giovedì 16 maggio 2013

Meglio all’oratorio che al Dams, o sul seme e la quercia




Leggendo le biografie dei grandi nel campo delle arti, ma quelli Grandi davvero, non è raro imbattersi in percorsi  formativi almeno in apparenza estranei alle materie in cui spiccheranno, che diventano dei veri e propri fuori pista se allarghiamo l'inquadratura all'orizzonte umano. Ad esempio molti medici, come Cechov, Benn, Celine o il già rimpianto Enzo Jannacci, ma anche chimici come Primo Levi, ragionieri (Montale), militari di carriera (Stendhal), avvocati (Paolo Conte), marinai (Conrad), diplomatici (Chaucer), attori (Shakespeare), ladri (Jean Genet), assassini (Caravaggio), seduttori (Casanova), depravati (De Sade), nevrotici e psicotici e malati cronici e perfino "freaks" (Emily Dickinson, Van Gogh, Kafka, Toulouse-Lautrec), per non dire degli inebriati dalle varie sostanze tossiche che la natura mette a disposizione, con cui distogliere lo sguardo dal suo ghigno immenso e segreto. E questi sono davvero troppi da ricordare. Ma i più sono semplici e curiosi apprendisti della vita, per sempre fissati nella folgorante definizione di flâneur: lo stranito girovago che accarezza le superfici del mondo con pupille mobili e porose, infinitamente cantato, dopo essere stato incarnato, dalla zigzagante penna di Baudelaire.
Contrariamente a quanto ci suggerirebbe l’intuizione, anche nei saperi umanistici e addirittura nelle scienze si presentano molti tracciati estemporanei, flâneur algebrici e scarmigliati nomadi dell'intelletto. Ed è così che ritroviamo filosofi che non provengono dalle accademie (Nietzsche era un filologo classico, Carl Schmitt ha studiato giurisprudenza), impiegati dell’ufficio brevetti che stravolgono l'immagine fisica del mondo (Einstein), sacerdoti multiscienti (Pavel Florenskij) o geniali incursori come Nikola Tesla, che pur avendo frequentato la facoltà di ingegneria elettronica interruppe prima della laurea. Ma non mi viene in mente nessuno tra chi abbia completato un corso specialistico come il Dams (l’indirizzo in arte, musica e spettacolo della facoltà di Lettere), che, in seguito, si sia occupato con buon esito delle materie studiate. Tutt’al più, questi laureati finiscono alla sezione cultura e spettacoli di un settimanale femminile, o ingrossano le file dei pubblicitari con occhiali vintage dalla montatura fucsia, ospiti televisivi di professione e compunti spiluccatori ai vernissage. Gente che ancora adesso, come ai tempi del liceo, si dichiara “sensibile” –  e il bello è che lo sono davvero…
Morale della favola, se come la maggior parte dei genitori moderni covate la fantasia che vostro figlio diventi il nuovo Leonardo, non dilapidate i risparmi di famiglia per farlo studiare in una prestigiosa scuola americana, o alla Holden di Baricco. Non che questi blasonati insegnamenti non servano a nulla, ma, in genere, sono il rifugio dei mediocri. Fitness per allenare i muscoli del talento, tutt'al più. Mentre il genio, che è cosa assai diversa, riesce comunque a fare breccia, come lo stelo d’erba tra le mattonelle del parcheggio. Quando a noi normali non viene richiesta l’eccellenza, ma essenzialmente una cosa: diventare persone per bene, oneste, leali. Mandate piuttosto i vostri figli all’oratorio, allora. La lettura di San Paolo ristora lo spirito molto più di quella dei formalisti russi. E se dagli spalti di un campetto spelacchiato vedrete la vostra amata creatura scartare tutti, compreso il portiere, e andare in goal in barba agli avversari e perfino alle minime regole del buon senso, avrete assistito al più prodigioso degli spettacoli, di cui però mancherà la pagina se proverete a ricercarlo tra le righe dei manuali del Dams. Quello del seme che, con un solo bicchier d'acqua, trova la via della quercia.

martedì 7 maggio 2013

Delirium, o sulla Sinistra quando esce dal solco




    – La Sinistra italiana, se ho capito bene quel che mi sta dicendo, è costituita da un gruppo di persone che fa e dice cose mediamente di destra, si allea al governo con la principale forza di destra, rifiuta di votare, allo scrutinio per la presidenza della Repubblica, candidati che non siano consentanei alla Destra, e poi si lamenta perché perde voti a sinistra…

     – Sì sì dottore, è proprio così, ha capito benissimo. E l'ha riassunto ancor meglio. Ma c’è qualche speranza?

     – Mmmh, mi faccia pensare…

     – Non pensi troppo dottore: ci aiuti!

     – Ecco, ho trovato. Legga qui:

      “In psichiatria, il termine delirio indica una varietà di stati mentali confusionali in cui l'attenzione, la percezione e la cognizione del soggetto appaiono significativamente compromesse. In questo caso è meglio utilizzare il termine delirium. Di per sé il delirium non è una patologia quanto una sindrome (un complesso di sintomi) che può presentarsi in diverse forme, essere acuta o cronica ed essere espressione di una sofferenza metabolica del cervello che può avere molteplici cause. Il termine delirio deriva dal latino lira, solco, per cui delirare significa etimologicamente uscire dal solco, ovvero dalla dritta via della ragione”.

     – Che bravo dottore, si vede che Lei ha studiato. Lo pensavamo anche noi, ma non le avevamo mica quelle belle parole per dirlo. Ma allora, esiste anche una medicina!

     – E no, purtroppo medicine, allo stato attuale della ricerca, ancora non ne esistono. Qualche aiutino sì, questo è possibile. Ma importante è che adesso la paziente si risposi, che non si metta in testa strane idee. Ad esempio, cosa sta facendo in questo momento, qual è la sua autopercezione identitaria?

    –  Autopercezione identitaria... (?)

    – Sì, insomma, come si vede, cosa pensa di essere la Sinistra?

    – Dottore, si è infilata un catino sul capo e crede di essere il Presidente del Consiglio, sostenuto dai voti di Berlusconi. E il suo Ministro delle pari opportunità, pensa sempre la poverina, è una specie di fotomodella del Postal Market, che dichiara che gli omosessuali vanno compianti e curati…

   – Ah beh, in questo caso devo prescrivere un ricovero d’urgenza!

lunedì 6 maggio 2013

Seghe mentali, o sull’autoerotismo come fattore politico



Seghe mentali. Bisognerebbe forse rifletterci, sulla diffusione virale di questa espressione. Fino a qualche tempo fa le cose non stavano certamente allo stesso modo. Direi che anche qui, gli anni ottanta, dischiusi già a partire da quel formidabile apripista che fu John Travolta nella Febbre del sabato sera, rappresentano un punto di discrimine. Prima esisteva una specie di deferenza, per non dire subalternità culturale, verso l’esercizio consapevole e strutturato del pensiero. Che era poi ciò che faceva esclamare mio nonno con ammirazione, di fronte a un ospite particolarmente forbito a Porta a Porta “Quel lì se vet che l’ha studiat!"

Ma facciamo un piccolo passo indietro. Nel decennio precedente il merito riconosciuto alla cultura raggiunse probabilmente il suo apice, virandola in parodia di se stessa. Pensiamo, ad esempio, alle tortuose formulazioni ideologiche della rivolta studentesca. Una stagione ipercerebrale che si riflette nello specchio deformante dei comunicati delle Brigate Rosse, in cui la concettualizzazione, già malandata, è portata ai limiti estremi e lugubri del non senso. Se non che, raggiunto il culmine dell'oscillazione, il pendolo della storia ha bruscamente invertito di rotta, e ora si trova come bloccato all'estremo opposto. Un luogo in cui ogni sforzo mentale viene irriso, la comprensione dissuasa e vanificata.

Mi è capitato anche ieri. Incontrando un amico in compagnia della sua fidanzata, partendo da un discorso occasionale si è giunti al concetto di “non-luogo”, fortunato conio dell’antropologo francese Marc Augè, prima di inflazionare sul paginone centrale di Repubblica. A entrambi la definizione risultava però del tutto sconosciuta. Ma invece di provare interesse e curiosità per la novità appena sfiorata, lei ha sbrigativamente liquidato il tutto – il celebre studioso e il suo pensiero, il pupo con l’acqua sporca – per mezzo della solita espressione. Seghe mentali.

