sabato 4 aprile 2020

Intelligenza emotiva, o sul cattivo uso degli aggettivi



Considero Giuseppe Pontiggia uno dei pochi veri maestri di scrittura che il nostro Paese abbia avuto. Non perché scrivesse meglio di altri, ma per l’estrema consapevolezza del gesto narrativo che sapeva trasmettere nei numerosi corsi al Teatro Verdi di Milano, da lui chiamati di scrittura inventiva, non creativa. L’aggettivo creativo, infatti, è di derivazione teologica (creatio ex nihilo, come se lo scrittore fosse una divinità onnipotente e capricciosa), mentre l’ispirazione autentica è una ricerca, premiata infine dal ritrovamento del suo oggetto più intimo e vero, come suggerisce la l'etimologia di invenzione, dal latino inventio, rinvenire. E qualsiasi opera che vuole dirsi genuinamente artistica si “rinviene”, almeno per Pontiggia, in ciò richiamandosi alla tradizione classica incarnata dalle Muse. Non si crea.
Più in generale, da Pontiggia ho appreso l’estrema cautela nell’aggettivazione tout court, e come aggiunge uno che a Pontiggia pure deve molto, Raul Montanari, alla logora espressione giornalistica lamiere contorte (in cui per definizione giace il corpo inerme dopo un incidente stradale) è da preferirsi il solo sostantivo lamiere, in cui già traluce la radice affilata di una lama, oscurata e sminuita dall'aggettivo a cui la si fa in genere seguire. Ma per uscire da un tecnicismo da addetti ai lavori, lo si può capire anche dal recente dilagare di un altro aggettivo, emotivo, spesso accompagnato al termine intelligenza. La famigerata intelligenza emotiva.
Da quando si è diffusa questa espressione, coniata per la prima volta da Peter Salovey e John D. Mayer nel 1990, non senza qualche merito all’interno delle scienze cognitive, da quando ha travalicato il perimetro delle scienze cognitive e si è fatta automatismo verbale, complici i supplementi illustrati e psicologi fin troppo telegenici, io vedo in giro un sacco di intelligenti emotivi. In pratica dei coglioni, e però tanto gentili, empatici, sensibili. Come Lupo de Lupis, che è lupo, sì, ma pure tanto buonino.
Rimpiango così i tempi in cui l’intelligenza non si portava appresso alcun aggettivo. Si era intelligenti e basta, oppure fessi. Aristotele che era molto intelligente e pure un tantino stronzo, aggiungerebbe: tertium non datur.


venerdì 3 aprile 2020

Pugni, o sull’immenso prima in cui siamo conficcati


Credo esista una legge della fisica per cui se c’è uno spazio vuoto qualcosa accorre per riempirlo. Credo. E se non ci fosse, sarà una legge della psicologia. Almeno a me succede così. In questi giorni, in particolare, mi sembra di ricordare più del solito, la mente va indietro, rovista, scova episodi che l’incalzare degli impegni aveva seppellito. Sempre indietro, mai avanti. Il pensiero colma la dilatazione che si è creata negli eventi.
Tra i rigurgiti del passato si impone la memoria delle zuffe giovanili. Non che facessi spesso a botte, e quelle poche volte in genere le prendevo. Tutta colpa dei fumetti che divoravo: l’eroe vede un sopruso, interviene, salva il malcapitato ma la striscia si interrompe sul più bello, il finale al prossimo albo.
Uno spirito più emulativo che eroico mi portava a difendere i compagni dalle angherie dei bulli. Quando mi imbattevo nel prepotente di turno, dai, lasciamo in un angolo le cartelle, andiamo in quel prato a risolvere la questione, e di solito si tirava indietro. A braccio di ferro sapevo farmi valere, mentre dagli incontri in tivù di Muhammad Ali, che io chiamavo ancora Cassius Clay, avevo imparato qualche trucchetto. Poi però il tizio che avevo sfidato tornava con un amico, un complice, un qualcuno, e me ne davano un sacco una sporta.
La volta che ne presi di più fu dai cugini Sertorelli. La mattina ero leggermente in ritardo, il piazzale antistante le scuole medie Sassi era deserto, tutti erano già entrati e stavano rovesciando sul tavolo di formica verdina il diario di Snoopy, quaderni, libri e quel che serviva, insomma. Tutti tranne due ragazzetti ai lati del cancello di ingresso su via Aldo Moro, uno a destra e uno a sinistra degli stipiti di cemento grezzo. I cugini Sertorelli.
Ora non era necessario aver letto l’episodio dei bravi in attesa di don Abbondio, per capire che si metteva male. Quello stava nel programma di terza. Aggiungiamoci che, alla fine di aprile, entrambi indossavano i guantoni da sci. La ragione è presto detta: come al solito, mi ero messo in mezzo con uno di loro. L’avevo visto prendere a schiaffetti un mio compagno dai capelli rossi e gli occhi cisposi. Teneva la testa bassa, il mio compagno, e dagli occhi altrettanto bassi non riuscivano a sgorgare le lacrime, premevano ma si arrestavano come contro a una diga, gonfiando quei granelli che di notte sbocciano a lato delle palpebre.
Intanto, l’altro continuava a dargli i suoi odiosi schiaffetti. A quel punto parte il mio solito copione da Zagor Te-Nay. Due leggeri colpi da dietro con l’indice della mano destra, lui che si volta, mi guarda dal basso in alto, ero più alto io, ma infinitamente maggiore la cattiveria nelle sue pupille. Nelle ginocchia avverto un leggero fremito, ma ormai la recita era avviata e dovevo portarla a termine. Con un cenno del capo gli indico il giardinetto della scuola – sotto titolo: andiamo lì, e vediamo se riesci a dare gli schiaffetti anche a me.
Dopo qualche secondo, lunghissimo, in cui i nostri occhi non si mollano come se la Cocorina li tenesse incollati, mancava solo la colonna sonora di Ennio Morricone, finalmente il mio antagonista apre la bocca: Ma lo sai almeno, chi è mio cugino?
Me lo spieghi un’altra volta, faccio io con una voce impostatissima, anche quella faceva parte del ricalco degli eroi Bonelli, adesso molla il mio amico.
Mantenendo fino all’ultimo il suo sguardo cattivissimo su di me, alla fine se ne era andato (e qui devo confessare che qualche dubbio l’avevo avuto...) ma prima aveva sibilato qualcosa, del tipo: Ci rivedremo. Ok, ci rivedremo.
Era una bella giornata, inquadratura dall’alto con le betulle fiorite sullo sfondo: io che tengo la mano sulla spalla del mio compagno dagli occhi cisposi, lentamente stavano tornando asciutti ma sempre cisposi, ci avviamo verso la seconda F. Non è difficile essere dei duri, pensavo compiaciuto tra me e me, basta poco, devo farlo più spesso.
Invece è difficilissimo, e i due cugini Sertorelli erano lì per ricordarmelo, con i loro guantoni da sci a primavera inoltrata. Ora io credo di non aver mai preso tante botte nella vita nemmeno se sommo quelle di mio padre, Pierantonio (a cui per altro ne ho restituite parecchie), don Gino, suor Tecla, la maestra Maccarone e mio zio Franco, che mi diede un solo ceffone dopo che avevo abbattuto la veranda di un chiosco di bibite vicino a Nizza, e ancora oggi se ne rammarica.
I cazzotti dei cugini Sertorelli però non hanno paragone, a ogni passo che facevo, traballando e senza reagire, erano cinque o sei pugni in faccia – che poi avevano solo due mani a testa, come facessero ancora non lo so – e a malapena riuscii a raggiungere i bagni per ripulirmi dal sangue che mi colava dalla bocca e dal naso. Ma dopo una sciacquata di acqua fresca, la sensazione inattesa di esserci ancora. Stavo addirittura bene, deve essere l'effetto dell'adrenalina. Ero vivo. Ero integro, quasi integro, via.
I pugni fanno molto meno male di quanto avevo fino a quel momento sospettato, meglio temuto. Consiglio di provare, per credere, a chi non si è mai preso una ripassata. Basta fare come in quel film di Woody Allen. Accostarsi a un capannello di gente di colore e poi gridare: Negri di merda!
Chi invece ha fatto almeno una volta a botte già lo sa. Si sopravvive quasi a tutto, e il male, il danno, la sfiga, si rivelano spesso meno terribili delle loro prefigurazioni. Non sto naturalmente cercando di minimizzare la sofferenza, reale e drammatica, di chi in questi giorni ha perso parenti o amici per lo stramaledetto virus. Ma solo ricordando a me stesso che i pugni non fanno male. Nemmeno bene, ma passano.
È il prima a essere carico di paure, e l'ansia è una forma di sofferenza, solo più subdola, occulta, come le doglie rispetto al parto. Pare che poi le donne si scordino il dolore del parto, altrimenti non farebbero più figli, ed è così anche per le scazzottate. Se non volete fare la prova con quelle basta ricordarsi del dentista. Il trascorrere estenuato dei minuti nella sala d'attesa, per ingannarlo fingiamo di leggere una copia logora di Marie Claire. Poi l'assistente alla poltrona - il completo verde, la mascherina - compare a sussurrare il nostro nome, e un pezzettino di peggio è
 già passato. Quello del prima.
Ecco, a me sembra che siamo piombati tutti in un immenso prima: l’Occidente è conficcato in un prima che non vuole diventare dopo, il mondo è un prima, solo per i medici e gli infermieri e i malati è un tremendo durante, a guardarlo da quaggiù anche l’universo appare oggi come un enigmatico prima, ma non abbiamo la possibilità di cavarci il dente o di sfidare i cugini Sertorelli a fare a botte. Dobbiamo solo aspettare, chiusi in casa. Mentre il presente ci dà dei piccoli schiaffetti che noi incassiamo con occhi umidi e cisposi.

