venerdì 23 ottobre 2020

Eucarestia

 


Questa notte ho sognato il mio amico Michele. Andavo a chiamarlo la mattina, ma lui non rispondeva: si era trasformato in una pagnotta.

Michele è un mangione, e anche un dormiglione, la trasformazione non mi stupiva più tanto. Così insistevo: Michele, sveglia  SVEGLIA! Dai che è tardi... Ma lui niente, un immobile soffice pane appena sfornato, dalla crosta dorata e croccante.

Nel frattempo era arrivato anche Ivan, ci siamo consultati: Dovremmo tastargli il polso... Ma come fai a tastare il polso a un panino?

E poi Michele ha il diabete ed è sempre stato un po' matto – non per modo di dire, un matto vero! –, e abbiamo sempre temuto che potesse finire così. Sì, morto. Ma non panificato.

Dopo qualche esitazione, non abbiamo trovato di meglio che iniziare a mangiarlo: un pezzo io, un pezzo Ivan, finché di Michele non è rimasta che qualche briciola. Il resto stava nel nostro stomaco.

Quando la cicalina del citofono mi ha risvegliato – era il postino, a consegnarmi una maglietta con la scritta Yuppi Du – mi sono sentito un po' confuso, ma anche sazio e sereno. Grazie Michele, sei stato un buon amico. Ed eri cotto a puntino.

giovedì 22 ottobre 2020

Post verità

 


Michela Murgia ha appena dichiarato a Otto e Mezzo che le misure di questo governo sulla pandemia sono da ritenersi soddisfacenti.

A quale titolo, mi chiedo, viene intervistata una scrittrice per avere un'opinione che prevede competenze mediche, statistiche, matematiche, economiche e politiche? Su Facebook siamo buoni tutti, ma perché in un programma che si pretende di informazione?

È come riconoscere – e probabilmente è così – che la cosiddetta post verità è ormai l'unica possibile narrazione; o, per dirla nel linguaggio della Grecia classica, che la doxa si è instaurata in luogo dell'epistéme.

Ma perché, ultima domanda, Lilli Gruber e Michela Murgia vengono pagate per la produzione di immaginario, quando noi scriviamo sui social le nostre minchiate a gratis?

Topi


Molti giustificano la totale incapacità del Governo italiano di prevedere e arginare la seconda ondata epidemica con le seguenti parole: in fondo hanno fatto lo stesso anche inglesi, francesi e spagnoli. E ben prima di noi.

Mi sembra un ottimo argomento, per un topo. Se vedi il topo innanzi a te infilarsi in un fiume, intelligenza topesca vuole che tu lo segua, mentre il pifferaio di Hamelin intona le sue note flautate.

Resta da capire quale sia la melodia che ha rintronato l'intero Occidente, e se, a questo punto, non sia il caso di farci governare direttamente da Topolino...


Turismo


Nei giorni scorsi ho pubblicato un post fortemente critico sulla Ministra Azzolina, che considero uno dei peggiori ministri dell’Istruzione assieme a Maria Stella Gelmini; di cui è però molto più simpatica e graziosa, questo va detto.

In ogni caso, si tratta di un personaggio pubblico, di più: potente, e dunque il diritto di satira è da considerarsi legittimo. Rientra in tale spirito la foto che associavo al testo, in cui la Ministra viene ritratta in costume da bagno sulla battigia, nel gesto di fare il muscolo.

Uno scatto per nulla squalificante dal punto di vista umano, e che non intende neppure ridurre Lucia Azzolina all’avvenenza delle sue forme, qui già riconosciuta. Sottolinea, piuttosto, la natura turistico-balneare da diportisti in gommone Zodiac, motore Elvinrude, e poi la sera una bella calamarata da Gigi il poliparo. Lo stesso slancio vitalistico e vagamente naif con cui ha occupato il dicastero di viale Trastevere, che si unisce a una sopravvalutazione delle proprie forze, evocata da quel piccolo spiritoso gesto; dimenticavo, anche l’ironia è da annoverare tra le qualità in cui primeggia sulla Gelmini.

L’interpretazione dell’immagine non mi sembrava così ambigua, tantomeno irriverente, e cioè ben lontana dall’insinuare i peggiori stereotipi di genere, di cui puntualmente sono stato accusato: il solito maschio che considera le donne buone solo per fare torte, o ancheggiare attorno al palo della lap dance...

Tutt’altro. Le donne, proprio come gli uomini, sono capaci anche di fare del turismo. Solo che alcune vanno Sharm el-Sheikh, e altre al Miur.


mercoledì 21 ottobre 2020

Paragoni


Ha perfettamente ragione Alessandro Vespignani: se vuoi conoscere l'andamento di un'epidemia, e, dunque, le misure di contenimento da approntare, è del tutto inutile domandare a un virologo, anzi a una pletora di virologi, ognuno ha il suo preferito come accadeva nelle boy band. Devi piuttosto sentire un epidemiologo, che guarda a caso è la professione di Vespignani. Il quale ha perfettamente ragione, sì, ma il suo paragone automobilistico – i virologi nel ruolo di bravi meccanici, l’epidemia a interpretare il traffico all’ora di punta – non era abbastanza crudo, così da generare quella memorabilità goliardica da barzelletta un po’ sconcia.

Per ficcare una buona volta il concetto dentro la zucca di politici ma anche semplici cittadini, io l'avrei figurato a questo modo: chiedere conto a un virologo degli sviluppi di un'epidemia, è come chiedere a una fica dell'andamento demografico nei nove mesi successivi. Nella migliore delle ipotesi, (non) ne capirebbe un cazzo.


martedì 20 ottobre 2020

Passettino


Il Presidente del Consiglio italiano si rivolge a Fedez e Chiara Ferragni. Un rapper, un’influencer. Si rivolge a loro per chiedere, o, meglio, supplicare un appello ai giovani sull’uso delle mascherine.

Molti hanno fatto del sarcasmo sull’eccentrica richiesta, lo hanno irriso. A me è sembrato invece un gesto degno di rispetto e attenzione, un gesto simbolico. Ricorda la scena di un fortunato film di Ken Loach. Il protagonista è seduto in una sala da riunioni assieme a uomini e donne di ogni età; si alza in piedi con lentezza; e dice solamente: “My name is Joe, and I'm alcoholic.

Una formula richiesta per essere accolti nei gruppi di alcolisti anonimi: testimoniare davanti a tutti la propria dipendenza dall'alcol, e con ciò riconoscerla, riconoscendosi. Quel che ha testimoniato Giuseppe Conte è una dipendenza speculare, dove sono le élite a essere subalterne e avide del pensiero popolare, la cultura cosiddetta bassa, a volte perfino trash, che ha il proprio megafono nei social network.

Ed è una forma di riconoscimento anche questa – la gente non mi crede più, forse neppure mi ascolta, ha perso fiducia nella politica –, che come ogni presa di coscienza pubblica rivela umiltà e realismo, ossia buon senso.

Ricostruire un rapporto di credibilità (scientifica, culturale, politica e perfino estetica) da parte delle élite è la sfida a cui siamo chiamati. Diversamente, il prossimo passo sarà farci governare direttamente da Facebook e Instagram, Twitter, Tik Tok. E come ci ricorda la richiesta di Conte ai Ferragnez, è un passo davvero piccolo piccolo. Un passettino.

Psicopatologia virale


Se le pandemie fossero una malattia della mente – e, almeno in parte, non c’è dubbio che lo siano –, prima del vaccino io mi farei una domanda preliminare: qual è il trauma originario, il rimosso sottostante?

