lunedì 21 maggio 2012

Speck, Bach, Brecht, un’agnizione prandiale



Mi sono accorto, a metà di un boccone fumante di lingua di vitello bollito con la salsina verde, che però non era un granché, almeno se paragonata a quella di Orestino, mi sono accorto che buona parte delle donne che io conosco e frequento non mangiano carne, molte neppure latticini, non mangiano questo o quello: e però conoscono alla perfezione i nomi e gli effetti dei fiori di Bach, che utilizzano con innegabile giovamento. Viceversa, quasi nessuna tra di esse ha confidenza con le opere di Brecht, un autore che considerano troppo razionale, e alle donne non piacciono le cose razionali, perché sei sempre così razionale?, non tenerti tutto dentro, devi imparare a esprimere le emozioni, la mente è la nostra zavorra, a me le donne dicono cose di questo genere, che magari c’hanno pure ragione, non voglio dire. In ogni caso, se escono da una libreria – le donne frequentano di preferenza le librerie Feltrinelli, e anche questo non l’ho mai capito… - stai sicuro che nella borsa non ci trovi La vita di Galileo, per dirne una. E dunque, semplificando, nel mio giro di conoscenze Bach – da non confondere con il compositore e nemmeno con la moglie di Ringo Star, il batterista più sopravvalutato del mondo – Bach vince ai punti su Brecht e fa cappotto con Speck, il prosciutto affumicato dell’Alto Adige. Detto ciò, non ho la minima idea di cosa questo possa significare, ma secondo me significherà pur qualcosa…

mercoledì 16 maggio 2012

Criticità, un lapillo rovente dal cratere della lingua

Criticità. Da alcuni anni sta guadagnando spazio questa espressione. Che è un sostantivo. Normalmente sono i sostantivi che si evolvono nella forma di aggettivi - bellezza\bello, forza\forzuto, sole\solare... - ma in qualche raro caso, come per l'aggettivo critico, avviene anche il contrario. Criticità è dunque un aggettivo sostantivato, come si dice. E che sta a indicare la qualità dinamica di una circostanza la cui soluzione si presenti difficoltosa, e di conseguenza necessiti un'interpretazione preliminare, adeguata a tale difficoltà. Tutto ciò si risolve in tre sole sillabe: problema, che è un altro sostantivo ma per così dire "nativo" (in realtà il linguaggio è completamente plasmato dentro il fango della storia, ma non andiamo troppo per il sottile). In ogni caso, quando viene utilizzato, in genere con austero compiacimento, il termine criticità sta implicitamente ad affermare: c'è un problema, c'è 'sto cavolo di problema che non sappiamo bene da che parte pigliare. L'ha detto anche Mario Monti proprio ieri, ha detto criticità a proposito della funzione di Equitalia, non potendo dire c'è 'sta cavolo di banda di stronzi che sta strozzando gli italiani. Ma quando noi prendiamo un lungo e corrucciato respiro, e poi ce ne usciamo con quel contorto singulto fonetico - criticità, faccio già fatica a scriverlo - al posto del rotondo ed eufonico problema, cosa stiamo suggerendo? Forse che un poco stronzi lo stiamo diventando anche noi, e invece di accordare le cadenze semplici e chiare e belle della lingua italiana, con i suoi sostantivi torniti da infinite generazioni d'uso, come per l'economia ci stiamo affidando ai derivati. Quindi ci arrampichiamo sugli specchi cacofonici di una neo-lingua che ha smesso di dire, di cantare le cose, e che dunque rappresenta un problema. Pardon, una criticità.

martedì 1 maggio 2012

Titanic, o sulla salute come libertà

Non ci furono testimoni. Non aveva l'aria di un evento storico. Un grosso blocco di ghiaccio si staccò da un ghiacciaio e con un potente boato precipitò in un fiordo. Probabilmente il ghiacciaio era lo Jakobshavn, origine della maggior parte degli iceberg più importanti del mondo e cent'anni fa anche quello che si spostava più velocemente, procedendo di quasi venti metri al giorno dalla calotta glaciale verso la costa occidentale della Groenlandia...

Inizia con queste parole il bellissimo libro dello storico inglese Richard Davenport-Hines, appena pubblicato da Einaudi con il titolo Lo spettro del ghiaccio. Trecentosettanta pagine fitte di eventi e puntuali annotazioni, di vicende storiche e personaggi come fili che si aggrovigliano, montano in forma di gomitolo, il gomitolo si fa valanga, precipita in massa indistinta ma leggera - ed è un piacere per le dita da sfogliare - fino a quella disgraziata notte del 12 aprile 1912. Tutto ciò ha un nome che abbiamo imparato a sillabare: Titanic.

Il Titanic come storia di storie, dunque. E ciò perché "la storia siamo noi", ci ricorda la vocina nasale di Francesco De Gregori in una celebre canzone di molti anni fa. E coerente con questa felice intuizione, proprio sul Titanic, anche lui, ci consegnò il suo album forse più toccato dalla grazia.

Ma non solo De Gregori e Davenport-Hines hanno preso ispirazione dalla sfortunata vicenda del transatlantico inglese. C'è tutta una lunga teoria di riflessioni storiche, filosofiche, scientifiche ma anche di gesti artistici, che fanno di quella remota tragedia un segno inaugurale e conclusivo al tempo stesso. Con l'affondamento del Titanic un'epoca, la Belle Epoque, si estingue con il fragore di un dinosauro sfinito, lasciando al suo posto un uovo che si sarebbe schiuso solo nei decenni successivi, ma mai del tutto, e la cui incrinatura si riflette ancora minacciosa sul presente.

E allora proviamo a seguire anche noi una barchetta in mezzo al mare, una barchetta come nelle favole e che di piccino ha però solamente il nome: nella realtà misurava 269 metri, era larga 28 e pesava  46.328 tonnellate. Per usare ancora le parole di Francesco De Gregori, più che una nave era "fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo e fantasia, molecole d'acciaio, pistone, rabbia, guerra lampo e poesia." Tanti sostantivi che si possono forse comprimere in due sole sillabe: mito. Il Titanic, nell'opinione comune, già da allora rappresentava il mito riassuntivo dello slancio ottimistico che ha caratterizzato il passaggio di secolo, e che ha trovato nell'impresa scientifica e tecnica la più convinta espressione, con un altro sostantivo quale sostituto verbale: progresso.

Ma come tutti i miti, anche quello del progresso, quello del Titanic, possiede una natura ambivalente e paradossale. Un mito che ha impiegato non più di due ore e quaranta minuti - dalle 23.40 dell'impatto dello scafo con la montagna di ghiaccio fino alle 2.20, quando ritroviamo solamente mare, un mare gelido e scuro trapuntato da minuscole scialuppe - per essere riconsegnato al vertiginoso cielo delle idee.

La prima idea che ci viene sfogliando il grande libro del Titanic è che davvero tutto, come in un gioco di specchi, di rifrazioni senza fine, può essere ricompreso dentro la sua rotta mutilata. La salute e la malattia, ad esempio. Per la medicina occidentale la salute del corpo sta racchiusa giù nella sala macchine, e il compito del medico, come quello del meccanico di bordo del Titanic, consiste nel mantenere in uno stato di equilibrio dinamico gli indicatori di funzionamento: lancette, manopole, spie luccicanti, moti idraulici e meccanici. La salute non è nient'altro che un motore, e la malattia l'imperfezione dei suoi ingranaggi.

Ma la turista americana che ritorna al casa dopo aver visitato la vecchia Europa - un bel cappellino di paglia acquistato vicino a Piccadilly Circus - probabilmente non sarebbe d'accordo. Per lei, la salute, supremo bene delle sue lunghe membra intorpidite, sta in quel sole tiepido che l'accarezza mentre sta distesa su un lettino del ponte A. Non troppo scoperto, il corpo, siamo nel 1912 ed è solamente aprile, ma quel tanto perché dal cotone spesso si insinui la primavera con le sue dolci promesse. La salute corrisponde dunque a tutto ciò: non un austero referto meccanico, ma accordo con il presente e promessa di futuro.

Ecco però che arriva un nuovo passeggero curvo in un giacchetta rattoppata, a dirci che quel futuro non esiste, che nel futuro di tutti ci sta solo un immenso iceberg proteso. Per questo la percezione attuale, da cartina di tornasole della salute, viene degradata a semplice benessere, quando non a inganno e frode della fantasia. Comunque un piccolo starnuto nel vento maestro del possibile, piccolo quanto la salute pensata dalla medicina, che non sa guardare oltre le leve e i pistoni della macchina organica.

Per il nostro passeggero, che chiameremo provvisoriamente signor Sotuttoio, la salute consiste invece nella consapevolezza dell'impatto imminente. Ma anche nella capacità di superare astrattamente quella soglia, guardando al destino umano come a una mappa nautica di rotte inconcluse, acquisizioni precarie, gesti mancati che si intersecano di continuo. La salute filosofica corrisponderà allora a un nuovo livello dell'interpretazione: lo scarto che muove dallo scarabocchio contingente alla compiutezza del disegno universale, quand'anche fosse l'idea che è tutto e solo scarabocchio.

Esiste però anche un'idea di salute che deriviamo dal parroco di bordo del Titanic. Intanto, anche per lui e per la maggior parte delle religioni l'impatto con l'iceberg è inevitabile, ma non rappresenta il momento conclusivo del nostro viaggio. Dopo questo primo tragitto - a termine -, come per Platone esiste una seconda navigazione, la cui destinazione non è certa ma le cui valige vanno preparate con largo anticipo. La salute religiosa consisterà allora nel disporci al trasbordo: dalla prima imbarcazione alla successiva, dal provvisorio viaggio tra i ghiacci all'infinita crociera tra le stelle.

Infine, possiamo forse ricavare un'ultima idea di salute alternativa alle precedenti. Chi l'ha detto, infatti, che siamo imbarcati su una metaforica nave, impegnati in un viaggio al cui termine ci attende l'abbraccio gelido di "un'enorme donna bianca, che di guardarla uno non si stanca"? L'esperienza, direte voi. Ma cos'è l'esperienza, rintuzzerebbe un fautore di questa diversa concezione della salute, una domanda che non so in quale altra voce potrebbe risuonare se non forse in quella chioccia del pappagallino del nostromo, che vive nelle pienezza del biscotto presente: e non esistono altri biscotti, quel biscotto è tutti i biscotti che da sempre sono e saranno.

