domenica 22 novembre 2020

Il dicibile e la sua ombra


Ieri, mentre ero in coda dal fruttivendolo per acquistare i caco mela, o cachi mela, non so bene come si fa il plurale ma sono buonissimi, ho sentito un mio coetaneo (e però con molti più capelli, tutti neri), un cinquantenne dall’eleganza vetusta fare la seguente affermazione: “C’è solo una cosa più brutta di un uomo che fa jogging, ed è una donna che fa jogging.”

Oddio, che frase brutta e volgare ho pensato. Intollerante. Sessista. Un concentrato di scorrettezza politica; non basta ad assolverla la fobia virale che ci stringe le viscere e altre parti anatomiche. Malgrado il mio piumino sdrucito e la sciarpa scozzese che ci fa cazzotti, mi sono così sentito di parecchi gradini superiore a quell’uomo elegante – più coltivato e civile, diciamolo pure.

Tornando a casa con il mio sacchettino di caco mela, o cachi mela, insomma ci siamo capiti, ho continuato a pensare alla sua uscita, la sua infelice e brutta e stupida uscita di fiato dalla bocca, filtrato dalla mascherina. Ma più ci pensavo, più mi accorgevo che c’era una parte di me che sconciamente vi aderiva…

Non era un pensiero, intendiamoci, non un concetto o peggio un’asserzione, ma uno stato d’animo confuso. Vedevo scorrere davanti agli occhi delle donne non più giovani che arrancano con un rictus facciale, le scarpe tecniche attraversate da lingue di fuoco, dardi metallizzati; e poi i leggins sudaticci, la felpa simile al colore degli evidenziatori Stabilo Boss con cui in terza media si sottolineava la cifra 1492 (scoperta dell’America veniva scritto accanto a matita, si sa mai che la confondessimo con la cilindrata dell’auto di papà).

Soprattutto, percepivo l’assoluta intransitività – umana, civile, affettiva – di chi corre indifferente a tutto e tutti, con occhio solo per il cardiofrequenzimetro compulsato in continuazione, come lo scolaro che conta i minuti in attesa della campanella. Quando suonerà verrà svelato il monumento alla propria incorruttibile salute.

Eppure, queste sensazioni, so che non le posso dire, non le posso scrivere e in fondo neppure ammettere. Dunque dimenticatevi ciò che avete appena letto: non riconoscerò mai che siano le mie parole; e infatti sono ancora dentro che vagano in cerca d’autore, come i sei personaggi di Pirandello.

Nei giorni scorsi ho letto l’intervento di uno scrittore, Giordano Tedoldi. Quando entro in libreria, confidava sulla sua pagina Facebook, faccio sempre più fatica ad accostarmi alle nuove uscite, mi sembrano tutte simili tra loro: ben scritte, edificanti, rispettose di minoranze etniche e sociali, ma prive di quello scarto che non le rende necessariamente più belle – sono anzi spesso imperfette, quelle poche disallineate –, e però tanto più interessanti. I primi nomi a cui si pensa in questi casi sono Cèline e Houellebecq; ma ne esiste anche una versione italiana, Dante Virgili.

Il tema mi sembra così diventare: la dicibilità e la sua ombra . E ricordiamo nuovamente, ormai lo fanno un po’ tutti, volta più volta meno, la settima asserzione del Tractatus Logico-Philosophicus di Wittgenstein: “su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.”

Tra ciò che va taciuto io includerei l’imperfezione del mondo; ma non un’imperfezione qualunque, e piuttosto quella che si realizza nel gesto goffo di fare il bene, o, essendo impossibilitati, nello sviare un po' vigliaccamente il male. Un’imperfezione virtuosa dunque, se è vero che neppure noi gradiremmo essere riconosciuti per le piccole incrinature di cui siamo portatori, specie quelle che non ci vedono responsabili. Diciamo pure e in modo un po’ roboante: la ferita ontologica.

A Wittgenstein fa però eco Samuel Beckett, quando, a conclusione de L’innominabile, scrive: “Bisogna continuare, non posso continuare, bisogna continuare, e allora continuo.”

Mentre tolgo dal sacchetto i cachi, chiamiamoli per prudenza a questo modo, li afferro con delicatezza e li ripongo nella cesta della frutta, mi viene da sintetizzare così la minima avventura dal fruttivendolo: esistono i pensieri, la filosofia, esiste la buona educazione che fa capo al dicibile; poi esiste un regime della lingua più sfumato e ambiguo, che chiamerei provvisoriamente immaginazione. Immagino attraverso le parole, più che dire attraverso l’immagine. E lì che la letteratura continua dove si arresta il concetto.

I libri di Michela Murgia, Saviano, Alessandro D’Avenia, tanto per fare i primi nomi che mi vengono in mente, magari sono pure scritti bene ma ci trovo dei pensieri in qualche modo già pensati, ci trovo il dicibile. Manca l’immaginazione, da sempre un po’ maleducata. Mentre i libri da cui ricavo una sfida – una sfida in forma di specchio, in cui non scopro se sono il più bello del reame ma parti di me occultate sotto la divisa d'ordinanza – sono quelli che, senza affermarlo, riescono a includere quei pensieri che non riesco ad ammettere nemmeno a me stesso, posso solo immaginarli. Ad esempio, che le donne che fanno jogging anche a me fanno un po’ schifo...

sabato 21 novembre 2020

Breviario di filosofia traumatica

 


Nei giorni scorsi ho scritto un paio d'interventi sul tema del trauma, a cui sarebbero sottoposti (è opinione comune sui social network) i giovani che non possono beneficiare della didattica in presenza, e più in generale patiscono gli effetti della pandemia. E sull’ultimo punto sarei sorpreso del contrario.

In entrambe le occasioni è intervenuta su Facebook una persona che manifestava disappunto: da principio circostanziato e cortese – dunque gradito –, ma poi via via sempre più generico con richiami offensivi alla mia persona ("ci prendi gusto, eh", "che cosa triste", "com'è brutto il tuo tono", “informiamoci prima di parlare”).

Ora io non voglio ravvivare il dibattito, che la persona in questione ha interrotto, ogni volta, senza offrire risposta alle mie domande. Cosa che non rappresenta un problema, intendiamoci. Secondo il filosofo Giorgio Agamben si tratta addirittura del nuovo galateo sociale, in cui risposta e domanda procedono separate; ciò da quando il corpo dell’interlocutore – il corpo fisico proprio, quello smarrito nella comunicazione intermediata dalla tecnologia – ha perduto la sua forza vincolante, quale specchio concreto da cui ricavare il senso del dovere. Una volta si riassumeva il tutto con l’espressione metterci la faccia. Da qui il termine ir-responsabilità che caratterizzerebbe il nostro tempo: non sentirsi in debito di una risposta dovuta all’altro, una risposta di qualsiasi tipo.

Ho richiamato il pensiero di Agamben perché mi sembra fare da cornice esplicativa del nostro non intenderci: sia col mio distratto interlocutore, sia, più in generale, sul web. Ma restiamo al caso specifico, da cui sarà forse più semplice allargare in seguito il quadro.