Forse nel credere, come scrive Nico Orengo in una bella poesia, che la nostra vita sia in dono, non in prestito, e dunque possiamo farne quel che ci pare; ma anche dove e quando, ossia tutto. E subito!

Credere, cioè, che queste rivendicazioni siano un dato di realtà, e non il frutto di una precisa ideologia, frutto di un altrettanto circostanziata, e, dunque, storicizzata realtà economica e produttiva.

Da qui la certezza che mandare il proprio figlio alla lezione di karate e la figlia a quella di danza classica (o viceversa, non siamo sessisti) siano diritti inalienabili, almeno quanto farsi un cafferino con la Sambuca Molinari al bar.

Istituire, per quanto in forma ipotetica, la connessione qui proposta, ci porta a scorgere una relazione anche tra la crisi sanitaria in corso e quella ambientale, che sconta lo stesso atteggiamento. D’altronde, lo scriveva già la Bibbia: “siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e soggiogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra” (Genesi 1, 26-28).

Ammettendo tale vincolo, smette di essere un’eccentrica anomalia la scarsissima diffusione del contagio in Africa, riportando il problema al cuore della nostra tradizione culturale. Detto in altre parole, il vulnus psichico si chiama Occidente, di cui il coronavirus è solo una somatizzazione transitoria.


lunedì 19 ottobre 2020

Apprendisti stregoni


Continuano a girare sul web immaginette comparative, in cui viene affiancata la situazione attuale della pandemia (numero dei contagi quotidiani, terapie intensive, morti etc.) a quella di marzo. Da qui risulta, o, meglio, risulterebbe, che a pari numero di tamponi positivi gli effetti si sono ridotti, quasi acquietati come ipotizzava Zangrillo (“il virus è clinicamente morto”).

Il commento sui social è a volte esplicito e strillato, ma anche quando viene sottaciuto, consegnandolo a lettore quale ironico sotto testo, è abbastanza chiaro. Potremmo tradurlo a questo modo: a chi vogliono darla a bere: le Cassandre, i catastrofisti?! Quando i numeri dicono chiaramente che il virus si è rabbonito, come certi leoni al circo rintronati di sedativi.

Peccato che i numeri andrebbero saputi leggere, e, quando non si ha confidenza con la statistica, si potrebbe provare con le metafore. Ora è abbastanza evidente che la situazione sia meno drammatica che a marzo, nessuno lo contesta. Ma non perché il nostro leone sia diventato un timido gattino.

Prendete infatti un secchiello e poi intingetelo per dieci volte nel mare, come facevano le scope di Topolino, apprendista stregone nel film di animazione Fantasia, capolavoro di Walt Disney del 1946. Poi immaginate che le scope, dopo ciascun carico, riversino il contenuto in una tinozza; mettiamo cinque litri a secchiello, totale cinquanta litri.

Ecco, quelli erano i tamponi positivi a marzo: pochi litri solamente, quando sotto c'era il mare. 

Facciamo ora lo stesso con una piscina, attingiamo dalle sue acque calme e azzurrine. Sempre dieci secchielli, scope, tinozza... Come si può intuire, il contenuto dei travasi è il medesimo. Cinquanta litri. E questa è la situazione attuale: il numero dei tamponi positivi non cambia, ma la base di partenza è infinitamente diversa. Più contenuta, sì.

E ora un piccolo sforzo ancora d'immaginazione, nei film di Walt Disney è possibile: che le piscine possano trasformarsi in mare, almeno se non facciamo nulla per arginarne la crescita; è quanto accade al povero Topolino quando le scope prendono il sopravvento, rifiutando di obbedire ai suoi maldestri imperativi magici.

Il mare, di nuovo il mare dunque. E con il mare un incremento delle terapie intensive, delle morti per asfissia polmonare, scenari tremendi che non avremmo più voluto vedere. Un’evoluzione logica, quasi meccanica (se non contrastata seriamente, e non è il caso del recente DPCM), e che le persone intente a pubblicare i loro sciocchi schemini comparativi, tra cui anche qualche presunto luminare della materia, contribuiscono a realizzare.

D'altronde, l'intelligenza, come Don Abbondio il coraggio, uno mica può darsela da sola. Apprendisti stregoni che vanno avanti a colpi di pensiero magico, in attesa che la piscina torni a essere mare.


domenica 18 ottobre 2020

Destinazione universo

 

Non so chi abbia scattato questa fotografia, l'ho trovata su Facebook, la didascalia a commento era: distanziamento sociale; è molto arguta ma forse toglie qualcosa allo scatto, più che aggiungere.

Seguendo il metodo inaugurato da Roland Barthes nel suo saggio La camera bianca, ho provato a individuare ciò che lui chiama studium e punctum; e cioè il contesto materiale e storico, la contingenza umana, separandoli dal dettaglio visivo che cattura l'occhio dello spettatore, e con esso le sue emozioni.

Ci ho provato ma non sono riuscito.

Un'immagine-mondo che ritrae una ragazza di spalle; ne vediamo solo i lunghi biondissimi capelli, gli smisurati tacchi; a sua volta sta ritraendo l'amica – stessi capelli, cambia solo l'acconciatura a incorniciare un viso dai lineamenti slavi, stessi tacchi da airone –, la posa è glamour di fronte alla vetrina di Chanel, con la flessione quasi postribolare delle anche. Alla loro sinistra una donna, o forse è un uomo, non si capisce bene per via del foulard viola che ne ricopre il capo; ma proprio quell'indumento suggerisce il genere femminile, probabilmente è una zingara. Sta prona sul marciapiede a mendicare qualche spicciolo. 

Se riduciamo l'immagine alla sua struttura geometrica, ci accorgiamo che si tratta di un triangolo isoscele; i tre vertici sono costituiti dalle sagome umane. Va aggiunta, infine, una linea ideale di collegamento tra il triangolo e l'insegna della celebre maison parigina, andando a costituire una figura simile a un razzo.

Studium e punctum, contesto e identità visiva, come distinguerli nel nostro razzo? Coincidono. Sono qui inseparabili, sinonimi, doppi, come avviene in tutti i capolavori. Sono due fiction speculari – la messa in scena teatralizzata, patetica, dell'indigenza, e quella del lusso – che però non si riflettono. Sono uno specchio rotto, sono quel che vediamo nei suoi cocci.

E ciò che vediamo è un virus, sì, ma dell'anima, che fraziona e finziona ogni collante umano, con i luoghi fisici che contengono senza più generare appartenenza, scambio, empatia. Il fatto che l'autore sia anonimo non fa che incrementare la potenza iconica, come nei testi sacri e negli antichi miti.

Un virus e un razzo, abbiamo detto. Come quelli spediti tra le stelle per dire di noi, del tempo vissuto e della sua maggior parte smarrita, dissipata nella duplicazione, tra i pixel, in cui cerchiamo ciò che amiamo (i nostri totem, i nostri tabù) discostando lo sguardo da ciò che disprezziamo, forse perché fa paura; se a noi ancora sfugge, lo scopriranno eventuali civiltà aliene quando apriranno lo scrigno un po' acciaccato del veivolo, riesumando i resti di un'antica civiltà sfiorita sul pianeta Terra.

Magari, assieme alla fotografia, potremmo aggiungere una sinfonia di Beethoven, l'equazione di Einstein e un video di Umberto Smaila che canta Maracaibo, a una serata al Billionaire. E poi via, destinazione universo!