La prima domanda è dunque di natura linguistica: cosa intende metaforicamente significare, chi pronuncia questa frase, attraverso un giudizio sarcastico che non concede alcuna replica all'interlocutore, e si accompagna in genere con un sorrisetto sghembo?

Certo, la prima risposta che ci viene è la più ovvia: una sega mentale corrisponde al gesto autoriferito del pensiero che produce piacere, narcisistico, ma non feconda la realtà, in quanto non insinua il seme attivo della trasformazione. “Fino ad ora la filosofia si è occupata di interpretare il mondo”, apostrofava Marx da sotto la lunga barba grigia, “ora è giunto il momento di cambiarlo”.

Eppure, se portiamo il ragionamento a un grado successivo – ciò che per la fidanzata del mio amico sarebbe forse già una sega mentale… – ci accorgiamo che anche nel rifiuto sdegnoso di ogni pensiero articolato si annida il medesimo vizio onanistico. Quel che viene assegnato all'espressione, verbale o scritta poco importa, è infatti una mera funzione di intrattenimento, quando non addirittura di ornamento.

Nella lunga stagione che si consacra definitivamente con l’implosione del sistema sovietico, si è insomma andata smarrendo non solo la fiducia che il pensiero possa essere un mezzo, rubricandolo a prassi edonistica di una ristretta categoria di persone (gli intellettuali), ma è andata perduta anche la tensione vitale verso un fine, che nella visione occidentale del tempo ha coinciso con la rigenerazione dei rapporti: storici, umani, economici e produttivi. Insomma, della politica.

Ed è così che scopriamo che i due termini sono comunicanti come vasi. Se non manteniamo aperta, almeno nella forma del possibile, la speranza che il pensiero filtrato dalla parola possa tornare a essere uno strumento positivo di trasformazione, assieme al termine cultura implode anche quello di politica, intesa come convinzione che il linguaggio possa agire sul mondo.

Il collasso politico di cui il berlusconismo è forse solo il riflesso, io me lo spiego anche in questo modo. Attraverso la diffusa opinione che non sia più data un’azione efficiente sulle cose, se non nella forma ludica del corpo. Lo sport oppure il sesso, ad esempio, che diviene intransitivo anche quando non masturbatorio, o di quella sua estensione rapace che è l'accumulazione capitalistica e la distrazione tecnologica. Valori che si condensano nel capannone (naturalmente condonato) gremito di attrezzi, o nelle maniche da rimboccarsi in ossequio alla mitologia padana del fare. Ma anche nei bassi che pompano in circolare processione dal rave party di Ibiza.

Tutto il resto – pensiero critico, riflessione analitica, sforzo interpretativo e slancio estetico e razionale – nella migliore delle ipotesi sono una copula tra gente che ha buon tempo. E nella peggiore, seghe mentali.

sabato 4 maggio 2013

La frase, o sull’interminabile spettacolo del berlusconismo declinante



Leggendo i resoconti giudiziari dei festini di Berlusconi, mi torna in mente un mio vecchio amico omosessuale. Lui era omosessuale e orgoglioso di esserlo, ma gli altri omosessuali non gli piacevano, non provava desiderio e tantomeno amore verso chiunque gli somigliasse. Ed è così che chiamava froci i gay, il mio amico gay, oppure finocchi checche isteriche busoni, erano questi gli epiteti con cui si esprimeva il mio amico “finocchio”, il mio amico “checca”, il mio amico che se per disavventura avesse incrociato un suo doppio, si sarebbe certo dato del “busone”.

Si era infatti appropriato dell’intero campionario del disprezzo, mentre la voce, nel porgere gli insulti, si accendeva nella nota acuta del livore. Eppure, a suo modo, era un romantico. Pigliandosi delle formidabili sbandate per ragazzi giovanissimi, e ovviamente eterosessuali, che immancabilmente lo portavano a delle altrettanto ciclopiche delusioni.

O almeno, io Berlusconi me lo immagino a questo modo: uno che odia le troie, la superficialità emotiva e la disinvoltura sessuale. In altre parole, odia se stesso. Quindi, per sviare lo sguardo dalla propria nudità, è ossessionato da una testarda e adolescienziale fantasia di purezza. Perciò vorrebbe che tutte le ragazze frequentassero i collegi delle Orsoline, trucco leggero, mocassini blu e capelli raccolti nella cupola di un casto chignon, con l’unico vezzo di una catenina d’oro da cui pende lo stemma della propria associazione di volontariato.

Ma pensiamo ora alla corte dei ruffiani, negli affollati corridoi delle sue ville, che si danno di gomito e cercano di istruire le ragazze, nel disperato tentativo di evitargli ogni incontro con lo specchio: “Aò, chiuditi quella camicetta, nun farte sgamà subito, raccontaje che cc’hai tre laure, no, tre so' troppe, due, ma una l’hai pijata a’la Sorbona…”

Con le poverette che annuiscono, sì sì, correndo subito in bagno a sbiancarsi le unghie viola, sostituendo il reggiseno leopardato con biancheria candida al profumo di mughetto. E candida anche l’anima di Berlusconi, come le lenzuola stese al sole pallido del nord, il cielo è terso e le nuvole soffici e bianchissime, potremmo essere in un film di Carl Theodor Dreyer.

Ma le lenzuola, a cinema, si trasformano facilmente in uno schermo, su cui scorre la pellicola di un’intera generazione, che è poi quella dei nostri padri. Una generazione plasmata da un'insinuante mitologia, ragazzetti magri cresciuti a pane e cinematografo, icone sportive e bionde attrici hollywoodiane, con la colonna sonora di canzonette sincopate e la carriera e il lavoro quale pedigree distintivo, da appuntarsi al bavero della giacchetta. Tutto questo – sogno americano lo si chiamava un tempo, ma sciacquato insieme ai panni in Tevere e sui navigli – Berlusconi ha saputo realizzarlo. E bisogna ammetterlo: è stato il migliore!

Ha infatti svolto il compitino talmente bene che, come il mio amico, si è dimenticato di quello che ci stava dietro al lenzuolo, i cartelloni all’ingresso, l’omino in livrea che strappa i biglietti e controlla che nessuno lo passi al compagno in attesa sotto la finestra dei gabinetti, il naso rivolto all'insù. Nemmeno fa più caso, Berlusconi, al fumo denso delle Muratti, o alla lama di luce che lo perfora partendo stretta e poi dilagando sullo schermo, era solo un puntino nella feritoia del proiezionista.

Ed è allora per un eccesso di fiducia – sospensione dell'incredulità, la chiamano nei testi di narratologia – che come il mio amico non riconosce il proprio, di sogno, né il suo volto sfatto di vecchio, continuando a vivere la vita che altri (Frank Capra, Gregory Peck, Dean Martin) hanno sognato per lui. Mentre anche la scena pubblica del Paese continua a essere solo un vecchio film.

Un film in cui mi sembra di vedere entrambi – il mio amico e Berlusconi – nelle inquadrature finali che non appartengono però al film di prima, è cambiato all’improvviso alla maniera appunto dei sogni. Ora la gente, siamo su un viale impolverato e afoso, gli grida delle cose brutte  – al mio amico dicono arruso, fru-fru, mentre a Berlusconi danno del comunista, del puzzone e gli chiedono quanto vuoi, come si fa con le baldracche sotto ai lampioni. I due però non capiscono, continuano a camminare. Palme che oscillano ai lati. Il rimmel cola dagli occhi. Con il sole che si rapprende, in fondo alla strada lunga e dritta, simile al sangue di San Gennaro.

E siamo al punto in cui sento una frase, anzi la frase, senza sapere se sia Berlusconi o il mio amico a pronunciarla, ma la odo distintamente malgrado sia solamente sussurrata e le note finali incombano, alcuni spettatori stanno già alzandosi dalle poltroncine. “E’ stato solo per amore”, dice la frase. Lo dice lui o forse l’altro: “E stato solo per amore” ripete uno dei due. Solo questo.