Quando ironizzavo sul trauma che viene attribuito ai giovani, lo facevo in una prospettiva arcaica della responsabilità, in cui il desiderio personale entra in un rapporto dialettico con il desiderio dell’altro. Non stavo insomma negando il disagio giovanile, per quanto la sua rivendicazione traumatica mi sembra provenire dagli adulti – politici, genitori, psicologi dall'aria imbronciata ma tanto telegenica – più che dagli stessi giovani, in una forma che a me appare ipotecata da una forte dose d'ideologia.

Anche perché: a cosa porterebbe la soddisfazione del desiderio giovanile di ritornare a una vita normale, se non a un ulteriore incremento dei contagi che ricadono (traumatizzandoli) su categorie diverse: medici, infermieri, forze dell'ordine, anziani. Ossia in un tono vagamente pomposo, la comunità umana nel suo insieme.

Il fatto che la persona più volte intervenuta sia uno scrittore, anzi un bravo scrittore – si chiama Enrico Macioci e consiglio la lettura del suo ultimo romanzo, Tommaso e l’algebra del destino – mi porta a una riflessione ulteriore: è ancora la parola scritta, la parola pubblica, il luogo in cui il linguaggio collauda il suo senso, oppure sta diventando una pratica in cui il desiderio coincide con il godimento (jouissance lo chiama Lacan, con ciò intendendo un impulso al piacere non limitato alla sfera sessuale), e l’urgenza alla soddisfazione individuale ha la meglio sul suo argine collettivo, costituito dalla parola quale ordine simbolico?

È un quesito meno intellettuale e astratto di quanto può apparire, a cui l’esempio che ho portato può offrire di nuovo chiarimento.

Se noi decidiamo di intendere il sostantivo trauma in una chiave del tutto generica ed estensiva, in cui ogni piccola privazione, contenimento, moderazione, diviene trauma, avremo una società ipertraumatica in cui ciascuno rivendica soccorso, e pochissimi sono pronti a offrirlo. Con questa giustificazione: cazzo vuoi, ho il mio trauma! Non vorrai mica traumatizzarmi ancora. Lasciami andare a giocare a calcetto con gli amici, se no poi dovrai pagarmi lo psicologo. Ognuno fa insomma i traumi suoi.

Viceversa, attribuendo al trauma un valore linguisticamente più circoscritto e meditato (nel mio testo facevo riferimento a Anne Frank, il cui trauma aveva natura diversa, diciamo pure più profonda, da chi è costretto a un’inflazione di Netflix e PlayStation), restituiamo alla lingua la capacità di discriminare il mondo, che è appunto quanto dovrebbe saper fare uno scrittore.

Una discriminazione che ha carattere performativo, se è vero quando sostiene un altro filosofo, John Searle, che le parole sono atti, con effetti corrispondenti. Nella circostanza, continuare a scrivere di riattivare IMMEDIATAMENTE la didattica in presenza potrebbe anche portare a quel risultato, trasferendo il trauma dei giovani alle già citate categorie più a rischio. E ricordo en passant che questa è la prima epidemia nella storia che risparmia proprio e solo le giovani generazioni.

Ma come uscire dal circolo vizioso dei diritti, quando, come in questo caso, hanno tutti ragione, tutti qualcosa da perdere e qualcosa da guadagnare, che drammaticamente si escludono? Nel linguaggio popolare potremmo tradurlo con i proverbi: è impossibile avere la botte piena e la moglie ubriaca, o tirare la coperta in entrambe le direzioni.

Ci soccorre il terzo e ultimo dei filosofi che mi piace ricordare, a conferma del fatto che la filosofia proprio inutile non è. Emanuel Kant. Per l’appartato genio di Königsberg il bene corrisponde sempre al bene maggiore, secondo una gerarchia da graduare sull’asse inclinato delle relazioni umane. In un orizzonte comunitario ossia morale ossia politico, il bene maggiore coinciderà allora con la scelta del trauma minore – che attenzione: non significa contraddirlo, ma ridimensionarlo in una sorta di movimento a salire dello sguardo che nel cinema viene chiamato dolly; quando l’ironia è propriamente una strategia discorsiva finalizzata a ridimensionare la strategia opposta: l’iperbole enfatica, che usando lo stesso paragone filmico potremmo vedere come primo piano ristretto. Ancora una volta non è difficile, quando passiamo dalla teoria alla prassi.

Tra uno studente di prima liceo – traumatizzato perché non può tirare il cancellino al suo compagno, ed è costretto alla didattica a distanza – e il trauma di un anziano positivo al Covid, o quello di un infermiere che deve lavorare dodici ore al giorno in condizioni estreme, verso chi proviamo più solidarietà, più empatia? Se la risposta è i secondi, si continui con la didattica a distanza e non si rompa più i coglioni. Grazie.

venerdì 20 novembre 2020

Tutti a casa di Mulo



Della mia adolescenza, anche se mi sforzo, riesco a ricordare solo l’odore dolciastro del Tenax – ma anche la sua sensazione appiccicosa, il colore verde ramarro –, da riversare con abbondanza sui capelli dopo aver fatto interminabili docce; uno shampoo alla mela verde schiumava come la bocca di un vitello che rumina in penombra, prima di scivolare in silenzio sul corpo abbronzato. E poi l’adesivo di Radio Studio 105 che avevo appeso sul frontalino del PX, oltre a una ragazza cicciottella con la cresta alla moicana; di lei mi è rimasta l'immagine oblunga del cranio, dolicocefala, da cui fuoriesce l’eco sempre più flebile di una voce. Ma allora era grido, decibel, era il richiamo del muezzin rivolto a un'assemblea di fantasmi, che mi includeva nel lenzuolo bianco con cui si ricoprono i morti; poco importa se di fame o di pistola, quando il tenente Colombo si ferma, esita, si gira, e poi e fa la domanda che fa balbettare l'assassino. Tutti a casa di Mulo, strillava intanto la ragazza con la cresta, tutti a casa di Mulo! E chissà poi se ci siamo andati veramente: a casa di Mulieri, da cui il diminutivo Mulo, chissà se ho infilato la chiave nel PX, calciato la pedana di avviamento, e, dopo aver passato la mano destra sul capo, ritornandola imbrattata di Tenax, mentre ingranavo con la sinistra la prima, tok, polso che si torce e falangi piegate sulla leva della frizione da rilasciare all'improvviso, per raggiungere casa di Mulo con una piccola impennata... Sì, tutti a casa di Mulo!

giovedì 19 novembre 2020

Modesta proposta

 


Conosco tre professori e tutti e tre sono stati contagiati dal Covid-19, di cui due con sintomi. Naturalmente tre casi non fanno statistica e non intendo sussumere tendenze più generali. Mi ha però stupito la notizia dei professori che manifestano assieme agli studenti contro la didattica a distanza, mettendo in scena (o in pratica) una lezione di fronte ai cancelli chiusi di alcuni istituti scolastici; è avvenuto sia in Emilia sia in Toscana.