 

Giornalismo

 


La Ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina continua a insistere sul fatto che “le scuole sono sicure”, aggiungendo: “la Campania deve ripensarci”.

L’affermazione non so se sconti una rielaborazione sintetica da parte della stampa, ma detta così mi sembra ambigua. Una sua versione estesa mi appare più corretta: l'apertura degli istituti scolastici non genera nuovi contagi da Covid-19, e, quindi, il Presidente della Regione Campania De Luca dovrebbe ritirare l'ordinanza che prevede la sospensione (non la chiusura) della didattica in presenza, con contestuale implementazione di quella a distanza.

Molto più chiaro, no? Peccato sia anche falso.

Da studi documentati e documentabili del Comitato Tecnico Scientifico, risulta che la didattica in presenza incrementi l’indice di trasmissione del contagio, il famigerato RT0, nella misura di 0,4 punti.

Un valore significativo ma non drammatico, generato – ma è solo una mia supposizione – più dagli spostamenti per raggiungere gli edifici scolastici che non dalla permanenza sui banchi. Rimane in ogni caso il dato: 0,4. Che viene incorporato nel valore di 1,45 raggiunto a oggi sul territorio italiano, con leggere variazioni su scala regionale; ma non più marcate come a marzo.

Gli epidemiologi spiegano però che la cifra, se non verranno attuate misure immediate di contenimento, è destinata crescere, fino a raggiungere un RT0 di 1,75 nel corso delle prossime due settimane. Che tradotto in posti letto nelle terapie intensive e morti: una sconfitta!

La mia critica non è dunque rivolta solo alla Ministra Azzolina – in fondo, come tutti i pentastellati, ha una cultura scientifica approssimativa, se non una cultura approssimativa tout court –, ma ai giornalisti che la intervistano.

Negli Stati Uniti, un’affermazione palesemente falsa come la sua avrebbe ottenuto l’immediata risposta del giornalista: “Mi scusi, ma ciò che dice non corrisponde a verità. La didattica in presenza contribuisce per un valore di 0,4 all’indice di contagio. Se vuole mantenere le scuole aperte, mi spieghi allora come intende arginarlo, già che l’RT0 va al più presto riportato sotto il valore 1.”

L’assenza di capacità interlocutoria (ovviamente puntuale e motivata) da parte della stampa è una vecchia tara del nostro Paese. Che purtroppo contribuisce alla crisi sanitaria, economica e umana che stiamo vivendo.

venerdì 16 ottobre 2020

Le parole sono importanti

Chiudere le scuole. Trovo sbagliato insistere su questo termine: chiusura. E chi parla male, ci ha insegnato un vecchio film, pensa male e vive male.

Continuare ad agitare lo spettro verbale della chiusura genera infatti malumori, oltre a numerosi equivoci. La scelta lessicale appropriata mi sembra piuttosto quella di mutazione. Mutare la didattica: da presenza, fisica, a una speculare presenza, ma cognitiva, virtuale.

Io ho frequentato tutti i possibili ordini e gradi di istruzione – elementari, medie, superiori, università –, ma anche numerosi corsi in cui la didattica era a distanza. E devo dire che mi sono sempre trovato bene.

Certo, per questo approccio è necessaria maturità tecnologica e autonomia umana, ed è dunque impraticabile nella scuola primaria. Per quanto riguarda le medie, ho invece molti dubbi… Parliamone.

Su scuole superiori e università le incertezze si diradano: funziona, la didattica a distanza è pratica ed efficace; compreso il rapporto interattivo col docente, lo scambio di contenuti (e perfino giochetti verbali) tra i compagni.

Inoltre. L’utilizzo della piattaforma Zoom rappresenta un problema per ferri vecchi come me, non certo per un ragazzo di quindici o sedici anni. Non è la soluzione a ogni problema, si intende, ma un piccolo concreto passo per ridurre la diffusione del contagio; una mutazione che non ha ricadute economiche, oltre a essere un buon compromesso formativo – ripeto: on-line le nozioni si trasmettano per davvero, e anche alcuni aspetti relazioni ed emotivi; non tutti, ovviamente.

Tito Boeri, ospite ieri sera a Piazzapulita, paventava però scenari drammatici: se sospendiamo la didattica in presenza, i nostri giovani rimarranno anime perse e neglette; senza un titolo di studio non troveranno mai lavoro... Una generazione di clochard, in pratica.

Ecco, se penso a un esempio di cattiva informazione è proprio questo: associare contenuti inesatti a emozioni basiche, senza nessuno che lo corregga.

Rimane il nodo di bar e ristoranti. Perché si va infatti al bar? Perché ti manca la birra casa, o magari la Sambuca, il caffè… No, per socializzare. E qual è la prima regola, nota anche alle tribù africane, nel caso della diffusione di un’epidemia? Semplice. Ridurre i contatti, limitare al minimo le relazioni fisiche tra persone.

Ora si deve decidere da quale parte tirare la coperta, o, se vogliamo cambiare di luogo comune, avere la botte piena oppure la moglie ubriaca. Entrambe le cose – socialità e riduzione dei contagi – dovremmo avere ormai capito che non le possiamo avere. E neppure gli introiti fiscali che derivano da quelle attività, che andrebbero indennizzate per le perdite subite.

Essere in democrazia, essere adulti in un pase civile non significa protestare sempre e comunque – un’attività che sanno fare benissimo anche i bambini, perfino prima di parlare – ma scegliere. Possibilmente, scegliere con responsabilità. Un altro termine su cui ci si sarebbe molto da dire…

giovedì 15 ottobre 2020

14600


È da più di vent'anni che convivo con dei cani. Tre cani, per la precisione: Baruzza, Peppa e Mela, che si sono succeduti in quest'ordine in un appartamento di novantasette mq senza giardino. Dunque è stato, e, tuttora, è necessario accompagnarli ai giardinetti, per i bisogni. Facciamo in media quattro bisogni piccoli e due grossi – tutti i giorni. Che moltiplicati per vent'anni fanno 29200 pisciatine e 14600 cacche. A cui sono seguiti quattordicimila e seicento sacchettini neri cavati dalle tasche di jeans, giubbetti, piumini, a seconda della stagione; quattordicimila e seicento piegamenti in avanti del busto; quattordicimila e seicento volte la mia mano ha carezzato uno stronzetto ancora tiepido e sodo – quando andava bene, e non era liquefatto in diarrea – prima di trovare il verso giusto con cui raccoglierlo nel palmo e chiudere con un piccolo nodo il sacchetto, per gettarlo finalmente nel cestino. Temo di aver trascorso più tempo a raccogliere merda che a elargire baci.

mercoledì 14 ottobre 2020

No ai semafori rossi!

Devo ringraziare il movimento no mask, e in particolare quei simpatici mattacchioni di Sgarbi, Montesano e lo Fusaro, per avermi fatto prendere coscienza che l'utilizzo imposto della mascherina rappresenta una pericolosa revoca delle libertà personali, sale di ogni democrazia. In quanto tale, aggiungono i tre moschettieri del diritto, è l'arrischiata premessa a una deriva autoritaria; il prossimo passo sarà l'obbligo di lavarsi le mani dopo aver fatto la cacca, per arrivare alla prescrizione dei cotton fioc quanto qualcuno ti dice coglione e tu rispondi cooosa, puoi parlare più forte! Una deriva che di certo condurrà a un nuovo paventato regime fascista.
    Ora che ho finalmente aperto gli occhi su questo governo brutto e cattivo e virologista, oltre a non mettere mai più la mascherina (a proposito, qualcuno vuole acquistare dieci FFP2, gli faccio un buon prezzo, le avevo ordinate quando ero ancora un cucciolo ignaro di filosofia politica) non arresterò neppure la corsa della mia automobile al cospetto dei semafori rossi, che pretendono di limitare il mio slancio ad andare dove mi pare e soprattutto quando mi pare. Un'inaccettabile soperchieria partorita dal neo-pluto-turbo-capitalismo-radical-chic, che governa le nostre vite da lussuosi attici in Strasborgo e Nuova Iorche.
    