E forse non era il rimmel a colare dagli occhi e gocciolare in una pozzanghera, avviando dei piccoli cerchi concentrici. E forse quella frase, la frase, non l’ho mai davvero sentita, e non avrei voluto vedere questo film. Ma è uno spettacolo a orario continuato e ora ricomincia, ricomincia, ricomincia…

mercoledì 17 aprile 2013

Aramaica, o sulla vita come progetto e come orda



Da un po' di tempo continuo a ricevere mail di persone che non sento da tempo. Non che abbiano qualcosa da dirmi, come per altro io a loro, e però sono come mossi da un'urgenza. Quella di mostrarmi una o più fotografie dei loro figli, appena nati, oppure nipoti, pronipoti, comunque bambini piccolissimi. La cosa non mi turba, anzi. Potrei perfino dire che mi fa piacere, ma non sarei del tutto sincero.

E' successo anche oggi. Mia zia mi ha girato una mail con allegata fotografia di Aramaica, nipote di Gilberto, testimone di nozze dei miei genitori. E' una bimba bellissima, dico subito. Quanto al nome, be', ora non è poi così difficile cambiarlo, e un giorno anche a lei potrà fregiarsi di un più confortevole Maria, Anna, Lucia. O a suo gusto, anche Jennifer o Samantha. Aramaica comunque non c'entra, è pura vita, e ciò su cui mi piacerebbe riflettere non è la vita "in quanto tale" (orrenda espressione, lo so), ma il successivo abito storico e culturale di cui non sempre si veste.

Una volta c'era infatti l'idea che la vita fosse qualcosa come un viaggio, all'interno del quale si doveva realizzare un progetto, una missione, o in ogni caso dare sagoma a una propria idea di mondo. Ma oltre alla dimensione epica di tale quest, esiste anche un risvolto quotidiano dello stare attivamente tra le cose, che viene generalmente riassunto nell'aggettivo civile.

Con buona pace di Aramaica, sono dunque andato a ricercare delle pagine in cui questo termine viene messo a tema, non trovando niente di meglio degli Scritti corsari di Pasolini. L'intervento in cui parla dei "giovani d'oggi", ad esempio. "È giunto il momento, piuttosto, di dire ai giovani che il loro modo di acconciarsi è orribile, perché servile e volgare. Anzi, è giunto il momento che essi stessi se ne accorgano, e si liberino da questa loro ansia colpevole di attenersi all’ordine degradante dell’orda." ("Contro i capelli lunghi”, dal Corriere della Sera del 7 gennaio 1973.)

Io sono nato troppo tardi per aver potuto conoscere personalmente Pier Paolo Pasolini. Ma anche sorvolando l'aspetto anagrafico, non sono certo che saremmo diventati amici. E però, ecco, pensavo, non me lo vedo Pasolini che mi invia una mail, magari per mostrarmi la foto di sua nipote. Non che non amasse i bambini, oppure la vita di cui aveva una smania quasi "religiosa", si è da più parti osservato. Piuttosto la disposizione evangelica del poeta – lasciate che i pargoli vengano a me, e sia detto senza doppi sensi pruriginosi – era sempre filtrata da un'idea di forma.

Una vita senza forma, senza coscienza e intenzione, si presenta infatti nella formazione sparsa dell'orda, che viene giustamente definita quale ordine degradante. Ovvero negazione di ogni dimensione autenticamente civile, presente nei giovani quanto negli anziani, negli illetterati non meno che nei colti. E il "modo orribile di acconciarsi", adesso come allora, sta forse proprio nella "volgare servitù" alle pulsioni informi, alla vita che sa solamente balbettare se stessa.

La semplice vita non è nulla, sembra allora riecheggiare la voce penetrante e lieve di Pasolini, a ribadire il poco compreso (ma coerentissimo) ripudio della sua trilogia cinematografica della vita. Eppure, in qui tre film consecutivi, aveva saputo cantare magnificamente ciò che poi gli apparì come un legno storto. Del tutto inutilte se non siamo in grado di farci qualcosa, anche una piccola cosa, ma in relazione significativa con le infinite piccole cose che sono in grado di fare gli altri: con i loro legnetti, con la loro vita messa finalmente in forma.

Tutto ciò, in termini laici, si chiama appunto civiltà. Mentre in quelli teologici non alieni allo stesso artista, credo sia molto prossimo al concetto di redenzione: "transumanare" la vita in senso, anzi in quel sovrasenso che dalle radici interrate nel vaso del particolare, sappia raggiungere le fronde dischiuse e fiorite nell'universale.

La diffusa e tautologica affermazione della vita a cui assistiamo – vita propria e dei propri cari, con le immagini dei figli come stendardi da conficcare nell'interregno di facebook – mi sembra dunque possedere qualcosa di collettivamente regressivo, che apre le porte a una nuova e degradante orda. Non vedo insomma molta differenza tra il giovane che passa le ore in palestra per gonfiare i muscoli, per riempirli di vita, e il nonno che subissa i conoscenti con le fotografie zampettanti dei nipoti. Forse dimenticando che anche Hitler, anche Stalin e perfino Andreotti, da cuccioli sono stati pura e magnifica vita.

Non mi basta dunque, caro Gilberto, il sorriso tenero e accattivante della tua piccola Aramaica. Vorrei sapere che cosa saprà farci di quel sorriso, non adesso, ma a suo tempo, che è anche e ancora per poco il tempo nostro. Già che il tempo dell'orda non è il tempo dell'io né tantomeno quello del noi. Quale tempo, dunque? E di quale vita parliamo quando parliamo di vita?



martedì 16 aprile 2013

Il Comandante e il Campione, o sull’abito che non fa il monaco, ma continua a fare il cardinale



Una buona fotografia somiglia a una carta stradale. Dove, nell’intrico tortuoso delle vie, alcune sono segnate con maggior enfasi grafica: in rosso, in verde o grassettate per meglio spiccare allo sguardo. Tanto che la molteplicità delle variabili di percorso non viene cancellata, ma alcuni tragitti risultano in qualche modo più raccomandabili. E sono percorsi interpretativi, ovviamente. Quando una cattiva immagine è interamente riconsegnata all’estro momentaneo dell’interprete, con le strade, i vicoli, le mulattiere che tornano a sovrapporsi disordinati, come bisce dentro a una cesta.

Quella che segue è senza dubbio una buona fotografia. L’autore dello scatto ci prende per mano e conduce per le autostrade affollate del senso, in cui il paesaggio che vediamo scorrere dal finestrino ci parla di amicizia, di fama e successo e perfino di gloria; ma su tutto ciò continua a prevalere il senso ultimo della lealtà: alle persone, ma soprattutto alle idee. E dunque si parla anche di tempo, ma lo si dice tacendo, come in tutte le buone foto. Del tempo e del suo declinare.

Una gita turistica che però abbiamo fatto già troppo volte, conosciamo a menadito il percorso. Passeremmo dunque immediatamente a un nuovo viaggio se, tra le stradine secondarie, non scorgessimo un dettaglio che fa correre il nostro sguardo più lontano. Ma come abbiamo fatto a non vederlo subito!, ci diciamo picchiando con la mano sulla fronte.

Eppure non si tratta di una sola minuscola corsia, sono tre, ben tre come le strisce in bell'evidenza sulla tuta azzurra del vecchio Comandante. Sì, Fidel Castro, mentre stringe calorosamente la mano all’amico Campione, indossa una tuta che appartiene a un celebre brand, di cui le tre linee parallele sono l’inequivocabile segno di riconoscimento.

E stiamo ovviamente parlando della Adidas, fondata in Baviera da Adolf Dassler, anno 1948, Bartali vince il suo secondo Tour de France e Truman batte Dewey alle presidenziali americane, mentre la DC si fa lanciare la volata dai parroci di paese e dilaga nel primo parlamento repubblicano con il 49% dei voti, con le piazze che insorgono dopo l'attentato a Togliatti. Troppa carne al fuoco perché il riflettore della storia si accorgesse del lumino acceso dalla Adidas, a rischiarare le macerie ancora tiepide della guerra.

Ma già da prima le scarpe dei fratelli Dassler – dopo essersi divisi, Rudolf fondò la Puma – avevano accompagnato le lunghe falcate di Jesse Owens nelle Olimpiadi di Berlino del 1936. Nonostante le mai celate simpatie naziste di famiglia, l’Adidas ha però sempre restituito un piacere che potremmo definire orizzontale: la rassicurante sensazione di quelle tre linee che ci invadono il corpo, come la tessera di un club dove l’impersonalità dell’abito è la condizione di ciascuno. E però proprio per questo, ciascuno è anche tutti. La forza di tutti in ciascuno.

