martedì 16 giugno 2020

Totem o tabù?


Perché si costruisce un monumento? Nell'accezione comune, i monumenti sono il riflesso concreto, tangibile e con evidenza pubblica di persone o eventi ritenuti indimenticabili, eterni come l'amore che lega due giovani sposi. Eppure, in entrambi i casi, quel che traspare in filigrana è il rischio dell'oblio; diversamente non vi sarebbe una promessa rituale o un oggetto per conservarne la memoria, vivificandola in un tempo ulteriore.
La celebrazione monumentale è dunque solo a un primo livello quella del soggetto od oggetto riprodotti 
(memorabili per virtù, coraggio, sapienza, abnegazione etc.), ma, implicitamente e più sottilmente, ciò che viene tramandato è in realtà il sentimento dei contemporanei dell'opera, che in tal modo desiderano renderci partecipi dei loro valori, reificati in un esercizio di ammirazione civile di cui temono la scomparsa.
Se mi soffermo, nella piazza della piccola cittadina in cui risiedo, di fronte alla statua di Garibaldi, mi ritrovo così a pensare al mio trisnonno che ha visto un giorno issare quel tronfio uomo barbuto forgiato nel bronzo, la mano destra posata sull'elsa della sciabola, e non all'eroe dei due mondi. Cosa provava in quel momento?
No, non Garibaldi mentre il porticciolo di Quarto dileguava nelle brume e poi compariva all'orizzonte Marsala, ma cosa provava lui, Anselmo, oppure Peppino, Franco, Maria, Cosimo, Wanda e Francesco, cosa provavano i nostri padri e nonni e giù giù inabissandoci nella cantina del tempo; quel che provo io lo so benissimo, non ho bisogno di monumenti se non come raccomandata senza ricevuta di ritorno a chi dal futuro punterà il cannocchiale all'epoca in cui cammino, a differenza delle statue che stanno ferme.
Chi imbratta o distrugge quegli oggetti immobili e incombenti la pensa però in modo diverso, e in essi scorge il potere operante di un totem, a informare il presente del suo afflato imperituro; solo se trafitto al cuore da un picchetto di frassino può essere liquidato, come si fa con i vampiri. Il male, vero o presunto, che nel monumento scorgono, è per essi un tabù. Li chiamano più modernamente simboli, dal greco 
sýmbolon, derivato da symbállō, metto insieme. Si presenta a questo punto una nuova domanda: con il collante del simbolo cosa si vuole unire, integrare?
La risposta più frequente è la forma con lo spirito, secondo lo schema della congiunzione mistica tipico della religione e della magia. L'imago è il mago che ricrea infinitamente il mondo, e il monumento, secondo lo stesso principio analogico, un'ipoteca del passato sul presente. Per liberarsi, l'oggi deve sbarazzarsi dell'incantamento magico, distruggendo la forma che fa di ogni nuovo giorno una replica, come avviene a Bill Murry in Ricomincio da capo.
Se la cultura antropologica del ventunesimo secolo è simmetrica a quella di un villaggio di tremila anni fa, si fa dunque benissimo ad abbattere le statue: Churchill, Montanelli ma in fondo anche il Garibaldi che mi sovrasta, vanitosissmo, nella piazza quasi svizzera di Sondrio; non era pacifista, tantomeno vegano e soprattutto non si faceva mai i cazzi propri. Diversamente, guardiamo ai monumenti con l'affettuosa partecipazione (faraway, so close...) con cui si guarda alla fotografia ingiallita di una prozia morta a quindici anni di spagnola. Una vita troncata, incompiuta, ci osserva mentre l'osserviamo nella goffa posa a cui il fotografo l'aveva costretta, sperando che il flash la liberi presto da quell'impaccio per tornare ai suoi giochi di quasi bambina; ma non prima di aver lavato i panni alla fontana gelida.
Scopriamo così che il flash è il nostro occhio, il piccolo colpetto delle ciglia come il libero per tutti a nascondino. E scopriamo anche che la Pietà Rondanini è il modello di ogni altra statua, la sua incompiutezza è costitutiva dell’opera, ogni monumento è sempre incompiuto. Sta a noi decidere se proseguire da dove l'artista ha posato lo scalpello, oppure abbatterlo perché non conforme al totem postmoderno.

giovedì 11 giugno 2020

Traumi 2


Ma perché continuate a dire che i bambini sono stati traumatizzati dalla pandemia? Sarebbe una notizia il contrario, come quella che vede il bambino mordere il cane, classico esempio dei capo redattori del tempo che fu, e non il cane mordere il bambino. Inoltre, perché proprio e solo i bambini? Anche mia madre, ottantadue anni, è stata traumatizzata, lo sono io, quasi tutti abbiamo subito un trauma.
L'impressione è che in chi ripete la frase in ogni occasione (e mai occasione fu più ghiotta della minima ribalta dei social network) sia presente un risentimento quasi metafisico, simile a quello di Giobbe verso il Dio da cui si sente tradito. Il sotto testo, a volte esplicitato, è infatti che i traumi non servono a nulla, sono un'inutile sofferenza da cui preservare le proprie creature, già che nella maggioranza dei casi a esprimersi sono giovani donne. E su questo sono completamente d'accordo: la sofferenza non serve a nulla.
Se ne ricava che la differenza tra il mio trauma e quello di un bambino, a renderlo tanto più scandaloso, sta nel fatto che un ferro vecchio come me già dovrebbe conoscere il dolore (confermo), mentre il trauma infantile possiede un carattere inaugurale, epifanico. E dunque poco importa che la mia vita sia messa in pericolo dal virus e quella del bambino no, dal momento che il trauma è un'esperienza soggettiva, potremmo dire un'annunciazione, più che un dato di realtà quantificabile su una scala gerarchica. In altre parole, il trauma da Covid-19 annuncerebbe l'arrivo di nuovi e futuri traumi, o in forma ancora più radicale l'essenza traumatica della vita.
Credo che fosse per via di tale coscienza realistica che i genitori di un tempo ritenevano i traumi formativi, mentre le nuove generazioni, cresciute a pane e fiction, vorrebbero preservare i figli da ogni genere di sofferenza, consegnandoli a un'esistenza oscurata dal male, in quella moderna parusia inaugurata dai programmi televisivi di Gianni Boncompagni.
Viene alla mente il paradiso in terra in cui il giovane Siddharta viveva confinato, e di cui, fuggendo, scopre la natura illusoria. Possiamo allora concludere che sia stato il trauma a renderlo Buddha? No, sarebbe una deduzione sbagliata, il trauma che gli proviene dal contatto con il dolore manifesto nella carne dei lebbrosi è solo la premessa della sua ricerca, che avrebbe potuto concludersi in modo diverso. Ad esempio uccidendo i genitori perché usavano un bagnoschiuma di una marca improbabile, come in un celebre racconto di Aldo Nove.
Nel dubbio, si deve fare come le madri coccodrillo di cui parla Lacan, che per evitare traumi ai loro coccodrillini li ingoiano dopo averli partoriti, oppure come le ragazze africane, i figli in un marsupio inforcato sulle spalle, sempre dietro, mai davanti, e appena si reggono in piedi vengono restituiti al mondo, fatto di traumi ma anche di incantesimi, spari e petardi?
Non possiedo la risposta, ma mi rendo conto che la linea di discrimine tra l'Occidente psichico e ciò che, giustamente, continuiamo a considerare altro, passa anche dall'approccio agli eventi imprevisti, specie se in grado di procurare un trauma. Per noi rappresentano l'oscenità metafisica suprema, mentre per culture differenti il trampolino da cui tuffarsi nel grande fiume della vita. Dove, per definizione, ci stanno anche i coccodrilli.