Una prova di grande altruismo, dal momento che non sono i giovani, almeno quelli sotto i vent’anni, le vittime designate del virus, ma persone adulte quali sono appunto i professori. Questi rischiano dunque sulla loro pelle, come si dice. Ma anche, è il caso di ricordarlo, su quella dei genitori dei giovani che torneranno a casa dopo le lezioni in presenza, o dei congiunti degli stessi professori e amici e cassiere e conoscenti e nonni. Insomma, sulla pelle di tutti noi.

Ricordo un po’ pedantemente che la scuola in presenza – e per scuola intendo l’insieme delle pratiche da quando si esce di casa a quando si rientra dopo le lezioni – è il secondo fattore quantitativo nell’incremento dei contagi, dopo grandi assembramenti come concerti e partite di calcio. Secondo il CTS, la didattica in presenza contribuisce infatti per un valore di 0,4 all'indice di contagio, l'ormai ampiamente citato RT0. Un numero che sembra piccolo piccolo, ma in realtà, nella circostanza, è altissimo!

Mi permetto così una proposta: lasciamo scegliere liberamente; scegliere ai professori ma anche ai ragazzi e alle loro famiglie. Chi tra di loro vorrà continuare le lezioni in presenza potrà farlo in istituti albergo dove risiedere stabilmente; sì, anche la notte: qualcosa di molto simile ai college americani, per intendersi.

Potrebbero essere utilizzati allo scopo le caserme dismesse, oppure gli alberghi attualmente deserti. Niente mezzi pubblici da prendere, ci si sveglia e si è già a scuola. Niente nonni e genitori e parenti da infettare. Una bolla perfetta e luminosissima di virtuosi che si riflette in sé stessa, come Narciso nello stagno.

Rimane l’altra metà della luna, quella nascosta dal cono d’ombra dell’eroismo, troppo umana per fare notizia; le infinite formichine che preferiscono difendersi dal formichiere, i normali, i cauti, i cacasotto del preferisco vivere. Per loro non cambierebbe nulla. Continuerebbero a seguire le pratiche suggerite dal buon senso, tra cui le ottime risorse formative offerte dalla didattica a distanza. Mi sembra un buon compromesso, no?

Banging on my drum



Il Partito Democratico a me ricorda un vecchio spot pubblicitario di una nota marca di pile elettriche. Ci sono degli orsetti, centinaia di orsetti che percuotono un tamburo di latta; ognuno e per la precisione ha il suo tamburo, piccole bacchette infilate tra le zampe, e battono, battono, come in una canzone di Lou Reed: I’m banging on my drum, / I’m banging on my drum. / Then banging on my drum, boy, /and I’m having lots of fun...

Dopo moltissime ore di sarabanda, giorni, forse settimane, qualcuno di questi orsetti si ferma, altri battono sempre più piano, solo una flebile eco ritorna della baldanza iniziale. Finché rimane un solo orsetto che, imperterrito, continua a battere il suo tamburo.

Quello è l'orsetto caricato con le pile Duracell. Quello è il PD.

A la guerre comme à la guerre

 


Se vogliamo insistere con la metafora della guerra, forse dovremo imparare a gestire anche l'attribuzione delle medaglie. Leggo ad esempio il titolo di un articolo de la Repubblica di oggi: "Il prezzo della pandemia lo pagheranno i ragazzini", a firma di Caterina Pasolini.

Lo so che i titoli dei giornali non li scrivono i giornalisti; con un nome tanto bello e un cognome che è pura forza dal passato, la Pasolini non avrebbe mai potuto scrivere una sciocchezza del genere. A parte l’orrendo suffisso in “ini” (ragazzini) come la molletta sulla coda di un gatto, questa è l’unica epidemia nella storia – dico: l’UNICA! – dove non si registrano decessi tra i minorenni, al massimo e in rari casi poche lineette di febbre.

Una delle tante e cosiddette post verità, che si accompagna alla geremiade per il presunto trauma giovanile causato da un eccesso d’intimità – si dice – con divano, Netflix e PlayStation. Per smascherarne la retorica basterebbe guardare gli spot del Governo tedesco, il quale dà inaspettata prova di un’ironia vagamente British – flashforward tra cinquant’anni, con un ex giovane che ci confessa ridacchiando: “Nel 2020 mi hanno chiesto di non fare nulla, e poi sono stato pure chiamato eroe…”

Per la forza evocativa che scaturisce dai contrasti, tornano alla mente le pagine del diario di Anne Frank. Quanta leggerezza, curiosità, perfino eros e pettegolezzo nello sguardo di una preadolescente confinata in una soffitta di Amsterdam, mentre le SS la stavano cercando. E quello era un trauma vero, non le piccole rinunce del presente che vengono gonfiate da un’enfasi protettiva.

Che i ragazzi ma soprattutto i genitori, gli adulti, insomma il cicaleccio da social network a cui come si può vedere non mi sottraggo, imparino a desiderare come faceva lei, Anne. Un desiderio – a differenza ancora di lei, a cui fu negata la realizzazione – da proiettare oltre l’angusto perimetro della quotidianità, quando dopo il terzo giorno i corpi usciranno dai sepolcri condominiali, e il fiammifero della vita tornerà ad accendersi per reciproco sfregamento. Certo, prima della scintilla bisognerà fare almeno tre o quattro tentativi, mica funziona sempre al primo colpo come Jean Gabin con una Gitanes che gli pende dal labbro.

Chiedo infine alla redazione de la Repubblica, per il futuro, di prestare maggiore attenzione quando appuntano le loro medaglie al valore. Che in questo caso vanno immediatamente spostate sul bavero di medici, infermieri, forze dell’ordine; senza dimenticare ladruncoli e accattoni e soprattutto quegli anziani che stanno stramazzando nella RSA, oppure sono attaccati a un tubo senza poter vedere i loro famigliari; particolare non sempre negativo, quando sono gli stessi nostri connazionali ad averli rimossi dallo sguardo, per confinarli in un ospizio.

Ma nelle guerre ci sono anche i generali, a cui in seguito vengono titolate le vie. Spero solo di non imbattermi un giorno in viale Conte o corso Azzolina: l’unica generalessa a voler salvare i suoi giovani militi da un pericolo che non corrono, per trasferirlo a tutti noi.

Divorzio sociale



Semplificando al massimo: se le persone indisponibili a farsi somministrare il vaccino per il Covid-19, anzi uno dei vaccini, ormai ne abbiamo tanti, superassero il 30% della popolazione, il virus non potrebbe regredire fino alla sua definitiva scomparsa, e dovremmo abituarci all'idea di una convivenza a tempo indeterminato; ovviamente con terapie sempre più efficaci ed eventuali mutazioni che lo rendano meno aggressivo; ma non si può escludere anche una mutazione più carogna.

Sia come sia, una situazione altamente probabile, con la maggioranza delle persone in scacco di una minoranza vagamente ottusa o distratta, replicando un format tipico degli amanti abbandonati: l'oggetto d'amore (nella fattispecie la salute) non vuole più saperne dei loro baci e carezze, e pende dalle labbra di un bellimbusto (i no vax) che se ne frega di entrambi, intento com'è in improbabili intrugli a base di fiori di Bach.

