dello scambio.
Esiste un collaudo piuttosto semplice per verificare se la transazione stia dando buoni frutti. Addirittura una contabilità, da iscrivere nel libro mastro dei profitti e delle perdite. Metteremo allora una X quando qualcuno si mostra gentile e riconoscente, basta un cenno del capo, uno sguardo, un niente del corpo che dia conto dell'intenzione. Le occasioni sono quelle solite.
Il concedere il passo in un frangente automobilistico dalle regole incerte, ad esempio, oppure a un pedone la cui precedenza non sia prevista dalle norme stradali. Lui si gira verso di noi semplicemente dicendo: grazie. Lo stesso, una bella X, quando un estraneo si comporta con uguale attenzione nei nostri confronti, apre la porta invitandoci a entrare per primi, accompagnando il tutto con un sorriso, o un gesto cordiale e non ruffiano di pura gratuità. Nei casi di interazione mancata o aggressiva, invece una pallina nera.
Un collaudo che io ho fatto per davvero, la mia agenda è piena di X e pallini. E posso assicurare che ci sono differenze enormi tra le diverse comunità, e non solo tra tipi umani. Quelli col suv, è forse pleonastico ricordalo, si prendono infatti anche ciò che non gli spetta, con le lancette del Rolex come dardi scagliati verso i peones in utilitaria. E suggerisco al riguardo il buon vecchio metodo del cacciavite, con cui accarezzare la fiancata lustra della Range Rover parcheggiata in seconda fila; ma mi raccomando solo all’imbrunire, a confondere i contorni del graffio… 
In ogni caso, in molte circostanze i barbari siamo noi, ma in altre sono certamente loro o meglio alcuni di loro: sotto comunità particolari, gruppi etnici, minime tribù sociali, con cui la convivenza si mostra sempre più difficile. E volutamente utilizzo gli odiosi pronomi personali “loro” e “noi”, a sottolineare il divaricarsi del processo di integrazione, che non c'entra davvero nulla con una malintesa idea di razza.
Ad esempio nessuna donna araba – e dico nessuna in senso letterale, non traslato – offrirà mai un segno di riconoscimento a chi si mostri disponibile nei suoi riguardi, e ciò per ragioni che esulano totalmente dal proprio animo. Non stiamo insomma parlando di buoni e di cattivi, ma di culture convergenti e divergenti. 
Per tale ragione non sono minimamente interessato a chi sia meglio di chi altro, ma agli effetti del baratto di cui sopra, per capire se a fronte di quel che perdo io stia effettivamente guadagnando altrettanto in termini di armonia sociale e sicurezza. Ma anche di bellezza, per quanto sia un po' retorico a dirsi.
La mia risposta alla conclusione del collaudo, contando i segni impressi, è no. No di certo, la bilancia pende pericolosamente dal lato dei pallini, pochissime le X, sono saltati gli equilibri tra le persone. E non è, di nuovo, un no di matrice razzista o come si dice ora sovranista – “ognuno a casa propria!" –, ma l’invito a ripensare lo stare assieme dei popoli, a partire delle politiche sociali.
La prima tra queste dovrebbe essere l’immediato ripristino, a tutti i livelli scolari, di ciò che ai tempi delle mie scuole medie veniva chiamata educazione civica. Ma non un’oretta stiracchiata da fare ogni tanto e facoltativamente, come avveniva quando ero ragazzino. Piuttosto tre, quattro, massì abbondiamo: cinque ore a settimana e per tutti! Finché nella zucca di ogni futuro cittadino italiano (compreso gli italiani-italiani, che sono non di rado i più cafoni) non entri l’automatismo che a un buon giorno si risponde con buon giorno a Lei, grazie.
Cose così, semplice galateo si dirà. Sì, semplice galateo. La convivenza civile è infatti come un grande Lego, il cui primo mattoncino è costituito dal galateo, ossia dalla formalità dei gesti prima ancora che dalla purezza del cuore. Tutto il resto viene di conseguenza, quando viene. E quando non viene non starà a noi occuparcene, già che risiede in quel residuo di liberà che la contrattualità sociale ancora prevede.
Tra le pareti di casa si potrà dunque continuare a ruttare, a scoreggiare, persino a prendere a schiaffoni (non troppo forti) la propria moglie. E però a condizione che lei sia compiacente e quasi fiera – cosa più frequente di quanto si creda; “se mi mena vuol dire che mi ama” pensano ancora certe donne...
Ma per quel sano egoismo che ci ha portato a barattare un po’ della nostra libertà e molta, forse troppa felicità, tenderemo in questi casi a girare canale col telecomando. Già che l'Occidente è anche questo: un grande televisore dove c'è posto per ogni show, purché vengano rispettati i tempi e gli spazi della pubblicità.

