martedì 25 agosto 2009

Daimon (a James Hillman)


Fuorviare il posto proprio nella vita
sarà lo stesso, penso, al carcerato
che fotte una bistecca saporita
al radiatore in cella avvoltolata?

Finale di partita


Ma forse è proprio solo nel finale
quando azzannano i crampi con il muto
ghigno di medusa ed è tutto un palla
avanti e fiato e nervi alla rinfusa
che in studio si dibattono con foga
schemi ed arbitraggio: quel micidiale
gergo della vita in cui si declina
il fato dentro una sintassi certa
del volere, già orbi alla grazia fine
del riserbo, poi naufraghi
aggrappati a brandelli d’accadere.

domenica 23 agosto 2009

In attesa


Come un bambino con la mitra in testa
e il piviale troppo lungo, fin sotto
ai piedi, mi aggiro dentro la festa
che è il tempo nostro, in attesa del botto.

mercoledì 19 agosto 2009

3 carte


Eccelle, delle tre carte fa svelto
il gioco: pensavi fosse la donna
e invece l'asso, il fante, turbinare
costante e silenzioso ma costoso

- Lo vedi come è facile sbagliare ...
Ha complici parenti brutta gente;
non ti fidare mai, sempre vai via,
prestato ascolto già sei rovinato!

Ma dove sviare, allora, quale certo
se l'incerto è questo e soltanto il male?
(Attento: resta solo qualche lira!)

Eppure l'hai scorta, sì a destra, dici:
- Non mi può fregare. - Scommetti tutto
e, tu guarda alle volte, il vero è reale.

Che cos'è la cultura?


Al bar Piero, uno che mi vede leggere l'inserto cultura di un giornale. Non si tratta della Gazzetta, nemmeno di Tuttosport. E così me lo chiede: - Che cos'è la cultura?
Preso alla sprovvista, abbozzo una risposta: - La cultura è il sistema immunitario dell'organismo sociale. Ricerca virus, quando non li trova li inventa. Quindi si lancia nello scontro, cerca di arrestare l'epidemia. Ma se alle corde, viene a patti col Male, lo blandisce, ne anticipa la smorfia in cartolina sorridente. Come i batteri dello yogurt.

Berlino



Dormi tu e dormo io.
Dormiamo insieme.
Dove io trovo le mie sirene
tu chissà cosa trovi ...
cosa scovi sotto al lenzuolo
prisma, di noi scisma
mansueto e casto.
Ma se dall'avvinto lontano
lento scivolo fuori
ed è la tua mano che trovo,
ti svegli e dici: - Dai, facciamo
un bambino!
Chiamiamolo Berlino.

(...)


Tafano sulla bocca
Lago senza ritegno
Rosa che non abbocca
Pupilla e tirasegno

Rachidi di sauri


Rachidi di sauri che erano sauri,
che erano morso, presa, parossistica
fuga e ora sono osso sconnesso e gramo
tra te e me e noi, che piano ci azzanniamo.

martedì 18 agosto 2009

La metà di una foto


Ha fatto tutto il viaggio – mettiamo Sondrio\Lione, o Napoli\Bruxelles -, ha fatto tutto il viaggio con un enorme cane di cartone, preso all’edicola sotto casa.

Era settimane che lo guardava quando usciva con il Manifesto sotto braccio: un metro e mezzo circa, bianco e rosso, cartone robusto, laccato, con il supporto perpendicolare sul retro per farlo stare in piedi.

E lei se l’è preso, durante la pausa per il pranzo.

Si chiama Pimpa quel particolare cane bianco e rosso che si è preso, che ha rubato, si potrebbe in effetti anche dire – ma non diciamolo.

Semplicemente l’ha infilato sotto il braccio come fa tutti i giorni con il Manifesto e ora stanno lì: una ragazza con i capelli da ragazza e i vestiti da ragazza e un cane gigante di cartone, immobili, senza parlare.

Ma poi cosa si dovrebbe dire, a un cane di cartone?