Ps – Ah, per la cronaca. Alle medie, oltre a quelli che le buscavano, io avevo anche un amico pluriripetente, tale Gigi. Stava nella sezione accanto, la E. Una volta sono riuscito a bloccarlo, insieme a tre bidelli, un attimo prima che riuscisse ad accoltellare una supplente con le forbici, rea di avergli dato una nota sul registro. Per dire il tipo. Quando mi ha visto uscire dal bagno barcollante, mi ha fatto solo una domanda: Chi? E io: Cugini Sertorelli. All’uscita da scuola mi aspettava con le teste di entrambi, una sotto un braccio e una sotto l’altra. Le ha battute, come coperchi, fino a che io ho detto ok, può bastare. Perché oltre a Zagor leggevo anche Diabolik.


mercoledì 1 aprile 2020

Castigo divino, o sulla dialettica democratica al tempo del Covid-19


Oggi mi è capitato di interloquire, tra i commenti a un post di un mio contatto Facebook, con una persona che interpretava l’epidemia di Covid-19 quale effetto della pratica dell'aborto, come a dire un castigo divino. Anzi, lo diceva proprio.
Per essere testuali, le sue parole erano le seguenti: “È stato Dio a portare il corona virus a causa di quelle camere a gas approvate dallo stato”; con camere a gas il parallelo è ovviamente con l’Olocausto, aborto uguale Shoah.
Ora io ho sempre saputo che c’è in giro gente che la pensa a questo modo, nella cosiddetta bible belt americana probabilmente ci andrebbero giù ancora più pesante, insinuando che Dio, il loro Dio almeno, con il virus stia punendo il gestore del fast food dove hanno acquistato un hamburger due mesi fa, quel fucking bastard non gli ha messo abbastanza ketchup e nessuna patatina fritta a contorno, per non parlare della carne macinata che era troppo cotta, la Pepsi calda e sgasata. E adesso si becca la nemesi, come si semina si raccoglie.
Mai nella vita mi era però capitato di confrontarmi con una persona con tali idee, ai Testimoni di Geova rispondo al citofono che sono il ragazzo delle pulizie, sono bravissimo a fare la voce da filippino. Mi sono quindi accorto di vivere, come tutti, dentro a una bolla: ho fatto certi studi, frequentato amici non troppo diversi da me, avuto delle fidanzate con cui la maggiore ragione di dissidio era se è meglio Gianni Celati o Philp Roth; io ovviamente sono per Gianni Celati. Una vita a mia immagine a somiglianza, insomma.
Invece eccomi qui, a conversare con uno che vuole convincermi che Dio è così stronzo, meschino e rancoroso da farci uno scherzetto del genere. E non vale tirare in ballo la teodicea di Leibnitz o di Agostino, qui bisogna ribattere molto più terra terra, siamo tornati dietro i banchi a dottrina, quarta elementare o giù di lì. E se poi avesse ragione lui?
Ma allora come la mettiamo con le migliaia di malati intubati, chi lo spiega ai figli, alle mogli che non hanno potuto tenere la mano al marito morente, chi gli dice che se lo meritano, se la sono cercata: nascere in una nazione dove l’aborto è legale, vergogna, anzi peccato, c’è stato pure un referendum!
E però attenzione, la persona che sosteneva la tesi del flagello divino – un vaneggiamento teologico, per non dire un vaneggiamento tout court, chiamiamo pure le cose con il loro nome – era di una squisita cortesia, quello aggressivo ero io. Ed è la cosa che più mi ha colpito e turbato: l’assoluta buona fede, il suo candore perfino. In ciò non posso non ravvisare un tratto genuinamente cristiano, era come i gigli nei campi. Campi innaffiati dal napalm di una religione occhiuta e punitiva.
Inutile aggiungere che dopo pochi scambi di battute ci ho rinunciato. Lasciandomi la sensazione, amarissima, che certe porte non si aprano con la chiave, non so se mi spiego. L’unica è evitare di sbatterci addosso, oppure abbatterle con la spallata di un rugbista. Ma anche a tirarle giù, fuori e dentro non si combineranno mai, ci sarà sempre un invisibile diaframma. Il limite della dialettica sta proprio qui: con certe forme pensiero si può solo cercare di vincere, confinarle in un limbo di irrilevanza, espungerle dal confronto democratico delle idee, come aveva suggerito Popper che della democrazia è stato il maggior cantore.
Ma non è solo il rassegnato bilancio di un laico, dopo una vita spesa nel tentativo di stabilire un confronto. Anche Papa Francesco, da una prospettiva opposta, arriva a una simile conclusione. Lui li chiama gli accaniti. Aggiungendo, in una recente omelia: "Con gli accaniti non si discute, si tace. È la miglior cosa da fare."

Un po' di silenzio, o sugli effetti sociali del contagio


Lite dei miei vicini di casa alle due e sedici di notte. Ennesima lite, sarebbe più giusto dire. E come tutte le altre volte è impossibile riprendere sonno, anche con tappi nelle orecchie e consueta dose di Rivotril. Volume altissimo! Prima di criticare gli americani – "i soliti americani, sono rimasti dei cow boy" – perché stanno facendo incetta di armi in attesa degli effetti sociali del contagio, si dovrebbe pensare a episodi come questo. Li immagino diffusi non solo a Scampia ma anche a Bolzano, Calolzio Corte. Oppure a Sondrio dove mi trovo io. E quanto sarebbe più persuasivo, alle due e diciannove in cui sto scrivendo (non potendo dormire scrivo), bussare alla porta degli stessi vicini in pigiama, ciabatte, mascherina ffp3 e con una 44 Magnum come quella dell'ispettore Callaghan. Per chiedere con la voce più flautata di cui le mie corde vocali sono capaci: Si potrebbe avere un po' di silenzio? Grazie.