Che in fondo è la miglior sintesi dell’utopia comunista del Nuovo Mondo: confondersi tra gli altri, godere della pienezza diffusa e laica dell’umano, in cui non esistono vertici ma solo gli infinti nodi che saldando il tessuto, la trama con lo stesso valore dell’ordito. Eppure, se proseguiamo su quei tre sentieri che accompagnano il corpo stanco e acciaccato del grande vecchio, approdiamo a uno stemma che non è quello solito della Adidas, e sopra a cui è scritta una sola parolina di sei lettere: Castro, leggiamo. Castro come il cognome di chi indossa la divisa della nuova impersonalità al potere. Come a dire che tutti quelli che vestono Adidas sono uguali, ma qualcuno è più uguale degli altri…

lunedì 15 aprile 2013

H, o sui dilemmi della bellezza



A me capita spesso, non so a voi. Negli ultimi anni è una sensazione quasi quotidiana. Come quando stai con un gruppo di persone che indossano quelle scarpe, come si chiamano già quelle scarpe, con la suola sintetica alta e l’acca grande di Hotel...?

Le persone che indossano quelle scarpe lì, con la suola sintetica alta e l’acca grande di Hotel, di solito indossano anche dei pantaloni affusolati color pastello, ma più spesso aragosta, e polo inglesi su cui campeggia una piccola ghirlanda ricamata e bande ornamentali sul colletto, che loro tengono sollevato come il minimo séparé tra gli orinatoi degli Autogrill, per impedirti di sbirciare a lato e confrontare le dimensioni del tuo membro con quello del camionista slavo che se lo sta scrollando, dopo aver tiepidamente espulso quel che resta di tre Peroni gelate.

Vi torna, l’immagine?

A me capita spesso, dicevo, e ne vengo come schiacciato, non so ancora voi. Un'immagine o forse era un sogno, un incubo in cui io continuo a stare con queste persone modernamente abbigliate: loro parlano a voce alta in un perfetto italiano televisivo, io non riesco a dire niente, apro la bocca e le parole non escono; quindi si sporgono verso di me, sbracciano amichevoli e festosi, mi danno di gomito ridacchiando; però io sono come paralizzato, non riesco a muovermi, tantomeno a correre e a scappare.

Poi mi chiedo, ridestandomi all’improvviso: ma davvero la bellezza, da cui la moda prova a trarre maldestramente legittimità, e il nostro è un paese in cui da sempre si fa vanto di stare e dettare la moda, davvero quando diciamo la parola bello ci riferiamo alla media matematica delle tante sensazioni personali?

O forse, in ogni nozione estetica, si nasconde la lotta darwiniana per il successo della propria concezione del valore, che prima di risalire alla mente sta conficcata in gola, negli sguardi occasionali e obliqui; ma sacrosanto e libero è il gusto di chi si accosta alle cose del mondo, fino a che una visione non riesce ad acciuffare la corona e posarsela sulla testa...

Perché se così fosse, dovremmo concludere che la bellezza è ora monopolio di questa gente (i "barbari", li chiama Baricco in un fortunato saggio), che dopo aver sottratto le chiavi del tempio ai sacerdoti e agli scribi, stabilisce le nuove e diffuse liturgie del piacere e della forma. No, non c'è frode: l'egemonia di quel che ai miei occhi, certamente minoritari, si offre come il peggio, a ben vedere è il risvolto pubblico del nostro bene più prezioso, la democrazia.

"Vedo il meglio ma mi appiglio al peggio", scriveva Petrarca.

La democrazia estetica si configura dunque nel ribaltamento della sua intuizione: meglio e peggio si equivalgono, e ci appigliamo, un po' a casaccio, dove si appigliano gli altri. Uguale uguale a quanto accade su un tram.

Ma come la mettiamo allora con Raffaello, Michelangelo, Piero della Francesca, Giotto e Bernini?

Tempo scaduto, sono superati dall’incalzare di nuovi e più lucenti appigli, che come l'amo per la trota fanno leva sul palato. A meno che non si voglia pensare alla bellezza come a una costante algebrica: la puoi sporcare, la puoi parodiare con abiti variopinti da pagliaccio triste, ma rimane immune al baccano del presente, rifugiandosi nella proporzione aurea con cui venivano progettate le cattedrali gotiche.

Platone contro Nietzsche, per intendersi.

Con l'antica bellezza attica che si alza anche quella il bavero, la bellezza delle idee che se ne torna all'iperuranio da cui proviene, indifferente ai goffi tentativi di chi prova a farle il verso.

Ma prima di darmi una risposta, mi viene un dubbio ancora più insinuante...

E però, in fondo, penso, non sono poi tanto male a guardarle da vicino, quelle scarpe come si chiamano già quelle scarpe lì, con la suola sintetica alta e l’acca grande di Hotel…?

venerdì 5 aprile 2013

Ovetti, o su amore, sesso e vocabolari

Del  ciclo femminile, ho letto da qualche parte tipo Focus, quindi prendetela con le pinze, non si capisce nulla se continuiamo a usare termini come creazione – il muratore che mescola la sabbia con il cemento, si accende un'Ms e infine stende piano il calcestruzzo –, quando la parolina magica è piuttosto sviluppo. E stiamo parlando dell'ovulazione, ovviamente. Ma sempre e in qualche modo di una casa da innalzare. Prima di quella pietra angolare della vita costituita dall'ovulo, abbiamo però l'ovocita, anzi centinaia di ovociti, uno al mese per circa quarant'anni di età fertile (all'incirca cinquecento, dunque), che dalla preadolescenza in poi si trovano già conficcati dentro il ventre di una donna, uno accanto all'altro come le palline dei vecchi calcio balilla, in attesa di essere scagliate nella ressa. Quindi parte il conto alla rovescia: fuori uno, fuori due, fuori tre... La nostra casa da cui ogni mese casca un mattone, vedetela, se preferite, a questo modo. Ma se le cose vanno come la natura vorrebbe, basta che un singolo mattone incontri il suo architetto per edificare un nuovo ed enorme castello. Ed è così che nel corpo di Silvia, dodici anni, gambe lunghe e occhiali Dolce & Gabbana dalla montatura fucsia, sono allineate e scalpitanti le provviste di ovociti che le serviranno nei decenni successivi, da lei dilazionate con cura: a ogni rivoluzione lunare, una cellula uovo che si attiva a turno nelle ovaie e viene immessa nella corrispettiva tuba di Falloppio, si trasforma in gamete e poi declina e si corrompe; a meno che non venga fecondata da Gabriel, riccioli neri che spiccano dall'ultimo banco, corpo tonico e una vera passione per le arti marziali, trasformandosi in zigote; se ciò non avviene l’ovulo si rompe e viene espulso, ecco come funziona, a spanne, il meccanismo riproduttivo. Pura ritmica, con una nota di armonia nel solo (rapidissimo) momento della copula. Che è un’immagine buffa e inquietante, a pensarci bene. Come se al suo esordio nella vita una donna disponesse di un tesoro – il mondo, la forma integra e palpitante del divenire, in un’indistinta e germinante totalità di ovetti –, senza che però lo stesso tesoro le appartenga fino in fondo: è a termine quel giacimento, è un leasing. Oppure una casa, abbiamo detto. Ma nella corsa alla metafore che è il pensiero quando prova a imitare la generazione, anche un  juke-box, un juke-box che funziona curiosamente all’incontrario. A ogni canzone una monetina viene sputata fuori, fino a che, raggiunta la menopausa, una donna non è più confusa nel generico inno universale che intona il coro della specie umana, ma diventa finalmente e solo il suo canto, quella donna lì, Silvia Bacigalupo. Credo che sia questo il motivo per cui le ragazze, depositarie di qualcosa tanto più grande di loro, ma soprattutto altro come è altro lo spartito dell'orchestrale, sono così desiderabili per gli uomini che iniziano ad avvertire la corsa dei calendari, alla maniera di quei vecchi film in cui il vento fa volare la targhetta dei giorni: perché i maschi non le mettono a fuoco, non le riconoscono dentro la foto di classe, a malapena sanno balbettarne il nome, figurati il cognome: “Era la nipote di Mubarak? Boh, sì, forse, chi lo sa…” E però gli uomini anziani, compreso i semi-stagionati come me, odono distintamente il tintinnare delle monetine chiuse nella pancia delle giovani femmine, e vorrebbero, anzi vorremmo rompere il salvadanaio e tuffarci insieme a Paperon de Paperoni, per nuotare tra gli zecchini d’oro come ai tempi belli della nostra gioventù, in cui anche noi avevano tutti i nomi tra le dita. Essere giovani, tra gli altri innegabili vantaggi, significa infatti non avere ancora la certezza di un nome, essere colmi di vocali e consonanti, mescolate in un sacchetto simile a quello dei gettoni della tombola. Ma a ben vedere, la differenza tra sesso e amore bisbigliata languidamente da Julio Iglesias (“Sono un pirata e un signore \ non confondo il sesso con l’amore”) è sempre e ancora questa: puoi possedere un corpo, il corpo giovane e tonico di una studentessa attraverso cui ti sembra di riconnetterti con una generica potenza, con il Tutto, il tempo e il ribollire del brodo primordiale – ed è piacere allo stato brado, c'è poco da aggiungere. Ma la natura in cui si incarna ogni cosa quando esce dal limbo del possibile, puoi amarla solo nel momento in cui si infrange, quando acquista un nome e uno specifico profilo, una storia e un destino – le uova sono tutte uguali, diversa è la sorpresa… Io non lo so quindi se Silvia amerà mai Gabriel e Gabriel Silvia: a quell’età, possono essere fortunatamente anche solo un ragazzo e una ragazza, due anonimi giocatori che rimestano nel sacchettino che contiene tutte le lettere del mondo, ma nessuna parola ancora. Prendendo poi strade diverse come i gatti, stirando le zampette agili e solo un po' impigrite, dopo il grattino e le fusa. Ma alla nostra di età, siamo vagamente patetici, ecco, pensavo, se ancora non abbiamo imparato a sillabare il nostro nome, né quello della donna che ci sta di fronte. E chi se ne frega di quanti ovetti mancano dalla scatola, quando sappiamo che finirà comunque tutto in frittata...