In tali situazioni o si affronta il rivale e gli si spacca la faccia – fuor di metafora: si assume l'imperatività dello Stato autoritario, obbligando tutti a vaccinarsi –, oppure si scodinzola ai piedi dei recalcitranti con la querimonia speranzosa degli ex, cercando di fargli cambiare idea con suppliche disperate, in un tripudio di trottolino amoroso e dudu dadada; e in questo caso la lancetta delle probabilità pende nella direzione opposta.

Se una sintesi antropologica si può ricavare dalla triste avventura dell'ultimo anno, è dunque che dal patto sociale stiamo passando al divorzio sociale. Condizione che temo si ripresenterà in altri contesti, non potendo, come cantava quell'altro, rifare un letto ormai disfatto.

venerdì 13 novembre 2020

Le cose degli altri


Juliana, Juliana Hoxhaj. Lo leggo su un manifesto funebre in un font vagamente lezioso. Sta sulla bacheca arrugginita a fianco del parcheggio del consorzio di Montagna, dove lascio l’auto per avviarmi nella camminata mattutina. Una passeggiata prima di pranzo, mezz’ora circa tra i vigneti del castel Grumello, e una nel pomeriggio. Totale un’ora d’aria al giorno, come i carcerati.

Juliana Hoxhaj…

A lato la fotografia di una donna come si dice nel pieno della vita. Indossa un abito di cotone a riquadri bianchi e blu nello stile delle tele di Piet Mondrian, i capelli lunghi sono sciolti su spalle robuste. Ci ha lasciati Juliana Hoxhaj, 42 anni, lo annunciano il marito Andon, i figli Lorena ed Enrico, guardo meglio… È lei.

L’avevo conosciuta un paio di anni fa, quando, su suggerimento di un amica – è brava, energica e veloce –, è venuta a casa nostra per aiutare mia madre nelle pulizie domestiche. Credo di averle parlato non più di due o tre volte. Sì, tre.

Durante la prima mi aveva enumerato i personaggi televisivi e i cantanti che le piacevano. Purtroppo, non ne conoscevo nessuno. Nella seconda è stato per un giudizio senza appello e diritto di replica. Le donne albanesi sono più belle di quelle italiane. In che senso, scusa? Sono più belle perché sono più in carne, e aveva concluso la frase con un sorrisetto compiaciuto. Credo sia inutile aggiungere che lei fosse albanese.

Alla terza conversazione mi ero già costruito il mio bel pregiudizio: abbiamo gusti e interessi diversi, in particolare sulle donne – per me Irène Jacob rimane il modello inarrivabile di bellezza femminile, e tanto in carne non è. Insomma, mi ero predisposto a comunicazioni formali e distratte. E invece boom! Ho un cancro, mi ha detto senza tanti giri di parole, non posso più venire a fare le pulizie. Un cancro al seno. Ma non voglio morire: ho due figli, sono ancora giovane. Poi una lunga pausa. Ho troppe cose da fare!

Da quella volta l’ho intravista in una sola occasione, io in auto e lei a piedi. Camminava a piccoli passi, gonfia per il cortisone e con un foulard in testa a velare gli effetti della chemioterapia. Devo confessare che l’impossibilità di scambiare due parole l’avevo vissuta con sollievo. Vigliaccheria? Probabilmente.

Mia madre le telefonava i primi tempi per sapere come stava, ricavando l’impressione che non ne parlasse volentieri. Così aveva desistito, e, col passare dei giorni e l’incalzare degli eventi, ci eravamo quasi dimenticati di Juliana. Fino a questa mattina.

Non voglio dire altro di lei, credo non mi spetti; l’ho conosciuta troppo poco e solo in superficie, senza aver fatto nulla per incidere la scorza che separa dal frutto. Mi limiterò dunque a far risuonare nella mia testa quell’ultima frase: ho troppe cose da fare.

Mi ricorda una conversazione, forse inventata, attribuita a Miguel de Cervantes, a cui qualcuno chiese come mai avesse scritto il Don Chisciotte solo a un’età ormai avanzata; cinquantasette anni, che all’epoca erano davvero tanti. Prima avevo delle cose da fare, aveva risposto senza scomporsi.

Ci sono persone che hanno delle cose da fare prima, brigano, sgobbano, si cimentano; altri invece dopo, nei tempi supplementari della vita. Ci sono le persone e ci sono i fatti. Infine ci siamo noi, che non sappiamo quasi nulla di entrambi.

Poco importa se queste cose coincidano con la scrittura di un capolavoro o con la rimozione delle carcasse degli acari sepolte sotto a un tappeto dell'Ikea; badare ai propri figli, farli crescere sani e forti e onesti; oppure avere un corpo in carne, ascoltare improbabili cantanti. Poco importa.

Semplicemente, ognuno ha le sue cose da fare, anche i vecchi parcheggiati nelle RSA, quelli che pagano pegno per essere "fuori dal ciclo produttivo", chi può dire che non abbiano ancora delle cose da fare, e se valgano più o meno delle cose dei giovani, dei giovani dentro, le nostre cose…

Cose, che bella parola! La usano i bambini come un vaso in cui mettere dentro un po’ di tutto. Spero solo che Juliana, nei due anni trascorsi dalla diagnosi del suo male, sia riuscita a realizzare le cose, tutte le sue troppe cose, per quanto ne dubiti molto. Se così fosse il vaso delle cose sarà rimasto a bocca aperta, in attesa di essere imboccato.

Saranno allora persone diverse (un figlio, il marito, la sorella o magari quell’amica che me l’aveva raccomandata) a dover completare le cose lasciate in sospeso da Juliana. Perché farsi i cazzi propri – ed è questa la lezione che mi porto a casa dalla mia passeggiata tra le vigne – a volte equivale a mettere le mani dentro le cose degli altri.

Buone cose Juliana, Juliana Hoxhaj, e che la terra ti sia lieve.


mercoledì 11 novembre 2020

Allungare il brodo

I social network e in particolare Twitter, che ha fatto della sintesi la sua cifra espressiva (ma sarebbe forse meglio dire impositiva, già a partire dal nome), sono strapieni di testi brevi e incisivi, o almeno così vorrebbero quando la brevità non è certo in discussione; è fattuale direbbe Crozza in versione Feltri.

Io credo che le persone che si esprimono a questo modo abbiamo compreso la natura dell’epoca ancora prima del mezzo, basata su un'economia (di tempo, di attenzione) da rispettare se si vuole essere letti, a coincidere con un galateo che non potrebbe essere più antico: non fare agli altri quello che non vorresti essere fatto a te; ossia rompergli la palle con un profluvio di parole  stringi, condensa, taglia!

Esempi positivi potrei citarne a migliaia, mentre un esempio negativo – cosa non fare assolutamente! – sta in questo scritto, che già da diverse righe ha superato la soglia invisibile dopo cui le parole divengono moleste, e i lettori si perdono ognuno dentro i fatti i suoi; per ritrovarsi infine, un giorno, chissà, a bere del wiskey al Roxy Bar, a berlo a piccoli sorsi proprio come le star.

Canzone per canzone, dopo Vasco Rossi toccherebbe allora citare anche Masini: "perché lo fai?"