martedì 31 marzo 2020

Uno vale uno, o sull'aristocrazia al tempo dei social network


Uno vale uno, questo fu il primo slogan dei Cinque Stelle. La reazione iniziale fu di totale sintonia, e se un limite gli si può trovare – non è una critica politica – è quello di eccesso di ovvietà. In ogni caso, come non essere d’accordo! Ma se proviamo a collaudarne il principio, ad esempio attraverso quella formidabile ricapitolazione dell’umano che sono i social network, ci accorgiamo di quando sia ingannevole. E non perché ci sia un grande vecchio a tirare le fila, sono le persone a ricercare spontaneamente delle gerarchie.
Pensiamo al più popolare tra di essi, Facebook. Le relazioni tra gli utenti, salvo rarissime eccezioni, non avvengono su una base che potremmo definire “qualitativa”, ossia premiando il contenuto di quel che si scrive e soprattutto il modo (una volta si sarebbe chiamato stile), ma scontano il valore attribuito in via preventiva all’estensore, come in un gioco di ruolo. Ruolo e valore trasferiti dentro, nel web, dal fuori, ossia dalla piramide sociale in cui si configura ogni forma di potere, anche e soprattutto astratto.
Ci sarebbe a onor del vero un’eccezione, quella dei cosiddetti influencer. Persone che dal nulla si guadagnano un’ampia fetta di consenso (in genere con foto scosciate o battutine sarcastiche, ma questa è un'altra storia), e come dice il termine influenzano i gusti e le scelte di coloro che li seguono, da cui l’altro termine inglese di follower. Una contraddizione però solo apparente, già che anche l’influencer, una volta uscito dall’anonimato e conquistata una posizione di rinomanza  il suo nome ora è un vero nome, non un suono che si confonde dentro il brusio della folla a-nonima  la fa poi valere come sorta di valore aggiunto: sono arrivato fin qui, ho tot. persone che pendono dalla mia tastiera, in una versione aggiornata del celebre adagio del Belli: io so io, e voi non siete un cazzo. Ma in fondo anche l'homo oeconomicus presenta una simile variabile, chiamata self made man.
In altre parole, si tratta sempre di uno status riconosciuto, non usurpato, attenzione, è ancora una volta il sotto che reclama il sopra, il cane lasciato libero a ricercare la sua catena, dentro un mondo determinato e circoscritto, che viene confuso con IL MONDO. Nel quale vengono replicate le logiche di censo dell’aristocrazia, dove i più aristocratici di tutti, le famiglie reali, i principi azzurri e le principessine sul pisello, sono curiosamente gli intellettuali, che al di fuori del web contano meno di un tronista a Uomini e donne, o della ex fidanzata di un calciatore.
Ritroviamo così buona parte degli scrittori, poeti, giornalisti, critici letterari, registi, attori (specie teatrali), sigillati in un continuo birignao di botta e risposta tra di loro, quasi fosse una logosfera corazzata da qualsiasi spillo proveniente dal reale, mentre un manipolo di questuanti del "sapere" applaude e reclama le briciole del banchetto, sotto forma di repliche rapide e distratte. 
La cosa bizzarra è che in tal modo si convincono di esserlo veramente: degli intellettuali. Dimenticando che un intellettuale è uno che ne sa di kabbalah ebraica, patristica cristiana, filosofia teoretica, entanglement quantistico, psicanalisi, filologia romanza, biologia molecolare e così via, non dell’ultimo film di Sorrentino, oppure romanzo di Elena Ferrante e cd di Vinicio Capossela. Su cui magari pisciare in testa perché questa è la prima regola: distruggere lo sforzo degli altri, pars destruens, mai costruens, se vogliamo gonfiare la pappagorgia del ranocchio, guadagnare in prestigio.
Ma se ci pensiamo, corrisponde ancora una volta con l’immagine eterna del sangue blu: un niente che pensa di essere tutto, profondo ed esteso come il mare. Quando, se provi a infilarci i piedi, addentrandoti per fare il bagno, ti accorgi che è solo la pozzanghera dopo un temporale estivo. Per non dire la pisciatina di un cane, ma dal lunghissimo pedigree, sul copertone di una Mercedes. 

Cartolina a un aspirante scrittore

Non sono d’accordo con chi sostiene che il primo errore degli scrittori ierba sia scrivere per sé, trascurando le esigenze del lettore. A me sembra che il loro interlocutore non sia lo specchio, ma, piuttosto, la fidanzata che gli manca. E se già ne hanno una quella che vorrebbero veramente, magari sta con l'amico del cuore, non importa, è a lei che dedicano i più intimi sogni, e non solo quelli...
Può essere dunque anche un uomo, un trans, la pacca sulla spalla di un padre anaffettivo, oppure la rivalsa sociale per una provenienza senza pedigree. Il termine fidanzata significa qui un sacco di cose. Le possiamo riassumere con conquistare ciò che più si desidera, ma desidera davvero, non piaciucchia, di cui la fase del corteggiamento coincide con l'essere riconosciuti, fare colpo.
In alcuni casi si tratta di una chimera indistinta, in altri di una persona in carne ossa, ma in ogni modo è a lei (o a loro, ci siamo capiti) che stanno scrivendo gli scrittori alle prime armi, la coda del pavone non è un ventaglio e piuttosto un boomerang con un obiettivo esterno, da colpire prima di tornare nel palmo della mano. Il tutto si condensa in un imperativo: guardami!
L’errore – da cui io non sono certo esente – sarà allora mostrare quanto si è colti, profondi, amabilmente engagée, con la disperazione di Kafka e le sopracciglia di Alain Delon. Per non dire delle numerose parole che conosciamo, giù, buttarle tutte sul foglio, più sono difficili e inusuali meglio è. Quello che in classe stava all’ultima fila e ci batteva sempre a braccio di ferro, mica le conosce tante parole. E a distanza di anni dalle scuole medie, incassare il proprio credito di studi e fatica, in fondo ce lo meritiamo, e ora chiediamo pure gli interessi. Guardami, dai, guardami!
Se io dovessi dare un suggerimento a un aspirante scrittore, gli direi così: pensa che sia già la tua donna, il tuo uomo, il tuo sogno, ci vai a letto e tutto il resto. Tranquillo, non va sul web a cercare le foto dei culturisti, i tuoi muscoletti vanno più che bene per reggere una penna. E poi inizia a scrivere.



Voliera, o sui piccoli segni beneauguranti

Questa mattina, mentre portavo il cane nell'unico luogo con delle aiuole entro una distanza di duecento metri da casa, limite oltre il quale mi trasformerei in un fuorilegge, si tratta di un parcheggio di cui percorriamo più volte il perimetro come l'ora d'aria dei carcerati, questa mattina mentre camminavo nel riquadro occhiuto della legge ho visto un colombo con un rametto verde nel becco.
Non potrei mettere la mano sulla Bibbia e dire lo giuro, magari si trattava di un piccione, stava appollaiato su un cavo elettrico che sovrasta la ferrovia, da lontano non ci vedo benissimo, oppure poteva essere una tortora, per quanto di solito si muovono in coppia, ma a me sembrava proprio un colombo. Quanto al rametto non ho dubbi, non era uno spazzolino da denti, era un rametto, che ho interpretato come segno beneaugurante.
Sensazione confermata dal volo di una rondine, con le sue cabrate repentine, gli scarti laterali quando sembra sul punto di schiantarsi contro una grondaia affilata, appena se ne è andato il colombo ha preso il suo posto sul cavo elettrico. Un maggiordomo immobile in attesa dell’ora esatta in cui servire il tè.  
E' normale, ok, il periodo è quello giusto, ma è sempre bello ritrovare le rondini a primavera. Una delle domande preferite dalla mia maestra alle elementari era sul verso dei diversi animali, e quando arrivava il turno delle rondini noi, in coro, rispondevamo garriscono, tranne un certo Armando Lapsus che diceva bramiscono, barriscono, una volta disse perfino ruggiscono, non ne azzeccava una quel Lapsus.
Più in là, sul ponte di ferro arrugginito dove proseguono i binari, c’erano due corvi, ma anche il loro aspetto era stranamente benevolo, quasi festoso, tant'è che perfino i passeri gli si avvicinavano senza timore. Il cinguettio si inseriva cauto e senza imporsi sull'insieme, come l'ingresso di un nuovo strumento in un concerto di Mozart.
Infine ho incrociato un ragazzo di colore che stava pisciando vicino a un camper, gli ho visto l’uccello, così a occhio e come vuole un radicato pettegolezzo era un po' più grande del mio, oltre che molto, molto più scuro, ciondolava fuori dai blue jeans restituendo quella pioggia che qui manca da giorni.