L'esperienza, per il nostro pappagallo giallo, verde e rosso consiste allora in un biscotto, già che il passato sedimenta nella mente e sempre nella mente, di conseguenza, ha il suo unico principio di realtà. Ma anche per alcune tradizioni di pensiero, in particolare orientali, il passato non esiste, confinato a un presente che lo attualizza nel burattino della memoria, sempre mosso a partire da fili invisibili che si muovono da qui, da ora. E così il futuro, per la stessa ragione, non esiste, non lasciando in questo caso nemmeno una labile bava di lumachina.

Esiste dunque solo il presente, la percezione del presente, che davvero è tutto, anzi: il Tutto.

Stabilire chi tra i diversi viandanti dell'oceano abbia diritto all'ultima parola sulla salute, il bene, la felicità terrena, non è certo compito o ambizione di queste notarelle sparse. Ma quando qualcuno, compreso un medico ornato dalla collana lucente del suo stetoscopio, pretende stabilire come io stia, prescrivendo i miei comportamenti, limitando le scelte fondamentali della mia vita, mi piacerebbe ricordarmi che egli sta parlando dall'oblò di uno dei tanti livelli in cui è suddivisa la carcassa del Titanic, dimenticando forse quanto è grande l'intero bestione.

Come abbiamo visto c'è la sala macchine - dove ha sede il nostro hardware biologico, per così dire -, ma anche le cuccette della terza classe, della seconda, della prima e poi le cucine, la grande sala ballo con i musici in marsina e capelli impomatati, una sedia vuota su cui è posato un cappellino di paglia acquistato vicino a Piccadilly Circus. C'è insomma anche una storia umana, una viva tradizione. Io sono tutto questo - passato e futuro e corpo - ma molto ancora. Tra cui l'infinito presente che lumeggia negli ombrellini colorati dei cocktail, il sole tiepido e amico, la libertà dell'attimo con i cui gabbiani pennellano improvvise cabrate nel volo. E così decidere dove di volta in volta collocarci nella crociera della vita, è compito e diritto di ciascuno. Non lasciamocelo rubare! Nemmeno dalla paura, o dall'ansia di raggiungere troppo presto quel ghiacciolone che ci sussurra vieni, vieni, vieni...

domenica 29 aprile 2012

A ciascuno il suo, o sulla misura verbale delle nostre spalle

Ieri stavo per dire una cosa bruttissima. Ho incontrato a un concerto degli Alligator Nail una giovane donna che conosco da tempo. Non siamo propriamente amici, ma insomma.  Mi è comunque molto simpatica, anche se l'avverto come definitivamente lontana dai miei pensieri, i miei gusti, ossia da quel fragile castello di carte che nei momenti di maggiore ottimismo chiamiamo io.

Lei a un tratto e senza un apparente accordo al contesto, mi dice: Non ho ancora avuto il tempo di dare un'occhiata a quel che scrivi. E io - ecco la cosa bruttissima - stavo per risponderle: Va bene così, non preoccuparti. Forse è anche meglio. Non sei tu quella a cui mi rivolgo quando pigio le dita su una tastiera.

Risposta che per fortuna non è uscita dalle mie labbra, ed è stata intercettata con anticipo dai gendarmi che sorvegliano la dogana dell'espressione. Ma forse proprio perché bloccata a questo modo, senza i documenti di un accettabile galateo, la frase è rimasta per molto tempo a ciondolare sul confine delle mie certezze, in attesa di una risposta più persuasiva. Che è dunque l'oggetto della mia riflessione attuale.

E' vero, è inutile essere ipocriti: ci sono alcune persone che vengono escluse dalle intenzioni dei nostri gesti, siano essi fisici o comunicativi. I pubblicitari questa condizione la conoscono benissimo, e la chiamano target. Ma anche in linguistica, da molto tempo, si è fatta spazio una simile intuizione, ricapitolata dentro la nozione di lettore implicito. Ogni esercizio narrativo somiglia insomma a una lettera: non si scrive qualcosa ma si scrive a qualcuno, nella migliore delle ipotesi a molti, ma mai a tutti.

Per travasare i propri pensieri sopra a un foglio - elettronico o cartaceo poco importa - è dunque necessario uno sforzo preliminare. Quello di collocare al centro del palcoscenico dell'immaginazione un interlocutore potenziale, uno soltanto, con i suoi tic e le sue manie, appetiti e idiosincrasie, un soggetto astratto ma pienamente definito in ogni suo aspetto, che con le nostre parole ci assumiamo l'impegno di prendere per mano e condurre a un ideale accordo tra di noi.

In una bellissima e recente conversazione pubblicata sul web, il famoso psicanalista Massimo Recalcati dichiara di essere stato un bambino con grossi disturbi di comprensione, uno dei pochi ancora bocciati nel corso scolastico elementare, ammette senza i falsi pudori dello status acquisito. Per questa ragione, aggiunge, ora sente il bisogno di depurare il pensiero di Lacan dalle sue vezzose tortuosità, restituendolo nel modo più semplice e chiaro. E ciò come se dovesse farlo comprendere, nella sua accessibile sillabazione, anche al bambino un poco "idiota" che fu, in un corto circuito tra presente e passato che io trovo commovente.

Sembra che il Recalcati adulto voglia caricare sulle spalle della sua attuale intelligenza anche il Massimo bambino, e alla maniera di Enea con il vecchio padre Anchise trasportarlo fino alla terra promessa della comprensione. Solo che il vecchio, qui, si trasforma nel fanciullo, in Ascanio, restituendo valore tripolare all'apparente contrapposizione di padre e figlio. La funzione adulta del pensiero diviene così quella di una sorta di spoletta tra le diverse generazioni del sé.

Questo estensione psicanalitica alle teoria della comunicazione narrativa, io la trovo in ogni caso molto suggestiva. Mi ricorda un altro aneddoto riferito ai primi anni settanta, riportato da Giuseppe Pontiggia nei suoi seminari di scrittura. Il New York Times era in sciopero da lungo tempo, una vertenza sindacale per il rinnovo del contratto, ora non so bene. Un giornalista di una diversa testata era quindi andato a intervistare il direttore del NYT, con cui aveva discusso la materia del contendere. Quando il colloquio tra i due si avviava al termine, il giornalista richiese però anche un parere sui recenti sviluppi della guerra in Vietnam. Al che, il direttore replicò serafico: Mi dispiace, a questa domanda non sono in grado di rispondere. Come vede, siamo in sciopero.

Ma come siete in sciopero?, sbottò l'altro con allibito dispetto. Lei è il direttore del New York Times, uno dei giornali più importanti del mondo - più "autorevoli", si direbbe adesso -, lei è un uomo colto, un famoso giornalista, un intellettuale perfino, e non è in grado di formulare un'opinione su una questione tanto capitale, che coinvolge le discussioni di semplici cittadini anche nei bar, alla fermata degli autobus, nel mesto andirivieni delle sale d'attesa dei dentisti... E cosa c'entra lo sciopero con tutto ciò?!

Ha ragione, rispose il direttore del quotidiano dopo una lunga pausa. E senza scomporsi proseguì: Io sono il direttore del New York Times e non possiedo un'opinione sulla maggiore catastrofe in cui è invischiato il nostro Paese. E però, vede, essendo in sciopero da oltre una settimana, io da quella data non sto più scrivendo. E se non scrivo, come faccio a sapere quel che penso?

Se non scrivo non posso sapere quel che penso... Non male, vero?

Scrivere per pensare e non, come si crede ingenuamente, pensare per scrivere. Ma a questo modo anche il direttore del New York Times prendeva per mano il bambino che era stato, si caricava sulle spalle il vecchio che sarà. Uno slancio della pietas precristiana che può avvenire solo con l'ausilio di quell'affilatissima picozza che è la parola, con cui accompagnare entrambi - il vecchio e il bambino - alla soglia di un'opinione condivisa.

Una dialettica interna, insomma, prima ancora che un composto giudizio pubblico. Senza parole, e dunque anche senza scrittura, non esiste infatti neppure opinione, pensiero, concetto, perché diversamente da quanto pensava Socrate le conoscenze non diventano disponibili solo nel rapporto con un altro, ma dallo sporgersi attento sul proprio pozzo privato. Diversamente anche da quanto creduto da Platone, le idee personali non sono però ferme e immutabili come pescetti, da infilzare già belli e cotti a pelo d'acqua, ma hanno la mobile forma discorsiva di un'anguilla.

Tornando allora alla giovane donna di ieri sera: non è tanto importante, davvero, che lei legga quel che scrivo. Non che io la ritenga meno colta o intelligente o sgamata di me, ma è semplicemente troppo diversa perché io mi possa rispecchiare in lei, e lei in quel bambino e in quel vecchio, così simili al mio ritratto, con cui provo ogni volta a dialogare. Ognuno ha la sua famiglia, per così dire. E spalle troppo piccole per caricarci sopra il mondo intero.

martedì 24 aprile 2012

Ti volevo un attimo briffare, o sulla lingua dell'Altro


"Ti volevo un attimo briffare sulla cosa". Ecco, non c'è probabilmente bisogno di aggiungere alcun commento. Niente, almeno, su ciò che da tale stralcio di conversazione telefonica si deduce, ma piuttosto sul come, sulle parole con cui si dice. Neppure è tanto importante sapere che a pronunciarle, in questo caso, è Nicole Minetti parlando con l'amica di una serata da organizzare con il Presidente del consiglio, quello ancora in carica quando le due ragazze programmano il festino. Sarebbe sufficiente se anche fosse stato un ragazzetto di quindici anni chattando su facebook, o la vicina di tappetino durante una lezione di Pilates, ti volevo un attimo briffare sulla cosa, questa non è più lingua italiana ma una diversa manifestazione vocale. Cerchiamo di capire.