lunedì 8 giugno 2020

Tomasoni e Gigietto


L'indice H o H index, dal cognome del suo ideatore, il fisico argentino Jorge Eduard Hirsch, restituisce un valore numerico all'attività scientifica dei ricercatori, ricavandolo da calcoli complessi che fanno riferimento alle pubblicazioni su riviste di settore e citazioni ricevute in altri studi di colleghi.
Così a pelle ho sempre provato antipatia per questo parametro, che mi ricorda il pedigree dei cani di razza o il sorrisetto sardonico del primo della classe. Nella mia esperienza scolastica si trattava di un certo Tomasoni: piccolino, le gambe convesse dei fantini e un nasone che lo rendeva simile a Bob Rock, personaggio di un fumetto di Magnus. La specialità di Tomasoni era la delazione ai professori; quando, ad esempio, Gigietto il ripetente si fregava il cancellino (è stato Gigietto, è stato Gigietto gracchiava subito Tomasoni) e poi aspettava all'uscita l'autore della soffiata e gliene dava un sacco e una sporta. Io ovviamente stavo dalla parte di Gigietto.
La quantità di scemenze che vengono postate sui social network mi stanno però facendo rivalutare tale filtro classista. Leggo oggi di una certa Judy Mikovits, viene presentata come "virologa", mah, la quale rilancia la tesi che vuole i morti da coronavirus vittime del vaccino influenzale, in cui sarebbero stati contenuti frammenti del terribile Covid-19.
Ok, l’hai sparata grossa, ma adesso facciamo come da ragazzini, fuori il pistolino sul tavolo e vince chi ce l'ha più lungo; quello di Gigietto era enorme, una proboscide. Nel nostro caso la proboscide da misurare sarà naturalmente l'indice H. E dunque che H index ha la Mikovits, voglio saperlo, non mi bastano i suoi vaneggiamenti. E se è inferiore, come sospetto, a quello di un Mantovani o Fauci o Remuzzi, se ne torni a rubare cancellini.
È triste vedere ridotta la ricerca a un gioco di forza, ma per contrastare il dilagare dell'irrazionalità pseudo scientifica tocca ricorrere al più odioso dei discriminatori umani: la pagella a fine anno, in cui Tomasoni aveva la sua rivincita sui calci in culo incassati da Gigietto il ripetente.

sabato 6 giugno 2020

Traumi

A me l'immagine del plexiglas che divide gli alunni piace, potrebbe essere un'istallazione artistica di Maurizio Cattelan, una metafora potente della condizione della tarda modernità, ben oltre estesa alla contingenza del virus. Mi rendo però conto che non può essere considerata una soluzione duratura, oltre che di dubbia efficacia.
Non voglio sminuire l'importanza di una profilassi ambientale, per quanto mi sembra discutibile la fiducia in una strategia del genere, che comunque non eviterebbe i contatti fisici prima e dopo le lezioni. Ma al di là degli aspetti pratici, mi sembra interessante approfondire i motivi di protesta immediatamente seguiti alla proposta, toccando sui social livelli di ringhiante ripulsa.
Tutto ruota attorno alla convinzione che una barriera trasparente potrebbe indurre un trauma, ossia, letteralmente, una ferita nell'equilibrio emotivo dei ragazzi, come quella inflitta a Telefo dalla lancia di Achille. Ora a me sembra altamente improbabile che una paratia possa turbare profondamente la psiche di un giovane. Ma se, per ipotesi, davvero così fosse, mi chiedo perché no?
Non voglio essere cinico o peggio sarcastico, quanto piuttosto riflettere sul fatto che la sistematica rimozione dai traumi sia divenuto l'approccio pedagogico dominante, ne possiamo trovare una sintesi efficace nel film La vita è bella. Certo, in quel caso si trattava di un trauma vero, drammatico, e nessuno si augura il ritorno dei campi di sterminio nazisti.
Il principio ispiratore della pellicola era la cosiddetta bugia a fin di bene. Un padre sorridente e affettuoso e menzognero, tanto più menzognero quanto più sorriso e affetto si fondono, cerca di velare al figlio la più terribile verità. Con le debite proporzioni, una situazione che può essere traslata al presente; pensiamo al dottor Zangrillo quando afferma che il coronavirus è "clinicamente scomparso”. No, non è scomparso, basterebbe una sola vittima per smentirlo, ma come Benigni Zangrillo vuole preservarci da un'esperienza traumatica del reale; e cioè del reale tout court, essendo il trauma intrinseco alla vita.
Il suo atteggiamento ci rassicura, tutti sanno che non è vero ma si stabilisce una complicità omertosa; in fondo parla per il nostro bene, non vuole farci soffrire, temere. La sua professione è quella di anestesista. Eppure non era così scontato che avesse successo una comunicazione anestetica, non riguardava ad esempio le generazioni precedenti. In un passato ancora prossimo venivano addirittura escogitati dei traumi artificiali a cui sottoporre i ragazzi, considerandoli formativi; il leggero schiaffetto impartito dal prete durante la Cresima ne è immagine omeopaticamente diluita, in cui traspaiono gli antichi riti di iniziazione.
Bisogna inoltre aggiungere che la soluzione concepita dalla Ministra riflette la medesima prospettiva culturale di chi la contesta, imbastendo l'equivalente post moderno della campana di vetro. Ciò che cambia è solo la valutazione topologica in cui collocare il bene da preservare: la psiche dei giovani oppure il loro sistema immunitario?
Non ho ovviamente una soluzione da offrire, se non cercare di reindirizzare l'interrogazione sul dilemma, più profondo, che si muove dietro alla polemica sul plexiglas a scuola: una vita senza traumi, dunque senza realtà, pericoli, virus, oppure l'atteggiamento più stoico di chi pensa che a volte si possa incontrare il male senza esserne annichiliti? Magari piccoli mali per evitare dolori più grandi, come nell'altrettanto temuta vaccinazione.
Mentre riflettiamo sulla risposta, ricordo il finale del mito di Telefo, dove è la stessa lancia di Achille a guarire dopo anni la ferita del re di Misia. In largo anticipo su Freud, gli antichi greci avevano intuito che c'è solo un modo per superare gli inevitabili traumi: viverli. E se non si capisce la lezione, non la si integra, ri-viverli. Mi auguro solo che non sia necessaria una nuova pandemia per comprendere che il mondo esiste, comunque esiste prima e dopo il desiderio che prova a dargli forma, e quando non ci riesce trasferisce l’immagine redenta in una nuvoletta di finzione. Dove mulini bianchi convivono accanto a mucche viola, pantere rosa e zebre a pois.

martedì 2 giugno 2020

Squirting


I situazionisti l'avevano battezzato détournement, diversione, ma prima di loro ci era arrivato Marcel Duchamp: prendi un orinatoio, gli cambi funzione e contesto, ad esempio lo piazzi in un museo di arte contemporanea, e oplà ecco un'opera d'arte!
Mi chiedo dunque quale magnifica opera d'arte potrebbe diventare Facebook, il più grande pisciatoio di parole del pianeta. Un esempio? Leggo oggi il seguente post, appartiene a un mio contatto femminile:
"Devo scrivere un pezzo sullo squirting. È tanto che non ne scrivo e mi accorgo che mi sembra di ripetermi in una cosa noiosa, che tutti già dovrebbero conoscere e che le donne dovrebbero già aver provato. Per sé stesse dico, non per sentirsi migliori in termini di performance sessuale agli occhi del partner."
Onestamente mi lascia indifferente, diciamo che l’argomento non mi appassiona, ma nemmeno infastidisce. A ognuno la sua tazza di tè. Provo però a fare anch’io una diversione, e come Duchamp lo immagino trasferito alle pagine de la Repubblica, a firma mettiamo di Eugenio Scalfari. Con questa nuova provenienza rileggo da capo a voce alta, facendo le pause, la voce roca del grande giornalista romano:
Devo scrivere un pezzo sullo squirting. È tanto che non ne scrivo e mi accorgo che mi sembra di ripetermi in una cosa noiosa, che tutti già dovrebbero conoscere e che le donne dovrebbero già aver provato. Per sé stesse dico, non per sentirsi migliori in termini di performance sessuale agli occhi del partner.
E a voi adesso continuare nel gioco, abbiamo un universo intero, ettolitri ed ettolitri di tiepido piscio verbale a cui cambiare attribuzione.