Beh, io scrivo a questo modo qui – lungo, diluito, esasperante e un po' naif – perché nella scrittura breve, specie quando vorrebbe insegnarti come si vive, educarti, avverto ogni volta un sotto testo: guarda come sono intelligente, tanto più intelligente quanto più le mie parole riescono ad acciambellarsi come un gatto; e ringrazia quelli come me, se possiedi una manciata di citazioni da sciorinare al primo appuntamento...

Un'eco che mi rimane in testa anche quando leggo quelli bravi e giustamente famosi; che so Chateaubriand, Montaigne, Cioran. Anziché innalzarmi nella conoscenza, farmi crescere (non dico per raggiungere la loro altezza) sembrano volermi rimpicciolire attraverso badilate di  letame; e però in minuscole zolle con cui concimano la proverbiale oscillazione tra cultura e coltura, innaffiando il mio orto per mezzo di quegli spara merda che si intravedono in autunno tra Modena e Lodi, li scorgi a volte dal finestrino mentre guidi sull'A1. Non è forse un caso che il termine gnomico fa pensare a uno gnomo, ed è così che mi sento io: piccolo piccolo. E puzzolente.

Perdere tempo, cazzeggiare e perfino smarrirsi un po', come quando si visita un mercatino delle pulci, mi appare allora una disposizione più democratica alla comunicazione, in cui il sotto testo gerarchico si trasforma a questo modo: ok, non so bene cosa voglio dire, tanto intelligente non devo esserlo neppure io; ma se tu mi segui, lettore, se facciamo un pezzo di strada assieme, magari troviamo qualche briciola che gli intelligenti sintetici si sono lasciati sfuggire dalle tasche.

E si sa che tante briciole, nascoste in tante parole non sempre utili, fanno un pane. Buon appetito, per i pochissimi che sono arrivati fin qui.

domenica 8 novembre 2020

Un gelato al limon

Questa notte ho sognato che acquistavo una vaschetta di gelato. Non era per me, ma non ricordo bene per chi fosse; probabilmente per una donna che mi rispondeva distrattamente dall'altra camera: "Il congelatore è pieno, vedi un po' tu dove metterlo." Dove metterlo? E dove vuoi che lo metta, del gelato...

In ogni caso io non mi davo per vinto: aprivo sportelli, cassetti, armadi; e però niente da fare, il gelato cominciava a sciogliersi. Ed è con questa sensazione che mi sono svegliato. Quella di possedere un bene – per il mio inconscio ancora un poco infantile, il bene supremo -, ma vederlo svilito e compromesso dalle circostanze, in conseguenza delle quali non riusciva a farsi dono.

Da sveglio, ma ancora offuscato dagli spiccioli di Morfeo, ho provato ad allargare l'inquadratura di quel che rimaneva del mio sogno. Ci stavano ora centinaia di migliaia di persone chiuse dentro le loro case (come si dice adesso: in lockdown), con il braccio proteso nel gesto di offrire un cono di gelato.

Devo dire che a questo punto ho fatto un fermo immagine; una composizione un po' naif, ricordava una pubblicità di Oliviero Toscani, e però buffa, forse perfino bella. Il quarto stato in versione estiva e balneare.

Quindi ho ripreso, accorgendomi che dall'altra parte ci stava un fantasma; come tutti i fantasmi, ululava il suo buuu da sotto un lenzuolo bianco, più ridicolo che minaccioso. Ma era incapace del semplice gesto di allungare la propria mano all'indirizzo di un’altra mano; poi dire grazie, avevo proprio voglia di un gelato.

Ed è così che la crema inizia a sciogliersi, o forse si trattava di limone, sì un bel gelato al limon che cola lentamente, raggiunge l'indice, poi il medio e l'anulare, solca il palmo ridisegnando la linea della vita; qualche goccia finisce sulle scarpe, anzi sulle pantofole, come in ogni sogno che si rispetti siamo in un luogo pubblico in ciabatte da camera, la vestaglia indossata da Carry Grant nelle commedie degli anni cinquanta.

Ma noi ancora lì, fermi, speranzosi, con il nostra cazzo di gelato proteso verso il nulla.


sabato 7 novembre 2020

Educate cazzate

Sulla sua pagina Facebook, lo scrittore Aldo Nove ha pubblicato ieri un interessante estratto dall’ultimo saggio di Giovanni Becchi, accademico, filosofo e blogger genovese, come recita Wikipedia:

“Per settimane, per mesi, abbiamo vissuto facendo della difesa non della vita ma della sopravvivenza il valore fondamentale, supremo, della nostra esistenza, un valore superiore a qualsiasi altro valore, diritto, aspirazione. Ora, di nuovo. Primum vivere. È il pensiero che accomuna tutti. La sicurezza sanitaria è di conseguenza il nuovo imperativo. Meglio la sicurezza di una sopravvivenza miserabile della speranza in una vita felice. Non conta vivere all’altezza di quella dignitas che nel vivente contraddistingue l’umano. Conta solo salvare la pelle.”
Paolo Becchi, “L’incubo di Foucault”, Lastària edizioni, novembre 2020, p. 9.

Al post di Nove hanno risposto molte persone, tra cui il sottoscritto:

“Becchi scrive parole in cui la verità si confonde con l'ambiguità. Essere all'altezza della chiamata del proprio tempo, come non essere d'accordo, vivere e non solo sopravvivere alla maniera di Junger o Hemingway o Simone Weil - ma a cosa coinciderebbe adesso? Forse a farsi un aperitivo in più, o assistere a una noiosissima (ma tanto chic) messa in scena di una piccola compagnia teatrale, come si dice, di avanguardia...  È questo il plenum esistenziale a cui staremmo rinunciando, questa la dignitas, la felicità disattesa dai decreti governativi? E poi, e ancora: Hemingway e Junger e Weil buttavano sul tavolo verde le fiches della propria stessa vita, non quelle del nonno o dello zio che tanto hanno superato i settant'anni, non sono più produttivi, come scrive Toti. Insomma, io lascerei decidere al nonno o al vecchio zio, non a Paolo Becchi, cosa sia una vita degna di essere vissuta; una vita bollata addirittura come “miserabile” quella di chi ha come evento quotidiano non scalare l’Himalaya, ma annaffiare le rose sul balcone. Anche perché, a guardar bene, ma bene davvero, lo sbocciare di una rosa è l'evento più rivoluzionario…”

Cito, per completezza, anche la risposta di Nove, non solo a me ma a tutti gli interventi:

“Non risponderò ad alcun commento. Ho già letto educate cazzate talmente inquietanti da togliermi qualunque afflato esistenziale. Ed arriveranno pure quelle violente.”

Immagino che le mie parole siano da ascrivere al registro “educate cazzate da togliere ogni afflato esistenziale”.

venerdì 6 novembre 2020

Je suis comme je suis

 

I giovani pensano solo a drogarsi, ciulare e ascoltare musichette sceme. Questa l’estrema e brutale sintesi di una narrazione condivisa, che nella sua versione 2.0 è divenuta storytelling; ciò di cui i giovani vengono rimproverati, naturalmente, è un ruolo attivo nella diffusione del contagio. L’ennesima sciocchezza da social network, dunque? Sì e no.