mercoledì 14 novembre 2018

E la nave va, o sui nomi e l'amore


Un sogno. Una città forse di mare. Il mare non si vede ma nelle narici penetra a ondate discontinue l'odore della salsedine, mentre aspetto di salpare su un traghetto di cui non conosco la destinazione. Che non arriva mai.
Per ingannare l'attesa mi siedo, anzi sono già seduto, chissà da quanto tempo sono lì, al tavolo esterno di un bar di una città che forse è di mare, dalla quale sto aspettando di partire. 
La via su cui si trova il bar è stretta e lunga e piena di gente, come la veranda dove sono accostati i tavolini. Pochi centimetri li dividono, ci dividono, separando i nostri corpi sudati. Mi domando se anche gli altri clienti hanno in tasca un biglietto per il traghetto che continua a non arrivare, nell'odore di salsedine e tartine...
Ho il piede destro che mi fa male, se provo ad alzarmi zoppico e infatti resto seduto, meglio non muovermi penso guardando le piaghe che si allungano fino quasi al ginocchio. Tanto non riuscirei comunque a camminare, concludo.
Odore di salsedine, tartine e carne insaccata a macerare al sole. 
Una mia compagna di scuola delle medie, che sorpresa, c'è anche lei, non la vedevo da anni. Ma la sua reazione non sembra stupita, come se fosse il giorno prima che le scarabocchiavo la foto di Miguel Bosè incollata sul diario, mentre mi dice di conoscere un rimedio a miei problemi. "Miracoloso", aggiunge.

Mi invita quindi ad aspettarla – e dove vuoi che vada… – avviandosi alla ricerca di una farmacia dove acquistare la pozione magica che mi salverà. La vedo perdersi nell'intricato dedalo di una città che è certamente di mare. 
Odore di salsedine e tintura di iodio. 
Dalla parte opposta della viuzza c'è un altro bar, ma senza tavolini all'esterno. Arriva una motoretta a gran velocità. È condotta da un uomo, sembra giovane, un ragazzo, ma non si capisce bene perché ha il volto coperto da un foulard. Il tessuto e stampato a piccole losanghe bianche e nere.

Sfrecciandoci davanti lancia qualcosa nell'ingresso del bar di fronte. È una bomba, grida qualcuno. Una bomba!
Odore di salsedine e paura. 
E poi e subito e nel frastuono generale gente che scappa, tavolini che si ribaltano. I cocktail colorati si mescolano in terra con la schiuma soffice dei cappuccini. Io però non riesco a muovermi, per via del piede. Oddio il mio piede, la bomba, oddio! Mi porto così le mani alla testa e aspetto...
Odore di salsedine e polvere da sparo. 
Ed eccolo: il botto. Bum! La deflagrazione. Fiamme e schegge di vetro che mi raggiungono da tutte le parti, crolli, grida disperate. Poi silenzio.
Sono ancora vivo?
Pare di sì. Mi tasto, verifico la presenza di tutti gli arti, il loro funzionamento, non trovando nulla di alterato. Posso perfino camminare.

Odore di salsedine e grano maturo.
Ma fatti pochi passi vedo il mio cane disteso al suolo. Lo tocco, lo scuoto. Ne invoco l'attenzione come quando cerco di farmi riportare la pallina: Mela, Mela!
Niente da fare, è lei a essere morta. Non io, lei. C'è sempre qualcuno che prende il posto di qualcun'altro. Come Salvo d'Acquisto, penso. Co
me gli imbroglioni che fanno il gioco delle tre carte nei mercatini.
Sapore di ruggine nelle lacrime che mi scorrono sulle guance, ruggine e salgemma, prima di raggiungere la bocca. Dove c'è ancora un pezzo di tartina. 
Il mio pianto disperato sembra non arrestarsi mai, ma qui la scena cambia all'improvviso. Una specie di stacco cinematografico, un'ellissi. Il montatore è stato bravo e tutto avviene con naturalezza.

Vapori salmastri e nuvole che corrono sospinte dal vento, sempre più veloci. Un video di Philip Glass in cui il fiume dei giorni viene distallato in un bicchiere.  
Mi ritrovo così sul traghetto con la mia vecchia compagna delle medie. Simona, si chiama. Ai nostri piedi, mentre lo scafo oscilla dolcemente sulle onde, un cane che scodinzola. È un Hovawart di colore scuro e l'espressione mite e amichevole.

Odore di biscottini al burro, ma al posto dello zucchero il sale.  
Sei contento? mi chiede Simona.
Ci penso un momento.
Non è il mio cane, dico io.
Sì ma è uguale, facci caso, è davvero identico. Ha anche le focature marroni ai bordi della bocca. Guarda che carino… 
Non è il mio cane, ripeto io. Ha un nome diverso. Io non voglio un cane con un nome diverso. Voglio il mio cane!

Odore di salsedine e vecchi vocabolari. 
Poi mi sveglio all'improvviso e inizio a raccontare il sogno a un piccolo dittafono da tasca. Quando ho finito, mi viene in mente una cosa che ripeteva Lacan: "dell'altro, si ama sempre il nome". 
Dalle tapparelle abbassate filtrano intanto le prime luci dell'alba. Ma nella camera, ancora buia, è scomparso l'odore del mare. Provo a riaddormentarmi.