Quelli che tutti giornali riportano, e noi con loro, sono con ogni evidenza altri suoni, altri segni e soprattutto altrimenti da come noi ci autopercepiamo nei confronti di un ideale interlocutore, senza con ciò volere esprimere alcun giudizio morale su chi si esprime in tal modo. Una sensazione di totale estraneità, di incomprensione radicale, che a chi legge questo blog sarà di certo già capitata. Ma non possiamo negare anche una sorta di risentimento interiore, se vogliamo anche un po' snob, che trova ad esempio espressione nel cinema di Nanni Moretti, e in particolare nel suo urlo liberatorio al termine di una memorabile sequenza di Palombella rossa, così rivolgendosi a una giornalista particolarmente disinvolta: "Ma come parla, come parla... le parole sono importanti: COME PARLA!?"

A maggior ragione tale sensazione, da fisica, viscerale, si farà strada nel pensiero se facciamo tesoro di quanto linguistica e antropologia sostengono riguardo la funzione aggregante di un idioma, riconosciuto quale principale fondamento di una comunità umana strutturata, con il suo ethos che discende dai dispositivi significanti della lingua stessa.

Non siamo infatti noi a parlare originariamente una lingua, ma da essa siamo come parlati, preintenzionati, diretti attraverso i codici inerenti quella specifica modulazione verbale, ad articolare il discorso prima ancora che apriamo bocca. Ed è dunque sempre la nostra vecchia lingua, con le sue strutture sintattiche, vocalità acquisite, radici semantiche occulte a rilasciare il sovrasenso di cui è portatrice ogni singola parola, dopo che questo si sia sedimentato nei calchi fono-grafici di una cultura viva e radiante, allo stesso modo di una pietra rimasta esposta al calore per molto tempo.

Oppure possiamo immaginare un linguaggio come una cialda di Alka-Seltzer, che si discioglie in bollicine a contatto con l'acqua del bicchiere. Bene, se la pasticca è la lingua l'acqua che l'attiva sarà allora l'esperienza concreta dei singoli parlanti, mentre le pareti solide del bicchiere saranno quelle normative e giuridiche dei saperei costituiti, che ne limitano l'azione in una forma ora nuovamente pubblica e controllata dalle istituzioni (l'Università, in primis).

Il celebre psicanalista francese Jacques Lacan chiamava, al solito enigmaticamente, Grand Autre tale giacimento linguistico di significato, con un nome che ne rimarca l'irriducibile alterità. Ma in fondo la sua lambiccata riflessione contiene un'intuizione perfino elementare. C'è infatti il mondo, che è per definizione altro da noi, quale luogo dell'esperienza. Esiste poi la percezione che rappresenta il nostro proprio. Quindi c'è il significato da assegnare alla percezione che discende dall'esperienza, e in cui Lacan ha visto qualcosa come un altro di carattere più generale e condiviso, un Grande Altro, a sottolineare come nel processo di significazione entrino in gioco categorie che esorbitano il soggetto titolare del processo di nominazione, e che sono ereditate quale sorta di dna di ogni lingua.

Il Grande Altro, detta diversamente, rappresenta il codice simbolico che precede e quindi informa il giudizio - estetico, morale, perfino logico, alle volte - ed è dunque il campo in cui è primariamente insediata la contesa del Potere. Il Potere si nasconde insomma nel risvolto delle parole, pronto a sgusciar fuori quando meno te l'aspetti, come l'asso dalla manica del baro.

E così Nicole Minetti, quando briffa per telefono l'amica sulla cosa, manifesta probabilmente oltre le sue intenzioni la natura aliena del linguaggio, che produce e ricapitola le dinamiche vecchie e nuove del Potere . Vecchie e nuove, sì, perché Minetti e chi parla nello stesso modo, così dicendo dichiara la sorgente altra del suo Grande Altro, se ci perdonate il bisticcio di parole. Una sorta di alterità al quadrato: il suo altro è altro da lei ma anche dal nostro altro, direbbe ancora Lacan aggrottando le folte ciglia, ossia divergente dai poteri consolidati in antiche grammatiche ed esausti galatei.

Diversamente, quella che sgorga garrula dagli infiniti cellulari posti sotto controllo per poi colare, sempre più vischiosa, nelle pagine dei giornali e tra le maglie del web, è una neo-lingua smozzicata e intrisa di anglicismi, ormai distante dalle facoltà umane di riconoscimento reciproco. Un po' come il palloncino che si congeda dalle mani di un bimbo distratto: un puntino bianco che si confonde con le nuvole soffici e chiare, prima di disperdersi nel blu.

Ma se per il bambino è già pronto l'uomo dei palloncini con la bombola satura di elio, nella divaricazione babelica e postmoderna dei linguaggi viene a mancare quella comune radice linguistica che è fonte del patto sociale, rendendo impraticabile anche il lavoro di sillabazione della politca. Dato un medesimo sfondo, un comune panorama simbolico di riferimento, il gesto politico cerca infatti di indirizzare la discussione verso un recupero impossibile della parola parlata - un gesto perciò sempre rinviato, in fieri -, forzandola dentro gli argini fasulli del concetto.

In ogni caso, questo slancio ottimistico della volontà verbale, benché utopico, non è del tutto vano, perché produce azione sociale e trasformazione storica, concorrendo così alla gestazione di nuovi nuclei significanti, che si depositeranno anch'essi nella lingua modificandone progressivamente i simboli e le strutture.

Ma il movimento della politica non può fondarsi unicamente sulla razionalità discorsiva, riuscendo a dispiegarsi solo a partire da quella convergenza simbolica che, come abbiamo visto, scava la sua tana dentro la caverna ombrosa di ogni lingua. Non è dunque una casualità se anche la prassi democratica prevede alcune forme di ostracismo - la messa al bando di partiti e movimenti che si richiamino espressamente al Nazismo, ad esempio -, già che senza una concordanza grammaticale non può nemmeno esserci lo scioglimento sintattico prodotto dalla dialettica delle parti, ma solo un conflitto pre-razionale tra brontolii semantici tra loro inconciliabili.

O se preferite, la democrazia contiene al suo interno un nucleo non negoziabile di Potere, che, per essere efficiente e riprendendo una metafora cara a Jean Baudrillard, deve rimanere sigillato dentro le pareti occulte della lingua, così come i lingotti d'oro vengono seppelliti nei forzieri delle banche centrali. Tale gesto di sostituzione assicura al sistema economico l'autorità del suo ordine formale, mentre nel linguaggio - sempre fondato su una sostituzione - sì dà la circolazione delle opinioni in parte però già preformate. Di conseguenza anche la lingua, senza un giacimento aurifero sottratto all'evidenza, si consegna all'inflazione dei significati, insieme alla comunicazione che equivarrà allora alla lieve e contingente oscillazione valutaria. Sempre arginata dai limiti taciuti del Potere, sia chiaro.

Ecco, io trovo allora che le parole di  Nicole Minetti, per quanto estorte da una conversazione privata, testimonino il raggiungimento di tale livello zero della comunicazione, che conduce a un'impasse dell'economia sociale: tra noi e loro, tra il nostro altro e il loro altro, sono venuti meno i codici linguistici di raccordo. E dunque anche una politica fondata sulla logica e la mediazione discorsiva, a queste condizioni, non è più praticabile. Perciò la nuova politica si offre solo nelle forme del dominio e dell'insubordinazione: o stai con quelli che briffano e cosano, o stai contro di loro per vincerli, cacciarli dal tempio, imporre il sigillo del tuo verbo sopra a quel che le orecchie intendono come la miseria del loro balbettare.

Una politica ulteriore, già che la nozione di novità è ormai ostaggio permanente del marketing elettorale, si darà allora solamente nelle forme agite del conflitto sociale. Oppure - ma qui siamo in piena utopia edificante - in quelle meditate dello studio, della conoscenza, del lento e faticoso ripristino di una lingua veicolare, in cui tutti possano nuovamente riconoscersi e comunicare. Ma forse, più realisticamente, sarà lingua di "cose da briffare". E allora dovrà essere la pigrizia nostalgica di un rassicurante petrarchismo a essere accompagnata alla porta dalla caotica vitalità dei nuovi barbari. Dal momento che posti in piedi, a questo eterno show che si rinnova tra la laringe e il palato, non se ne danno.

L’alluce e il libro, o sul destino comico dell’Occidente



Io possiedo moltissimi libri. Non che li legga tutti, anzi una minima parte, e però continuo ad acquistarne per accumularli sugli scaffali esausti della libreria Billy, l’unico mobile Ikea che sono riuscito a montare da solo, seguendo i disegnini. Ma il mio appartamento milanese contiene solo quattro Billy, e così la maggior parte dei libri, ancora intonsi, vengono dirottati a Sondrio, dove vive anche mia madre.

Mia madre di lavoro faceva la maestra, insegnava ai bambini a leggere e scrivere. Due cose che solo da grandi si impara a tenere separate – la scrittura e la lettura – e non è detto che questo sia propriamente un guadagno. Una volta ho incontrato un aspirante poeta che, alla mia domanda su cosa stava leggendo, ha risposto serafico: Io le scrivo, le poesie. Non devo mica leggerle.

Forse per questo – tenere a debita distanza la boria autoriale – mia mamma ancora adesso legge molti libri, e mi corregge se uso un’espressione gergale o maltratto in qualsiasi modo la grammatica e la sintassi italiane, con l’eccezione del dialetto che considera una lingua di pari dignità.

Ad esempio, se dico a qualcuno “buona serata”, mettiamo che abbia appena finito di cenare e stia parlando al telefono, lei inizia a borbottare che le persone normali non fanno le serate: hanno delle semplici sere, quiete sere di fronte alla televisione, con l’unico vezzo di una fumante tisana alla melissa. Allora bisogna dire buona sera, cos’è questa mania delle serate, siam mica diventati tutti Gianni Agnelli, o suo nipote Lapo Elkann.

Insomma, credo che sia chiaro il tipo: anziana maestra in pensione, che si distingue dallo stereotipo della professoressa di lettere o latino per un atteggiamento molto più concreto, non reverente verso la cultura che pure ama e frequenta.