Popolo del web, siamo in tanti, siamo una mitragliata di selfie in attesa di un occhio che ci guardi: ma diventiamo finalmente un film sonoro: facciamo sentire la nostra voce, ribelliamoci! D'ora in poi, anche voi, pigiate forte sull'acceleratore, e scordatevi una buona volta del freno. Non pieghiamo più la testa di fronte al giogo illiberale dei semafori rossi.

giovedì 8 ottobre 2020

Amarcord

La settimana scorsa hanno abbattuto un capannone, l'ultimo rimasto, vicino a casa mia, gli abitanti del quartiere ne hanno gioito per via del tetto in grigi pannelli di Eternit. Quando i miei genitori aderirono al progetto edilizio di una cooperativa di maestri elementari, il lotto prescelto per la costruzione dell'edificio si trovava ai margini meridionali della città, ma, ora, ha già quasi raggiunto il centro, secondo il principio fisico dello smottamento delle periferie; come l'Africa, la cui faglia preme sull'Europa causando i terremoti, nessuno, neppure l'urbanistica che è una mosca impigliata in sottili ragnatele di tubi zincati, cavi elettrici, bave di cemento riversate su una piccola borghesia prima affluente e poi indigente, davvero nessuno riesce a stare fermo e composto al proprio banco, a maggior ragione adesso che ci hanno messo le rotelle. E io ci passavo appunto davanti, al capannone, quello che ora non c'è più con il tetto in stramaledettissimo Eternit, per raggiungere la scuole di via Vanoni, con una cartellina blu sulle spalle su cui avevo incollato l'adesivo di una nota marca di blue jeans. Ricordo così perfettamente il giorno in cui comparve una scritta, era allora una cosa abbastanza frequente, ma in fondo anche adesso, una scritta nera realizzata con la bomboletta spray sopra la parete che dà a nord su via Mazzini, le parole erano le seguenti: "Kossiga boia e sua moglie troia". Come suonava bene la rima baciata, come doveva apparirci trasgressiva e libertaria e sottilmente peccaminosa, e così io e il mio amico Federico prendemmo a ripeterla come un rosario – Kossiga boia e sua moglie troia, Kossiga boia e sua moglie troia... –, la sussurravamo tutti i giorni andando e ritornando da scuola; sulla sua cartella mancava l'adesivo della nota marca di jeans (chi mi ama mi segua era lo slogan impresso sotto a un bel culone di giovane donna), per il resto, a uno sguardo esterno, saremmo apparsi identici, fino alla punta scamosciata delle Mecap, le prime scarpe con la suola ricavata da un unico blocco di poliuretano candido e leggerissimo, in stile asse del water. Ripensandoci ora, mi accorgo che la moglie di Francesco Cossiga doveva essere una donna mite e vulnerabile, ai maschi preferiva forse il Cannonau, lo Stock 84, la Sambuca Molinari e il Biancosarti, l'aperitivo vigoroso bevuto dal tenente Sheridan, col suo spolverino crema dai revers perennemente sollevati. Quante stupidaggini si scrivevano anche allora, senza la complicità della parete di pixel che ci offrono oggi i social network, e la bomboletta di un dire sempre più vaporoso e insinuante...

domenica 4 ottobre 2020

La grandezza


A volte, ma non spesso, mi capita di conoscere qualcuno con cui avverto che potrei avere una grande amicizia, un grande amore oppure un grande conflitto. Lo avverto già da subito: nessuna tonalità intermedia, solo manifestazioni estreme. Potrebbero essere anche le tre cose assieme, o, ma forse è lo stesso, in successione, secondo l'adagio filosofico per cui nella parte riverbera il tutto. Immagino sia una sensazione comune, che però a me turba.
Ripensandoci a posteriori, comprendo che non sono l'amicizia, l'amore o il conflitto in sé a suscitare il mio turbamento – ho luna e sole in ariete, in fin dei conti – ma l'aggettivo con cui si accompagnano: grande, come la domanda che gli adulti pongono ai bambini: cosa vuoi fare da grande?
Ed era un grande senza confini, quando il bambino ero io la grandezza mi appariva illimitata, astratta, consegnandomi a risposte balbettanti, a cui non ho mai creduto per davvero: l'astronauta, il domatore di leoni, il pilota di Formula 1...
Forse perché mi imponevano di superare un limite di cui già avevo compreso la confortevolezza, un limite che non è tracciato da nessuna parte ma con il quale, pure, sempre finisco col misurarmi, quando la linea è sbiadita la rinnovo col pennello intinto nella vernice dell'abitudine. Come in quei film dove l'ergastolano, una volta spalancato il portone del penitenziario a fine pena, vorrebbe ritornare in cella.

domenica 27 settembre 2020

Fro...

 


Ancora sul Grande Fratello Vip, che per la prima volta sto seguendo per la presenza del mio amico Fulvio Abbate. Oltre a lui ci sta un tizio a me ignoto; si chiama, leggo, Tommaso Zorzi e fa l'influencer. Da quel che ho capito di questo tempo, un influencer non è qualcuno che influenza gli altri in una direzione per così dire edificante – quello è l'intellettuale organico, avrebbe detto Gramsci, oppure il Maestro, il santo, il guru –, ma, al contrario, chi riesce a intercettare un sentire diffuso e basso facendogli da specchio deformante, fino a trasformarlo in cultura, ovviamente pop.
    C'è dunque questo pop influencer che è dichiaratamente omosessuale. Ora l'omosessualità è essenzialmente due cose: una pratica (avere rapporti sessuali con altri uomini) e una percezione interiore, che si traduce in atteggiamento pubblico. Ossia, nuovamente, cultura.
    La cultura omosessuale ha alimentato alcune tra le personalità più rilevanti di tutti i tempi, di cui evito il catalogo per limiti di spazio. A tale cultura complessa e ricca e certamente eversiva – è in gioco la rottura di un tabù ancora più radicato dell'incesto: quello della riproduzione – la società ha reagito con un tentativo, riuscito, di normalizzazione, che passa attraverso lo scherno, la parodia, le barzellette, confluiti dentro la rappresentazione ilare degli omosessuali nelle commedie cinematografiche, come il gioco di parole "occhio fino" pronunciato da Gassman ne Il sorpasso. Ne è uscita una caricatura dell'omosessualità, in particolare maschile, a cui molti omosessuali hanno finito con l'adeguarsi (credo per pigrizia o convenienza) e di cui il concorrente del GF Vip è la sintesi macchiettistica, ricevendo il testimone da quell'altra macchietta omosessuale che è Cristiano Malgioglio; non a caso anch'egli concorrente della stessa trasmissione.
    Ciò che mi stupisce non è dunque il gesto della cultura mainstream di parodiare, per zittire, la controcultura omosessuale, ma il pressoché totale silenzio di quest'ultima, quasi l'accettazione, la condiscendenza, la resa. Da eterosessuale assai poco orgoglioso della mia condizione, mi auguro così un moto di rivolta interno da parte degli omosessuali, come quello dei commercianti siciliani nei confronti della mafia.
    Io non posso dirlo e non lo dirò, ma se sentissi un omosessuale chiamare "frocio", "finocchio", "ricchione" o, con più precisione lessicale, "checca" Tomasso Zorzi, non solo non mi indignerei ma ne sarei quasi contento. Perché saprei che non sta stigmatizzando un comportamento e neppure un sentire altro, ma la sua conversione grottesca dentro la narrazione popolare, che con quei termini volgari e squalificanti vorrebbe comprendere tutta la galassia omosessuale. Sarebbero insomma parole boomerang, partorite dal peggiore conformismo piccolo borghese che, a un altro conformismo a esso speculare, ritornano con gli interessi.
    O per dirla con le parole di un omosessuale che seppe non farsi ridurre a bomboniera kitsh, "beato chi è diverso / essendo egli diverso, / ma guai a chi è diverso / essendo egli comune".