sabato 30 maggio 2020

Domus e forum


Lasciare le scarpe fuori dalla porta. Fino a qualche tempo fa o, ancora più precisamente, fino a febbraio 2020, era in Italia una pratica minoritaria e vagamente eccentrica, quasi fricchettona. Con l’epidemia di Covid-19 le cose stanno però cambiando, almeno stando alle scarpe che vedo moltiplicarsi sugli zerbini del condominio dove abito. È inutile ricordarne la ragione, e, per quanto io non faccia lo stesso, mi sembra prudente e sensato.
Diversamente dal nord Europa ma anche dell’area mediorientale, la casa italiana è sempre stata considerata un’estensione del fuori, dove amici e conoscenti e perfino Testimoni di Geova non devono deporre le armi prima di entrare, rappresentate simbolicamente dalle scarpe. Anche in questo si riflette la profonda e radicata socialità del nostro popolo. Al limite, i più igienisti, specie nei decenni precedenti e tra le famiglie di modesta estrazione, ti pregavano di strisciare le suole sopra alle pattine, degli scampoli di feltro su cui si consumava un gioco proletario (sorta di moviola del pattinaggio) che mi è sempre piaciuto, restituendo dignità a case umili ma ben tenute senza sottrarla all’ospite, a cui veniva risparmiata la condizione degradante di veder sgusciare il pollicione dai calzini.
È stato solo con gli anni ottanta che, anche qui, qualcuno ha iniziato a chiedertelo, dapprima timidamente e poi con sempre maggiore imperio: Puoi toglierti le scarpe, per favore. Il sospetto è che dietro a tali richieste, accompagnate dall'odore dolciastro degli incensi accesi accanto a elefantini intagliati nel mogano, più che l’emulazione di qualche guru indiano si riflettesse un sentimento inconscio di subalternità e invidia sociale, a cui reagire replicando i comportamenti dei ricchi– comportamenti e ricchi conosciuti solo per il tramite televisivo, naturalmente. E così anche a Rozzano o a Centocelle la casa diventava il sostituto piastrellato del celebre Riva Corsaro, il motoscafo dei cumenda milanesi, quello su cui Jerry Calà e Cristian de Sica scorrazzano con altri agiati baby boomer in Sapore di mare, oppure un tempio sacro, una moschea, prima di trasformarsi in un reparto di terapia intensiva.
Mi piace pensare che a emergenza terminata le cose torneranno come prima, e la maggioranza dei miei connazionali a considerare la propria abitazione un'increspatura del mondo, magari un po' più tiepida e riparata ma della stessa sostanza, leggi, consuetudini. Niente scarpe sullo zerbino, insomma. Con gli ospiti accolti nell'interezza della loro identità, 
e cioè ascoltando anche quell'alfabeto pronunciato dall'abito ancora prima della bocca, calzature comprese. Abito che fa il monaco e non il contrario, come uno sciocco proverbio vorrebbe farci credere, per sottostare infine alla minima religione domestica con cui omologarci a un culto neo ricco o scandinavo o arabeggiante del tutto estraneo alla nostra tradizione, oltre che diciamolo pure brutto in sé.
Ma temo non sia così, e che questa epidemia sancirà un confine sempre più marcato tra domus e forum, quasi di ostilità. Perciò le scarpe, con cui calchiamo i luoghi pubblici, ossia letteralmente ne facciamo un calco, un'impronta non da lasciare al suolo ma da esso incorporare, più che per ragioni igieniche dovranno arrestarsi all’ingresso di quelli privati. I quali avranno smesso di contemplarli.

mercoledì 27 maggio 2020

Il rimedio è la povertà


Ieri sera ho visto l'ultimo film di Ken Loach, Sorry, We Missed You. Non intendo avventurarmi in un discorso critico, anche se bisogna forse riconoscere che è meno riuscito di precedenti pellicole del regista, qui un po' schematico e prevedibile negli snodi narrativi. Ma quanto sono veri i suoi personaggi, quanto sono belli! Di quella bellezza che non può fare a meno del vero e viceversa, in una sintesi a cui darei il nome di dignità.
La dignità dei penultimi più che degli ultimi, quelli che provano a resistere alla lunga coda della ristrutturazione economica tacheriana, in un moderno affresco de Il quarto stato che Ken Loach va componendo da anni. A differenza che in Pelizza da Volpedo la marcia non è però univoca e serrata, ognuno cerca di salvarsi come può, salvare sé stesso ma soprattutto i legami affettivi in cui si riflette e infine riconosce, quando il fuori ha assunto sembianze ormai totalmente aliene. In questo caso si tratta della propria famiglia, quella di un quarantenne di Manchester che si indebita per acquistare un furgone, con cui reinventarsi una vita come Pony Express. Rick è il suo nome, Rick Turner. 
Nel suo calvario lavorativo Rick è sempre sostenuto da Abby, la moglie, lei fa la badante mentre il figlio adolescente Seb ha la passione per i graffiti, ma della sua età sconta anche i conflitti che la piccolina della famiglia, Lisa Jane, sembra una deliziosa miniatura di Vermeer, cerca di ricomporre peggiorando a volte le cose. Seguendo le vicende travagliate dei Turner, c'è sempre un pittore di mezzo, il realismo della messa in scena finisce con l'indurre in più occasioni il desiderio di soccorrerli, come quando vedi un bicchiere a bordo tavola sul punto di cascare. Una finzione filmica talmente credibile da ingannare anche sé stessa, o perlomeno è la sensazione: dopo aver trovato i personaggi l'artista si fa da loro condurre, mentre la camera ne pedina con una discrezione quasi documentaria la più minuta quotidianità. È stato così altrettanto naturale ritrovarmi a pensare a un vecchio articolo di Goffredo Parise, fu pubblicato sul Corriere della Sera il 30 giugno 1974, gli intenti dello scrittore vicentino sono chiari già a partire dal titolo: il rimedio è la povertà.
Se c’è un rimedio ci sarà dunque anche un problema, un vulnus. Rispetto a quasi cinquant’anni fa le cose non sembrano cambiate troppo, per quanto la povertà che si augurava Parise appare molto più vicina, pervasiva. Ma il suo utilizzo del termine non era strettamente economico, tantomeno ideologico come potrebbe ora apparire, sviati da una politica che, anche se non soprattutto a sinistra, ha fatto propria la confusione tra sviluppo e progresso già denunciata da Pasolini, il cui pensiero viene esplicitamente ricordato nel testo. Il problema, il male, la ferita, prima ancora che morali sono per entrambi gli scrittori di natura estetica: l'estetica dell'accumulo e dell'ingordigia, in cui la quantità ottunde per definizione l'esperienza qualitativa. La povertà, più che una semplice condizione materiale, diviene allora una disposizione maggiormente ricettiva, attraverso cui fare emergere un ordine formale (la bellezza del mondo) svilito dalla nuova civiltà dei consumi. Nuova per allora, naturalmente. E per noi così abituale da non farci nemmeno più caso.
Non accorgersi di qualcosa non significa però che abbia smesso di esistere. Per ridestare la consapevolezza basterebbe leggere il seguente passaggio, in cui l’anticomunista Parise ricorda le divise rivoluzionarie sovietiche: “la divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria.”
La bellezza che traluce dal cappottone grigioverde dell’Armata Rossa, si rivela così quella particolare bellezza che, passando attraverso gli impedimenti concreti, la misura a decretarne il valore, ritrova la capacità di discrimine tra le cose suggerita dalla necessità. Quando hai necessità di proteggerti dal freddo, impari a distinguere tra nylon e lana e cotone, quando hai necessità di nutrirti e non solo di ingozzarti, impari quanto siano diversi al palato il gusto del manzo e del vitello, da riservare ai giorni di festa e letizia. Un apprendistato a piaceri gastronomici, ma, più un generale, alla complessità della vita, che ritroviamo nel film i Ken Loach quando Rick porta alla bocca una pietanza particolarmente piccante, spiegando al figlio che rappresenta il discrimine tra giovani e adulti; salvo poi tossire e bere una lunga sorsata di birra, a ridimensionare ironicamente la sua pretesa autorità paterna, simbolo di tutti i poteri che non contemplano la capacità di correggersi.
Retrocedendo ancora nei riferimenti, non si può non menzionare il celebre incipit di Anna Karenina in cui si dice che tutte le famiglie felici si somigliamo; ogni famiglia sventurata lo è invece a proprio modo. E mi rendo conto che può sembrare presuntuoso emendare Tolstoj, ma il sospetto è che quando scriveva di felicità, schast'ye in russo, forse pensava alla ricchezza, tutte le famiglie ricche si somigliano, sì, torna decisamente di più, forse perché la povertà del suo tempo davvero coincideva con la miseria, dunque con l'infelicità.
Eppure perfino nella miseria, nella necessità fisica più disattesa, l'apprendistato alla vita è tanto più carico di attenzione alla dimensione discreta delle cose, la loro infinita varietà e funzione. La ricchezza si mostra allora come una cataratta precoce a velare il mondo e il suo manifestarsi ai sensi, che, solo in un secondo tempo, si traduce in incrinatura morale, insipienza civile. Il cinema di Ken Loach, anche nelle sue prove meno riuscite, si rivela così non tanto una critica al sistema tardo capitalista e alle politiche che gli fanno da premessa – e c’è anche questo, intendiamoci – ma una ripulitura dello sguardo dalle incrostazioni che una lunga consuetudine con la ricchezza ci ha lasciato, anche quando quella ricchezza appartiene a modelli esterni introiettati attraverso processi di identificazione immaginale, ossia fasulli.
Abbiamo infine i poveri, ma belli, di una fortunata pellicola di Dino Risi, fortunata almeno per il botteghino. Fu infatti un passo falso nel percorso altrimenti acuto del regista milanese. Qui i suoi poveri bivaccano su un barcone sul lungo Tevere, senza però possedere la neghittosa disperazione dei sottoproletari pasoliniani quanto l’orgoglio e la dignità di quelli di Ken Loach. Sono solo dei ricchi mancati, dei piccolo borghesi che si accontentano di una lavatrice nuova, o di un bacetto e una gazzosa e un giro in Lambretta con la fidanzata. L’errore è grammaticale. Non poveri ma belli, ma belli perché poveri.