Sarà forse per questo lato artigianale della sua professione che, ogni tanto, mia madre prende un libro – un mio libro, meglio, uno dei tanti che pesca a casaccio da uno scaffale – e lo infila tra lo stipite e l’anta della finestra, per non farla sbattere nei mesi estivi e spesso anche in quelli invernali, ché l’aria deve scorrere abbondante in una casa, o almeno così stava scritto nell’inserto salute di un qualche quotidiano.

Ma cos’è, esattamente, la salute?

La salute è un’idea, a ben pensarci. O meglio un’ideologia, un mito moderno, una scintilla gnostica spersa in una trama vischiosa e indifferente, e tutt’al più si può parlare ragionevolmente di benessere, l'immaginario punto dinamico di equilibrio tra opposte funzioni: la vita e la morte, semplificando al massimo l’equazione della vita. 

Così, quando gli opposti non si integrano o bilanciano, abbiamo la malattia, il degrado fisico, i mobili che cascano sotto al peso dei vecchi libri. Mentre nel campo dello spirito, possiamo immaginare un correlativo nella struttura drammaturgica della tragedia, o in quella pseudo-tragedia costituita dai fantasmi petulanti della mente, ora chiamati nevrosi.

Se la malattia trova il suo equivalente narratologico nella tragedia, la nevrosi, un male che istituisce se stesso per poter godere del suo proprio e tangibilissimo dolore (immaginiamo una libreria Billy che si monta da sé, come quei libri per bambini in cui intere città di carta si levano d'incanto allo sfogliare della pagine), la nevrosi potremmo allora vederla come una variazione del registro comico, o se preferite farsesco.

La natura eminentemente nevrotica – e dunque farsesca – nel rapporto di molti figli con i loro genitori, specie con il passare degli anni, io l’ho scoperta la prima volta che ho ritrovato un (mio) libro conficcato nel vano di una finestra socchiusa, un (mio) libro stropicciato e fradicio dei goccioloni di un ringhioso temporale estivo!

Alla sfuriata da bambino tradito nel possesso dei suoi balocchi (ho 46 anni), mia madre (che ne ha 75) ha reagito ricordandomi di come la sera prima, pure io, cosa alzo tanto la voce, non avevo portato i sacchetti gialli della plastica in strada. E così ora bisogna aspettare un’intera settimana, per la nuova raccolta differenziata.

Cosa c’entra, uff… adesso cosa c'entra la raccolta differenziata con il (mio) libro?! Ok, si trattava di un autore danese pubblicato nei tascabili Feltrinelli, non una grave perdita, ma non potevo ugualmente fargliela passare liscia. Cosa c'entra, ho proseguito dunque con voce piccata, cosa cavolo c'entrano le bottiglie vuote della Levissima e la plastica del prosciutto cotto sottovuoto con il (mio) libro trattato in quel modo indegno, offeso, rovinato dagli stipiti e dalla pioggia e poi comunque son sempre quattrini, argomento a cui mia madre è generalmente sensibile.

E allora tu, ribatte lei, che è da tre mesi che non ti tagli le unghie dei piedi!

Ecco, ora prendete questa conversazione surreale e spalmatela sull’arco di almeno dieci anni. Tempo in cui mia madre ha perseverato nell’incuneare i miei libri dentro a porte e finestre, solo che adesso ha imparato a negare il fatto nei suoi numerosi effetti, per altro visibilissimi, e io per ripicca non mi taglio le unghie dei piedi o faccio la raccolta differenziata, prendete questa scenetta e avrete l’essenza formale del comico: la disfunzione.

Cos’è, infatti, la disfunzione, se non l’incapacità a scorgere in un oggetto una funzione diversa da quella consueta? Con questo imprimendo alle due funzioni – l’abituale e l’inaudita – uno stridore sinistro, ma esilarante se osservato da un punto di vista esterno da cui contemplare l’attrito.

E ho parlato di oggetto ma, naturalmente, tale attributo di cosa può venire a possederlo anche un sentimento o un pensiero in forma reificata, che è un altro sintomo tipico della disfunzionalità nevrotica: l’essere incapaci di empatia, di intendere il “gioco”dell’altro nella sua forma storicizzata e fluida, fissando al contrario l’esperienza nella meccanica della ripetizione.

Non è così leggendolo dentro i miei libri che ho compreso la natura una volta tragica, ma ora comica, di buona parte delle relazioni che intratteniamo con chi ci è più vicino. No, l’ho capito dalla copertina, già che le verità più profonde, per paradosso, spesso sono proprio quelle che stanno a galla e che non vengono occultare, come la nudità del Re.

Copertine segnate, macilente, stropicciate. Copertine passate attraverso l’incudine di una porta e il martello di una finestra che sbatte. Ma a ben vedere sempre copertine sono, involucri. Ciò che ci sta dentro è materia ­ – pagine, carta, cellulosa compressa, dunque ottimo cuneo provvisorio per serramenti ventilati – ma anche spirito – idee, passioni, teoremi, estro felice e cresta spumante dei giorni, che poi si avvita nella risacca cupa del tempo.

Spirito e materia, già. Vita e morte, ancora, vecchie madri e non più giovani figli. Difficile metterli d’accordo, montare l’infinita biblioteca senza l’ausilio di uno straccio di disegnino. E così, alla maniera di una scala che si arrotoli verso il cielo, io continuo a lasciar fiorire le unghie dei miei piedi. Per poi ripercorrere quella scala alla rovescia, come uno scivolo che mi riprecipiti giù giù negli abissi del comico.

mercoledì 11 aprile 2012

"Ti stimo moltissmo", o sull'amore senza amore


Seguendo l'eccentrica proposta teologica di Igor Sibaldi, o meglio buttandogli inizialmente un occhio nella forma estrema della pigrizia, quella del dvd ricavato dalle sue conferenze di esegesi biblica, ho scoperto una cosa probabilmente già nota ai più, ma per me nuova ed estremamente interessante. In particolare l'analisi del passo seguente, da Giovanni 21, 15-19, che gli occhi me li ha fatti spalancare tutti e due:

Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle».

Il dialogo appena trascritto deriva da una doppia traduzione, dal latino all'italiano ma ancor prima al latino dal greco, lingua in cui sono stati scritti tutti i vangeli canonici. Diversamente da quando avviene nel nostro lessico, in greco non esisteva però un solo termine per definire l'amore, che veniva espresso in tre forme alternative: eros, philia ed agapè.

Rivedendo allora l’intero dialogo in una prospettiva linguistica, come ci invita a fare Igor Sibaldi forse memore dei suoi trascorsi da slavista, lo possiamo comprendere nella sua corretta intenzione. Quando Cristo, la prima volta, chiede a Pietro se lo ama, gli domanda infatti:

- Agapas me?

Che significa: mi ami tu di un amore totalmente disinteressato, intimo, fraterno? Distinto sia dal fervore sensuale, proprio dell'eros, sia dalla generica simpatia quale ritroviamo nell'amicizia virile per i greci, che ha il suo correlato nella nozione di philia. Philo è anche il prefisso da cui discendono molti termini attuali, tra cui filo-sofia, filo-logia, fil-antropia, a suggerire un sentimento di buona disposizione verso oggetti o categorie inanimate del pensiero. Ma non si può provare agapè per un oggetto o una forma astratta, già che l'amore agapico prevede la fusione, la comunanza sentimentale. Semplificando di molto, potremmo dire che agapè ha un'intonazione più "profonda" di philia.

Bene, date queste informazioni preliminari, è interessante vedere non solo
cosa Pietro replica alla precisa domanda di Cristo - Agapas me? -, ma come, con quali parole lo fa nel testo originale. In greco, e sempre per il tramite del buon Sibaldi, ciò che lui unicamente riesce a dire suona dunque così:

- Philoo se.

Pietro non risponde quindi "sì, ti amo", come vuole la nostra errata traduzione, e piuttosto qualcosa come "sì, ti amo, ma..." E cioè ti amo in modo differente da quello che mi richiedi: provando philia, non agapè.

Cristo ripete allora la domanda, per sincerarsi se c'è stato fraintendimento, e non come si è creduto per oscure ragioni anagogiche, ma anche in questo secondo caso Pietro si limita a dichiarare la sua philia, eludendo la richiesta di agapè. Al terzo tentativo è però la domanda di Cristo a mutare, ora rivolgendosi a Pietro con le seguenti parole:

- Phileis me?

Come si può vedere, Cristo sta ora utilizzando il medesimo verbo delle precedenti risposte di Pietro, il verbo filéio. Ed è così che i due posso finalmente incontrarsi su tale piano, quello della philia, dell'amore amicale, ribadito in forma immutata dalla conclusiva risposta del discepolo:

- Philoo se.

Per tre volte, come quando ha rinnegato il suo Messia nelle scene concitate della cattura, Pietro attesta il sentimento della philia, senza mai giungere all'intima pienezza fusionale dell'agapè. Una condizione che
, nella prospettiva escatologica del cristianesimo, fa dell'uomo mortale l'agnello pasquale, ossia il simbolo che nell'imitatio Christi riesce a superare la morte stessa. Pietro può dunque solo "pascere le sue pecorelle" - essere cioè la regola, la norma prescrittiva di ogni religione mondana - ma non farsi pecorella egli stesso. E ciò perché egli è sprovvisto d'agapè.

Bene, ma la domanda a questo punto diventa: perché, Guido Hauser, ci stai raccontando tutte queste belle cose, per farci vedere quando sei istruito, sapiente, ganzo? Non ci risulta che Fontana con soldino sia diventato un blog di esegesi scritturale…

Obiezione accolta. Colpito ma, forse, non affondato. Sto infatti scrivendo dello scambio tra Cristo e Pietro perché l'ho trovato di un'attualità imbarazzante. A solo titolo d'esempio, a me suggerisce un dialogo simile, se non addirittura quasi identico, che ricaviamo da un film emblematico della nostra contemporaneità, non a caso definito film
di culto (l'ambito religioso del complemento probabilmente non è casuale). Ma senza aggiungere altro, vediamo se lo riconoscete:

- Mi ami, Pina?

La Pina non risponde.

- Mi ami, Pina?

La Pina non risponde.

- Mi ami, Pina?

E la Pina, finalmente, con un filo di voce:

- Ti stimo moltissimo, Ugo.