mercoledì 27 marzo 2013

Uomini & donne, o sul Taoismo al tempo di Lupo de Lupis



C’è una cosa, pensavo, nelle donne come negli uomini contemporanei, che almeno in questo siamo uguali
e un po’ sgangherati ma finalmente alla stessa stregua: una foto di classe in cui qualcuno fa le corna, un altro le boccacce e però, nell'insieme, ciò che emerge è incredibilmente omogeneo, ricordando curiosamente lo stemma grafico del Tao. Il Tao, sì. Quella immagine circolare che negli anni settanta si incorniciava dentro pendaglietti di bigiotteria, venduti poi tra gli ombrelloni assieme a incensi orientali dalle fragranze dolciastre, maschere africane intagliate pazientemente nell'ebano, la stessa mano ossuta che dava forma a elefanti disposti in progressione di grandezza e da non dimenticare i cilum in terracotta, subito collaudati con stordita euforia dietro le dune, prima di fiorire sulla copertina dei libri New Age: il Tao, un puntino nero dentro la metà bianca e un puntino bianco dentro la metà nera, che si compenetrano morbidamente.

Credo che, nell’intenzione di chi per la prima volta l’ha disegnato, stesse a significare la presenza di un elemento paradossale che pervade ogni cosa – lo Yin, principio femminile che si dischiude al cuore dello Yang, principio maschile, e viceversa – insinuando un interrogativo sugli opposti che dovrebbero contrapporsi per definizione. Oggi è diventato perfino ovvio affermare che c’è qualcosa di femminile in ciascun uomo e un po’ di camionista bulgaro anche in un’etoile della Scala, ma rimane immutato il piacere di mostrare di saperne una più del diavolo, e di essere più sgamati e scettici di un televenditore di materassi.

Due puntini dunque, diverso il colore, medesima e sovrapposta la disposizione sull'asse verticale, in una simmetria che non contempla esclusioni, danzando il ritmo di una perpetua ma a ben vedere fasulla dialettica. L’incontro infatti non si risolve in sintesi, già che zolfo e pietra devono rimanere separati per poter scoccare una nuova scintilla, il lampo che avvia la locomotiva dell'accadere ("il fulmine governa ogni cosa", scriveva già Eraclito in Occidente). Quel che a me incuriosisce è però che, dopo aver preso confidenza con l’immagine del Tao osservata da vicino, sempre più vicino, abbiamo finito col concentrarci sulle sue minime pupille, dimenticando le ampie distese da cui occhieggiano smarrite: due enclavi recalcitranti in terra differente e ostile, tifosi che hanno sbagliato curva al derby e appallottolano le sciarpe per non farsi notare nella ressa. Ma noi, invece, ci accorgiamo solo di quelle sciarpe seminascoste, non degli enormi striscioni che ondeggiano tra i cori della squadra di casa. Noi ora vediamo (saggiamente) lo zolfo nella pietra e la pietra nello zolfo, ma ci siamo scordati degli elementi originari in cui fanno tana gli opposti, che come le spalle di Atlante sostengono l’universo.

Ma facciamo un esempio. Fino al tardo dopoguerra, i maschi, ossia lo Yang in diluizione antropica come certi vecchi dopobarba alla lavanda, subivano il richiamo di quel particolare Yin rappresentato da donne semplici, fascinose e procaci come Silvana Mangano, o Marisa Allasio in Poveri ma belli. E il modo in cui lo Yin femminile replicava ai prego signorina che giungevano dall’opposta polarità – parlo sempre per semplificazioni un poco rozze –  era mirando allo Yang in una sua variante simbolica: la potenza, certo, ma meglio se quantificabile sull'abaco sociale di un capitalismo ancora vagamente ingenuo. Il riflettore che illuminava l'ideale maschile si fissava dunque su uomini per così dire consistenti, con posizioni di potere e di agiatezza economica invitanti. Gli attributi erano erano quelli soliti: veloci e rombanti autovetture, orologi preziosi, ville, abiti su misura e occupazioni di prestigio. Uomini vincenti, insomma. Dove il successo aveva nei tempi cupi della guerra, un temporale di cui si sentiva l’odore acre di pioggia sull’asfalto, per usare la bella metafora di una canzone di Paolo Conte, e nella fame subita di recente i suoi termini materiali di confronto. Da cui la figura bozzettistica del "cumenda" milanese, tramandato da infinite commedie di costume.

Continuando a sbirciare in quell’attuale prontuario di sociologia che è il web, mi accorgo, però, che le donne ora gradiscono un elemento di “fragilità” e modesta discrezione (understatement lo chiamano gli anglosassoni, con implicita sfumatura elogiativa), che molto ha del femminile e sembra contrapporsi all'immagine smargiassa dei play boy, così come ci arriva dagli anni cinquanta. Eppure, se ci facciamo caso, queste qualità vengono ricercate dentro il medesimo status: uomini ancora e sempre facoltosi, con una collocazione pubblica di rilievo, ma che sanno commuoversi alla vista di un gattino fradicio, mentre al lavoro ci vanno con una vecchia bicicletta –  e comunque, da qualche parte, non importa dove, deve esserci anche una Land Rover... Bello poi è vederli salutare anche il più umile dei dipendenti, invitandolo a dargli del tu con un pacca sulle spalle. E quanto è affascinante un uomo così: ricco, sì, ma soprattutto dentro!

Lo stesso potremmo però dirlo dei maschi. Anche tra i miei conoscenti, se faccio un giro di telefonate, sono certo che faticherei a trovarne uno che ammetta di desiderare gli stereotipi femminili di sempre: innanzitutto giovinezza, ragazze insomma, e però belle, anzi fighe, come si dice a Milano, mentre da Roma in giù è preferibile il termine fiche. No, più nessuno che mostri di volere per sé una figa, o una fica, a vostro geografico piacere, e sempre e solo donne intelligenti e argute, simpatiche, sensibili e generose e colte. Anche un po' "cazzute", perché no... Io non faccio differenza, ovviamente. Nemmeno sotto tortura ammetterei che il mio modello femminile è Ruby Rubacuori, e ciò per il semplice fatto che non sarebbe vero: Ruby, non mi piace.