martedì 26 maggio 2020

Elephants & Mice


A volte ho l’impressione che gli elefanti si trasformino in topolini, e viceversa. È il recente caso di Slavoj Žižek – un autentico gigante del pensiero contemporaneo – il quale ha appena pubblicato Virus. catastrofe e solidarietà, Ponte alle Grazie, al momento disponibile solo nella versione ebook. A un certo punto leggiamo: “un'epidemia è stata studiata e strumentalizzata per abituarci a perdere tutti i nostri diritti civili”.
Ora, ci si dovrebbe intendere su quali siano i diritti civili. Bere Pepsi Cola, fare sci d’acqua, curarsi con i fiori di Bach, acquistare la PlayStation 4, darsi alle bocce o al tiro al piattello, diventare vegani, salviniani, juventini, sono questi diritti civili? Sì, lo sono, anche se alcune di tali attività possono non piacerci. Anche accoppiarsi con un pony come faceva Marina Lotar, celebre pornostar dei primi anni ottanta nonché moglie del giornalista Paolo Frajese, anche questo è un diritto civile, salvo l’attiva condiscendenza del pony. Ma assumere comportamenti disinvolti che possono favorire il contagio di un virus potenzialmente letale, a nostra volta trasferibile ad altri, è ancora da considerarsi un diritto civile?
Ciò che nella circostanza sfugge a Žižek sono i fondamentali del pensiero liberale, possiamo riassumerli con la celebre frase di Martin Luther King: “My freedom ends where your freedom starts” (la mia libertà finisce dove inizia la vostra). La libertà che fa da sfondo ai diritti civili è dunque quella di celebrare il proprio godimento, quale premessa implicita a successivi e più formalizzati diritti: lavoro, voto, libertà di pensiero, espressione, movimento etc. Una categoria della riflessione psicanalitica lacaniana ben conosciuta dal filosofo sloveno. Il diritto al godimento può perfino mettere a repentaglio la vita di chi lo esercita, come fanno gli alpinisti, ma mai quella degli altri, e la Legge (equivalente pubblico del Super Io freudiano) coinciderà allora con il limite posto al godimento, almeno quando sia in contrasto con quell'intrico di desideri chiamato comunità.
Ne ricaviamo che le presunte strumentalizzazioni per abituarci a perdere tutti i nostri diritti civili, non siano altro che argini provvisori alle forme di godimento individuale – gli Happy Hour, ad esempio, o assistere a una partita di calcio – nei casi in cui si sovrappongano, negandole, alle libertà degli altri. Ed è quanto è mancato alle democrazie liberali, dove si è perlopiù temporeggiato in un fatalismo balbettante, che oltre al ritardo nella sospensione di quei godimenti privati divenuti nel tempo diritti inalienabili, ha favorito il bilancio delle vittime. Con ciò negando il primo e fondamentale diritto: vivere.
Riflessioni di alta cultura? No, bastava chiedere agli abitanti di un villaggio africano come si comportano ai primi segni di un'epidemia, le risposte – distanziamento fisico, limitazione degli spostamenti, interruzione degli scambi e dei rituali sociali – sono sempre le stesse da migliaia di anni. Ma in fondo anche in Europa, almeno da quando si mormora che i topi portassero la peste nera a bordo dei vascelli provenienti dall'Oriente, era il 1347 e non abbiamo ancora imparato la lezione. Topolini a cui la stazza intellettuale di Žižek viene ora ridimensionata, almeno quando scrive sciocchezze del genere.

lunedì 25 maggio 2020

Madame Bovary c'est moi

C'è qualcosa di rassicurante nel suddividere il mondo in categorie, di rassicurante e stupido. Un tale di cui ho scordato il nome affermava che l'umanità si divide in due sole categorie: chi divide l'umanità in categorie e chi non lo fa. O forse è la stupidità a essere rassicurante, e nel caso quel tale si dava dello stupido da solo – ma uno stupido che sa di essere stupido, può essere considerato ancora stupido...?
Nel dubbio mi concedo un po' di stupidità anch'io, confessando che ci sono tre categorie di persone e, in particolare, di donne, con cui ho difficoltà a stabilire relazioni: attrici, psicologhe e poetesse. Non è un giudizio, semplicemente manca il feeling. Da una rapida scorsa, ho però notato che sono queste le attività più frequenti tra i miei contatti femminili su Facebook, anche quando non se ne occupano professionalmente.
Un esempio? Donne che postano selfie in pose molto impostate e seduttive (cos'è questo, se non recitare?) oppure scrivono di psicologia maschile nei rapporti amorosi, ovviamente per dedurne la propria superiorità di genere. Infine la poesia, siamo un popolo di poeti e naviganti, e meno si naviga e più si poeta, secondo il celebre detto di Benedetto Croce per cui dopo i diciotto anni continuano a scrivere poesie solo i poeti e i cretini. Un'altra suddivisione categoriale, per inciso, che mi fa sentire in buona compagnia, già che anch'io categorizzo e scrivo di tanto in tanto poesie. Cretino due volte, dunque.
Ma a questo punto facciamo tre, visto che il primato di poetesse, attrici e psicologhe tra i miei contatti mi fa pensare: a) che sono masochista; b) che la specie a cui appartengo proprio non ce la fa a non recitare, poetare e psicanalizzare il prossimo; c) che sono io a non riuscire a farmi i cazzi miei
cosa vai a frugare nei profili altrui... , ed è per l'appunto ciò che fanno poeti, attori e psicologi, oltre naturalmente i cretini. Detto diversamente, madame Bovary c'est moi.