Non so, magari in un’altra circostanza mi sarei pure incavolato, ma nel clima disneyano che si era creato devo dire non stonava, faceva parte della voliera. E mentre lo scrollava con la mano terminata la pubblica irrigazione – avanti, indietro, avanti, indietro – ricordava il movimento rapido di una paletta. Quella del capo stazione che dice presto, affrettatevi, il treno riparte!


domenica 29 marzo 2020

Un vecchio e Carlino


Alla metà degli anni sessanta i miei nonni fecero un’adozione. L’unica figlia era già grande, sposata, e attendeva a sua volta un figlio, che poi ero io. Così loro decisero di adottare una nuova creatura, Carlino. Non il cane, intendo, si trattava di una persona in carne e ossa.
Ora io non conosco i limiti d’età fissati dalla legge per le adozioni, ma quella dei miei nonni mi pare superi ogni asticella: Carlino aveva passato i sessant’anni, forse già sessantacinque.
Le cose, per come me le hanno raccontate, andarono a questo mondo. Carlino era originario di un piccolo paese abbarbicato in una valle angusta vicino a Sondrio, dove qualcuno gli aveva confidato che, dopo una certa età, l’altitudine fa male alla salute. Lui non ne aveva inteso bene la ragione, né a quale valore numerico si riferisse l'aggettivo certa. Ma colse al volo un termine: male!
Non che il suo paese, Primolo, avesse un’altitudine da cordigliera andina, credo sia sui milletrecento metri, ma l’informazione fu sufficiente a Carlino per mollare tutto e precipitarsi il più in basso possibile, arrestando la fuga proprio di fronte alla fattoria dei miei nonni. Avete qualche lavoretto da farmi fare, un posto in cui dormire?
Come Carlino, i miei nonni non erano ormai più giovani, ma lo spirito profondamente cristiano di mia nonna, unito al piacere di mio nonno di avere qualcuno a cui raccontare le sue storie, in genere e come tutti gli anziani si trattava sempre delle stesse, fecero sì che lo accogliessero in casa, o meglio nel solaio dove Carlino si era ritagliato una cameretta tutta per sé. Si trovava proprio al termine della legnaia dove io e Stefano avevamo tracciato una pista a pennarello, da percorrere con i tappi del chinotto.
I lavoretti in realtà si riducevano a poca cosa, anche perché Carlino era fragile e cagionevole. Però almeno le mucche le portava al pascolo tutte le estati. Quando ero più piccolo lo accompagnavo sempre, mi piaceva il suono dei campanacci, farmi leccare i grani di sale
sulla mano dai vitelli, e se dovevo fare la cacca lui poi l'esaminava con un rametto di robinia. Cercava tracce di eventuali patologie.
A ogni mucca aveva assegnato un nome, e loro gli rispondevano con un muggito, un cenno del capo, come pure il maiale che scodinzolava appena lo vedeva. Inoltre, simile a un esploratore, la sera completava con occhi vigili il periplo del piccolo podere, per raccattare le uova seminate un po’ ovunque dalle galline. Mio nonno infatti sosteneva – un antesignano – dovessero razzolare libere nell’aia.
In questa bella storia edificante si sarà però intuita un’ombra: Carlino era ipocondriaco, anzi molto ipocondriaco. Una sera, ormai ero adolescente e non mi facevo più esaminare la cacca da Carlino, passai in Vespa a portare qualcosa per conto di mamma. Sul divano accanto alla stufa, trovai mio nonno e Carlino che stavano guardando un programma televisivo sui ghepardi, mio nonno in particolare era appassionato di documentari sugli animali. Ma quella volta lo stava seguendo con la mano nella mano di Carlino. Oddio, il nonno è diventato omosessuale! pensai non stupendomi più di nulla.
Poco dopo intuii un'altra verità, e tirai un sospiro di sollievo. Carlino gli stava misurando i battiti del polso per confrontarli con i propri. El savevi, el savevi, piagnucolò infine scuotendo il capo. Ti Marcant, è così che chiamava mio nonno, mercante, già che ancora commerciava in bestiame, ti Marcant te camperè cent'an. Mi invece su malat...
Parole che neppure sfioravano il nonno concentrato sui ghepardi. Lo scatto bruciante, la  corsa forsennata ma brevissima, per poi sgambettare la gazzella e farla cascare al suolo, dove avventarsi alla giugulare. Una scena di tremenda maestosità, in cui le geremiadi di Carlino avevano l'effetto di una mosca, a cui dedicare solo un distratto colpetto di coda.
Forse per questo la loro complementarietà era perfetta: tanto era spaventato dalla vita Carlino (aveva anche acquistato un'enciclopedia medica a rate, che compulsava avidamente mentre le mucche ruminavano placide nella stalla), quanto il nonno era solido e fiducioso, nessuna malattia del corpo intaccava il suo orizzonte di ottimismo, che si condensava in un’esclamazione ripetuta: “Dio campanile!”
In questi giorni di segregazione, ansia, risvegli notturni, mi manca più che mai la coppia formata da mio nonno e Carlino. Li immagino trasferiti nell'adesso, li immagino sullo stesso divano verde su cui avevo creduto si tenessero per mano. Anzi, nel mio sogno a occhi aperti, la mano se la tengono per davvero, come due bambini che attraversano la strada. Uno è leggermente più grande e sa che deve prendersi cura del fratellino.
Ma a un certo punto interrompono il programma sui ghepardi per fornire i dati sul contagio. Il bambino Carlino sobbalza, trema, stringe più forte la mano dell’altro. Ed è allora che il bambino nonno, il polso calmo, sistole e diastole si succedono regolari anche senza la sorveglianza di Carlino, lo rassicura: “Dio campanile, cusa te volet che el sia. Cuma ogni vaca che la se perduda, prima o dopu, anche questa la turnerà ne la stala de per lè.”

Su una gamba sola, o sul mal di denti al tempo del Covid-19

Riuscire a non sentire il mal di denti
col solo esercizio di volontà.

La mente per annichilire, espungere
il dolore – ogni dolore e ogni male –
al di fuori della minima sfera
del sentire, come fa il lupo quando
a morsi e strappi mutila la zampa
imprigionata nella tagliola.
Per ritornare liberi, anche se
non integri, immuni da ogni assalto
del reale, ma difficile è trovare
l'equilibrio sopra a una gamba sola.
Uscire allora dal branco, allo specchio
volgere e dare del tu, e coricarsi
la sera come un Buddha
su un materasso di serie tivù.


sabato 28 marzo 2020

Quasi quasi... o sull'abitudine al tempo del Covid-19


Sembra di guardare un vecchio album di fotografie. Magari delle Polaroid, chi si ricorda le Polaroid, tra lo scatto e la stampa passavano cinque minuti buoni, in cui era bello attendere per vedere se qualcuno ti aveva fatto le corna all'insaputa. E però quello che usciva sferragliando dalla base più bombata dell'apparecchio, odore di chimica sulla superficie ancora umida dell'immagine quadrata, non a cartolina, le Polaroid possedevano un formato quadrangolare, bisognava quindi soffiarci sopra e sventolarle come il fazzoletto degli emigranti alla partenza del vapore, per averne esperienza tocca andare nei barcacchini delle foto tessera, qualcuno ancora sopravvive nelle stazioni ferroviarie o del metrò, se ti azzardi a varcare la tendina verde è tutto un Sara ti amo scritto a pennarello con corredo di cuoricini e frecce di Cupido, oppure più samba meno caramba sul grande specchio in cui ricomporti con flemma britannica, ho il cazzo di 25 cm, telefonami, quello che sgusciava infine era il passato, non l’adesso, come in questo periodo sintattico diluito per troppe, davvero troppe parole perché la memoria riesca ad archiviarle tutte quante, il suo incipit è ormai remoto, irriconoscibile e sfocato. L'adesso somiglia piuttosto alla coda di Provolino, sulla giostra con gli ufo e il camion dei pompieri ti sembrava sempre di essere sul punto di acciuffarla, ma il giostraio, carogna, la sollevava all'ultimo momento con uno strattone alla cordicella, e l’attimo giusto, kairos veniva detto dai greci e quelli la sanno lunga, l'attimo, l'adesso, il presente è già bello che passato, dovevi attendere il prossimo giro, la prossima corsa accomodatevi i gettoni sono in vendita alla cassa, accanto al mangiacasette da cui ronza nasale una voce e dice zingaro, zingaro voglio vivere come te, andare dove mi pare come fai tu. Così la notizia del primo contagio in Italia, il trentottenne di Codogno, chi si ricorda anche del trentottenne di Codogno, appartiene a quel vecchio album di fotografie. Invece era una manciata di giorni fa, da allora tutto si è mosso talmente in fretta da restituire la sensazione opposta: una moviola in cui ogni cosa si smorza e poi decanta, sogno in cui vorresti correre ma le gambe si muovono al rallentatore. E sì che in quel principio furono crampi allo stomaco e sudore alle mani, ansia che monta, anzi proprio paura, accompagnata dagli speciali televisivi, le maratone di Mentana, Lilli Gruber con le gambe accavallate avvolte dai leggins in pelle nera, Giletti che cerca la camera in cui meglio risalti l'espressione corrucciata e pensosa, e la sera il Rivotril per trovare un po’ di conforto nel sonno, prima che faccia effetto gli occhi aperti sbarrati spalancati nella camera buia. Mi sono svegliato questa mattina e il Rivotril era ancora poggiato sul comodino. Avevo scordato di prenderlo. Ho dormito ugualmente, con i 969 morti e i 4401 nuovi contagiati di ieri, 27 marzo 2020, hanno portato via anche una mia vicina con l'ambulanza. Poi, facendo la barba, perché ho ripreso a farmi la barba e a mettere Eau Sauvage come dopo barba, mi è venuto in mente un vecchio monologo di Giorgio Gaber: "Ma sì, basta abituarsi. Basta non cercare punti fermi che tanto non ci sono. Dopo un po' tutto diventa come prima. Per forza, l'abitudine è il surrogato della normalità. Alcuni, poi, non so se più ignoranti incoscienti o non so cosa, non si sono proprio accorti di nulla, stanno benissimo. Per forza, l'ignoranza è il surrogato della felicità." A quel punto mi sono detto, quasi quasi, dopo la barba, mi faccio pure uno shampoo...