Sì, certo, si tratta proprio della sequenza che vede protagonisti il rag. Ugo Fantozzi e sua moglie Pina, contenuta in uno o forse in tutti i film della serie Fantozzi. I due non si dichiarano infatti il loro amore, ma sempre, e con patetica ostinazione, la loro reciproca stima. Come a dire che anche in questo tempo, proprio come nella Galilea sotto Augusto, con un cuore tiepido sì può solo pascere gli agnelli, quando non essere lupi. Ciò che rimane, è la consolazione di una mesta philia.

Provando allora a ritradurre con linguaggio attuale, ma finalmente corretto, il celebre passo dall'ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni, ne uscirebbe probabilmente qualcosa del genere:

- Pietro,
insomma, me lo vuoi dire una buona volta se mi ami?

- Beh, Rabbi, amore amore proprio no... Diciamo che ti stimo, ti stimo moltissimo.

martedì 10 aprile 2012

L'a-pensiero, o su quelli che non bisogna pensare...


Mi capita, sempre più spesso, di trovare persone che mi dicono: "Tu pensi troppo". Oppure, in forma imperativa: "Devi pensare meno!" I più garbati usano una formulazione indiretta: "Il segreto, sta nel non pensare".

Anche le narrazioni in voga in questo tempo assecondano tale persuasione. La
letteratura con protagonisti bambini già imparati, ad esempio, o la manualistica con sigillo a vario titolo psicologico – in genere una forma stemperata ed edulcorata di behaviorismo, che sta alle acquisizioni più genuine della psicologia come l'orso Yoghi a un vero e feroce grizzly.

Va dove ti porta il cuore, quindi. Va dove ti conduce la sensazione, l'emozione, il bisbiglio dei sensi. In ogni caso non chiedere mai alle gambe di fornirti la mappa dei tuoi passi: solo cammina, e camminando lo scoprirai. Nel frattempo passa parola, incarna il tuo pregiudizio, non predicare agli uccelli ma diventa uccello tu stesso. Una lunga e spensierata catena umana. O meglio, un girotondo.

A parte il sottile fastidio nel ricevere un consiglio non richiesto, l'unanimismo tanto smaccato verso la "sapienza" emotiva e le virtù del non pensiero – ma sarebbe forse il caso di definirlo
a-pensiero, sorta di fresca disinvoltura che ci fa aderire al presente senza troppi scossoni –, tale diffusa convergenza d'opinione ottiene su di me l'effetto opposto: mi dà da pensare...

Penso, innanzitutto, a quale possa essere il luogo cognitivo da cui scaturisce una certezza tanto inamovibile. Dal momento che io non devo (non
dovrei) poggiare le mie convinzioni sul pensiero, anche chi formula il consiglio si suppone che non lo faccia, che non pensi a quel che mi suggerisce di fare. Non è dunque con il pensiero che mi si dice di non pensare, ma, ne ricavo, è ugualmente per le vie semplificate dell'a-pensiero.

Detto in altre parole, il consiglio di non pensare potrebbe essere tradotto a questo modo: non pensare anche tu. Già che pensando, lo vedete, sorgono dubbi e tortuose interpretazioni, mentre a-pensando si è certi della bontà di quel che si dice. E ciò perché lo si sente, lo si prova.

Allargando, come in un dolly cinematografico, dal dettaglio al totale, anche da un evento così minuto possiamo ricavare alcune significative indicazioni. Ad esempio sul modo in cui l'Occidente si è accostato alla tradizione orientale, e viceversa. Se in Oriente ritroviamo i monaci tibetani che studiano la logica aristotelica, si cimentano con le scienze teoriche, armeggiano con la tecnologia applicata, come lo stesso Dalai Lama che a cinque anni già sapeva smontare e rimontare un orologio, cosa succede qui da noi?

Beh, a me sembra che l'incontro tra le diverse culture si stia riducendo in Occidente a una forma di reciproca elisione, che toglie qualcosa a entrambe senza portare a compimento la parzialità in nuce dentro ciascuna di esse. Quel che noi abbiamo definito, provvisoriamente, a-pensiero, non corrisponde infatti alla ricerca di uno stato mentale di pienezza paradossale, dove Tutto e Nulla si compendiano nella pratica meditativa, ma a un tracciato molto più simile a una scorciatoia neghittosa.

Ciò che in Oriente è un gesto eminentemente ontologico – la ricerca dell'essenza, dell’assoluto dentro la precipitosa transitorietà del momento – viene così a degradarsi quale distrazione da ogni sforzo del concetto. Il che, ovviamente, non conduce al nirvana, ma al trionfo del più vieto luogo comune, prescritto con l'inflessibile sentenziosità di un occhiuto medico dell'Ottocento.

Per la natura intransitiva del messaggio, non è possibile ribattere razionalmente a tale assiomatico invito: non pensare, lasciati andare, galleggia anche tu sulla superficie morbida del presente, come il pedalò sulla cresta del mare azzurro e calmo. Esiste però uno stratagemma per disarmare il nostro interlocutore dalle sue contagiose ovvietà. Basterebbe replicare, ma dopo un lungo respiro, le pupille affilate pronte a infilzare ogni vacuo fumettone, come Robert De Niro quando parla con lo specchio in Taxi Driver: "You talkin' to me? You talkin' to me... E poi: bang bang!

martedì 3 aprile 2012

Le regole del gioco ovvero il gioco delle regole


Nel precedente intervento sul blog ho pubblicato una breve storiella, in cui si parlava di un prato, due porte simili a quelle del gioco del calcio, e un uomo misterioso che arriva da non si sa dove, non si sa quando, consegnando un pallone alle ventidue persone che già si trovano lì, anch’esse misteriosamente. Quindi l’uomo si ritira, ponendo come unica condizione l’utilizzo di ciò che offre, ma nessuna norma esplicita su cosa farne. Ciò che richiede in cambio è unicamente l'impegno a stupirlo e commuoverlo. Chi lo saprà fare, avrà in dono il pallone.

In effetti, più che di un racconto e indipendentemente dal merito – che non sta certo a me giudicare – si trattava forse di un breve apologo, nelle mie intenzioni collegato al testo che a sua volta lo precedente. Prendendo spunto da una buffa canzoncina del grande Henri Salvador, accennavo lì alle polemiche suscitate dalla riforma dell’articolo 18, che oltre a richiamare giustamente l'attenzione sull'incalzare del problema della precarietà, non solo economica ma esistenziale, a mio avviso lasciano trapelare anche una sorta di mitologia contemporanea del lavoro.

Ora io non voglio sminuire, o peggio negare, la centralità drammatica che possiede il lavoro in questo tempo. Io stesso, sono disoccupato. Ma se ci pensiamo bene, ciò che è veramente urgente sono le risorse – per mangiare, bere, proteggersi dal freddo e dalle aggressioni degli animali più feroci; quindi per cazzeggiare e svagarsi un po’ – non certo il lavoro. Ci sembra dunque naturale, ovvio e quindi indispensabile dover lavorare, per soddisfare tutte queste esigenze. E lavorare sempre di più.

Bene, io mi limitavo a proporre l’idea che le cose, almeno nei termini puramente logici, da cui discende un nesso quantomeno potenziale con la realtà, dunque politico, non stiano esattamente così. Ossia che non esista un vincolo necessario tra risorse e lavoro.

Pensiamo ad esempio al sistema economico della città di Sparta. In quell’antica città greca nel cuore del Peloponneso non esisteva – per scelta, attenzione, per scelta e non per un ritardo nello sviluppo storico! – non esisteva il denaro, e così la maggior parte degli spartiati si dedicavano ad attività non produttive; l’addestramento militare, in particolar modo.

Certo, la prima obiezione a questo riferimento è che Sparta poteva permettersi una tale economia dell’improduttività, già che a compenso del loro diletto marziale esistevano gli iloti, una popolazione asservita che lavorava la terra per conto di una minoranza di cittadini liberi. Un’obiezione che non solo è fondata moralmente – questo tipo di struttura sociale ha un nome ben preciso: si chiama sfruttamento –, ma anche, e per paradosso, perfetta per arrivare al punto che io intendevo dimostrare.

Il grado di evoluzione scientifico-meccanica della civiltà odierna – non a caso identificata dai filosofi proprio come evo tecnologico – ha raggiunto esiti di tale sofisticazione da configurarsi come nuova e potenziale casta produttiva: far lavorare le macchine al posto dell’uomo, detto in poche e semplici parole. Le macchine come gli iloti. Questa è l’idea.

Naturalmente io non mi nascondevo, e non mi nascondo, la natura utopica di una proposta tanto estrema. Ma non perché sia impraticabile nei fatti, bensì per il carattere illusoriamente naturale delle forze in campo, che ci fa percepire i limiti autoimposti dalle consuetudini culturali come la struttura stessa del sistema, e non invece come la sua congiuntura storica – e dunque modificabile – dentro un diverso sistema.

Provando a riformulare l'idea con termini più correnti, se non abusati, le attuali regole economiche non sono l’hardware delle nostre vite, ma solamente uno dei possibili software, a dire il vero piuttosto collaudato, che fa da velo a interessi particolari e minoritari. Ci sono insomma sempre degli spartiati – che sfruttano – e degli iloti che vengono sfruttati.

Per distogliere lo sfruttamento dall’umano e rivolgerlo all’inorganico, è dunque necessario ripensare l’intero processo economico, e farlo in una direzione che effettivamente possiede diversi punti in comune con la teoria marxista. Infatti per ridistribuire il prodotto della meccanizzazione del lavoro è necessario che i mezzi di produzione e di scambio siano a disposizione della collettività, come vuole appunto la dottrina economica che da Karl Marx discende. Quindi anche le risorse produttive devono essere appannaggio della polis, e non stornate nell'imbuto che conduce allo stomaco di pochi fortunati.

Ma al di là, o forse al di qua di una proposta politica circostanziata – che non ho lo spazio, il tempo e probabilmente neppure gli strumenti per proporre – quel che mi interessa rimarcare è l’intima natura politica di tutto ciò, anche se noi ci siamo abituati a pensarlo (complice la stampa, i mezzi di informazione) come indiscutibile e scontato; o se preferite, con maggior zelo filologico, come impolitico. E in questa categoria vengono ormai ricomprese anche l'attività parlamentare e l'amministrazione della cosa pubblica, che vengono rubricate dentro la dimensione del fare, del "fare le cose per bene", come si usa sentenziare al bar, e in ultima analisi del dominio della tecnica.