A ciascuno il suo


Cecchi Paone, ospite ieri sera nel programma di Giletti, con la consueta aria pensierosa che ricorda l’intelligenza malamente simulata da Fabio Testi nei primi piani cinematografici, sosteneva che i giovani sono vittime della movida, non responsabili. Un ragionamento nel quale viene ricalcata la forma mentis dell’Italietta degli anni cinquanta e sessanta, dove se una ragazza subiva uno stupro doveva in qualche modo essersela cercata, in particolare quando indossasse abiti giudicati provocanti, per non dire di quella bomba a orologeria ormonale appena inventata da Mary Quant: la minigonna. La normativa che consente la riapertura di bar e ristoranti è dunque da considerarsi alla stregua di una moderna minigonna: Lo spritz mi ha provocato, Vostro Onore, come resistere…
Eppure Cecchi Paone non ha forse tutti i torti. Il problema non è però stabilire chi sia vittima e chi carnefice, ma intendersi su quella parolina estera, francamente abusata se non malintesa, che è movida. La movida è stata un movimento artistico e culturale nato in Spagna nei primi anni ottanta, ma col termine, come recitano anche i dizionari, si è venuto a designare per estensione la vita notturna e gli assembramenti fuori e dentro i locali di maggior successo. Il nocciolo della questione mi sembra così in quest’ultimo aspetto, il successo, la frequentazione di alcuni luoghi rispetto ad altri.
Qualcuno davvero pensava che la riapertura di bar e ristoranti avrebbe comportato una distribuzione casuale e uniforme, e non di nuovo la concentrazione nei locali cosiddetti di tendenza? Il fatto è che, a differenza di altre attività, nei locali i giovani vanno seguendo una sorta di energia centripeta – stare assieme, anzi esistere assieme, cazzeggiando amabilmente in uno sciame di simili – e quanto più c’è affollamento quanto più viene gratificato il proprio desiderio di essere parte di un tutto chiassoso, una festa mobile. Non si va al bar perché manca la birra in frigo: Mamma, papà, esco a prendere una Ceres, ma torno subito.
Se si voleva mantenere quei tasselli che compongono il puzzle giovanile separati, i bar, semplicemente, non dovevano essere aperti. Ancora più patetica è la nuova figura del separatore sociale che si vorrebbe istituire: sui navigli o davanti a Radetzky, al Bar Basso all’ora dell’aperitivo, non basterebbe una truppa di separatori sociali, ma ci vorrebbe un rompicoglioni per ogni cliente, a riprenderlo ogni volta che si sfila la mascherina o infrange il metro di distanza.
La condizione vittimaria dei giovani, evocata da Cecchi Paone, è semplicemente una stupidaggine, e ricordo en passant che Gaetano Salvemini offrì a Piero Gobetti di dirigere l’Unità quando questi aveva quindici anni. E dunque, a venticinque, non dico quindici anni come lui, si potrebbe avere la maturità per indossare uno straccetto sulla bocca, gesto per cui anche molti ultra cinquantenni avrebbero bisogno di ripetizioni. Detto ciò, è una stupidaggine di natura uguale e contraria lamentarsi perché un bar è pieno di gente. I bar facciano i bar, i virologi facciano i virologi e i politici facciano i politici, stabilendo quando serve degli argini al godimento collettivo, un Super Io istituzionale che solo i cretini considerano una violazione ai diritti fondamentali. Quanto ai giovani, vedo che non c’è bisogno di dirgli cosa fare. E cioè, come sempre e come giusto, quel cazzo che gli pare.

domenica 24 maggio 2020

Jolly

Nel parco naturale in cui vado tutti i giorni, sono anni che lo faccio, ho la fortuna di abitare vicino a un parco naturale, e dove dopo un'attenta selezione olfattiva il cane deposita la sua pisciatina, da qualche tempo la gente ha ripreso a passeggiare. Alcuni corrono, altri vanno in bicicletta, la normalità è tornata con il suo volto lieto e disteso. E nella normalità non è inclusa alcuna mascherina, poco importa che la legge ora la preveda.
Tra quanto previsto dalla legge, il fatto che i cani debbano essere condotti al guinzaglio – sempre e ovunque! È ininfluente se siano feroci o degli scendiletto risvegliati solo da una ciotola colma di crocchette, come avviene con Mela, il mio cane, una femmina di Hovawart di tre anni e mezzo. Quando nel passato mi capitava di sganciare il moschettone dal suo collare, siamo in mezzo alla natura mi dicevo, venivo giustamente ripreso dai gitanti nel parco dei Bordighi, così si chiama. I più severi accompagnavano la reprimenda con un sopracciglio alzato e il dito indice puntato a stigmatizzare il mio comportamento, replicando l'immagine stampata su un manifesto del 1917, in cui gli americani cercavano di reclutare soldati per la Grande Guerra. Uncle Sam, con un cappello a stelle e strisce, indica l’osservatore. Sotto enorme la scritta: I want you!
Avevano ragione loro, nessun sarcasmo postumo, tanto che subito provvedevo a legare il cane e chiedevo scusa, magari sbuffando come fanno gli adolescenti quando i genitori gli dicono di non chattare a tavola. Ma come si può vedere ho coniugato il verbo all’imperfetto, già che adesso Mela ha ripreso a scorrazzare libera tra ciuffi d’edera e tronchi di robinia, osservati dall’alto in basso dai pioppi centenari. Cosa è cambiato?
Di preciso non lo so, anche se prendo atto che nessuno mi dice più nulla. Il sospetto è che dipenda dal fatto che io porto la mascherina e loro no. Come se si fosse affermata una regola implicita e vagamente omertosa: ogni cittadino ha diritto a un’infrazione, non importa quale. Un dispositivo sociale simile al jolly nel gioco delle carte.
Infrazioni da poco conto, intendiamoci, non si può scippare le anziane appena ritirano la pensione alle Poste o sparare al vicino perché rumoreggia troppo negli amplessi notturni. Però è lecito non indossare la mascherina o sciogliere il cane, purché le due infrazioni non facciano somma. Arrivo a ipotizzare che a un uomo con l’impermeabile crema e gli occhiali scuri, sia ora consentito di spalancare l'indumento ogni volta che incroci una fanciulla, mostrando quel che si mostra in simili circostanze. La ragazza, prima di strillare, controllerebbe se l'uomo indossa la mascherina e il suo cocker è ben saldo al guinzaglio, per proseguire nel caso con l'inutile orpello che ciondola dai pantaloni. Ma come, non si scandalizza più nessuno...?
Un’infrazione a testa, bada bene. Solo una. Giochiamoci dunque bene il nostro jolly.

sabato 23 maggio 2020

Ci scusiamo per l'interruzione


Mi sto convincendo che le epidemie vadano considerate alla stregua delle serie tv: quando hanno successo le stagioni incalzano, viene allungato il brodo, ma, alla prima flessione nei dati di ascolto, i dirigenti Netflix ci danno un taglio. Dichiaro dunque interrotta la serie Covid-19 per mancanza di interesse da parte degli spettatori italiani. L’emittente si dissocia da eventuali e futuri decessi, che non andranno rubricati a inadempienza – poco importa se dei cittadini o delle istituzioni – ma a pura fatalità, come il piccione che ti caga in testa o la scelta della corsia al casello dell’autostrada, per definizione sempre sbagliata. Buona continuazione con i programmi estivi, in cui i nostri cuochi si contenderanno la palma della miglior insalata allo sbruffo.