venerdì 27 marzo 2020

Laika


Il primato nella messa a punto di un vaccino per il covid-19, equivale, dal punto di vista simbolico, alla gara per la conquista dello spazio ingaggiata tra America e Russia. Era poco meno di sessant'anni fa, e ora bisogna decidere nuovamente chi sarà sovrano del mondo, a coincidere con la provenienza dell'intruglio che lo salverà, versione aggiornata del Sacro Graal. La simmetria sconta però un’incognita fondamentale: chi è, oggi, Laika, la cagnetta sparata nello spazio dopo una carezza e un biscotto? Vai Laika, e lei che scodinzola come fosse un nuovo gioco. Io inizio a sospettare che siano le migliaia di carcerati in ogni dove, ammucchiati in altrettante prigioni come bastardini dentro a un canile. E secondo l'adagio adreottiano per cui a pensare male si fa peccato, ma di solito ci si azzecca, ho il sospetto che saranno i primi a cui verrà testato il vaccino…

giovedì 26 marzo 2020

In prestito, non in dono


Molte persone, diciamo così, di un determinato orientamento politico, vanno ripetendo da giorni che si vedono in giro solo persone di colore. Per essere testuali la frase giusta sarebbe: “Numa negher, e gna ‘n terun.”
Sulle prime mi sembrava la solita sparata razzista. Poi però mi sono accorto che, al netto delle code sparpagliate (questo tempo genera ossimori) di fronte a supermarket e farmacie, qualche coppia cane conducente come me, con i cani che si vorrebbero avvicinare per giocare e gli umani se ne guardano bene, i rari passanti che incrocio per le strade semi deserte sono effettivamente e spesso di colore.
Quando non camminano dinoccolati e tranquilli, l'andatura degli sciatori con gli scarponi slacciati, hanno appena lasciato gli sci conficcati in un cumulo neve e ora si avviano verso una cioccolata calda, li vedo pedalare su biciclette rassembrate alla bell’e meglio, come facevo io da piccolo con i Lego. Alcuni indossano la mascherina, uno straccetto azzurro fornito probabilmente dalla Caritas, ma lo sguardo al di sopra è disteso e rilassato, non quei due spilletti saettanti con i quali i nostri concittadini ti fanno lo scanner già da lontano.
A che modo interpretare dunque questo dato che a me appare oggettivo, Feltri, nella versione di Crozza, direbbe fattuale, fattuale quanto quello della scomparsa dei cinesi dall'orizzonte ottico urbano?
A me sembra che una maggiore disposizione all'insubordinazione civile non spieghi il fenomeno, per quanto ne è forse una componente, non voglio nascondermi dietro a un virtuosismo da anime belle. Ma soprattutto io credo sia un diverso rapporto con la morte, e di conseguenza con la vita. Noi, io, tutto l'Occidente barricato in casa o dietro filtri di protezione ffp3 (almeno chi ha avuto la fortuna di trovarli) ha una fottuta paura di morire, di cui la reclusione attuale è una metafora potente. La gente d'Africa invece muore, vive, rinasce attraverso i figli che noi facciamo sempre meno, con un senso della ciclicità in cui il singolo individuo occupa solo una stazione di passaggio. Con ciò una nuova domanda: hanno ragione loro, abbiamo ragione noi?
Di certo, se si ammalano e finiscono in terapia intensiva, i cinquemila euro di costo giornaliero li paga il servizio pubblico italiano, e questo può giustificare malumori. Uniti al fatto che, nel caso, potrebbero trasferire ad altri la malattia, non è importante il colore della pelle di chi riceve il testimone virale, ma l'ipotesi fa un po' incazzare, anzi molto incazzare.
Eppure confesso che in questi giorni di statistiche, picchi di contagio, risvegli notturni affannati, mi sono ritrovato a invidiare un certo modo fatalista e vagamente incosciente di stare al mondo. Forse perché, per usare le parole conclusive di una bella poesia di Nico Orengo, mai come adesso che l'ombra della morte si allunga e vorremmo inginocchiarci e chiedere perdono, ci siamo accorti di essere in prestito e non in dono. Cosa che i nostri cugini africani sanno da sempre.


mercoledì 25 marzo 2020

Sogno o son desto, o sulla memoria al tempo del covid-19


Quando ero piccolo avevo un triciclo rosso e una pantera nera. Quando ero piccolo avrei voluto un triciclo rosso e una pantera nera e un angioletto azzurro da mettere sulla capanna del presepe. Quando ero piccolo non ho mai avuto un triciclo rosso, una pantera nera, un angioletto azzurro (probabilmente nemmeno un presepe, magari facevamo l'albero con le palle dorate, le lucine intermittenti che si riflettono la notte della vigilia sul vetro della finestra del soggiorno) e un mangiadischi arancione in cui ascoltare le fiabe sonore, iniziavano cantando di mille ce n’è... di favole da narrar. Quando ero piccolo, questa la verità, è passato troppo tempo da quando ero piccolo, e tutto quello che mi ricordo è il racconto del mio ricordo, la sua messa in scena dentro il teatro della mente. Ma uno degli effetti dello strano presente che stiamo vivendo – il fiume dei giorni si fa prima ruscello, poi rubinetto che perde per poi arrestarsi a mostrare il greto asciutto e sassoso – è la messa in dubbio di tutte quelle che mi apparivano come narrazioni certe. Tra cui un triciclo rosso, una pantera nera, un angioletto azzurro, un mangiadischi arancione e la bambola di plastica di Sandro Mazzola detto Sandrino, centrocampista e attaccante della squadra per cui tifava mio nonno, mio padre e dunque anch’io. A differenza delle bambole di mia cugina, con lunghi capelli biondi a cui fare le trecce o la coda di cavallo, la mia aveva baffi sottili e scuri, le braghette corte e la maglia a strisce nero azzurre. O forse no, è stato tutto un sogno.

martedì 24 marzo 2020

Problemi fondamentali

Parlare o non parlare, sui social network, di ciò che accade all'esterno dalla bolla verbale? I più non fanno che scrivere del covid-19, e io sono tra questi. C'è naturalmente modo e modo di farlo. Il mio modello è Miljenko Jergović, uno scrittore bosniaco che, durante la guerra jugoslava, scrisse dei brevi resoconti quotidiani in cui veniva ritratto l’assedio della sua città. In seguito sono confluiti in un libro pubblicato in Italia da Scheiwiller, il titolo è Le Marlboro di Sarajevo.
Jergović mi ha insegnato che ci si può accostare al terribile anche in forma laterale, obliqua, e dare voce alle cose perfino quando sembrano sul punto di ammutolire, divenire un film di Buster Keaton a cui il grande scrittore restituisce i sottotitoli. L'impresa gli riesce attraverso un'estrema attenzione ai dettagli, la periferia degli eventi diviene centro narrativo, il campo ottico è quello a trecentosessanta gradi di una mosca, dettagli in cui per definizione si nasconde il diavolo. 
Ma c'è anche chi ha scelto la strada opposta, più che strategia dello struzzo la chiamerei del criceto zen: concentrarsi sui confini della propria gabbietta escludendo il baccano del mondo, per scoprire quanto può essere bella una ruota che gira, gira, gira ancora a dispetto del virus là fuori.
Se esistessero, come negli Oscar, dei premi per genere o specializzazione, io assegnerei allora la statuetta per il migliore post "disimpegnato" a un mio contatto femminile. Giusto ieri si chiedeva in uno scoramento contagioso che per un momento mi ha trafitto, quasi fosse un rimprovero di genere di cui sentirmi in colpa per metonimia, come mai non esistono nel nostro Paese dei cantanti fascinosi.
Una questione decisiva, in effetti, o come dicono i colti cogente, a cui gli amici virtuali sono chiamati in soccorso del dilemma. Ma per essere testuali – lei è stata molto più brava e sintetica, non ci ha girato intorno come un cagnetto prima della pisciatina – la domanda esatta era: "Perché in Italia non c'è mai stato un cantante sexy?"