E' come se esistesse uno sfondo acquisito e dunque non interrogato – la campitura del Tao, potremmo dire, l’elemento opaco da cui emerge il puntino in cui ci riconosciamo nella fotografia – in cui quelle molteplici virtù dello spirito si reificano nelle caratteristiche fisiche della stessa Ruby. Diamo in altre parole per scontato che la botte deve essere piena mentre la moglie ubriaca. E così il culo delle nostre compagne ­– intelligentissime e colte, ca va sans dire – lo pretendiamo tonico e scattante, mentre sotto la camicetta intuiamo lo sbocciare malizioso di seni accoglienti e sodi. Salvo poi tradirle con una ben più giovane replica del clichè, quando scavallano gli "anta".

Possiamo allora ipotizzare che, dagli anni in cui Gregory Peck scorrazzava in Vespa insieme a Audrey Hepburn, sia cambiata solamente la minuscola biglia che si fa breccia nell’indistinto delle cose, mentre i tracciati che la ospitano silenziosi sono rimasti uguali. Per questo a parole, solo a parole, perfino a noi stessi raccontiamo di auspicare a una copia stilizzata di Madre Teresa di Calcutta, la cui unica variante sarà nella molteplicità di scala, come gli elefantini di ebano che seguono in placida e ordinata processione. Ma nelle praterie taoiste dove galoppano i bisonti della fantasia continuiamo a rivolgerci a Marisa Allasio e Silvana Mangano, e le donne a fare cassa nella varietà simbolica in cui si flettono gli archetipi – in fondo, dentro la prospettiva mitologica propria dei desideri inconsci, tra Mario Balotelli e Silvio Berlusconi e Jovanotti non esiste grande differenza: sono tre che “scendono in campo” e fanno gol, ognuno a suo modo (e ognuna a suo modo coniugherà il medesimo modello dentro la propria biografia, scartando – e addirittura snobbando – le versioni che le sono più lontane).

Vediamo insomma solo il puntino manifesto del Tao, lo Ying che macchia lo Yang dei suoi colori e lo Yang che mette in dubbio il perimetro sinuoso del femminile, così dimenticato di essere rimasti la solita semplificata macchina umana: che ricerca potere e ricchezza, salute ed efficienza fisica, bellezza, gioventù, lasciando a terra gli esemplari stanchi e malati, i vecchi e i perdenti. E però in un piccolo ma luminosissimo cantuccio, ci commuoviamo per gli effetti della nostra paradossale natura: perché siamo lupi, sì, ma pure tanto buonini... Dei postmoderni Lupo de Lupis, ecco.

lunedì 25 marzo 2013

Tutti a balaaare, o sulla psicologia del tango



Washington è una ruota di asfalto, vetro e marmo chiaro che irraggia dai precisi e studiati equilibri del compasso massonico. Questo è noto. Anche altre città – si dice Praga, Londra, Torino – nascondono sotto l’epidermide levigata della toponomastica simboli e strutture recondite, a intenzionarne i rapporti umani. Non sapevo però che anche Milano, negli ultimi anni, avesse ricollocato il suo centro simbolico perduto negli anni della ristrutturazione industriale, alla fine degli anni settanta. E la nuova trama occulta di Milano è costituita delle sue sale da ballo, le milonghe, in particolare, che stanno spuntando a ogni angolo della città.

Ma cerchiamo di capire meglio.

Fine marzo, martedì verso l’ora di cena, pioggerella leggera che accompagna al suolo l’incalzare greve delle polveri sottili, con un gentile e neghittoso casché. E finalmente si respira. Sull’enorme portone di vetro incrocio due mie vicine di casa di mezza età, si sarebbe detto un tempo. Ma l’età è la mia, e dunque, nei nuovi galatei linguistici, due ragazze.

“Buonasera, ragazze.”

Mi rispondono affannate, mentre armeggiano con un borsone – una lo passa all’atra ma subito lo riprende dopo aver trovato le chiavi dell’ingresso – da cui vedo sgusciare i tacchi affilati di bellissime e lucide scarpe da sera, scarpe da balera.

“Scusa Guido, non abbiamo tempo, siamo in ritardo per la lezione di tango.”

Il tango, capisco. Già l’anno scorso avevano organizzato un corso di tango argentino, che veniva tenuto nella sala comune (“club house”, la chiamano i più) del nostro condominio un po’ fichetto e snob (un “cohousing”, lo chiamano sempre quelli di prima). Le mie vicine avevano quindi preso a nolo un ballerino esperto che, a turno, le faceva ballare e istruiva nei passi fondamentali. Non so perché, ma questa cosa mi pareva contenesse qualcosa d’indistintamente metaforico, che mi inquietava: cinque donne, un uomo, di cui condividerne pragmaticamente l’utilizzo… Qualcuno si ricorda dei film di Russ Meyer? Ecco, quella roba lì.

A distanza di un giorno, mi ritrovo a parlarne con una giovane psicologa, la quale pure è capitolata sulla via di Buenos Aires. Le dico che anche a me affascina molto il tango, lo strano yo-yo dei corpi dei danzatori, in cui si prende allontanandosi e ci si avvicina per negarsi. In uno dei più fulminati paragoni che ho incontrato, così lo descrive Paolo Conte:

Come la lucertola è il riassunto di un coccodrillo, così, il tango, è il riassunto di una vita.

Lei non conosceva la frase e mostra di apprezzare. Ma poi, una lieve incrinatura nel sorriso, si vede che vorrebbe aggiungere qualcosa di ugualmente lapidario, che però non le viene. Si limita dunque a dire:

“Non proprio della vita, di tutta la vita intendo. Diciamo che cambiano le proporzioni: come se la lucertola, nel replicare in forma miniaturizzata il coccodrillo, ne amplificasse a dismisura la coda, ma poi avesse una testa piccina piccina. Una copia sproporzionata, per così dire.”

Annuisco, mi sembra un’immagine convincente; e in ogni caso mi sono sempre trovato più a mio agio con le immagini che non con le spiegazioni. “Se mi dici dove vai a ballare” le dico, “una sera mi piacerebbe raggiungerti, vedere cosa succede in una milonga, ascoltare, annusare.” In fondo anche uno scrittore prende solo una piccola parte del coccodrillo: gli occhi, lo sguardo. Lasciando le zampe a chi la vita la sa danzare.

“Sì, certo. Se vuoi ci possiamo andare assieme”, mi risponde con il sorriso che si è rifatto pieno. “Però con due macchine separate. Sai, io una volta dentro una milonga non posso darti retta più di tanto. Io ballo, non so resistere. Così quando sei stufo tu torni a casa. Io invece resto lì, fino alle due o alle tre di notte, in genere.”

Sorrido anch’io e chino il capo come per dire sì. Ma poi, alla maniera dei bulgari che assentono in modo inverso, torcendo il collo ai due lati opposti, sento uscire dalla mia bocca questi pochi suoni: “Grazie, ma preferirei di no”.

Le parole dello scrivano Bartleby, già, nel magnifico racconto di Melville, le sole e semplici parole che ripete per tutto il testo, solo quelle. A rappresentare il culmine enigmatico dell’intransitività moderna: preferirei, un condizionale che non spiega la negazione, la quale per paradosso risulta tanto più recisa, certa. Ripensandoci a distanza di giorni, mi sembra però che anche l’offerta della mia amica, anzi di tutte le mie amiche, delle mie vicine di casa, dell’intero mondo danzante che zampetta sotto le fondamenta di Milano, fosse massimamente intransitiva. Preferirei-di-no, preferirei, e comunque no, è come se mi sussurrasse all’orecchio la lucertola, mentre finge di essere un coccodrillo.

Ritorno allora col pensiero a un documentario del 1965 in cui Pasolini, muovendosi lungo la Penisola con la sua troupe, intervistò gli italiani su temi legati alle relazioni umane, tra cui quelle allora scabrosissime riguardanti la sfera sessuale, di cui era tabù solo nominarle. Nel trambusto di una balera lombarda, una ragazza dall’acconciatura bombata e la cadenza simpaticamente popolare, così rispondeva alle domande insidiose del regista: “Qui c’è gente che viene per balaaare ma anche gente che fa finta di venire per balaaare ma non vuole mica balaaare per davvero, quella gente lì, vuole fare un’altra cosa…”

Intendeva ovviamente dire che molti uomini andavano lì per rimorchiare, per sedurre, o per usare il linguaggio di un bizzarro personaggio a cui ho dato un passaggio in autostop la settimana scorsa, per “raccogliere il pane”. Ma siamo sicuri che anche adesso si vada in una milonga “per raccogliere il pane”, e non invece e solo per aggraparsi alle note struggenti di un bandoneon?