giovedì 21 maggio 2020

La sfumatura

Al principio era la sfumatura. Magari non dell'universo, ma di un bel romanzo di alcuni anni fa. A scriverlo non è stato uno scrittore ma un regista cinematografico, Paolo Sorrentino, che ne attribuisce la disposizione al suo formidabile protagonista: Tony Pagoda.
Negli anni sessanta e settanta ha riscosso un certo successo come cantante nei night club, un crooner direbbero gli americani, ora è però scivolato in un tempo che non comprende la sua arte sussurrata, e da lui non compreso. Si muove così con idiosincratico impaccio, affermando di detestare ogni cosa, ma proprio tutte, ne fa un lungo dettagliato elenco nel prologo del libro.
Non sopporta i vecchi ma neppure i giovani, gli adolescenti, i bambini e i loro genitori apprensivi, non sopporta i lavoratori quanto i disoccupati, i politicizzati, i manager, i piccolo borghesi, non sopporta i fidanzati perché ingombrano, non sopporta le fidanzate poiché intervengono, non sopporta niente, nessuno. Solamente una cosa lumeggia sulla superficie del setaccio che immerge nel fiume inquinato della tarda modernità, una minuscola pepita d'oro, ed è appunto la sfumatura.
In ciò il personaggio riflette forse l'autore, già che la sfumatura dovrebbe essere la lente con cui tutti gli artisti guardano al mondo, cercando poi di ingigantire i chiaroscuri per essere colti anche dai lettori, o dagli spettatori, non c'è in questo molta differenza tra le arti, che a differenza del diavolo si mostrano sempre nei dettagli.
Ripensavo all’insofferenza di Tony Pagoda, nella versione in audiolibro la voce appartiene a Tony Servillo, mai così in parte, insofferenza verso l'esibito, il netto, il non sfumato come emblema della crisi che sta investendo l'arte contemporanea, incapace di agganciare la realtà per rifletterne le sfumature. Ma se la realtà assume il volto, mettiamo, di Donald Trump, come comportarsi?
L'assoluta flagranza di una personalità di tale fatta, assurta a cifra non solo simbolica dell'epoca presente, rende a un tempo impotenti gli artisti e fervidi i paranoici, i quali inventano sfumature, complotti, là dove non c'è proprio nulla da leggere tra le pieghe, tutto galleggia in superficie come bottiglie di plastica sull'oceano.
Mi sembra così sintomatico, quasi una nemesi, che il peggiore film di Sorrentino nasca da un suo tentativo di sfidare proprio la legge della sfumatura: già, nemmeno in Berlusconi ci sono sfumature, e al termine della pellicola dedicata alla sua persona (Loro) lo spettatore non realizza nulla di inaspettato e nuovo, era tutto e da sempre in formato macroscopico, a misura di sguardo, e il film non fa altro che ricapitolare luoghi comuni –non sbagliati, ma appunto già decantati sulla retina prima di farsi chiacchiericcio da Happy Hour .
Non mi stupisce allora che molti artisti scelgano percorsi retrospettivi, e, preso atto che il presente, come il re della favola, è nudo, cerchino la sfumatura nel passato prossimo. Ed è qui che Sorrentino è andato invece a segno, ricostruendo in un percorso ellittico e immaginifico la vicenda di Giulio Andreotti ne Il divo, come fa ora 
Davide Orecchio nel suo ultimo bellissimo romanzo, Il regno dei fossili.
In Andreotti tutto è sfumatura, ambiguità, bianco e nero che non trovano sintesi dialettica nel grigio, continuando a rimbalzare l'uno nell'altro senza fondersi mai. Andreotti è insomma il simbolo incarnato del Tao, e ogni artista ma, in fondo, ogni essere umano consapevole di essere immerso in un sistema complesso e non di rado paradossale, ha molto da imparare da entrambi. Ma soprattutto da Tony Pagoda, che come un maestro parrucchiere insegna l'antica arte della sfumatura.


mercoledì 20 maggio 2020

Modesta proposta


Modesta proposta. Preso atto che l'Happy Hour, con l'intruppamento connesso che tanto scandalizza in questi giorni, per le nuove generazioni è da considerarsi un bene di prima necessità, come le pelli di foca per gli esquimesi e la ketchup per gli americani. E preso anche atto che il Covid-19 è una rogna solo per gli over trenta, per i ragazzi è solo la ghiotta occasione per non andare a scuola, ma dovendo appunto rinunciare a quell'a priori kantiano dell'Happy Hour. Eppure la soluzione c'è: si ripristini il servizio di leva.
No, non preoccupatevi, i vostri figli (ma anche figlie, come in Israele) non dovranno fare il CAR, le lunghe marce con gli anfibi, guardie notturne al gelo e imparare a sparare con il Fusil Automatique Léger, altrimenti detto FAL. Niente di tutto ciò. Semplicemente dormire in vecchie caserme dismesse, all'interno delle quali potrebbero bere tutti gli spritz che desiderano, anche giocare alla Play Station e alitarsi in faccia dopo aver mangiato hamburger alla cipolla, doppi frullati alla vaniglia, tutto quel che gli pare. Basta che non rientrino a casa a infettare genitori, nonni e perfino Pallina, la gatta di casa con una macchia nera sull'occhio, come quella cantata da Gino Paoli.
Tanto la naia passa in fretta, lo sanno bene i miei coetanei. E al termine avremo finalmente ottenuto il famigerato effetto gregge, ne saremo insomma fuori nella maniera più serena, neppure avremo più bisogno del vaccino. I genitori, senza figli tra le palle, potranno perfino riprendere a fare l'amore il sabato pomeriggio, e poi andare in cortile a lavare l'auto come facevano da fidanzati. E ai figli saranno risparmiate le ramanzine dei virologi, i guanti di Arsenio Lupin, le mascherine di E.R, tutti argini al pigro godimento che li divora. Solo Prosecco, Aperol e una spruzzatina di seltz. 

Nuvole



Ho finalmente compreso – quel che si dice un lampo, un'agnizione – il motivo per cui trovo imbarazzante la maggior parte di ciò che leggo sui social network. Al fondo c'è un bisogno del tutto umano di ratificare un sistema di relazioni, oppure uno status acquisito, un ruolo, di puntellare insomma la propria identità (o ciò che pensiamo coincidere con il pronome io, le due vocali più abusate e fraintese) come si puntella il muretto di una vigna dopo diversi giorni di pioggia.
A me piacerebbe invece che quel muretto crollasse, che i cantanti non venissero su Facebook a promuovere il loro ultimo CD in uscita – per quello ci sono i programmi di Fabio Fazio – e gli scrittori a mostrare la foto in cui fingono di leggere il proprio libro. Ma non lo conosci ancora?! C'è una pagina che amo di Thomas Bernhard, è in Perturbamento e a parlare è il Principe di Saurau: “i compositori di sinfonie non pensano che alle sinfonie, gli scrittori agli scrittori, i costruttori edili ai costruttori edili, i ballerini del circo ai ballerini del circo, è una cosa insopportabile.”
Sì, è una cosa insopportabile. Eppure, se ci pensiamo, del tutto coerente: cercare di difendere qualcosa, proteggerla con la spada e con le unghie, perfino inventarla quando si è a un niente dal smarrirla. E così il paradosso è solo apparente, quando è proprio in un luogo che non ha luogo come il web, tra corpi senza corpo, braccia, gambe, tette, cistifellea, che l’abituale viene celebrato con maggiore e accanita foga, manifestando un attaccamento alla narrazione egoica che ha qualcosa di commovente, come certi centenari che proprio non vogliono saperne di tirare l’ultimo respiro – muori tu, è come se ci dicessero con lo sguardo, io preferisco agonizzare ancora un po’.
Ma quale occasione persa: sporgersi sull’abisso verbale e ripensare l’impensato, ecco cosa avrebbero potuto essere i social. E cioè, nuovamente, la nostra collocazione in quella nuvola di parole che chiamiamo mondo, essere nuvola e non più mondo. Che frani dunque la vigna e tutti i suoi patetici argini!