Grande Fratello Vip, o sul matrimonio

Ieri sera ho seguito una puntata del Grande Fratello Vip. Non l'avevo mai fatto, a parte la prima edizione, quella con Pietro Taricone, il guerriero, per intenderci. Ma non c'era ancora il suffisso vip, da cui in genere mi tengo alla larga come i gatti dall'acqua

L'eccezione deriva dalla presenza di un mio amico, lo scrittore Fulvio Abbate, che non credo abbia deciso di partecipare solo per burla o soldi o narcisismo (come scritto da molti e non negato dall'interessato) ma nel più puro spirito situazionista, e in particolare di una pratica specifica inaugurata da Guy Debord: il detournement, ossia, letteralmente, deviazione, sviamento, quello di un contesto a una diversa funzione espressiva. E quale migliore occasione per provare a sviare il registro del Grande Fratello Vip, abituale contenitore di pettegolezzi glamour, corpi palestrati, emozioni pavloviane, ossia esibizione acefala e tautologica di un desiderio di visibilità in chi cerca la parte senza la fatica d'imparare l'arte.

Eppure, non solo l'intera trasmissione, come temevo, mi ha trasmesso un profondo senso di tristezza (Signorini che chiama "vipponi" una manciata di Carneadi, figli di o vecchie stelle a un passo dal trasformarsi in buchi neri), ma triste e vana è anche l'eccentrica presenza di Fulvio, che attraverso il filtro delle telecamere risulta del tutto omogeneo a quello show di cui continuamente prova, fallendo, a far deragliare il senso, un burattino tra i tanti in mano a scaltrissimi autori.

Mi è così tornata in mente una frase di Ingeborg Bachman sul matrimonio, la scrive in uno dei racconti contenuti ne Il trentesimo anno, ho ricercato il libro e la trascrivo qui: "da tempo aveva capito che il matrimonio è una condizione più forte degli individui che lo contraggono…In qualunque modo lo si viva, un matrimonio non può mai essere vissuto liberamente, mai in modo creativo, non tollera innovazioni né cambiamenti, perché contrarre un matrimonio significa accettarne la forma”.

Eh sì caro Fulvio, quel particolare matrimonio che hai contratto con il Grande Fratello Vip è tanto più forte di te; una forma che ti guida, ti determina, ti schiaccia, vanificando miseramente la tua illusione di volgere al regime della fantasia il piccolo, piccolissimo mondo di evidenza spettacolare che a ogni occasione biasimi, ma a cui non riesci a sottrarti. Ed è anche questo tipico degli amanti: odiare e amare a un tempo, come succede ai tuoi coinquilini Massimiliano Morra e Adua del Vesco.

Spero solo, da persona che ti vuole bene, che questo matrimonio finisca presto.


martedì 16 giugno 2020

Totem o tabù?


Perché si costruisce un monumento? Nell'accezione comune, i monumenti sono il riflesso concreto, tangibile e con evidenza pubblica di persone o eventi ritenuti indimenticabili, eterni come l'amore che lega due giovani sposi. Eppure, in entrambi i casi, quel che traspare in filigrana è il rischio dell'oblio; diversamente non vi sarebbe una promessa rituale o un oggetto per conservarne la memoria, vivificandola in un tempo ulteriore.
La celebrazione monumentale è dunque solo a un primo livello quella del soggetto od oggetto riprodotti 
(memorabili per virtù, coraggio, sapienza, abnegazione etc.), ma, implicitamente e più sottilmente, ciò che viene tramandato è in realtà il sentimento dei contemporanei dell'opera, che in tal modo desiderano renderci partecipi dei loro valori, reificati in un esercizio di ammirazione civile di cui temono la scomparsa.
Se mi soffermo, nella piazza della piccola cittadina in cui risiedo, di fronte alla statua di Garibaldi, mi ritrovo così a pensare al mio trisnonno che ha visto un giorno issare quel tronfio uomo barbuto forgiato nel bronzo, la mano destra posata sull'elsa della sciabola, e non all'eroe dei due mondi. Cosa provava in quel momento?
No, non Garibaldi mentre il porticciolo di Quarto dileguava nelle brume e poi compariva all'orizzonte Marsala, ma cosa provava lui, Anselmo, oppure Peppino, Franco, Maria, Cosimo, Wanda e Francesco, cosa provavano i nostri padri e nonni e giù giù inabissandoci nella cantina del tempo; quel che provo io lo so benissimo, non ho bisogno di monumenti se non come raccomandata senza ricevuta di ritorno a chi dal futuro punterà il cannocchiale all'epoca in cui cammino, a differenza delle statue che stanno ferme.
Chi imbratta o distrugge quegli oggetti immobili e incombenti la pensa però in modo diverso, e in essi scorge il potere operante di un totem, a informare il presente del suo afflato imperituro; solo se trafitto al cuore da un picchetto di frassino può essere liquidato, come si fa con i vampiri. Il male, vero o presunto, che nel monumento scorgono, è per essi un tabù. Li chiamano più modernamente simboli, dal greco 
sýmbolon, derivato da symbállō, metto insieme. Si presenta a questo punto una nuova domanda: con il collante del simbolo cosa si vuole unire, integrare?
La risposta più frequente è la forma con lo spirito, secondo lo schema della congiunzione mistica tipico della religione e della magia. L'imago è il mago che ricrea infinitamente il mondo, e il monumento, secondo lo stesso principio analogico, un'ipoteca del passato sul presente. Per liberarsi, l'oggi deve sbarazzarsi dell'incantamento magico, distruggendo la forma che fa di ogni nuovo giorno una replica, come avviene a Bill Murry in Ricomincio da capo.
Se la cultura antropologica del ventunesimo secolo è simmetrica a quella di un villaggio di tremila anni fa, si fa dunque benissimo ad abbattere le statue: Churchill, Montanelli ma in fondo anche il Garibaldi che mi sovrasta, vanitosissmo, nella piazza quasi svizzera di Sondrio; non era pacifista, tantomeno vegano e soprattutto non si faceva mai i cazzi propri. Diversamente, guardiamo ai monumenti con l'affettuosa partecipazione (faraway, so close...) con cui si guarda alla fotografia ingiallita di una prozia morta a quindici anni di spagnola. Una vita troncata, incompiuta, ci osserva mentre l'osserviamo nella goffa posa a cui il fotografo l'aveva costretta, sperando che il flash la liberi presto da quell'impaccio per tornare ai suoi giochi di quasi bambina; ma non prima di aver lavato i panni alla fontana gelida.
Scopriamo così che il flash è il nostro occhio, il piccolo colpetto delle ciglia come il libero per tutti a nascondino. E scopriamo anche che la Pietà Rondanini è il modello di ogni altra statua, la sua incompiutezza è costitutiva dell’opera, ogni monumento è sempre incompiuto. Sta a noi decidere se proseguire da dove l'artista ha posato lo scalpello, oppure abbatterlo perché non conforme al totem postmoderno.