lunedì 23 marzo 2020

Se me lo dicevi prima

Se me lo dicevi prima. Esiste una vecchia canzone di Jannacci che attacca con queste parole, se me lo dicevi prima, a cui lo stesso cantante milanese si risponde interpretando un diverso personaggio, uno dei suoi consueti e stralunati drop out: ma io sto male adesso, prima quando, io sto male subito! Mentre l’altro Jannacci, quello che incarna un potere distratto e cialtrone, che come un disco rotto continua a ripetere se me lo dicevi prima, se me lo dicevi prima, al limite facevamo un leasing…
Più tardi andrò a vedere di quale canzone si tratta, ho il sospetto che il tormentone sia anche il titolo del brano, per verificare basta un colpetto di Google. Ora però non stacco e continuo a scrivere di getto, perché mi sembra che qui sia tutto uno stare male adesso, anzi malissimo, con gli interlocutori istituzionali che ci rispondono se me lo dicevi prima, prima della partita Atalanta Valencia giocata a San Siro il 19 febbraio, prima della settimana della moda dal 18 al 24 febbraio dello stesso mese, prima delle scuole chiuse il 5 marzo mentre le piste da sci rimanevano aperte, con tutti i ragazzini che invece che accalcarsi sui banchi lo facevano sulla funivia, prima, sempre prima. Ma prima anche per quei nostri concittadini che fino a tre settimane fa ancora andavano a bere gli aperitivi al bar, lamentandosi perché il barista, alle diciotto in punto, toglieva i salatini e le olivette dal bancone.
E sì che il dopo, ma mica tanto tempo dopo, è il presente spettrale da cui prendono avvio i camion militari stracolmi di salme, la gente, l'unica che vedi in giro in coda fuori dal supermarket con la mascherina (chi ha la fortuna di averla trovata, gli altri toccano ferro o più intimi attributi), il dopo era già chiarissimo in quel prima a cui si imputa, a propria discolpa, l’assenza di informazione, ossia quando a stare male erano solamente i cinesi, tanto loro sono tanti e al limite faranno un leasing. Il mondo ce l’ha ripetuto mille volte la piega che stavano prendendo le cose. E ora l’unica risposta che i politici, i virologi e noi stessi sappiamo dire: se me lo dicevi prima.


domenica 22 marzo 2020

Non ti scordar di me, o sul ritorno delle giostre


Stamattina sono andato a fare una breve passeggiata. Posso farlo, ho un cane. Tutti i giorni alle dieci raggiungiamo un piazzale in terra battuta di fronte allo stadio di Sondrio, in questo periodo di solito lì compaiono le giostre, almeno un giro nella grotta della paura lo faccio ogni primavera, mentre il calcinculo mi fa venire da vomitare. Ma più che una passeggiata vera e propria camminiamo avanti indietro, come carcerati durante l’ora d’aria. D’altronde è l’unico luogo entro duecento metri da casa dove io possa portare Mela, un cucciolone di hovawart di due anni e mezzo.
Per digerire uno scenario non proprio accogliente, anche il tempo atmosferico non era dei migliori, ho iniziato a prestare attenzione ai dettagli, lo suggerivano in un libro sulla mindfullness che ho letto senza troppo interesse. Il rumore dei miei passi sul selciato, il ritmico ansimare del cane, vento sulla faccia, polvere. Ma in lontananza anche il suono martellante di una motosega, la flessione del gomito a ogni falcata, la falcata stessa e infine il cinguettio dei passeri, di cui chissà come mai mi sono accorto solo all’ultimo.
Su quel coro che è tutt’altro che monodico, piuttosto un colloquio sinfonico tra strumenti simili ma diversi – a un certo punto ha voluto metterci becco anche una cornacchia – sono sprofondato in uno stato di serenità e benessere. Quiete, è forse la parola giusta. Si è però interrotta quando il mio sguardo si appuntato su piccoli fiorellini azzurri, si nascondevano tra i ciuffi d’erba a lato del piazzale. Mi sembrava di conoscere il nome di quei fiori, a fianco c’era la vampa gialla del tarassaco, qui detto anche dente di cane, l’avevo come si dice sulla punta della lingua… Ma nulla.
La mente ha così ripreso a ruminare alla ricerca di un termine per richiamare alla coscienza ogni cosa: pane al pane, vino al vino. E siccome il pensiero ha questa tendenza a muoversi per analogia, sono passato da un fiore all’altro. Ad esempio quelli che annaffia l’anziano nella scenainiziale di Blue Velvet, è tutta una festa vegetale, un idillio panico con la colonna sonora di Bobby Vinton, prima che l’uomo prenda un infarto e il tubo di gomma assuma l'aspetto di un indice d'acqua puntato al cielo, a cui un piccolo cagnetto si precipita per bere. Oppure il giardino descritto da Leopardi che presto si converte in una jungla minacciosa, insetti divorano altri insetti, le infiorescenze si fanno specchio di una terribilità incombente, perturbante.
Ma quale delle due sensazioni è vera: la pace e l’incanto appena sperimentati, oppure l’inganno biologico con cui il mondo si traveste?
Su quel dubbio mi è arrivata un'immagine – ormai il pensiero aveva ripreso il sopravvento –, vedevo un vecchio saggio sorridere sornione. Si trattava di quel Carl Gustav Jung che rimproverava al cristianesimo di avere espunto il diavolo dalla Trinità. E però un momento, ferma, forse ci sono: miosotide o non ti scordar di me, ecco come si chiamano quei fiorellini azzurri!
Non scordarsi, già. Non scordarsi di tante cose adesso che sembra tutto perduto. Ad esempio di una giostra festosa, a marzo è sempre stata qui ma ora ne attraverso il luogo deserto: una lattina di Red Bull rotola mossa da una ventata più brusca, poco prima avevo scansato un preservativo. Uno schifo non solo apparente, le cose a volte posseggono una tangibile vischiosità. E così, per ritrovare la giostra, devo guardare dentro di me, non scordarmi di me.
Eppure, come dietro a un fiore si nasconde la sua putrescenza, forse anche dietro al dolore di questi giorni, tra i tentacoli dello stramaledetto covid-19, ha fatto tana il seme minuscolo di un fiore. Sono i due volti di Giano, il paso doble nella danza di Siva. Il nostro compito sarà allora quello di istruire gli occhi per guardare a entrambe le facce, imparare tutte le danze. E come equilibristi ballare sopra a un filo teso. Al suo termine, mi piace credere, la giostra tornerà.