martedì 19 maggio 2020

Les italiens


Ringrazio sentitamente le decine di persone – ma solo perché Sondrio è una città piccola, a Milano saranno state certamente centinaia, se non migliaia – che ho visto accalcate ai banconi dei bar senza mascherina, i giovani intruppati, i ciclisti, i runner, ugualmente senza alcuna protezione. Davvero oggi è stata una Pasqua laica di risurrezione, agognato ritorno alla normalità. In effetti, a questo modo, raggiungeremo la normalità molto prima del previsto e senza nemmeno bisogno del vaccino, per una volta saranno d'accordo anche i no vax. Altro che Lucano, cosa vuoi di più dalla vita?
Massì, concittadini, amici, gente che ancora si emoziona al gol di Tardelli ai Mondiali del 1982, mi avete convinto. Affare fatto! Ora una bella stretta di mano, dopo averci sputato sopra come si faceva un tempo nelle fiere del bestiame, e non se ne parli più. In fondo Boris Johnson l'aveva detto subito, lui gli inglesi li conosce bene: sono un popolo individualista e insubordinato, mica sono tedeschi o coreani. Effetto gregge, chi c'è c'è e per chi si è perso per strada accenderemo un cero alla Madonnina della sfiga. Ma quando si usano gli aggettivi individualista e insubordinato, non è che ronzano le orecchie a qualcuno?
Sì, siamo noi, les italiens, come venivano chiamati Gigi Rizzi e gli altri playboy nostrani che furoreggiavano sulla Costa Azzurra negli anni sessanta. E dunque facciamo alla maniera dei baby boomer: quando un figlio si ammalava di morbillo, tutti assieme nel lettone che così lo prendono pure gli altri. Tolto il dente, come si dice, tolto il pensiero.
Poco male se qualche altra decina di migliaia di anziani – e con anziani intendo dai quarant'anni in su, e cioè nuovamente noi – ci lasceranno le penne nella prossima imminente ondata virale. Perché come diceva Einstein, non pensare di ottenere risultati diversi comportandoti sempre allo stesso modo. E cioè come quei coglioni che eravamo ai primi di marzo, la partita Atalanta Valencia, le funivie stracolme di ragazzi che non andavano a scuola e allora mandiamoli a sciare, per gli adulti c'erano i bar aperti fino alle diciotto. Il film è lo stesso, cambiano solo i costumi: invece dei piumini adesso è il turno delle Lacoste.
Ma guardiamo al lato positivo, saranno pensioni in meno da pagare, appartamenti che si liberano, eredità con cui acquistare la macchina nuova. E allora dai, incurviamo la schiena sul bancone con i salatini conditi dall'effetto droplet, e poi, per smaltire le calorie di troppo, una bella corsetta tra la folla. Ma intanto avviatevi voi, io devo fare una telefonata, arrivo dopo. Ed è Italia anche questa: armiamoci, e partite.


lunedì 18 maggio 2020

Ho voglia di sputtanarmi


Ho voglia di innamorarmi, ho voglia di stare male… Inizia così una vecchia canzone di Francesco Baccini. E fin qui, direi, nulla di nuovo. Un orecchio smaliziato potrà cogliere l’eco di uno dei versi più celebri di Virgilio, quell’agnosco veteris vestigia flammae (conosco i segni dell’antica fiamma) in cui il ridestarsi del sentimento viene avvertito con una consapevolezza quasi dolente, già sapendo il carico di sofferenza a cui la gioia amorosa farà da riflesso.
Ma Baccini poi continua: ho voglia di innamorarmi, ho voglia di sputtanarmi. Ed è qui che la canzone vira in una direzione di dolcissima inattualità, lasciando trasparire un’inclinazione, tipica degli amanti del tempo che fu, ormai completamente perduta. Quella di sputtanarsi, appunto, di deporre le armi dell’orgoglio personale ai piedi dell’amato, come fece Vergingetorige con Giulio Cesare.
Alcuni anni fa mi capitò di leggere un interessante libro di Neil Strauss sulla sua esperienza a un corso di seduzione, The Game è il titolo, l’editore Mondadori. Attraverso un bizzarro mentore dallo pseudonimo di Mistery – tutti i Pick Up Artist, come si definiscono tra di loro, utilizzano un nom de plume – il giornalista di The New York Times e Rolling Stone imparò a rimorchiare giovani e piacenti ragazze in ogni situazione, e ciò malgrado la natura non gli avesse offerto un aspetto particolarmente avvenente. È solo tecnica, ci assicura.
Non ho motivo di dubitare di quel che riporta, ma ciò che mi colpì è l’atteggiamento suggerito per ottenere i propri scopi: considerare la seduzione come una lotta senza esclusione di colpi, in cui l’oggetto del desiderio (l’avversario) va da subito messo sotto, fatto sentire in uno stato di minorità psicologica, poco più di un cagnetto a cui buttare gli avanzi del pasto. In pratica, il contrario di quanto abbiamo appreso leggendo i romanzi dei secoli scorsi, in cui gli innamorati non facevano altro che sputtanarsi con le proprie mani. Addirittura, ed è il caso del giovane spasimante di Gretta, moglie del protagonista di uno dei più bei racconti dei Dubliners di Joyce, sputtanarsi al punto di morirne, morire di polmonite dopo aver sostato sotto la pioggia gelida per poter vedere il suo amore per l
'ultima volta. Era già malato, but love above all.
Scrive Sartre con la consueta lucidità: “quel che patisce la passione amorosa è la consapevolezza che la nostra possibilità di trascenderci dipende dalla libertà dell’altro.” Si può amare e, dunque, patire pubblicamente la propria ipoteca amorosa, rendendosi goffi, buffi, ridicoli agli occhi degli altri. Un minimo teatro sentimentale a cui il termine sputtamento prova a dare forma linguistica. Ma si può anche occultare tale patimento o magari non provarlo affatto, bastare a sé stessi, utilizzando il corpo dell'amato non come trampolino per trascenderci ma semplice gadget, trofeo da ostentare nei corsi di seduzione di Mistery. In fondo neppure questo è un atteggiamento inaudito, e già nelle pratiche libertine, quelle descritte nelle pagine di Pierre Choderlos de Laclos, trionfa il gusto per l’agone amoroso, dove l’io vince sempre sull’altro. La bellezza sta dunque in un procedere lambiccato da scacchisti, nell’inganno strategico, perfino nella beffa.
Baccini ci racconta però di un’altra bellezza, quella della sconfitta. Innamorandosi, sputtanandosi, non si conquista infatti un oggetto determinato da aggiungere ad altri simili oggetti nella propria camera delle meraviglie, ma si perde qualcosa. E tanto più la si perde e quanto meno la si dovrebbe rimpiangere, ma essere grati per lo smarrimento. Ciò che va perduto è l’angusto perimetro del pronome io. Je est un autre, affermava sornione Rimbaud. No gli risponde Baccini: Je est l’autre, articolo singolare determinativo.
In un momento in cui siamo tutti confinati dentro case, automobili, mascherine, spazi di sicurezza personali – un metro ma meglio un metro e mezzo, anche due –, insomma dentro il nostro io minacciato dal virus, la canzone di Baccini mi sembra un prezioso viatico. Tanto più che, nel finale, aggiunge che ha voglia di innamorarsi di una donna, ma in mancanza di meglio anche "di un
 animale, di una borsa di coccodrillo, di uno straccio di ideale. Ho voglia di innamorarmi di qualcosa che non c'è..."
Se l'amore sconfina dunque e sempre nell'utopia, più che sedurre donne a profusione – in Ispagna son già milletre – dopo mesi di clausura egoica avrei ora voglia di sputtanarmi, di destituirmi, diventare un niente di niente, uno zero assoluto, geometria perfetta tratteggiata da Giotto e perseguita con rigore da Robert Walser nelle sue infinite passeggiate sulle distese di neve dell'Appenzello. In altre parole, di innamorarmi.

domenica 17 maggio 2020

Sia chiaro!


Sia chiaro, sia messo agli atti, beninteso… Ho notato che sono sempre più frequenti gli interventi che utilizzano formule di questo tipo. Dove, al Parlamento? No, sui social network.
Se ci facciamo caso, quel senso di imbarazzo, quasi di riso trattenuto che ricaviamo leggendo locuzioni del genere sul web, nasce dal fatto che è proprio dai consessi pubblici e deliberativi (Parlamento ma anche tribunali, assemblee, comizi) che viene ricalcato il tono. Come se, nella logosfera di internet, le parole fossero più potenti della spada, incidendo sulla carne viva del reale. Ovviamente non è così, ma è bello illudersi, ci sono cascato anch'io, che quel che scriviamo non siano solo flautus vocis, destinate a tramontare nel giro di una manciata di minuti.
Gli studiosi del linguaggio individuano una dimensione formale in ogni atto linguistico, a coincidere con la letteralità di quanto viene enunciato, la sua semantica. Viene chiamata locutorio. Ad essa si aggiunge una funzione implicita il cui nome è perlocutorio, dove sono gli effetti concreti della comunicazione a definirne il senso, che può ricalcare il dettato verbale ma anche discostarsene radicalmente, e non solo nel caso di metafore o altre forme di espressione figurata.
Un esempio. Se entriamo in un bar e diciamo mi faccia un caffè, grazie, otterremo a breve il nostro caffè. Ma se andiamo ad Harlem e strilliamo negri di merda – una situazione ripresa da un vecchio film di Woody Allen – il risultato sarà quello di ritrovarci a breve all’ospedale.
Sui social network, dunque, il perlocutorio non esiste. Il linguaggio è tautologico e ineffettuale, nella migliore delle ipotesi avremo un'eco transitoria sotto forma di like, anche i commenti non fanno vero discorso, edificazione di un significato ulteriore e dialettico. Puoi così scrivere amore mio o brutta troia, la tua vita tanto sarà identica a prima. E anche quella del presunto amore, o presunta troia, che rimarranno ugualmente presunti. Per questa ragione provo indulgenza e tenerezza verso chi usa le formule ultimative a cui ho accennato: sia chiaro a chi, sia messo agli atti da chi?
La provvisoria risposta che mi do è a noi stessi, o meglio alla nostra anima più profonda, che a questo modo si convince di contare ancora qualcosa, addirittura di esistere: do ordini dunque sono, e si metta agli atti anche questo! Già che esistere, come aveva intuito Marx, significa poter cambiare il mondo. Non solo dirlo, a voce più o meno perentoria.