giovedì 11 giugno 2020

Traumi 2


Ma perché continuate a dire che i bambini sono stati traumatizzati dalla pandemia? Sarebbe una notizia il contrario, come quella che vede il bambino mordere il cane, classico esempio dei capo redattori del tempo che fu, e non il cane mordere il bambino. Inoltre, perché proprio e solo i bambini? Anche mia madre, ottantadue anni, è stata traumatizzata, lo sono io, quasi tutti abbiamo subito un trauma.
L'impressione è che in chi ripete la frase in ogni occasione (e mai occasione fu più ghiotta della minima ribalta dei social network) sia presente un risentimento quasi metafisico, simile a quello di Giobbe verso il Dio da cui si sente tradito. Il sotto testo, a volte esplicitato, è infatti che i traumi non servono a nulla, sono un'inutile sofferenza da cui preservare le proprie creature, già che nella maggioranza dei casi a esprimersi sono giovani donne. E su questo sono completamente d'accordo: la sofferenza non serve a nulla.
Se ne ricava che la differenza tra il mio trauma e quello di un bambino, a renderlo tanto più scandaloso, sta nel fatto che un ferro vecchio come me già dovrebbe conoscere il dolore (confermo), mentre il trauma infantile possiede un carattere inaugurale, epifanico. E dunque poco importa che la mia vita sia messa in pericolo dal virus e quella del bambino no, dal momento che il trauma è un'esperienza soggettiva, potremmo dire un'annunciazione, più che un dato di realtà quantificabile su una scala gerarchica. In altre parole, il trauma da Covid-19 annuncerebbe l'arrivo di nuovi e futuri traumi, o in forma ancora più radicale l'essenza traumatica della vita.
Credo che fosse per via di tale coscienza realistica che i genitori di un tempo ritenevano i traumi formativi, mentre le nuove generazioni, cresciute a pane e fiction, vorrebbero preservare i figli da ogni genere di sofferenza, consegnandoli a un'esistenza oscurata dal male, in quella moderna parusia inaugurata dai programmi televisivi di Gianni Boncompagni.
Viene alla mente il paradiso in terra in cui il giovane Siddharta viveva confinato, e di cui, fuggendo, scopre la natura illusoria. Possiamo allora concludere che sia stato il trauma a renderlo Buddha? No, sarebbe una deduzione sbagliata, il trauma che gli proviene dal contatto con il dolore manifesto nella carne dei lebbrosi è solo la premessa della sua ricerca, che avrebbe potuto concludersi in modo diverso. Ad esempio uccidendo i genitori perché usavano un bagnoschiuma di una marca improbabile, come in un celebre racconto di Aldo Nove.
Nel dubbio, si deve fare come le madri coccodrillo di cui parla Lacan, che per evitare traumi ai loro coccodrillini li ingoiano dopo averli partoriti, oppure come le ragazze africane, i figli in un marsupio inforcato sulle spalle, sempre dietro, mai davanti, e appena si reggono in piedi vengono restituiti al mondo, fatto di traumi ma anche di incantesimi, spari e petardi?
Non possiedo la risposta, ma mi rendo conto che la linea di discrimine tra l'Occidente psichico e ciò che, giustamente, continuiamo a considerare altro, passa anche dall'approccio agli eventi imprevisti, specie se in grado di procurare un trauma. Per noi rappresentano l'oscenità metafisica suprema, mentre per culture differenti il trampolino da cui tuffarsi nel grande fiume della vita. Dove, per definizione, ci stanno anche i coccodrilli.

lunedì 8 giugno 2020

Tomasoni e Gigietto


L'indice H o H index, dal cognome del suo ideatore, il fisico argentino Jorge Eduard Hirsch, restituisce un valore numerico all'attività scientifica dei ricercatori, ricavandolo da calcoli complessi che fanno riferimento alle pubblicazioni su riviste di settore e citazioni ricevute in altri studi di colleghi.
Così a pelle ho sempre provato antipatia per questo parametro, che mi ricorda il pedigree dei cani di razza o il sorrisetto sardonico del primo della classe. Nella mia esperienza scolastica si trattava di un certo Tomasoni: piccolino, le gambe convesse dei fantini e un nasone che lo rendeva simile a Bob Rock, personaggio di un fumetto di Magnus. La specialità di Tomasoni era la delazione ai professori; quando, ad esempio, Gigietto il ripetente si fregava il cancellino (è stato Gigietto, è stato Gigietto gracchiava subito Tomasoni) e poi aspettava all'uscita l'autore della soffiata e gliene dava un sacco e una sporta. Io ovviamente stavo dalla parte di Gigietto.
La quantità di scemenze che vengono postate sui social network mi stanno però facendo rivalutare tale filtro classista. Leggo oggi di una certa Judy Mikovits, viene presentata come "virologa", mah, la quale rilancia la tesi che vuole i morti da coronavirus vittime del vaccino influenzale, in cui sarebbero stati contenuti frammenti del terribile Covid-19.
Ok, l’hai sparata grossa, ma adesso facciamo come da ragazzini, fuori il pistolino sul tavolo e vince chi ce l'ha più lungo; quello di Gigietto era enorme, una proboscide. Nel nostro caso la proboscide da misurare sarà naturalmente l'indice H. E dunque che H index ha la Mikovits, voglio saperlo, non mi bastano i suoi vaneggiamenti. E se è inferiore, come sospetto, a quello di un Mantovani o Fauci o Remuzzi, se ne torni a rubare cancellini.
È triste vedere ridotta la ricerca a un gioco di forza, ma per contrastare il dilagare dell'irrazionalità pseudo scientifica tocca ricorrere al più odioso dei discriminatori umani: la pagella a fine anno, in cui Tomasoni aveva la sua rivincita sui calci in culo incassati da Gigietto il ripetente.