Il che sarebbe certamente una buona notizia, almeno per la ragazza con i capelli bombati uscita dal cilindro degli anni sessanta, ma per noi così sgamati, così disinvoltamente postmoderni tanto da aver inventato Meetic, le chat erotiche e i preservativi al gusto gorgonzola…? Vediamo.

La mia amica, ritorniamo provvisoriamente a lei. La giovane e bella donna che mi dice vieni in milonga con me, e come sempre lo fa sorridendo. Però poi aggiunge torni a casa da solo, si intende. Perché io devo – e il verbo è davvero quello giusto: dovere – perché io devo ballare, anzi: balaaare. Ma balaaare e balaaare il tango, nel nostro caso, è appunto un modo per prendere il coccodrillo e replicarne una parte in forma di lucertola, una parte solamente. Così ci viene in aiuto proprio la psicologia, di cui la mia amica si occupa quando non si infila gli abiti da tanguera.

Lacan, ad esempio, che nella savana dei discorsi sulla mente fu uno dei più abili a mimetizzarsi, imbambolando i cacciatori di certezze con discorsi ipnotici e tortuosi. Tra i suoi interpreti, uno dei pochi che hanno saputo riportare le volute dei seminari del Maestro a un’accessibilità verbale buona anche per i non iniziati, è certamente Massimo Recalcati, filosofo e psicanalista milanese. In importanti e recenti contributi Recalcati insiste molto sull’attualità delle categorie lacaniane di desiderio e godimento, con un risvolto che potremmo definire sociologico.

Semplificando, il godimento coincide con quelle forme di piacere che non passano attraverso il confronto, glissando così la differenza personale e il confine mobile che viene posto nella relazione. Il godimento (“jouissance”, viene detto anche nei testi italiani) è dunque una sorta di assimilazione, in ciò davvero simile alle fauci del coccodrillo che incorpora la sua preda. Il principio binario dell'incontro viene quindi riassorbito nell’unità della vita che afferma se stessa, con ciò escludendo ogni distinzione fondante. In altre parole, quel che viene goduto è la rifrazione incerta di uno specchio, nel quale si adombra l’eterna figura di Narciso. O se vogliamo dirlo con una sola sillaba: il godimento è “io”.

Eppure, ci ricorda sempre Lacan per voce di Recalcati, non esiste realmente alcuna struttura cognitiva che possa essere circoscritta dentro un io incontaminato e anteriore ogni rapporto, già che non potrebbe esistere qualcosa senza il suo opposto nominale, senza un Altro, un Tu a limitarne e condizionarne l’estensione. Ed è qui che entra in gioco il desiderio, inteso, al contrario, non come semplice desiderio di un oggetto a noi estraneo, o di un soggetto accessibile all'appetito di chi dice "voglio!" Ciò che viene desiderato è piuttosto il desiderio dell’altro, che nello sporgergersi verso di noi contende e ridetermina il nostro stesso desiderare, limitando l’onnipotenza (onnipotenza “mortel”, aggiunge Lacan nel Discorsodel capitalista) di uno sconfinato godimento. O se preferite: “Amor ch’anullo amato amor perdona”, per dirla con chi già da molto prima aveva intuito il trucco.

Ma veniamo al presente, al tango, e alla balere che fioriscono tra gli sbadigli e gli affanni delle nostre città distratte, in un apparente trionfo della vita sui meri vincoli di produttività. Ma di quale vita stiamo parlando: la vita della lucertola o la vita del coccodrillo? O per tornare alla nostra domanda originaria: di gente che vuole solo balaaare o di chi fa finta di voler balaaare ma non vuol mica solo balaaare, quella gente lì?

Beh, provando a ritradurre il tutto dentro le categorie psicanalitiche di Lacan, assunte di recente anche da Giuseppe De Rita come filtro concettuale nell’annuale rapporto del Censis, si ritorna al dilemma tra desiderio e godimento. Una persona, una donna, meglio, che invita un uomo ma gli dice portati l’automobile perché io devo continuare ballare anche senza di te, a me sembra che stia svolgendo una figura di danza simile a quella di un gruppo di condomine che affitta un ballerino. Stanno cioè affermando tutte, anche se ciascuna dentro le proprie scarpe lucide, la supremazia del godimento a dispetto del desiderio che soggiace a ogni relazione, non necessariamente erotica.

La parte del coccodrillo di cui difetta la lucertola, solo intuita, ma con acutezza, dalla mia amica psicologa, si mostra dunque dentro il concetto di limite. O meglio nell’assenza di limite, nell’illimitatezza del suo godimento di danzatrice di tango che cerca solo il “buon passo”, come lo chiamava Nietzsche. In psicanalisi lo stesso pensiero viene tradotto con il fantasma della castrazione, quale effetto dell’imposizione dell’autorità paterna ad argine del desiderio del figlio verso la madre, la legge del padre che per Recalcati è il grande assente del nostro tempo.

Ma il limite, per estensione, sta anche nel baratro che si spalanca a margine di un qualsiasi rapporto umano, e che ci sprofonda negli abissi del rifiuto e del fraintendimento, del desiderio dell’altro che non ci desidera. Desiderare è infatti perdere sovranità sul proprio regno immaginale, ospitando il banchetto dei Proci – sempre possibile, sempre in agguato – dentro le mura che dovrebbero proteggerci, e dove siamo più fragili ed esposti. Perché desiderare è mancare, mancarsi.

Quel che viene mimato nel tango è così un tentativo al netto dell’errore, sensualità senza sesso, vita priva del suo doppio oscuro: la morte. Perciò la seduzione degli amanti-danzanti non ne consuma il gesto, e come nel testo dell'habanera di Bizet l'incontro viene sempre differito, allontananando da sé il momento della verifica, che in questo modo non possono fallire. Canta Giorgio Gaber sulle note finali di una delle sue canzoni più belle, in cui viene rappresentato il modesto rito sessuale di una coppia, è un sabato pomeriggio come tanti, i corpi non sono più giovani e scattanti e le cose vanno un po’ così…

“Ci vuole troppa comprensione per trasformare in dolcezza una cosa venuta male.”

Ecco, a me sembra che se, una volta, negli anni sessanta interrogati da Pasolini, si andava a balaaare sperando in qualcosa di diverso e più rischioso di un arròstre o di una calesìta, adesso lo si faccia proprio e solo per balaaare. Forse perché in quegli anni, se vuoi anche ipocriti e "democristiani", esisteva comunque una maggior disponibilità a trasformare in dolcezza una cosa venuta male, a desiderare prima ancora che a godere. Mentre ora si balla, si suda, si prendono lezioni condominiali di tango per rendere la vita più semplice e pura e leggera, prima di tornare a casa da soli, sempre soli. Al massimo rischiando di inciampare in pista, ma non nelle pantofole di un estraneo.

domenica 20 gennaio 2013

Uno su mille ce la fa, o sulla politica al tempo di Nicole Minetti





La politica. Secondo me non è vero che le cose si sono confuse e complicate. Il problema non sono i partiti, intanto. Non fatevi fregare dalla copertina lustra delle parole. Piuttosto è ciò che sta alle spalle, dietro le quinte vellutate, tra le coltri opache delle sillabe. Ossia nella terra umida del significare, che affonda le sue radici dentro la nozione di parte.

Fino a qualche decennio fa i partiti erano infatti l'espressione organizzata e attiva di una parte, che in forma delegata perseguiva degli interessi particolari. O ancora più precisamente: i propri interessi, il vantaggio se vuoi anche egoistico (meglio corporativo) di quella parte a cui partiti prestavano voce, e in cui il cittadino si riconosceva per analogia.

Poi è successo qualcosa, deve essere successo qualcosa - c'è chi dice che sia stato lo sviluppo della tecnica, che ha insinuato un elemento di artificio nei rapporti tra le persone. In conseguenza di questo evento sommerso, ma così palese e intrusivo negli effetti, in Occidente si è progressivamente smesso di accordare il consenso elettorale con il diapason di quei partiti (di quella parte) che davano struttura e pubblica manifestazione a interessi concreti e verificabili, iniziando a orientarsi a orecchio con l'astratto canto delle sirene, come avviene per i prodotti della pubblicità.