sabato 21 marzo 2020

L'ascensore rotto, o su come cambiano i rapporti umani al tempo del covid-19


Questo ascensore guasto nell’ascesa verso le magnifiche sorti e collettive, questo ascensore scassato che c’ha fatto ripiombare indietro di diversi piani, questo ascensore è tante cose assieme. Oltre alla precedenza dovuta all'incombere degli eventi – la malattia priva di cura, gente intubata senza il conforto dei propri cari, i camion dell’esercito per sbarazzarsi dei cadaveri che si accumulano, in un fermo immagine più spettrale dei sacchi neri in cui venivano impacchettati i soldati americani morti in Vietnam, come tante liquirizie vomitate dai B-52 al ritorno da Saigon – la situazione mostra anche un risvolto sociale inquietante, per quanto alla lunga potrà forse rivelarsi positivo.
Mi riferisco all’innocua promiscuità umana che fino a ieri faceva di ogni erba un fascio, e per cui si sorrideva imbattendosi nell’ennesimo post dell'amico complottista (rettiliani, scie chimiche, allunaggi simulati, no vax), si ridacchiava con quella complicità gaglioffa che ha preso il nome di trash, mentre ora procura uno stridore di nervi difficilmente eludibile con un'alzata di spalle.
Quando ad esempio leggo che il virus sarebbe stato diffuso dai francesi per ripicca all’accordo tra Cina e Italia sulla nuova via della seta, oppure, e ho letto anche questo, è tutta colpa dell’inquinamento, della Cia, di un'alimentazione povera di vitamine, dell'effetto serra, degli ebrei, di Bill Gates, del gruppo Bilderberg, di un farmaco miracoloso che si tengono per loro, del fatto che tanto non ci dicono la verità, della verità rivelata al cugino di mio cugino da uno che "sa", del virus che è tutta una montatura, della vaccinazione influenzale, non lo sai che la vaccinazione già conteneva frammenti di covid-19 e, ciliegina sulla torta, delle reti 5g, guarda a caso più sviluppate proprio in quei paesi che sono riusciti a contenere l’epidemia (Cina, Corea del Sud, Giappone), mentre del tutto assenti in Iran o in certe valli bergamasche, dove il contagio galoppa. Ecco, in quelle circostanze mi rabbuio e il sorriso mi si smorza sulle labbra. Manca solo il Mago Zurlì, tra i candidati responsabili del contagio, ma anche questa battuta ha smesso di farmi ridere.
Esiste poi un diverso versante dello svacco, e non alludo a chi contempla la voragine spalancata sotto ai nostri piedi lambiccandosi sul motivo per cui "non è mai esistito in Italia un cantante sexy", coinvolgendo nel quesito, fondamentale, i propri contatti su Facebook. In fondo è solo cervello in standby, che passa e va come il buffetto di una suora. Penso piuttosto alle frecciatine sui lavoratori in nero, specie al sud, rimasti senza occupazione e tutele economiche e sindacali, paragonati a ladruncoli, spacciatori e addirittura a camorristi e a mafiosi, già che pure quelli  viene detto al culmine dello sghignazzo – ora non battono un chiodo. Dimenticando che tra un posto da bidello, e ho scritto bidello, non amministratore delegato, e un paio di giornate a imbiancare una cucina e santa grazia che è saltato fuori un lavoretto in nero, chiunque al sud, al nord, ovunque, non avrebbe dubbi sulla scelta. No, proprio non ci siamo!
Sarà che le parole pronunciate o, peggio, scritte in momenti cruciali, posseggono una speculare crucialità, che ha quale effetto il tracciamento di una linea immaginaria a discrimine tra amici e nemici. E per quanto vorrei sottrarmi all’orizzonte metaforico della guerra, mi sembra ugualmente sensato ripensare alle relazioni sulla base di una sintonia sui temi fondamentali della vita; tra cui la vita stessa, la morte, la povertà, i diritti, la cura e i rapporti personali, che includono quelli tra generazioni. Ma anche l’onestà intellettuale, se non proprio l’intelligenza che come il coraggio uno non può darsi da solo. L'ironia e la strizzatina d’occhio ora non mi bastano più, i like da distribuire a destra e manca, il primo spritz lo pago io il secondo lo paghi tu, insomma l'indifferenziato fare branco che ha contraddistinto l'ultimo decennio, specie da quando le relazioni hanno cominciato a essere virtuali. Io mi aspetto dunque che le persone, anche sul web, tornino a cercarsi per riconoscimento e affinità, o almeno è quanto intendo fare io. Nessun giudizio o malanimo verso coloro con cui si è reso manifesto il nulla. Basta cambiare scompartimento, ed è finita lì.
L’esempio è certo personale, minimo, ma ho il sospetto possa essere variato di scala, magari estendendolo alla Comunità Europea. Quando tutto sarà terminato, perché finirà, come tutte le cose umane deve finire, sarà impossibile ritornare alla situazione precedente. E ciò perché c’è stata una vera e propria apocalisse, ossia e in senso letterale un disvelamento, a mostrarci l’anima profonda non solo degli uomini ma anche dei popoli, che è diversa e non sempre può essere ricomposta in meccanismi burocratici sovranazionali. Per dire, a oggi io mi sono scoperto molto più vicino a un cinese che non a un britannico, con buona pace del mio giaccone da motociclista su cui campeggia la Union Jack. 

Eroi


Se questo fosse un romanzo di Hemingway, in cui i personaggi vengono messi in circostanze estreme in cui rivelano il loro lato più intimo e vero, ci sarebbe un unico eroe corale costituito da medici, personale sanitario, protezione civile, ma anche da quelle cassiere che ancora continuano a lavorare nei supermercati per milleduecento euro al mese, perlopiù sono ragazzine precarie ma intravedi alcune donne mature, forse già contavano i giorni per la pensione, e ora ti scrutano con occhi terrorizzati che spuntano sopra a mascherine azzurre da un euro, a fingere di filtrare il nulla che incombe. Mentre le persone come me, più che in Hemingway, troverebbero il loro cantore nell'italiano eterno incarnato da Alberto Sordi, la scena è quella memorabile da Una vita difficile di Dino Risi, quando querulo si giustifica di fronte a un vice commissario di Polizia: "Mentre il mondo combatteva io resistevo chiuso in cantina solo: senza luce, senza acqua, sempre vino, solo vino." "Ed è uscito quando è finita la guerra?" ribatte l'altro. "No, quando è finito er vino."

venerdì 20 marzo 2020

Imprescindibile, o sulle parole al tempo del coronavirus


Le parole. Ce n’è una che incontro sempre più spesso di questi tempi: imprescindibile. E se le parole sono importanti, quell’imprescindibile significherà pure qualcosa...
Mi ci sono imbattuto anche pochi minuti fa su Facebook, si era ritagliata la sua tana dentro il post di un mio contatto. Una bella ragazza, insomma ragazza, avrà avuto una quarantina d’anni, ma come si dice ben portati. Una delle ragioni deve essere l’intensa attività fisica a cui si sottopone quotidianamente.
Lo ricavo ancora una volta dalle sue parole: “Ehi, per me è imprescindibile uscire a fare jogging, divento matta se non lo faccio, me l’ha prescritto il medico!”
Un post che intendeva essere buffo, simpatico, ammiccante. In fondo lo diceva sempre Totò: a prescindere. Che nella versione ribaltata dal prefisso di negazione sta a significare qualcosa di non negoziabile, una necessità insomma, che come tale non può essere sottoposta ad alcuna mediazione sociale. Poco importa se potrebbe nuocere ad altri: la salute è la mia salute, il medico il mio medico.
Le ho così risposto di getto che per me è imprescindibile prendere a calci in culo tutti quelli che vedo fare jogging, piccole locomotive umane che sbuffano all’intorno il loro fiato. Divento matto se non gli assesto almeno un calcetto nel culo. Anche a me l’ha prescritto il medico.
Non so se lei abbia bannato prima me, o io lei.

Anima e corpo


Non so se sia una mia impressione, o forse l’effetto del silenzio spettrale che ha avvolto le città, i decibel diurni fanno il paio con quelli notturni, ma a me pare che il suono delle sirene si sia moltiplicato, quello delle ambulanze in particolare. Sì, ne sono proprio convinto, ogni mezz’ora io ne sento una, e in una città piccina piccina come Sondrio. Se a ciò aggiungiamo che gli incidenti stradali saranno certamente in calo – girano meno auto, non è che siamo diventati piloti più virtuosi  – se ne ricava che anche il corpo deve patire questo strazio dell’anima.