Platone, nel Politico, perimetra molto bene il campo concettuale del discorso, definendo l’azione politica quale “tecnica régia” (basilikè téchne), che sovraintende e conduce tutte le altre tecniche particolari, singolarmente utili alla trasformazione dell’intenzione politica in prassi operativa. Beh, come credo sia a tutti evidente, i termini del rapporto tra politica e tecnica appaiono ora invertiti. E’ la politica, insomma, a dover sottostare agli imperativi tecnici, che direzionano strategicamente ogni aspetto della vita associata.

Questo forzato contenimento della libera sovranità politica imposto dalle catene procedurali della tecnica, è però un tema svincolato dall'ipoteca culturale della Sinistra, e anzi sviluppato proprio dalla Destra culturale novecentesca (Heidegger, Pound, Schmitt, Benn, Junger...). Tema che ritroviamo anche nel raccontino a cui accennavo. Dove non è nelle cose, o nelle infinite possibilità del pensiero combinatorio, il limite che gli uomini si sforzano di rispettare – non toccare il pallone con le mani, nello specifico. Infatti chi l’ha detto, che non si può: sta forse in qualche legge naturale, biologica, fisica o strutturale...?

L’uomo del pallone, dopo averlo consegnato ai ventidue, ha solamente aggiunto: “Ora provate a stupirmi, e a commuovermi.”

Il limite che gli altri si sono imposti – rispettare le regole del gioco del calcio, a cui si mostrano assuefatti – sta dunque nella testa degli uomini, e non in supposti vincoli normativi o ambientali. Un limite probabilmente indotto, oltre che dai già accennati interessi particolari, anche da qualcosa come una tautologia tecnica, ossia da una sorta di pregiudizio operativo che replichi all’infinito se stesso: le cose fino ad ora sono state fatte a questo modo, e dunque questo è il modo in cui vanno eternamente fatte le cose.

Palle.

Perseverando in uno schema mentale circolare, noi restiamo avvinti da suggestioni irrazionali, bloccati da un sortilegio magico, una bolla cognitiva, che fino a quando non viene fatta scoppiare continua a impedire ogni reale possibilità di progresso, non necessariamente coincidente con lo sviluppo tecnico e produttivo, come aveva intuito Pasolini già quasi mezzo secolo fa. Per tale ragione un progresso pienamente umano potrà avvenire solo quando la politica – tecnica régia – avrà nuovamente asservito le tecniche particolari, proprio come gli spartiati con gli iloti.

Al momento, non ci resta dunque che verificare come l’attuale governo rappresenti la fotografia più esatta di tale incantamento magico su ampia scala: il sessanta per cento degli italiani pensano che alcune decisioni dolorose debbano essere prese perché così vogliono le regole dell’economia, i trattati di Maastricht, i codicilli di Schengen. Ma chi ha deciso quelle regole, quale tecnica régia sovraintende alla tecnica economica (e quindi particolare) di Mario Monti?

La politica si dovrebbe occupare delle ragioni per fare le cose, ricordiamolo ancora, prima che delle cose stesse. Ragioni che si possono riassumere in antiche ma per nulla deteriorate categorie come la felicità, il benessere, la giustizia, il bene, l’interesse personale e collettivo. Maastricht non mi dice nulla in merito alla felicità o al dolore o alla direzione della mia vita! E ciò perché i trattati di Maastricht appartengono all'ambito della tecnica, non a quello della politica, che può e deve sempre rivedere le proprie decisioni, negoziare i suoi valori.

Ci vorrebbe allora qualcuno – un uomo autenticamente politico, un gremlin, un marziano con le antennine verdi, o ancora meglio tutti quanti noi – che a un tratto e per sovrano slancio della volontà prenda tutte le nostre belle regole economico-finanziarie, e le appallottoli in una sfera. Quindi la faccia girare sulla punta del proprio naso, mostrando che ci sono altri modi di giocare con una palla, e che quelli fino ad ora replicati sono solamente una minuscola provincia nel regno del possibile.

Perché non c’è labirinto che non contempli una via d’uscita, e non c’è gioco senza soluzione. Basta cambiare – opplà – le regole del gioco stesso, ed ecco una partita di calcio trasformarsi in una di basket, di rugby, di pallavolo… Non abbiamo che da scegliere, e da reclamare un po' di buona vita anche per noi, non un semplice lavoro!

domenica 1 aprile 2012

L’uomo che faceva roteare il pallone sulla punta del naso


Mettiamo un prato, un grande prato con l’erba appena falciata, due poligoni cavi formati da assi bianche e levigate, due rettangoli per la precisione, con una rete floscia agganciata alle estremità.

Mettiamo anche ventidue persone nel prato, e una ventitreesima che arrivi con un pallone di pelle sotto al braccio, lo deponga in una posizione centrale ed equidistante dai due rettangoli, e dica quasi sottovoce: “Ecco, fate voi, fate come vi pare. Chi saprà stupirmi e commuovermi avrà in dono il mio pallone”.

I ventidue si dividerebbero allora in due fazioni contrapposte e bilanciate - undici per parte -, iniziando a calciare la palla nell’intento di infilarla nella rete appesa ai due poligoni regolari, ogni fazione all'interno di un poligono differente. Ma cercherebbero, naturalmente, anche la finta spiazzante, il colpo fino di tacco, il torello malizioso e la sforbiciata al volo. Cercherebbero di stupire e commuovere l’uomo che ha portato loro il pallone.

Ora mettiamo che il gioco prosegua per una, due, tre, anche sei o sette ore consecutive, senza che sul volto dell’uomo del pallone, assiepato a gambe incrociate accanto a un ciuffetto giallo di tarassaco, compaia mai un sussulto di stupore, oppure un segno di commozione.

E così tutto continuerebbe, continuerebbe allo sfinimento, finché uno – e uno soltanto – dei ventidue afferrerebbe il pallone con le mani, lo stringerebbe forte a sé, ansimando, barattando ossigeno contro biossido di carbonio, prima di far roteare la sfera con lieve perizia sulla punta del proprio naso.

“Ma cosa fai, sei matto, non si può!” griderebbero gli altri a turno. Convenendo per una punizione esemplare, da stabilire da parte dell’uomo del pallone. Il quale ritornerebbe con passo stanco e vagamente claudicante, e dopo aver fissato uno per uno gli uomini sfiancati e rabbiosi sul grande prato verde - "Hai visto cosa ha fatto, è inaudito: ammoniscilo, caccialo fuori!" - probabilmente direbbe qualcosa del genere:

“Perché, vi avevo per caso detto io che non si può afferrare il pallone con le mani, che bisogna prenderlo a calci ed evitare di farlo roteare sulla punta del naso? Siete voi, probabilmente per abitudine, che lo avete creduto. Ma in tal modo avete solo replicato le vostre regole, non le mie possibilità: così non riuscirete mai a stupirmi, tanto meno a commuovermi”.

Quindi, dopo essersi asciugato una minuscola lacrima che pende dall’occhio destro, forse un’allergia ai pollini di stagione, se ne ritornerebbe da dove è venuto. Ma prima si fermerebbe dall’uomo che ancora sta facendo roteare il pallone sulla punta del naso, dicendogli solamente: “E’ tuo”.

venerdì 30 marzo 2012

Henri Salvador, o sull'economia dell'ozio


Mia modestissima opinione sull'articolo 18 e dibattito che ne segue. E dunque. Io sto dalla parte di Marcuse, dei situazionisti, di Silvano Agosti e di tutti quelli che pensano che il lavoro sia una distorsione dell'umano. Sì, in culo il lavoro e tutta questa ossessione del "reintegro per giusta causa"! Iniziamo piuttosto a pensare seriamente a un'economia dell'ozio, fondata su una sorta di aristocrazia del bios, per così dire, della vitalità pienamente vissuta e quindi rappresentata, concettualizzata, al punto da riprendersi finalmente il controllo sulla techné - burocratica, finanziaria, produttiva. Ne discende che le macchine, e la scienza tutta applicata alla tecnologia, verrebbero aggiogate dalla polis come gli iloti dagli spartiati, e il capitale d'opera in tal modo ottenuto (senza o con minimo contributo di lavoro umano) redistribuito in forme assistenziali. Perché allora non affermarlo con ingenuo candore: denaro contro nulla, denaro e risorse per il semplice fatto che siamo vivi e respiranti, in una nuova e consapevole declinazione della società affluente, ma una buona volta affrancata da ogni tentazione imperiale: una società che non ruba ai ricchi per dare ai poveri, ma nemmeno ai poveri per dare ai ricchi. Semplicemente - è questo il controvirus cognitivo da istillare nel corpo sociale agonizzante - proviamo seriamente, e naturalmente con cauta progressione, a ripartire l'eccedenza che deriva da un alto grado di meccanizzazione delle attività produttive. Certo, magari non sarà possibile iniziare da subito a cincischiare tutto il santo giorno, camminando con un filo d'erba in bocca discettando di filosofia, di tanto in tanto ingollando un acino d'uva con la coda dell'occhio rivolta a una bellezza di passaggio. Riduciamolo allora, questo benedetto lavoro: giornate lavorative da sei ore, poi cinque, poi quattro, finché non diventi qualcosa come un hobby virtuoso. E' solo un'utopia? Sì, certo, lo è, perché un'economia dell'ozio non è ancora praticabile dentro il topos politico ed economico in cui vige il nomos della finanziarizzazione di ogni aspetto della vita associata. Necessaria è dunque qualcosa come una rivoluzione: culturale, però, prima ancora che belligerante, barricadiera. E senza naturalmente nasconderci che questo altrove del pensiero ci vedrebbe magari tutti un poco più poveri, e però più gioiosamente cazzoni e curiosi. Ma lasciamo ora la parola a un gran maestro in materia, godendoci questo formidabile contributo ironico sulla "santità del lavoro".