sabato 16 maggio 2020

Opera d’arte o capolavoro?


Cosa distingue un’opera d’arte, intesa come semplice gesto tecnico, anche pregevole, da un capolavoro universalmente riconosciuto e acclamato?
Una domanda che mi sono posto dopo aver rivisto due film che amo: La dolce vita, ovviamente di Fellini, e La tenerezza di Gianni Amelio. Devo confessare che il primo, a una revisione più attenta e disincantata, mi è apparso possedere alcune pecche, in particolare in sceneggiatura. Dialoghi un po’ tirati per le lunghe, struttura sfilacciata e un certo didascalismo di fondo, forse per far comprendere le intenzioni dell’autore – certamente critiche, morali se non proprio moralistiche – anche agli spettatori dell’ultima fila. Quelli che ne approfittavano per fumarsi una MS (nel 1960 si fumava ancora nelle sale cinematografiche) e palpeggiare la compagna a cui avevano pagato il biglietto, e ora si prendevano la controparte con gli interessi.
Nonostante ciò il film fu ugualmente frainteso, specie nella sua ricezione estera, cogliendo un sentimento languido e indulgente verso uno stile di vita che venne immediatamente bollato come italiano, in cui il piacere dei sensi si impone sugli argini in cui la legge vorrebbe contenerlo, da lì in poi associato al titolo della pellicola, dolce vita, sweet life. 
Una sovrapposizione impropria, come già notato, eppure allo stesso tempo legittimata dalla dimensione puramente visuale, come si dice dal suo significante. Concentrato nella celebre sequenza in cui Anita Ekberg si immerge nella fontana di Trevi, immediatamente seguita da Mastroianni (Marcello, Marcello, come here…) che così commenta: “Massì, ha ragione lei, sto sbagliando tutto. Stiamo sbagliando tutti.” 
Questo errore, errore di insipienza e superficialità e cinismo che si era affermato negli anni del boom economico, quando un’ingordigia rapace prese a circolare tanto negli affari quanto nelle relazioni personali, viene qui come ribaltato di segno, celebrato. E ciò nonostante tutte le buone intenzioni del regista e in particolare dei suoi sceneggiatori, in particolare di Ennio Flaiano, il cui sguardo sulla decadenza civile è sempre stato attento e feroce.
Un capolavoro, la provvisoria risposta che mi do, è dunque un lavoro che si pone a capo, anzi una spanna sopra il capo, oltre la razionalità interpretativa. Dove la dimensione del simbolico trascende gli stessi propositi dell’opera, intercettando un sentimento diffuso che però fino a quel momento mancava di un emblema. Ecco, un capolavoro è quell’emblema, araldica manifesta di qualcosa che fino a un instante prima scorreva sottotraccia, oppure era nell’aria come la nebbia in cui in un altro film di Fellini il nonno si smarrisce. Domandandosi: “Dove è che sono, mi sembra di non stare in nessun posto? Mo se la morte è così, non è un bel lavoro…”
Ma veniamo ora al film di Gianni Amelio. Più lo rivedo e più mi sembra perfetto: lo sono il soggetto, i dialoghi, la fotografia, la musica. Per non parlare degli interpreti – qui Renato Carpentieri è davvero in stato di grazia, ma non gli sono da meno Micaela Ramazzotti ed Elio Germano –, e dello sviluppo drammaturgico con la scelta, anche temporale, dei colpi di scena e della risoluzione finale. Un capolavoro dunque?
Eh no, purtroppo. Non perché non sia bello, intendiamoci. Io continuo infatti a preferirlo a La dolce vita. Ma gli spettatori, quei pochi almeno che si sono accostati alla pellicola, non avevano probabilmente interesse verso la medaglia simbolica che Amelio gli stava offrendo. Il tema è sempre quello caro al regista: figli che cercano padri, padri che cercano figli o, come in questo caso, proprio non ne vogliono sapere di assumere un magistero morale, ed è tutto uno sfuggirsi a vicenda. Ma in ultimo i legami familiari, quando scelti e non più subiti, tornano a ricomporsi, e da catena che imprigiona si trasformano in una panchina su cui sedersi fianco a fianco. Non di fronte come fanno gli amanti e i contendenti.
Tutte sfumature dell’anima che, nonostante se ne continui a parlare sui giornali e in televisione, con telepsicanalisti ad arringare il pubblico in abiti da beccamorto, scivolano probabilmente sulla retina senza piantare una bandierina, come seppero invece fare le forme procaci della Ekberg lambite dall’acqua fresca che zampilla dai marmi orchestrati da Nicola Salvi e poi Giuseppe Pannini.

venerdì 15 maggio 2020

C di counseling


– Cosa fai nella vita?
– Il counselor.
– ...?
– Sì, insomma, sarei geometra. Però poi ho fatto un corso di counseling psicologico su internet. Aiuto le persone a stare bene, a risolvere i loro problemi.
Chi non ha mai avuto una conversazione del genere alzi la mano. A me capita sempre più spesso. E ogni volta ripenso a un manifesto appeso alla parete della classe dove ho frequentato la prima elementare, credo si chiami abbecedario e riportava un'immagine per ogni lettera dell'alfabeto: A come anatroccolo, B come banana, C come cane...
Ricordo che, dopo averlo osservato con cura (continuava con D di donna, E di elicottero, F di fico, che già allora qualcuno faceva il doppio senso, per quanto il sesso femminile fosse perlopiù associato a una patatina, con la lettera P, come pera o pipa o pinguino) ricordo che andai a casa e come prima cosa dissi a mia madre: – Non voglio più andare a scuola.
– Perché, qualcuno ti ha fatto qualcosa?
Non che negli anni settanta fosse un problema se qualcuno ti faceva qualcosa, anzi venivano considerate lezioni formative, pedagogia, ma rispose a questo modo.
– So già tutto, mamma. Non voglio più andare a scuola.
Ecco, i counseler a me sembrano bambini convinti di sapere tutto. E così tutto diventa semplice, spiegabile, perfino credibile sulla loro bocca. Basta scuola! Troppo lunga e noiosa una laurea in medicina o in psicologia, peggio che andar di notte in filosofia. Quelle, ti dicono, sono solo seghe mentali, lascia perdere la filosofia. Semplificare, semplificare Tua moglie è morta? Lettera N, prenditi una NUOVA moglie. Fanno cinquanta euro, ci vediamo la prossima settimana.
Probabilmente non possiedono una madre furba come la mia. Dopo avermi scodellato le tagliatelle nel piatto, mi disse solamente: – Facciamo che vai a scuola un'altra settimana, e se in quella settimana non impari niente poi smetti. Va bene?
Va bene che per le mamme dei counselor deve essere stato immediato, oppure ok, se erano mamme moderne, mentre loro già stavano correndo a svuotare la cartella, inutile gravame di libri sulle spalle. Poco male se sono rimasti alla lettera C. Di cane? No, di capra.