sabato 6 giugno 2020

Traumi

A me l'immagine del plexiglas che divide gli alunni piace, potrebbe essere un'istallazione artistica di Maurizio Cattelan, una metafora potente della condizione della tarda modernità, ben oltre estesa alla contingenza del virus. Mi rendo però conto che non può essere considerata una soluzione duratura, oltre che di dubbia efficacia.
Non voglio sminuire l'importanza di una profilassi ambientale, per quanto mi sembra discutibile la fiducia in una strategia del genere, che comunque non eviterebbe i contatti fisici prima e dopo le lezioni. Ma al di là degli aspetti pratici, mi sembra interessante approfondire i motivi di protesta immediatamente seguiti alla proposta, toccando sui social livelli di ringhiante ripulsa.
Tutto ruota attorno alla convinzione che una barriera trasparente potrebbe indurre un trauma, ossia, letteralmente, una ferita nell'equilibrio emotivo dei ragazzi, come quella inflitta a Telefo dalla lancia di Achille. Ora a me sembra altamente improbabile che una paratia possa turbare profondamente la psiche di un giovane. Ma se, per ipotesi, davvero così fosse, mi chiedo perché no?
Non voglio essere cinico o peggio sarcastico, quanto piuttosto riflettere sul fatto che la sistematica rimozione dai traumi sia divenuto l'approccio pedagogico dominante, ne possiamo trovare una sintesi efficace nel film La vita è bella. Certo, in quel caso si trattava di un trauma vero, drammatico, e nessuno si augura il ritorno dei campi di sterminio nazisti.
Il principio ispiratore della pellicola era la cosiddetta bugia a fin di bene. Un padre sorridente e affettuoso e menzognero, tanto più menzognero quanto più sorriso e affetto si fondono, cerca di velare al figlio la più terribile verità. Con le debite proporzioni, una situazione che può essere traslata al presente; pensiamo al dottor Zangrillo quando afferma che il coronavirus è "clinicamente scomparso”. No, non è scomparso, basterebbe una sola vittima per smentirlo, ma come Benigni Zangrillo vuole preservarci da un'esperienza traumatica del reale; e cioè del reale tout court, essendo il trauma intrinseco alla vita.
Il suo atteggiamento ci rassicura, tutti sanno che non è vero ma si stabilisce una complicità omertosa; in fondo parla per il nostro bene, non vuole farci soffrire, temere. La sua professione è quella di anestesista. Eppure non era così scontato che avesse successo una comunicazione anestetica, non riguardava ad esempio le generazioni precedenti. In un passato ancora prossimo venivano addirittura escogitati dei traumi artificiali a cui sottoporre i ragazzi, considerandoli formativi; il leggero schiaffetto impartito dal prete durante la Cresima ne è immagine omeopaticamente diluita, in cui traspaiono gli antichi riti di iniziazione.
Bisogna inoltre aggiungere che la soluzione concepita dalla Ministra riflette la medesima prospettiva culturale di chi la contesta, imbastendo l'equivalente post moderno della campana di vetro. Ciò che cambia è solo la valutazione topologica in cui collocare il bene da preservare: la psiche dei giovani oppure il loro sistema immunitario?
Non ho ovviamente una soluzione da offrire, se non cercare di reindirizzare l'interrogazione sul dilemma, più profondo, che si muove dietro alla polemica sul plexiglas a scuola: una vita senza traumi, dunque senza realtà, pericoli, virus, oppure l'atteggiamento più stoico di chi pensa che a volte si possa incontrare il male senza esserne annichiliti? Magari piccoli mali per evitare dolori più grandi, come nell'altrettanto temuta vaccinazione.
Mentre riflettiamo sulla risposta, ricordo il finale del mito di Telefo, dove è la stessa lancia di Achille a guarire dopo anni la ferita del re di Misia. In largo anticipo su Freud, gli antichi greci avevano intuito che c'è solo un modo per superare gli inevitabili traumi: viverli. E se non si capisce la lezione, non la si integra, ri-viverli. Mi auguro solo che non sia necessaria una nuova pandemia per comprendere che il mondo esiste, comunque esiste prima e dopo il desiderio che prova a dargli forma, e quando non ci riesce trasferisce l’immagine redenta in una nuvoletta di finzione. Dove mulini bianchi convivono accanto a mucche viola, pantere rosa e zebre a pois.

martedì 2 giugno 2020

Squirting


I situazionisti l'avevano battezzato détournement, diversione, ma prima di loro ci era arrivato Marcel Duchamp: prendi un orinatoio, gli cambi funzione e contesto, ad esempio lo piazzi in un museo di arte contemporanea, e oplà ecco un'opera d'arte!
Mi chiedo dunque quale magnifica opera d'arte potrebbe diventare Facebook, il più grande pisciatoio di parole del pianeta. Un esempio? Leggo oggi il seguente post, appartiene a un mio contatto femminile:
"Devo scrivere un pezzo sullo squirting. È tanto che non ne scrivo e mi accorgo che mi sembra di ripetermi in una cosa noiosa, che tutti già dovrebbero conoscere e che le donne dovrebbero già aver provato. Per sé stesse dico, non per sentirsi migliori in termini di performance sessuale agli occhi del partner."
Onestamente mi lascia indifferente, diciamo che l’argomento non mi appassiona, ma nemmeno infastidisce. A ognuno la sua tazza di tè. Provo però a fare anch’io una diversione, e come Duchamp lo immagino trasferito alle pagine de la Repubblica, a firma mettiamo di Eugenio Scalfari. Con questa nuova provenienza rileggo da capo a voce alta, facendo le pause, la voce roca del grande giornalista romano:
Devo scrivere un pezzo sullo squirting. È tanto che non ne scrivo e mi accorgo che mi sembra di ripetermi in una cosa noiosa, che tutti già dovrebbero conoscere e che le donne dovrebbero già aver provato. Per sé stesse dico, non per sentirsi migliori in termini di performance sessuale agli occhi del partner.
E a voi adesso continuare nel gioco, abbiamo un universo intero, ettolitri ed ettolitri di tiepido piscio verbale a cui cambiare attribuzione.


sabato 30 maggio 2020

Domus e forum


Lasciare le scarpe fuori dalla porta. Fino a qualche tempo fa o, ancora più precisamente, fino a febbraio 2020, era in Italia una pratica minoritaria e vagamente eccentrica, quasi fricchettona. Con l’epidemia di Covid-19 le cose stanno però cambiando, almeno stando alle scarpe che vedo moltiplicarsi sugli zerbini del condominio dove abito. È inutile ricordarne la ragione, e, per quanto io non faccia lo stesso, mi sembra prudente e sensato.
Diversamente dal nord Europa ma anche dell’area mediorientale, la casa italiana è sempre stata considerata un’estensione del fuori, dove amici e conoscenti e perfino Testimoni di Geova non devono deporre le armi prima di entrare, rappresentate simbolicamente dalle scarpe. Anche in questo si riflette la profonda e radicata socialità del nostro popolo. Al limite, i più igienisti, specie nei decenni precedenti e tra le famiglie di modesta estrazione, ti pregavano di strisciare le suole sopra alle pattine, degli scampoli di feltro su cui si consumava un gioco proletario (sorta di moviola del pattinaggio) che mi è sempre piaciuto, restituendo dignità a case umili ma ben tenute senza sottrarla all’ospite, a cui veniva risparmiata la condizione degradante di veder sgusciare il pollicione dai calzini.
È stato solo con gli anni ottanta che, anche qui, qualcuno ha iniziato a chiedertelo, dapprima timidamente e poi con sempre maggiore imperio: Puoi toglierti le scarpe, per favore. Il sospetto è che dietro a tali richieste, accompagnate dall'odore dolciastro degli incensi accesi accanto a elefantini intagliati nel mogano, più che l’emulazione di qualche guru indiano si riflettesse un sentimento inconscio di subalternità e invidia sociale, a cui reagire replicando i comportamenti dei ricchi– comportamenti e ricchi conosciuti solo per il tramite televisivo, naturalmente. E così anche a Rozzano o a Centocelle la casa diventava il sostituto piastrellato del celebre Riva Corsaro, il motoscafo dei cumenda milanesi, quello su cui Jerry Calà e Cristian de Sica scorrazzano con altri agiati baby boomer in Sapore di mare, oppure un tempio sacro, una moschea, prima di trasformarsi in un reparto di terapia intensiva.
Mi piace pensare che a emergenza terminata le cose torneranno come prima, e la maggioranza dei miei connazionali a considerare la propria abitazione un'increspatura del mondo, magari un po' più tiepida e riparata ma della stessa sostanza, leggi, consuetudini. Niente scarpe sullo zerbino, insomma. Con gli ospiti accolti nell'interezza della loro identità, 
e cioè ascoltando anche quell'alfabeto pronunciato dall'abito ancora prima della bocca, calzature comprese. Abito che fa il monaco e non il contrario, come uno sciocco proverbio vorrebbe farci credere, per sottostare infine alla minima religione domestica con cui omologarci a un culto neo ricco o scandinavo o arabeggiante del tutto estraneo alla nostra tradizione, oltre che diciamolo pure brutto in sé.
Ma temo non sia così, e che questa epidemia sancirà un confine sempre più marcato tra domus e forum, quasi di ostilità. Perciò le scarpe, con cui calchiamo i luoghi pubblici, ossia letteralmente ne facciamo un calco, un'impronta non da lasciare al suolo ma da esso incorporare, più che per ragioni igieniche dovranno arrestarsi all’ingresso di quelli privati. I quali avranno smesso di contemplarli.