Enola Gay


Tutti a dire che si tratta di una guerra. Ma siamo più precisi, quando usiamo le metafore. Quale guerra? Se è vero che vivo nel continente più colpito dal contagio e, non bastasse, anche nella regione più colpita dentro la nazione più colpita, è come stare a Hiroshima nel 1945. C'è solo da sperare che tra quarant'anni compaia una nuova Orchestral Manoeuvres in the Dark, a cantare questi giorni assurdi con un capolavoro come Enola Gay.

mercoledì 18 marzo 2020

Cuidado con el tonto, o su statistica e buon senso


Uno spettro si aggira per il web. No, non si tratta del comunismo ma di notizie sempre più allarmanti sull'epidemia. In molti casi si tratta di vere e proprie bufale, fake news montate ad arte, anche se spesso contengono un fondo di verità, e però osservato con gli occhiali al contrario, come in una gag di Franco e Ciccio. Ma con un esempio diventa tutto più chiaro, un esempio che ho trovato a suo modo emblematico.
Da uno studio non so quanto attendibile, prendiamo comunque l’ipotesi per vera, risulterebbe che il 95% delle persone infettate dal coronavirus si erano precedentemente sottoposte alla vaccinazione influenzale. Viene “dunque” ricavato (ma attenzione alle virgolette da cui è racchiuso il dunque, perché si tratta di ciò che nella logica classica viene chiamato un paralogismo, ossia una cazzata) viene ricavato che deve essere stato il vaccino a fare ammalare queste persone, se non addirittura che il covid-19 fosse già presente tra le componenti vaccinali. Tutta colpa delle solite multinazionali farmaceutiche, insomma.
Faccio ora una piccola digressione personale. Quando da ragazzo seguivo i corsi di statistica all’università, il mio professore ci parlava spesso di una sua collega, di cui ometteva il nome e chiamava per antonomasia La Scema. Ciò che caratterizzava il modo di inferire conclusioni a partire dai dati nudi e crudi de La Scema, era la sistematica incapacità di individuare dei rapporti sensati di causa effetto, già che la lettura delle correlazioni statistiche possiede sempre un margine di discrezionalità. Ad esempio, se leggeva uno studio da cui risultava che i ricchi sono più longevi dei poveri, non ne deduceva che la disponibilità di denaro ti porta ad avere cure migliori, un'alimentazione più sana, gratificazioni psicologiche etc, ma che la longevità è intrinseca e deve in qualche modo procurare la ricchezza materiale, in una sorta di caricatura scientifica della nozione protestante di grazia.
Quando leggiamo certe notizie su internet, conviene così cercare di capire se c’è lo zampino de La Scema; per farlo basta provare a ribaltare i nessi causali suggeriti dal testo. Nella fattispecie, non sarà allora che, in prevalenza, si vaccinano per evitare l'influenza stagionale gli anziani, i fragili, i malconci (guarda a caso proprio le categorie a rischio del coronavirus), mentre chi non si vaccina sono i giovani e i gagliardi che perlopiù sviluppano le cosiddette forme asintomatiche da contagio, non censiste dalle statistiche mediche?
Occhio a La Scema, dunque. Stavolta senza virgolette. E visto che gli scemi non hanno patria: cuidado con el tonto, watch out for the fool, attention au fou!

Picco, o sui virus linguistici


In principio era il verbo, anzi fu un verbo ben preciso: tracimare. O almeno lo fu per me, che sono di origini valtellinesi.
Nel 1987 ci fu in Valtellina un'alluvione. In quei giorni tutti, ma davvero tutti – stampa, telegiornali, radio ma anche i clienti del Bar Piero, mentre sorseggiavano un bianchino al banco – si ritrovarono il termine sulle labbra: tracimare di qui, tracimare di là...
Nella fattispecie aveva quale complemento oggetto, perlopiù implicito e temuto, l’invaso creato da una frana precipitata nel corso dell'Adda, che travolse una piccola località poco prima di Bormio. Sant’Antonio Morignone,
Da allora, i casi di diffusione di vocaboli ripresi dal linguaggio tecnico si sono moltiplicati. Gradi della scala Mercalli, ad esempio, a seguito di un terremoto, oppure portanza quando casca un cavalcavia, PM 10 se non possiamo andare in centro con il suv, e naturalmente colesterolo se ti muore un vecchio compagno di scuola facendo jogging al parco. Mentre se si ha la sventura di un figlio zuccone, la frase magica diventa vissuti emotivi, tutta colpa dei vissuti emotivi e non di quel lazzarone sempre incollato alla PlayStation.
Ma ora è arrivato il turno di picco: il picco dei contagi, alzi la mano chi non l'ha pronunciato almeno una volta?
Mica niente di male, intendiamoci. Anche le parole funzionano come i virus, e perlopiù sono semplici raffreddori, quattro sternuti e via, con una loro stagionalità. Si diffondono quando il mondo sembra sfarinarsi sotto i piedi, e in quei casi è rassicurante affidarsi ai gerghi specialistici.
Il guadagno è immediato, garantito, lo assicura l’impressione che compaia un blocco di pietra a supportarci. Opplà, prima non c'era e adesso c'è! E pazienza se sotto rimane un pavimento di nulla. Come Willy il Coyote ci camminiamo sopra tranquilli.

lunedì 16 marzo 2020

Le lettere d'amore, o sul riconoscimento


Ieri ho saputo che è morta una persona che conoscevo bene, non dello stramaledetto virus ma durante un delicato intervento al cuore. Aveva cinquantanove anni e si chiamava Alessandro, eravamo vicini di casa all'Isola d'Elba, in seguito diventammo amici.
Me ne accorsi quando cominciai a ritrovare davanti all'ingresso gli avanzi delle cucine dell'Hotel Lacona, Alessandro lavorava lì come tuttofare, qualche volta anche la carta igienica, e se uscivamo assieme mi spiegava come bere la Beck's dal collo della bottiglia per fare colpo sulle ragazze, un trucco a sua volta imparato osservando un cantante di piano bar.
Ormai non ci sentivamo però da molto tempo; dopo che sono tornato a Sondrio abbiamo mantenuto i contatti per un po’, ma la vita è più forte degli elastici che cerchiamo di imporle con la volontà. La vicinanza è e rimane un fatto di spazio, c’è poco da fare.
Si dice che gli anni volino, ma i quindici trascorsi da allora a me sembra che abbiano strisciato, restituendomi solo ricordi confusi, fotografie sfocate: la sua risata come un colpo in canna, senza nessuna sicura a frenarne le continue esplosioni, il de' livornese da infilare ogni tre parole, i capelli ricci mescolati all'odore della salsedine e del pitosforo, e su tutto l'ombra remota dell'immenso pino marittimo al limitare della spiaggia, qualcuno racconta che Napoleone volle fermarsi ai suoi piedi per schiacciare un pisolino.
Ma c'è almeno un episodio che si è impresso sui miei neuroni come un murale. Fu la volta che mi chiese di scrivergli delle lettere d'amore – delle lettere d'amore, oh che sei grullo?! Sì, delle lettere d'amore mi rispose serafico Alessandro. Erano destinate a una barista graziosa e minuta, una collega di cui si era preso una sbandata.
Ripensando a quelle buffe composizioni – "ieri ti ho intravista mentre schiumavi un cappuccino", chissà che cavolo mi sarò inventato... –, realizzo che nella vita non ho imparato a fare molto altro, sono ciò che si dice un buono a nulla. Però so scrivere delle belle lettere d'amore, e questo Alessandro l’aveva intuito.

Oltre al dolore per la scomparsa, in me riaffiora così l'ombra di un'emozione diversa. Essere stato riconosciuto da qualcuno, un vicino di casa, un amico, il tuttofare dell'Hotel Lacona, riconosciuto e chiamato al mondo per quel pochissimo che so fare. E chiedermi di farlo: scrivile tu le lettere, questo è affar tuo! Grazie Alessandro, e riposa in pace. Io adesso so come bere la Beck's per fare colpo sulle ragazze.



Running on empty


Quanta fretta ma dove corri, dove vai? Era il 1977, Il gatto e la volpe di Edoardo Bennato, dall'album Burattino senza fili. Sarà per via di quella canzone, che ne so, ma da quando nel decennio successivo scoppiò la mania del footing, ogni volta che vedo qualcuno arrancare in braghette mi immagino sia in ritardo, e la cosa mi rende quella persona quasi simpatica. In ritardo a un appuntamento fondamentale e magari galante: seduta in un’caffè una donna truccata di tutto punto, è elegante e profumata, deve essere appena stata dal parrucchiere. Ma si vede che non è tranquilla, tambureggia le dita sul tavolino circolare, sta per alzarsi e andare via quando, all’improvviso, eccolo lì il nostro runner, tutto trafelato ma con un mazzo di rose in mano. Adesso, però... Le strade deserte, i ristoranti, i bar, perfino i giardinetti chiusi, e questi che continuano a correre. E siamo così alla seconda strofa del refrain: quanta fretta ma dove corri, dove vai? Solo che stavolta la risposta temo di averla. Scappano.