Pensiamo al caso emblematico di Forza Italia. Un multimilionario con numerosi problemi giudiziari decide di partecipare alla contesa politica nazionale, fondando un partito il cui obiettivo sia a proprio vantaggio e il cui stile comunicativo viene ricalcato dalla retorica televisiva, di cui si occupa. Detta in soldoni: Berlusconi ricerca - ma del tutto apertamente, per quanto velando i contenuti in una confezione seduttiva - gli interessi di una minoranza privilegiata e sazia, di cui egli stesso è l'emblema.

Bene, la storia ci mostra come quel partito viene votato in larga maggioranza da persone che appartengono a una parte differente, che avrebbe dunque interessi alternativi. E cioè dalla piccola e piccolissima borghesia, intercettando voti anche in quel che resta del proletariato. Insomma, dai poveri, perfino dagli indigenti, che anche senza più bandiera né canto esistono ancora, e in abbondanza. Hanno però smesso di riconoscersi nelle tradizionali rappresentanze di sinistra, al cui lugubre realismo, come Grimilde, viene sostituito uno specchio assai più compiacente.

E' a questo punto che voto e volto, fino a poco prima assonanti, cominciano a divaricare. Con l'espressione del consenso che non avviene più come conseguenza di un'orgogliosa identità nel particolare, o se si preferisce di un meditato interesse personale, di "classe", in cui il faccia a faccia politico si ricavava dal riconoscimento fisiognomico nei propri simili. Piuttosto ci si inizia ad affidare a forme di rappresentanza immaginali, filtrate dall'emotività e da identificazioni proiettive, direbbe uno psicanalista, per quanto non del tutto prive di una valutazione interessata, che si può iniziare a delineare con la metafora della lotteria.

Ma facciamo un balzo indietro, per capirci.    

Laconia, quinto secolo avanti Cristo. La regione, tra le più fertili del Peloponneso, è interamente assoggettata dalla città di Sparta. Con l'eccezione di una minoranza di cittadini liberi e dei perieci, agricoltori ugualmente liberi ma senza diritti politici, gli abitanti sono costituiti da iloti, una popolazione locale che si crede precedesse l'invasione dorica del decimo secolo, e ora mantenuta in totale schiavitù.

Gli spartiati erano famosi per le loro virtù marziali, anche se, in effetti, malvolentieri intraprendevano delle vere e proprie guerre. Gli storici spiegano questa riluttanza con il timore di insurrezioni da parte degli iloti, la cui probabilità - anche di successo - viene messa in relazione con l'assenza di buona parte dei cittadini attivi, quasi totalmente impegnati nelle varie campagne militari (ricordiamo che a Sparta la leva si prolungava fino ai sessant'anni...).

Nella Grecia classica si era insomma già consapevoli che la politica, e la guerra come sua estrema estensione, fossero attività che esprimono degli interessi particolari e circoscritti. Da cui si ricava come anche in quel tempo le persone cercassero di realizzare il proprio personale vantaggio. Il vantaggio degli iloti era quello di rendersi liberi, quello degli spartitati di continuare a essere serviti. Punto.

Bene, qual è dunque stata la vera novità politica della famosa "discesa in campo" di Berlusconi?

Beh, a me pare che si possa riassumere nell'idea, questa sì bizzarra per quelle antiche popolazioni rudi e battagliere, che gli iloti potessero trovare una qualche forma di "godimento" dalle angherie alle quali gli spartiati li sottoponevano. Tutto ciò possiede un nome moderno e vagamente insano: si chiama masochismo

Eppure, a ben guardare, si tratta di una lettura parziale e semplificata... Infatti a nessun ilota era concesso il privilegio, del sangue, di diventare cittadino di Sparta, mentre nella società tardo capitalista questa opportunità non è formalmente esclusa, e addirittura proclamata. Potremmo riassumere il concetto con la sigla di American dream, che possiede il suo equivalente nostrano nel testo di una vecchia canzone di Gianni Morandi, "Uno su mille". Ricordiamone un passaggio:

"Se sei a terra non strisciare mai
se ti diranno sei finito non ci credere
devi contare solo su di te

Uno su mille ce la fa
ma quanto è dura la salita
in gioco c'è la vita..."

Ecco, a partire dalla fine degli anni Ottanta le persone, e in specie quelle in condizione di maggior svantaggio economico e sociale, smettono di riconoscersi nel proprio verificabile status (essere a terra), preferendo una rappresentazione immaginaria di sé che li vede già al termine del percorso di riscatto, e però al netto dei sacrifici del percorso (ma quanto è dura la salita...). Dal reale, dal concreto (non ci credere, non ci credere!), la crocetta siglata sulla scheda elettorale vira insomma nei territori del possibile, aprendo una ferita cognitiva che non si è probabilmente più rimarginata.

Per questo, abbiamo parlato di lotteria. Per questo si parla di crisi dei partiti, o più in generale è in crisi la figura retorica della sineddoche: la parte per il tutto, la parte che mira a conquistare e dominare il tutto. Quando ora è il Tutto, disciolto in una nuvola azzurrina e rarefatta come quella che avvolge Campanellino, in Peter Pan, ad aver incorporato ogni singola porzione di realtà. E da lì sbocciano note fruttate, incantesimi e morbide vampe di calore.

Sembra di stare a quegli spettacoli di piazza in cui ti portavano da bambino, con un mago sbrindellato che invitava il papà sul palco, e dopo averlo guardato fisso negli occhi gli diceva, scandendo piano le parole: "Sei all'equatore, e-qua-to-re, senti il sole che brucia, il sudore che cola..." E lui comiciava a levarsi gli indumenti, mentre la mamma naufragava, in un avvampato silenzio, tra le onde fragorose delle risate del pubblico.

Non solo idealizzazione, dunque, ma de-realizzazione, rêverie, perdita definitiva di ogni confidenza con la propria vita. Che si fa più leggera di quell'olio di girasole con cui saltare a gambe unite la staccionata, il recinto che confinava la nostra parte, quando le maglie dei giocatori erano ancora distinte e il libretto rosso dei mecalmeccanici non contemplava il termine happy hour. Poi, è avvenuto il sortilegio collettivo.

Con Berlusconi, in Italia, o con Reagan e la Thatcher nel mondo anglosassone di riferimento, si inizia così a intendere la partecipazione politica non più sul modello dialettico dei contrari che si affrontano, prima di trascendersi in sintesi, o anche solo in ragionevole compromesso sindacale. No, tutto ciò - che poi sono migliaia di anni di storia, di conquiste sociali brusche o progressive - tutto ciò viene liquidato come "vecchio", lasciando il campo al modello magico-mistico della lotteria, che è l'abito più aggiornato delle antiche favole.  

La parte in cui moderni iloti si riconoscono non sarà allora più costituita dai novecentonovantanove schiavi che, unendo le forze, potrebbero liberarsi durante l'assenza degli spartiati. Piuttosto da quell'uno su mille che "ce la fa", che vince la lotteria con la benedizione della bacchetta magica di Campanellino (La legge di attrazione, qualche buontempone l'ha ribattezzata), divenendo egli stesso un cittadino onorario della moderna polis del privilegio, ma ottenuto con il consenso delle vittime.

E se anche non ce l'hai ancora fatta, se ti trovi a strisciare nel sottoscala dell'esistenza, ad annaspare nello strame della miseria e della discriminazione, poco male: a livello ipotetico quella possibilità rimane comunque integra, alimentando le stelle filanti che accarezzano i neuroni e velano lo sguardo. E' allora un problema, non nostro, ma dell'altalena che non ha ancora preso uno slancio sufficiente, o della zucca che tarda a farsi carrozza.

Senza nemmeno accorcerci siamo così rotolati dentro un'altra favola, che ci ricorda di quanto sia più agevole pensarsi come principessa che non come servetta. E anche quando il principe dovesse decidere di caricare sul cavallo bianco la tua sorellastra con il piedone, poco male, sarà certamente stato per un errore, uno sbaglio, una provvisoria cantonata del destino. E prima poi tornerà indietro per farti montare in groppa, e restituirti la scarpetta di cristallo.

Dunque molto meglio aspettarlo, il tuo Principe, molto meglio votarlo, che non fargli la guerra con mazze e forconi. Perché quell'uno su mille potresti essere tu, come una moderna Cenerentola assunta nel cielo dei vincenti. Sì, devi essere certamente tu!