mercoledì 27 maggio 2020

Il rimedio è la povertà


Ieri sera ho visto l'ultimo film di Ken Loach, Sorry, We Missed You. Non intendo avventurarmi in un discorso critico, anche se bisogna forse riconoscere che è meno riuscito di precedenti pellicole del regista, qui un po' schematico e prevedibile negli snodi narrativi. Ma quanto sono veri i suoi personaggi, quanto sono belli! Di quella bellezza che non può fare a meno del vero e viceversa, in una sintesi a cui darei il nome di dignità.
La dignità dei penultimi più che degli ultimi, quelli che provano a resistere alla lunga coda della ristrutturazione economica tacheriana, in un moderno affresco de Il quarto stato che Ken Loach va componendo da anni. A differenza che in Pelizza da Volpedo la marcia non è però univoca e serrata, ognuno cerca di salvarsi come può, salvare sé stesso ma soprattutto i legami affettivi in cui si riflette e infine riconosce, quando il fuori ha assunto sembianze ormai totalmente aliene. In questo caso si tratta della propria famiglia, quella di un quarantenne di Manchester che si indebita per acquistare un furgone, con cui reinventarsi una vita come Pony Express. Rick è il suo nome, Rick Turner. 
Nel suo calvario lavorativo Rick è sempre sostenuto da Abby, la moglie, lei fa la badante mentre il figlio adolescente Seb ha la passione per i graffiti, ma della sua età sconta anche i conflitti che la piccolina della famiglia, Lisa Jane, sembra una deliziosa miniatura di Vermeer, cerca di ricomporre peggiorando a volte le cose. Seguendo le vicende travagliate dei Turner, c'è sempre un pittore di mezzo, il realismo della messa in scena finisce con l'indurre in più occasioni il desiderio di soccorrerli, come quando vedi un bicchiere a bordo tavola sul punto di cascare. Una finzione filmica talmente credibile da ingannare anche sé stessa, o perlomeno è la sensazione: dopo aver trovato i personaggi l'artista si fa da loro condurre, mentre la camera ne pedina con una discrezione quasi documentaria la più minuta quotidianità. È stato così altrettanto naturale ritrovarmi a pensare a un vecchio articolo di Goffredo Parise, fu pubblicato sul Corriere della Sera il 30 giugno 1974, gli intenti dello scrittore vicentino sono chiari già a partire dal titolo: il rimedio è la povertà.
Se c’è un rimedio ci sarà dunque anche un problema, un vulnus. Rispetto a quasi cinquant’anni fa le cose non sembrano cambiate troppo, per quanto la povertà che si augurava Parise appare molto più vicina, pervasiva. Ma il suo utilizzo del termine non era strettamente economico, tantomeno ideologico come potrebbe ora apparire, sviati da una politica che, anche se non soprattutto a sinistra, ha fatto propria la confusione tra sviluppo e progresso già denunciata da Pasolini, il cui pensiero viene esplicitamente ricordato nel testo. Il problema, il male, la ferita, prima ancora che morali sono per entrambi gli scrittori di natura estetica: l'estetica dell'accumulo e dell'ingordigia, in cui la quantità ottunde per definizione l'esperienza qualitativa. La povertà, più che una semplice condizione materiale, diviene allora una disposizione maggiormente ricettiva, attraverso cui fare emergere un ordine formale (la bellezza del mondo) svilito dalla nuova civiltà dei consumi. Nuova per allora, naturalmente. E per noi così abituale da non farci nemmeno più caso.
Non accorgersi di qualcosa non significa però che abbia smesso di esistere. Per ridestare la consapevolezza basterebbe leggere il seguente passaggio, in cui l’anticomunista Parise ricorda le divise rivoluzionarie sovietiche: “la divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria.”
La bellezza che traluce dal cappottone grigioverde dell’Armata Rossa, si rivela così quella particolare bellezza che, passando attraverso gli impedimenti concreti, la misura a decretarne il valore, ritrova la capacità di discrimine tra le cose suggerita dalla necessità. Quando hai necessità di proteggerti dal freddo, impari a distinguere tra nylon e lana e cotone, quando hai necessità di nutrirti e non solo di ingozzarti, impari quanto siano diversi al palato il gusto del manzo e del vitello, da riservare ai giorni di festa e letizia. Un apprendistato a piaceri gastronomici, ma, più un generale, alla complessità della vita, che ritroviamo nel film i Ken Loach quando Rick porta alla bocca una pietanza particolarmente piccante, spiegando al figlio che rappresenta il discrimine tra giovani e adulti; salvo poi tossire e bere una lunga sorsata di birra, a ridimensionare ironicamente la sua pretesa autorità paterna, simbolo di tutti i poteri che non contemplano la capacità di correggersi.
Retrocedendo ancora nei riferimenti, non si può non menzionare il celebre incipit di Anna Karenina in cui si dice che tutte le famiglie felici si somigliamo; ogni famiglia sventurata lo è invece a proprio modo. E mi rendo conto che può sembrare presuntuoso emendare Tolstoj, ma il sospetto è che quando scriveva di felicità, schast'ye in russo, forse pensava alla ricchezza, tutte le famiglie ricche si somigliano, sì, torna decisamente di più, forse perché la povertà del suo tempo davvero coincideva con la miseria, dunque con l'infelicità.
Eppure perfino nella miseria, nella necessità fisica più disattesa, l'apprendistato alla vita è tanto più carico di attenzione alla dimensione discreta delle cose, la loro infinita varietà e funzione. La ricchezza si mostra allora come una cataratta precoce a velare il mondo e il suo manifestarsi ai sensi, che, solo in un secondo tempo, si traduce in incrinatura morale, insipienza civile. Il cinema di Ken Loach, anche nelle sue prove meno riuscite, si rivela così non tanto una critica al sistema tardo capitalista e alle politiche che gli fanno da premessa – e c’è anche questo, intendiamoci – ma una ripulitura dello sguardo dalle incrostazioni che una lunga consuetudine con la ricchezza ci ha lasciato, anche quando quella ricchezza appartiene a modelli esterni introiettati attraverso processi di identificazione immaginale, ossia fasulli.
Abbiamo infine i poveri, ma belli, di una fortunata pellicola di Dino Risi, fortunata almeno per il botteghino. Fu infatti un passo falso nel percorso altrimenti acuto del regista milanese. Qui i suoi poveri bivaccano su un barcone sul lungo Tevere, senza però possedere la neghittosa disperazione dei sottoproletari pasoliniani quanto l’orgoglio e la dignità di quelli di Ken Loach. Sono solo dei ricchi mancati, dei piccolo borghesi che si accontentano di una lavatrice nuova, o di un bacetto e una gazzosa e un giro in Lambretta con la fidanzata. L’errore è grammaticale. Non poveri ma belli, ma belli perché poveri.