lunedì 12 marzo 2012

Femminilità, un nuovo dubbio


La femme n'existe pas

Jacques Lacan

I maschi si riconoscono, in quanto maschi, solamente tra maschi: giocando a pallone, cospargendo col gessetto azzurro la punta convessa della stecca da bigliardo, assistendo in gruppo alla gang bang di un film porno, con una lattina di birra gelata e un hot dog che cola lacrime di senape sul polsino della felpa. Le categorie del maschile occidentale si risolvono in fondo in pochi e frusti stereotipi. Ma le femmine, viceversa, non si "femminilizzano” quando stanno tra loro, e sempre e ancora di fronte ai maschi. Viene così il sospetto che la femminilità sia una qualità maschile tra le altre, solo che ha bisogno, come la sfera della pelota, di essere scagliata contro il muro di una diversità apparente, per poter ritornare a sé con lo slancio vivo di un incontro. E dunque se i maschi sono maschi e, contemporaneamente, come il povero gatto della famiglia Schrödinger, che è sia vivo sia morto allo stesso tempo, almeno fino a quando uno sguardo esterno non si posi perentorio su di lui, a decretarne le sorti come il verso del pollice imperiale, se i maschi sono anche femmine potenziali, cosa diventano le femmine quando richiudono il portone di ingresso sulle labbra ancora protese di un maschio? Pura energia sorniona, probabilmente: una funzione d’onda in attesa di collassare nel nostro prossimo abbaglio…

domenica 11 marzo 2012

Mal d’Africa, un dubbio catastale


Ma perché le persone, quando si incontrano per caso, parlano sempre di vacanze o malattie, con grandi sorrisi o contrizioni? Se provassimo, anche solo per gioco, a invertire i termini del discorso? Se cioè le vacanze fossero l’estrema patologia dell’Occidente, che da se stesso emigra nel continente immaginario della distrazione (un mal d’Africa reificato in esotismo quotidiano, abusivismo edilizio dell’Io). Ma allora, la malattia diventerebbe l’ultima dimora personale – dunque sana, perfino ecologica e a basso impatto ambientale – a cui abbiamo accesso senza mutuo!

sabato 10 marzo 2012

La ragazza portoghese, una resurrezione


Sabato, di fronte alle vetrine illuminate
di una profumeria con un cavallo a gettoni
sulla porta, incontro una ragazza portoghese
che sta scherzando assieme all’amica a "chi mi piglio":
Io mi piglio questo, io quest’altro… e così via.
Strano, mi avevano riferito che era morta
– "di un brutto male", si sussurra come in una chiesa –
e invece guarda qui, con quale impeto ghiottone
reclama al mondo il suo spicchio dolce da succhiare.
Quella ragazza portoghese, dai, hai presente
e abbassa gli occhi il tale che mi incalza, sfuggendo
a entrambi il nome e ogni altra appropriata distinzione,
solo un cespuglio di capelli color del fuoco –
irlandese, piuttosto, di lei avresti pensato.
Una ragazza irlandese o portoghese, poco
importa alla storia, alla geografia e in fondo in fondo
anche a noi, che certo apparteniamo a un altro spicchio,
e mai saremo pigliati, no, o dentro al suo gioco
piglieremo un confetto di semplice attenzione.
Eppure, come la mettiamo: resurrezione
probabilmente non è la parola più adatta,
ma una fine c’è stata, dentro all’abbaglio fesso
di un improbabile lutto, e pure un nuovo inizio,
in sella ad un cavallo a gettoni bianco e rosso
con scritto Furia cavallo del West, così che
incassiamo la moneta di un simbolico indizio.
Se allora il segreto – segreto? – se l’universo,
la Legge, tutto quanto, non fosse altro che questo:
una frivola ragazza portoghese (irlandese,
si direbbe però) che di tanto in tanto finge
di sparire. Ma è solo un come, un quasi, un trucco
innocuo di Silvan il gran mago: e abracadabra,
puff, ecco qui, dal polsino ricompare l’asso
di cuori, gridando al vento Libero per tutti!
Ed ogni cosa sguscia dal proprio nascondino,
e si incammina festosa intonando un maramao.
Compreso una ragazza che tutto vuole, afferra,
piglia e divora senza un perché – tranne che te.

mercoledì 7 marzo 2012

Io sono intelligente, tu sei intelligente, egli è intelligente, noi siamo...



Io penso di essere intelligente. Ma io penso, anche, che ciascuno di voi pensi di essere intelligente. Non è vero?

A questo punto si apre però una contraddizione, un'aporia. L'aggettivo intelligente, infatti, non si riferisce a un'abilità cognitiva di carattere generale - "un comune intelligere", diciamo - ma all'iperbole implicita di tale qualità. In altre parole, pensando di essere intelligente io penso di essere più intelligente. Ma più intelligente di chi?

Beh, degli altri - che pensano anch'essi di essere più intelligenti di me -, o almeno della prevalenza statistica dei miei simili, non vedo altra risposta. Ed è qui che si manifesta la contraddizione: in che modo tutti possono avere la pretesa, o comunque la convinzione, di essere intelligenti, quando l'intelligenza è per definizione uno stato particolare e limitato, oggettivamente circoscritto dai confini esclusivi del sostantivo?

Ci viene in aiuto in quest'ultimo interrogativo la psicologia del profondo, la quale suggerisce che la percezione della propria intelligenza (della propria superiorità intellettuale, meglio) è una strategia mentale utile a mantenere integra e armoniosa la percezione di sé; modernamente, tale concetto è stato chiamato "autostima". Ma, ennesima domanda, è sempre stato così?

Onestamente e con i rozzi strumenti della mia intelligenza (beninteso superiore), io non lo credo. O almeno non credo che le moderne categorie di eccellenza nel passato rappresentassero un titolo ambito, da esibire o contemplare. L'eccellere e il primeggiare sugli altri nelle forme attualmente diffuse (tra cui l'intelligenza, o il talento espressivo che da essa deriva), mi sembrano piuttosto uno sviluppo abbastanza recente, anche se innestato su una radice antica.

Quello della Riforma protestante, ad esempio e come già suggerito da Max Weber. O ancor prima, risalendo l'asse cronologico delle civiltà, del successo in campo militare e quindi sportivo; che tra guerra e contesa sportiva ci sia una sottile continuità simbolica, in fondo l'avevano già intuito gli antichi greci nell'istituire i Giochi olimpici.

In ogni caso, mi sembra che gli ambiti in cui l'umanità ha storicamente cercato di prevalere sugli altri siano essenzialmente tre: 1) l'attività politica e il rilievo sociale conseguente; 2) la sfera economica; 3) la prestanza fisica, declinata in chiave militare e agonistica. A quest'ultimo aspetto, per le donne, va sostituita la bellezza, divenuta in seguito e più generalmente l'estetica.

Per imporsi nei primi due campi, ciò che veniva richiesta era una forma di intelligenza particolare, che i greci chiamavano "metis" (sorta di astuzia o di pensiero interessato e vagamente fraudolento, impersonata dalla divinità omologa figlia di Teti e di Oceano). Nel terzo caso abbiamo invece il dispiegamento di un pensiero puro (e a volte anche un po' tonto, a ben vedere), che non insegue il compromesso dialettico ma tende a risolvere ogni possibile contrasto nell'azione, vero discrimine tra le forze in campo. Ma anche nella contesa militare, la metis, a partire da Ulisse e dal suo cavallo di legno, seppe imporsi come l'elemento davvero decisivo, spodestando la forza bruta di Ercole e Achille.

Quanto all'estetica, alla bellezza, è sempre stato un valore soggettivo, ma oggettivamente declinato dentro schemi culturali con una loro compattezza e consistenza geografica e temporale. Ma in fondo, anche adesso e per quanto suonino antipatici e volgarmente maschilisti, i commenti di un Berlusconi sulle donne ammiccano a un consenso poco negoziabile: sarebbe infatti difficile affermare che Rosi Bindi sia più bella di Belen...

Il provvisorio quadro che sto cercando di tratteggiare, mostra comunque un insieme di qualità, per così dire, verificabili: se io sono più forte di te ti batto nella lotta e nella guerra, ed è anzi mio dovere farlo (come nel celebre discorso degli ateniesi ai meli, ricordato da Tucidide); se sono più ricco mi compro i tuoi armenti; se sono più furbo indirizzo la vita pubblica della città; e se sono più bella mi prendo il tuo uomo. A questi aspetti oggettivabili del valore, se ne aggiunge uno implicito e carismatico: la sovranità, da cui quel sottoprodotto che è la varia aristocrazia dei titoli.

Un nobile non ha necessariamente più soldi, più muscoli, più bellezza e neppure più intelligenza, ma fino a qualche secolo fa godeva comunque di un livello di riconoscimento maggiore. Possedeva, in altre parole, una qualità dello spirito priva di manifestazioni estrinseche - una qualità rarefatta, gassosa -, che veniva tramandata per discendenza diretta tra consanguinei, come avviene appunto per la regalità.

Quanto infine all'eccellenza artistica e scientifica, non mi pare che le società arcaiche vi abbiano mai dato troppo credito, relegando, salvo rare eccezioni, musici, artisti ed inventori al tavolo della servitù. E' solo col pieno dispiegarsi della modernità - diciamo dal tardo Ottocento - che la sensibilità artistica e intellettuale acquisiscono uno status di pubblico riconoscimento. Beethoven è una star, Picasso, più tardi, ha fama e successo popolare, ma non meno di lui Einstein o Hemingway o Lucio Dalla, che approfittiamo per salutare.

A questo processo di aristocraticizzazione delle arti, si accompagna, però, la progressiva perdita di prestigio e influenza dell'aristocrazia vera e propria, al punto che è legittimo sospettare un passaggio di consegne: l'elemento carismatico appannaggio per nascita della nobiltà, si traduce nell'elemento "spirituale" che caratterizza l'artista, il più delle volte ancora senza un'oggettiva possibilità di verifica.

Mentre nella guerra, nello sport e nell'economia - ma in fondo anche a Miss Italia - le forze in campo sono evidenti e commensurabili, la misura del pensiero e dell'espressione contiene ineliminabili margini di soggettività interpretativa. Ed è dunque proprio in ragione di questa impossibilità di un discrimine certo, che io penso, anzi affermo, di essere intelligente.