Se penso ai miei vent’anni, tocca riconoscere che la famigerata triade sex and drugs and rock & roll possedesse una collocazione psichica polarizzante; e per quanto il sesso fosse perlopiù solo agognato, le droghe poche e leggere (ma in compenso molta birra, ora sostituita dagli Spritz) e le musichette sceme coincidessero con Lou Reed, Talking Heads, De Gregori, Pink Floyd, che poi tanto scemi non erano. Chiamiamola dunque e più cautamente: una disposizione estroversa al mondo, su cui mi pare tutti convengano.

Lo sporgersi fuori e oltre a sé dei ragazzi si traduce in maggiori relazioni – spesso virtuali, ma sempre e ancora anche fisiche –, che è proprio quanto si vorrebbe adesso evitare, con ottime ragioni sanitarie. Si chiede insomma ai giovani di invecchiarsi un poco, rinunciando, per qualche mese, a uno slancio costitutivo del loro essere. Da ciò la replica, perlopiù agita e non verbale, che vuole illegittima la richiesta, e parafrasando Edith Piaf ognuno deve essere fino in fondo quel che è: “je suis comme je suis”.

Molti dei bisticci, le polemiche, perfino gli insulti che ho letto in questi giorni, finiscono così col ruotare attorno a un tema filosofico altrettanto antico: dove inizia io, e dove termina il mio diritto a essere semplicemente ciò che sono?

Se, effettivamente, l’identità civile si arresta al perimetro del godimento personale, fanno benissimo i giovani (ma anche i meno giovani) a rivendicare i loro baci, il corpo a corpo negli sport e nei concerti, perfino la movida notturna e gli aperitivi e gli spinelli; ma anche lo studio in presenza di Tacito e Svetonio, che sono affluenti non meno importanti di una personalità ancora in fieri.

Un esempio di questa forma pensiero è lo scrittore e drammaturgo Stefano Massini, che in collegamento video con Piazza Pulita rivelava di essere risultato positivo al Covid-19. L’ho preso, probabilmente, facendo teatro, aggiungeva con una punta di civetteria. Il teatro è il mio lavoro, la mia vita, ciò che sono e ciò che amo. Parole bellissime, che però contengono un insidioso sotto testo: sono orgoglioso di essermi infettato (ed eventualmente trasmesso ad altri il virus), perché non potrei pensare alla mia vita senza di me.

Se radicalizziamo il suo ragionamento, dobbiamo riconoscere che anche chi si intruppa senza mascherina ai comizi di Donald Trump, o si allunga verso l'ultima oliva ascolana al bancone dell’happy hour, o magari parcheggia dietro un distributore Agip per fare sesso con una prostituta nigeriana, anche loro stanno ascoltando una vocina interna che prova a informare il pronome io, e con esso restituire compimento a vite che siano davvero singolari. Scelte, nient’altro che scelte. Come quella di Massini di prendersi il coronavirus sulla scena.

Il tema che sta alla base del dibattito sulla legittimità dei provvedimenti restrittivi, slitta così nuovamente dai limiti in cui uno stato diviene autoritario – per il grande filosofo del diritto Giorgio Agamben, anche l’obbligo di mascherina è una pericolosa deriva verso l’autocrazia – per focalizzarsi sugli incerti confini dell’identità. Una domanda che si era già posta nel quinto secolo Eraclito, rispondendosi che “per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, tu potresti mai trovare i confini dell’anima: così profondo è il suo lògos.”

Ma Eraclito era proverbialmente oscuro, e, magari, potremmo provare a tradurre anche lui con i versi di una canzone, con cui Umberto Tozzi partecipò al Festival di Sanremo nel 1991, aggiudicandosi il quarto posto. Gli altri siamo noi veniva detto nel titolo e ripetuto nel refrain, gli altri sono lo specchio specchio delle mie brame, senza cui, non solo, non esisterebbe il reame, ma anche Grimilde che contemplando la superfice riflettente pronuncia il suo nome, diviene un io, sperando solo in seconda battuta di essere più bella degli altri io.

Per quel che mi riguarda, non so davvero chi abbia ragione: Umberto Tozzi oppure Edith Piaf… Ma se nell'Occidente delle libertà individuali fosse rimasta, come una matrioska, una traccia di noi dentro l'involucro dell'io, non solo avremmo tutto il diritto di chiedere ai nostri giovani di rinunciare (a tempo determinato) a un po’ della loro gioventù, ma di spiegare a Stefano Massini e Giorgio Agamben che si può essere quello che si è, je suis comme je suis, anche indossando una cazzo di mascherina.


sabato 31 ottobre 2020

Esclamazioni

In questi giorni, avendo pochissimo da fare, ho cominciato a pedinare il mio linguaggio, cercando tra gli inciampi verbali delle tracce di me. Una detection che ha portato a un primo indizio, nel quale costato che le mie esclamazioni si limitano a tre. In ordine di ricorrenza:

1) accidenti!, per commentare un fatto ordinario a cui fingo di reagire con stupore, ma in realtà mi lascia indifferente;

2) cazzo!, evento realmente inaspettato che mi tocca emotivamente; nel fondo però non mi scuote, e viene in genere scordato dopo pochissimo tempo;

3) Cristo!, se il contesto è formale, oppure, lo confesso, una bestemmia digrignata a mezza bocca, meglio se non mi sente nessuno; ma sempre per esprimere sorpresa e profondo disappunto per ciò che accade, che sconfina in rabbia non così rapida a sbollire.

In ogni caso, poca roba, poca davvero (accidenti, anzi cazzo!), che diviene carestia lessicale per chi con le parole ci ha anche campato. Quale proponimento per il futuro – il foglietto che il bambino invia a Gesù con le buone azioni di cui si fa carico, in cambio della Playstation –, ho così deciso di rinverdire il mio guardaroba di esclamazioni e improperi, prendendoli a prestito da persone che ho conosciuto, film, personaggi letterari; insomma un po’ qui e un po’ là. Non stupitevi dunque se nel futuro mi sentirete pronunciare:

corpo di mille balene! (Braccio di Ferro); per il Mar dei Sargassi! (Braccio di Ferro); per le anguille delle Antille! (Braccio di Ferro); che mi venga il colpo della strega! (Strega Salamandra); accipigna! (Tonio Cartonio); per la barba di Giosafatte! (Tex Willer); corna di centomila diavoli zoppi e guerci! (Tex Willer); satanasso! (Tex Willer); per tutti i tamburi di Darkwood! (Zagor); caramba y carambita! (Chico); per tutti gli intrugli di mio nonno farmacista! (Chico); accipuffa! (i Puffi); acciderbolina! (Ned Flanders); non mi sono mica fatto le fottute elementari per niente! (Chef di Apocalypse Now); per la barba di Odino! (Thor); per tutto l'oro del Klondike! (Zio Paperone); Giuda ballerino! (Dylan Dog); shalbat! (Mork); per Toutatis! (Asterix); grunf, gasp, gulp! (Paperino); merde (Pierre Jacques Étienne Cambronne); merdaccia! (Fantozzi); sangue di Buddha! (mio nonno Pinin); dio campanile! (mio nonno Cechin); eh la Madooona! (Renato Pozzetto); zio cantante! (un mio compagno delle elementari); chiappala chiappala (Max Vinella); ostregheta! (nessuno in particolare, ma mi è sempre piaciuto); ciao pep! (un mio compagno delle medie); ollapeppa! (mia nonna Celeste); ifix chen chen! (Gabriel Pontello); pofferbacco! (Gatto Silvestro); ciumbia! (un panettiere di Milano); oh Madonna benedetta dell'incoroneta di Foggia cinofila! (Lino Banfi); maremma maiala! (un panettiere di Piombino); d’ho! (Homer Simpson); porco dighel, porco Diaz, porco zio e simili espressioni per evitare la bestemmia (andavano per la maggiore all’oratorio di San Rocco); porca l’oca e perdiana e perdinci! (la maestra Maccarone); caramba che sorpresa! (Raffaella Carrà); miiiii! (il mio amico Michele); oh my God! (l’attrice di un film porno quando John Holmes si sfila le mutande); belin! (Fabrizio de Andrè); ehiii… (Arthur Fonzarelli, in arte Fonzie); allegria! (Mike Bongiorno); dio caro! (le ragazze provenienti dai paesi nei primi anni ottanta); eh che c'ho scritto Jo Condor?! (Jo Condor); putanghera! (mia nonna Maria); perdirindindina! (Tino Scotti nel carosello dei confetti Falqui); stai fresco! (Dante Alighieri); boia del mund leder! (Burilla); ohibò! (Totò); che mi prendano a calci in culo con i ramponi da ghiaccio se quella non è la cosa più fottutamente strana che io abbia mai visto! (Bustone).

E ora sorprendetemi pure, ho parole per ribattervi. (Ma ribattere a chi, quando è un mese buono che non incontro nessuno...)


La cultura, o sulla semina e la raccolta

Quando non scrive romanzi Baricco è bravissimo! Ricordo, ad esempio, un suo articolo di alcuni anni fa, in cui suggeriva che per sostenere la cultura (qualcosa che non sta nel mondo tra migliaia di altre cose, quali il filo interdentale o i doposci pelosi, ma che fa mondo), per la cultura non bisogna offrire prebende a teatro o festival o corporazioni più o meno engagé, ma agire su internet e televisione.

Dati statistici alla mano: ottanta italiani su cento non vanno a teatro neppure una volta all’anno, mentre il 60% non legge nulla, neanche la guida del telefono che non viene più inviata. Quanto ai musei, lasciamo andare, non vado a controllare perché sono già scoraggiato così…

In ogni caso, la cultura non rappresenta uno stagno in cui un’élite dagli squisiti gusti si rimira, e come in una vecchia canzone di Gaber può finalmente gioire: “quando leggo Hegel sono tutto compreso. Non per Hegel, naturalmente, ma per il mio fascino di studioso.”

In fondo è un riconoscimento, un complimento se aggiungiamo che il pubblico del teatro somiglia a un minimo orto umano dalle belle melanzane, i pomodori grassi e maturi, pronti per la raccolta. Una coltura già bella che coltivata. Diversamente, il nostro Paese, a fronte anche delle innumerevoli scemenze che possiamo leggere sui social network, urge di una nuova semina, di istruzione e non di contemplazione.

Pensiamo al recente grido di dolore pronunciato da Emma Dante, per la quale chiudere i teatri equivale a “dichiarare guerra alla cultura”. È un’iperbole enfatica e senza fondamento, una sciocchezza insomma (qualcuno spieghi alla Dante cosa sta succedendo negli ospedali), e però una ragione laterale, metonimica, gliela possiamo concedere: è almeno quarant’anni che abbiamo dichiarato guerra alla cultura, da quando in Rai non ci sono più autori come Umberto Eco, oppure il benemerito maestro Manzi.

Perché allora non ricorrere a forme concrete per incentivare la cultura, la cultura in senso antropologico e vissuto, la cultura che non chiede allo specchio ogni mattina: specchio specchio delle mie brame, chi è il più colto del reame?

Me ne vengono in mente un paio, ma il discorso è aperto. Intanto, maggiori fondi alla Rai per produrre programmi culturali; e che si lasci una buona volta la sottocultura alle reti commerciali. Quindi, alle stesse reti commerciali, sgravi fiscali per programmi con riconosciuto valore formativo. Contemporaneamente, si potrebbe finanziare quei canali su YouTube (penso a Barbasofia, dell’ottimo Matteo Saudino) in cui si cerca di fare, con mezzi poveri e di circostanza, della divulgazione culturale.

Per finire la scuola, scuola, scuola, questa parola dovremmo ripetercela come un mantra, e senza pregiudizi verso la didattica a distanza. Va benissimo anche il teatro, agevoliamo pure il settore, non sia mai detto che un Enrico IV abbia fatto male a qualcuno. Magari non durante la peggiore pandemia degli ultimi cento anni, ecco.


venerdì 30 ottobre 2020

Cui prodest?

George Steiner, dopo una vita di studio accanito e setaccio di ogni aspetto dell’umano scibile (pare che a sei anni già parlasse di Platone in greco antico, passando poi, nelle conversazioni col padre, al latino se l’argomento mutava alla storia romana, o all’inglese nel caso dell’opera di Shakespeare), George Stainer espresse infine un profondo scoramento: ma ha senso, ciò che faccio… Sono forse diventato, grazie ai miei studi, una persona diversa e migliore?

Ricavava il suo dubbio – la cultura non serve niente (semplifico) – da quanto riverbera dal pozzo oscuro del Novecento, con i militari nazisti che ascoltavano i deliziosi quartetti di Brahms, leggevano Goethe prima di addormentarsi, scrivendo lettere tenerissime ai figli; ma poi la mattina si recavano al lavoro ad Auschwitz o Buchenwald: Quanti dobbiamo gasarne oggi? chiedevano ancora assonnati al collega.

E che la storia si ripeta, prima come tragedia e poi come farsa, lo possiamo constatare in questi giorni: a cosa sono serviti i capolavori artistici percorsi dallo sguardo miope e attento di Sgarbi, quando i commessi del Parlamento lo trascinano fuori perché non vuole indossare la mascherina?


giovedì 29 ottobre 2020

Ulalalà

 


Prendere esempio dai francesi sulla scuola? Mettiamola così: un popolo che ha 70.000 contagi e chiama il computer ordinateur, cosa cazzo vuoi ne capisca di didattica a distanza; santa grazia se hanno scoperto, ma da poco, Space Invaders, una primizia tecnologica da far squittire il loro proverbiale ulalalà! Quanto all’Azzolina, temo sia rimasta ai cavallucci di legno.

Il fantasma Formaggino, o sulla regressione cognitiva di un intero continente

 


I francesi chiudono tutto tranne le scuole, con le tifoserie da social network a cui non sembra vero: bravi, bis, è così che si fa: la cultura tout d'abord! (e come se la didattica a distanza fosse incultura, ma lasciamo andare...).