Ma anche voi: vi sentiti forse dei cretini, o anche solo dei mediocri, dei così così, dei quaquaraqua?

No, come anticipato io sono convinto che tutti quelli che mi stanno leggendo si sentono intelligenti, credono fermamente in quella qualità fumosa e pubblicamente celebrata che è l'intelligenza. Magari, alcuni, si sentono anche sensibili, talentuosi, intuitivi e pieni di stile, che è un'altra qualità senza qualità certa e verificabile, come suggerisce la novità del nostro tempo.

L'intelligenza moderna non coincide dunque più con la metis, che come abbiamo visto fa sempre perno su un elemento reale, ma con il proposito di scardinarlo, di imprimere alle cose una direzione differente e interessata. Piuttosto con l'atteggiamento, quasi mistico, di chi si rifletta nel pensiero stesso, e come Narciso si smarrisce nello stagno dell'autocontemplazione. Fino all'inevitabile ciuf, in cui pensiero e pensante liquidamente si abbracciano

I vari e intangibili derivati dell'intelligenza - tra cui il più pernicioso è quello dell'0riginalità, dell'estro personale frivolamente esibito - diventano così una sorta di attributo tautologico, che quasi mai siamo disposti a mettere alla prova dei fatti. Anche perché, appunto, ciò sarebbe difficilmente realizzabile, anche se di tali moderni fantasmi amiamo circonfondere l'aura delle nostre convinzioni.

Ma allora, diciamocelo, dai, una buona volta: che a noi dell'intelligenza ci importa meno di un cazzo! Perché noi vogliamo essere semplicemente amati, ammirati, riconosciuti come tronisti neghittosi a una trasmissione di Maria de Filippi. E in un mondo senza più categorie stabili e nobiltà del sangue, l'intelligenza è rimasta l'ultimo titolo nobiliare disponibile. E così, come Napoleone, ci incoroniamo da soli: con la corona di un'ineguagliabile e indiscutibile e in fondo immaginaria intelligenza.

domenica 4 marzo 2012

Gian Paolo Serino, o sulla modernità di un antico mito letterario


Vediamo se ho capito bene. Gian Paolo Serino è un critico letterario. Collabora con la Repubblica, GQ, Vogue, Radio Capital. Prima ancora, ha prestato i suoi neuroni a Diario, Avvenire, Il Riformista, Il Giornale, Pulp, Tutto Libri. Potremmo concludere, leggendo il suo folto curriculum e come affermava Cechov di sé, che nella vita Serino a scritto di tutto, tranne che delazioni. In questo caso, è però lecito nutrire qualche dubbio...

Ma andiamo con ordine.

Serino è un critico letterario, forse anche bravo, o comunque lesto, pronto a intercettare le nuove faglie che incrinano il terreno apparentemente battuto della comunicazione, conficcandovi la sua bandiera. Per questo, in ciò che scrive, che dice, c'è sempre qualcosa di autoriferito, quasi tautologico. In altre parole, Serino decide di essere un critico letterario, e si fa scettro di una robusta volontà.

Il primo a dargli credito è Vasco Rossi – attenzione: non Cesare Garboli, Gianni Celati, Alberto Asor Rosa, Edoardo Sanguineti, Filippo la Porta: no, Vasco Rossi – che diventa editore e principale finanziatore di Satisfaction, il magazine online fondato e diretto da Gian Paolo Serino.

Ma sempre se ho capito bene, i due, a un certo punto, hanno un diverbio sulla linea editoriale da seguire, e Serino liquida Vaso Rossi – e anche qui, bada bene: non è Vasco Rossi, come sarebbe logico pensare (in quanto editore), a liquidare Serino, ma il contrario.

In ogni caso, Satisfaction prosegue nella forma, dichiarata, di una “free press culurale”: sia sul web, come spazio principalmente letterario di recensioni e interviste, sia attraverso la pubblicazione trimestrale di una rivista cartacea con lo stesso nome, distribuita nelle principali librerie.

Il loro motto è: soddisfatti o rimborsati.

Rimborso da non intendere solo in forma metaforica, ma come impegno, testuale, a rifondere il lettore dei soldi spesi per libro. E ciò qualora lo stesso libro, consigliato dal critico comasco e dalla sua redazione, non fosse di suo gradimento. Il tutto incorniciato dal seguente slogan:

L’arte è un modo di esprimere cosa significa essere vivi, e la caratteristica principale dell’esistenza è l’infinito numero di probabilità che sembrano negarla. Per ogni possibilità che abbiamo di essere in questo mondo, vi è un’infinità di modi di non esserci. La statistica ci considera ridicoli, la termodinamica ci nega. La vita, secondo qualunque metro razionale, è impossibile, e la nostra vita, questa, qui e ora, lo è infinitamente di più. L’arte ci permette di dire, di fronte a tutta questa impossibilità, quanto valga la pena celebrare il fatto che siamo in grado addirittura di dire qualcosa.

Uno di quei pensieri che mentre lo leggi dici: bello. Quando lo rileggi borbotti: sì, insomma... e però i ragazzi sono intelligenti, si vede che hanno studiato. Ti ci vuole dunque una terza lettura, per poter concludere spazientito: ma che cazzo volevano dire?

Ma adesso sarebbe troppo facile sparare su Gian Paolo Serino, adesso che è stato incriminato – anche se da poco rilasciato di prigione – per uno dei reati più infamanti: aver richiesto 4000 euro a una ragazza con cui ha avuto una relazione (sessuale o affettiva poco importa), con la minaccia di pubblicare sul web alcune foto che la ritraggono nell’intimità, pubblicarle se lei fosse rifiutata di pagare il compenso.

La linea difensiva di Serino è stata la seguente. E’ vero, ho domandato alla ragazza quella cifra. Come pure corrisponde al vero – anche perché comprovato dai rilievi delle Forze dell’ordine – l’aver adombrato la pubblicazione delle foto sul web.

La pistola era però scarica, sostiene Serino, le foto già eliminate dal pc. Lo spauracchio è stato agitato solo per ottenere i 4000 euro, di cui Serino asserisce il credito. Tale cifra corrisponde infatti all’importo che i collaboratori di Satisfaction – pubblicazione che si autoproclama “no profit”, ricordiamo ancora en passant – devono versare come sorta di garanzia, o se vogliamo caparra.

Provando ora a distaccarci dal mero fatto di cronaca, lontano dalla nostra competenza, mi sembra in ogni caso che la circostanza mostri tutta una serie di implicazioni dal carattere più generale, perfino istruttivo. C'è insomma molta modernità in questa storia.

Ad esempio, lo spazio pubblico che stanno guadagnando attività culturali quali Satisfaction, contiene, in filigrana e indipendentemente dal merito, traccia del miope e progressivo disinteresse dei principali giornali e riviste dall'attività seria e puntigliosa della critica, in funzione dell'anticipazione editoriale o del commento svelto e arguto, il tocca e fuga.

E' evidente che in questa scelta siano contenute meditate considerazioni strategiche, ossia di marketing, ma rimane il fatto che si è venuto a creare un vuoto di senso intorno all'espressione artistica e letteraria, che per dispiegare la potenza della sua voce ha bisogno di essere accompagnata da un'attività (critica, per l'appunto) di verifica dei saperi presenti e potenziali, di carotaggio nell'apparato si segni messo in campo.

Tale atteggiamento rinunciatario – di cui qualche elemento in controtendenza si mostra forse nell’ultimo anno, ad esempio con il nuovo supplemento domenicale del Corriere della Sera – ha consegnato al web, in forme più o meno spontanee, il compito di una riflessione circostanziata sullo stato attuale delle arti. Oltre che, più in generale, di quello culturale del Paese.

In molti casi, bisogna riconoscere che il web ha svolto tale funzione di supplenza in forme anche egregie. E penso, ad esempio, alla formazione dei blog collettivi Nazione Indiana, Il primo amore, Carmilla. Oppure all’attività personale di scrittori e giornalisti blogger, come Loredana Lipperini, Giulio Mozzi, Federica Sgaggio e Giuseppe Genna.

Ma in molti altri casi, tra cui appunto Satisfaction, era incalzante il sospetto che sotto la cenere di una presenza sollecita e ben temperata – una “bella forma”, per intenderci – già da prima ardesse la scintilla dell'ambizione personale, se non proprio della malafede. Che ha individuato, per mimesi cognitiva, nella smania di riconoscimento letterario conseguente a una diffusa alfabetizzazione, il terreno propizio a nuovi affari.

Detto in altre parole, anche in campo editoriale si manifestano i sintomi antropologici che sottendono a programmi televisivi come Il grande fratello, Amici, la Corrida... E cioè tutto quell'umano sgomitare per la carezza effimera di un riflettore acceso, a tutti promessa da Andy Warhol come la buonanotte tiepida della Mamma, che almeno una volta non si nega, non si è negata, neppure al più feroce assassino.

Anche nella fucina della cultura, si stanno così attrezzando gli strumenti per imbastire un'evidenza posticcia, vellicando speranze mal risposte e sempre pagando, si intende: anche in quella forma arcaica di baratto che è una scopatina, eventualmente da fotografare sottobanco. Ma visto che il foruncolo è già scoppiato, mi vien da concludere non con un'invettiva, e piuttosto con un augurio.

Quello che la comunità intellettuale, ben insediata sul web, sappia sviluppare qualcosa come un sistema di relazioni significative ma non gerarchiche – questo non sarebbe possibile, e neppure augurabile – in grado di ricomporre lo specchio franto della scena artistica dentro categorie più facilmente riconoscibili. Una sorta di nuovo canone telematico, ecco, in cui la curiosità culturale venga accompagnata senza recinti o corporazioni chiuse, ma nemmeno illusioni.

In caso contrario, mi sembra davvero che Gian Paolo Serino – e sempre indipendentemente da eventuali responsabilità penali, di cui ci auguriamo sinceramente che gli sia immune – possa diventare la moderna epitome nominale di un antico mito letterario. Quello di Georges Duroy, in arte Bel Ami.