Intanto, i campani e i lombardi e qualche regione ancora che ho scordato, chiudono le scuole superiori ma lasciano aperti i bar, almeno fino allo Spritz delle diciotto; e sono altre tifoserie a esultare, o, che poi è lo stesso, a spernacchiare: terroni del cazzo, abbasso i francesi mangia lumache, buu!

Alle diciotto, i tedeschi, stanno dove stanno e però fanno un saltino, poi una giravolta, falla un'altra volta, mentre gli inglesi dicono trentatré, anzi thirty three. Allora uno legge, ascolta tutti, ma a un certo punto gli viene un dubbio... E se la smettessimo con queste comparazioni idiote, che ne dite?

La verità – quella suggerita dai numeri, almeno – è che l'intero Occidente dello stramaledetto virus non ha capito una cippa, e più che lo strombazzato modello Italia (magari in Corea ci sarebbe qualcosina da imparare) vengono in mente i proverbiali italiano, inglese e francese delle barzellette, ad esempio quella del fantasma Formaggino.

Storielle che ti fanno sbellicare dalle risate fino a sei anni, ma poi, sempre più imbarazzato, comici a guardare gli altri come il gabbiere che scruta l'oceano, alla ricerca di una traccia di intelligenza adulta nascosta tra onde e gabbiani.

Macché, loro continuano a ridere: il fantasma Formaggino, uh uh uh, e nessuno sembra accorgersi che questa volta e se andiamo avanti così, sarà il fantasma Formaggino a spalmarci su un panino.


mercoledì 28 ottobre 2020

Qu'y a-t-il?

 

"Vous êtes en état d'arrestation." Arrestati per trafugamento di ceneri funerarie, a qualcun altro è accaduto? Per fortuna, dopo mezz'ora e aver setacciato ogni angolo dell'R5, trovammo la documentazione e fummo liberati. Ma ogni tanto mi riecheggia ancora la domanda del gendarme: "Qu'y a-t-il dans ce vase?" "Ehm, maman..." rispose la mia amica.

martedì 27 ottobre 2020

Giudicate, se non volete sprofondare nel si dice!


Non giudicate se non volete essere giudicati. Lo so che di teologia non frega niente a nessuno, ma ho talmente pochi follower che posso giocarmi anche quelli. Parlando di teologia.

Il mio sospetto è che la celebre frase contenuta nel Vangelo secondo Matteo (Matteo 7, 11) sia un'interpolazione postuma; o, comunque, frutto di una fantasia dell'evangelista, che dopo quasi cent'anni dalle vicende narrate si ritaglia uno spazio inventivo, una piccola apparizione come Hitchcock nei suoi film. Offrendo un'indicazione pedagogica assente in tutti gli altri vangeli, apocrifi compresi.

Un atteggiamento, il non giudizio, che ha avuto in seguito grande successo (parlo di atteggiamento verbale, non certo di pratica vissuta), al punto da diventare un mantra della New Age più rozza e corriva.

Quante volte vi sarà capitato di sentirivi dire dall'amico fricchettone, oppure dall'osteopata: non giudicare, accompagnando la frase con un sorrisetto di superiorità. E quante volte avete trattenuto il vostro vaffanculo. A me, almeno, è accaduto spesso. Bene, ora è il momento di tirarlo fuori!

Deduco il mio invito da una rilettura dell’intera parabola cristologica, ma al netto dello svarione di Matteo. Beh, facciamoci caso: è tutto un giudicare. Gesù giudica questo, quello, quell'altro ancora. Gesù giudica di continuo, e nel farlo è su di giri, ossia emotivamente coinvolto.

Certo, mi si potrebbe ribattere che Gesù era il figlio unigenito di Dio, "generato, non creato, della stessa sostanza del padre", come recita la Professione di fede cattolica. Eppure mi appare un'obiezione debole, quando il senso profondo dell'essere cristiani consiste proprio nell'immitatio christi: "il regno di Dio non viene in maniera da attirar gli sguardi, né si dirà: – Eccolo qui, o eccolo là, perché ecco, il regno di Dio è dentro di voi" (Luca 17, 20-21).

L'avverbio greco da cui viene ricavato il termine dentro è entos, che qualcuno, per scongiurare l'interpretazione gnostica, preferisce (un po' forzatamente) tradurre con tra: il regno di Dio è tra di voi. A me sembrano piuttosto vere entrambe: il regno è dentro perché siamo tra uomini e donne; o, meglio ancora, siamo nella nostra essenza (entos) quella relazione, siamo un tra.

C'è una bella poesia di Milo de Angelis, in cui, attribuendo la voce a un gruppo di medici chirurghi, conclude con le seguenti parole: "se ti togliamo ciò che non è tuo / non ti rimane niente".

Il qualcosa che ci costituisce, sembra suggerire il grande poeta milanese, è nella dialettica tra dentro e fuori, tra entos-dentro ed entos-tra, di cui già parlava Luca, che aggiunge: "O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?" (Luca 12, 15). 

Il giudizio di Dio si colloca dunque sopra, è un supergiudizio più che un pregiudizio, quasi fosse un dolly cinematografico che tutto abbraccia nel suo innalzarsi, mentre il giudizio dell'uomo è orizzontale, sorta di inquadraura frontale simile al ritratto della folla che avanza, nel Quarto Stato di Peliza da Volpedo.

Giudicando, infatti, noi non ci poniamo in una prospettiva di arrogante superiorità, ma al contrario riconosciamo la profonda influenza che gli altri hanno su di noi, e più che patirla apaticamente ci differenziamo nel gesto verbale del giudizio. Io sono (anche) il branco di skinhead che ha bruciato il clochard, ma proprio perché mi fanno schifo – giudizio – il noi comincia a diventare me, self. È ciò che gli psicologi chiamano formazione reattiva.

La mia rilettura, laica, del cristianesimo, è dunque quella di un processo psichico che prende avvio da un tutto indifferenziato, per separarsi e precisarsi nella relazione, non di rado culminante in attrito. Da cui tornare, arricchito della propria individualità, nell'insieme originario che lo costituisce, il suo entos più vero è profondo. Il regno.

Ciò che nel linguaggio teologico viene chiamato chenosi, è così, a un tempo, lo svuotamento del Logos divino in funzione dell'incarnazione, e di quello umano per poter essere riassorbito nella totalità relazionale dell'Essere. Ma nel frattempo giudico, perché è l'unico modo di affermare, come Cristo, la mia piena umanità, e quindi trascenderla.

Al contrario, chi ci invita con l'arroganza dei finti saggi a non giudicare, continua a sostare nella dimensione che Heidegger chiama del si dice: si dice di non giudicare, e io lo ripeto come il vitello che la notte richiama il fieno dall'abomaso, per ruminarlo una seconda volta. A questo modo non abbiamo un vero io ma nemmeno un tutto mistico, ma solo un noi acefalo che non sceglie, quando scegliere si rivela un equivalente pratico del giudizio.

Giudizio che, se focalizzato, ci porta a scorgere nell'invito al non giudizio un giudizio a potenza due: io giudico il tuo giudicare perché si dice che non si dovrebbe fare. Ma vedi un po' di andare affanculo, ma veramente, allora!