A vederli da lontano potresti scambiarli per due vecchi sulla panchina di un parco; o meglio alla foto di due vecchi, in un parco a caso di Lione o Bruxelles.

E quando una porta – una precisa porta – di Lione o Bruxelles si aprirà su quella foto, succederà sicuramente qualcosa.

Probabilmente un bambino, o una bambina, riderà e giocherà e sarà felice, per dieci minuti forse anche quindici.

Non da solo, ma con un cane di cartone bianco e rosso che volendo sta anche in piedi e si chiama Pimpa, quell’enorme cane di cartone bianco e rosso che ha fatto un lungo viaggio in treno, insieme a una ragazza.

Questo vuole la logica e la logica va rispettata.

Quindi un altro treno, un altro viaggio – Lione\Sondrio, o Bruxelles\Napoli -, un’altra fotografia.

Anzi, la stessa: ma tagliata a metà.

Poi un’altra porta e un’altra casa.

La sua.

Poco distante ci sta un’edicola e una ragazza con i capelli da ragazza e i vestiti da donna che ci va tutti giorni, forse un’altra storia da raccontare.

Sotto braccio il Manifesto.

Camerieri


I camerieri servono i pasti e le cene e credo anche le colazioni. Lo fanno con divise eleganti e pulite: camicia bianca, farfallino nero, pantalone nero e giubba bianca, più spesso; ma a volte anche la giubba è nera. In questo caso si vede meno il sugo, quando si sporcano di sugo, servendo la pasta col sugo.
Il sugo ha a che fare con i camerieri.
Quando si macchiano di sugo, i camerieri indossano nuove divise eleganti e pulite e bianche e nere e servono i pranzi e le cene e pure le colazioni, ma questo non è certo. I camerieri servono anche alla letteratura, al teatro, al cinema e agli innamorati quando vanno a mangiare al ristorante, che in quel caso chiamano ristorantino. Intanto, gli innamorati, un po' mangiano, un po' parlano e un po' si tengono la mano in silenzio.
I camerieri a volte si innamorano.
Quando si innamorano, i camerieri si mettono abiti eleganti e puliti – mai bianchi o neri, però – e portano le loro fidanzate in altri ristoranti, detti ristorantini. Altri camerieri li servono stando attenti a non macchiarli di sugo, e anche le loro giubbe bianche o nere. Così i camerieri, quando sono innamorati, serviti da altri camerieri, possono tenere la mano alle fidanzate; ma non sempre, se no non riescono a mangiare e a gesticolare mentre parlano.
L'amore è una cosa che sta tra la bocca e le mani.
I camerieri possiedono dei salvadanai a forma di maiale ma anche di altre forme, dove infilano i soldi per sposare le loro fidanzate o per comprare un Alfa Romeo o un ristorante o una pizzeria; quando succede assumono altri camerieri con altri salvadanai a forma di maiale, io però ne ho visti anche di altre forme. In genere questi posti sono sul mare e vengono chiamati ristorantini. Non si sa se ai camerieri piace il mare, ma io penso di sì.
I camerieri odiano il sugo.
I camerieri servono anche il vino rosso e quello bianco e gli amari e le grappe e a volte ne bevono un goccetto. Mio papà beve spesso un goccetto ma raramente ci porta in un ristorante a mangiare; un ristorantino, lo corregge la mamma. Io ordino maccheroni col sugo e sto attento a non macchiarmi di sugo. Però succede lo stesso.
Mio padre fa il ragioniere e non lascia mai la mancia ai camerieri perché dice che tanto li pagano già fin troppo.
I camerieri di lavoro fanno i camerieri.
Quando gli lasci la mancia, i camerieri ringraziano o sorridono o tutti e due. Mia mamma sorride poco, ride ancor meno e dice sempre che mio papà beve troppa grappa. Io penso che lo dice perché non le tiene mai la mano mentre mangiano e si dimentica di chiamare ristorantino il ristorante; quello, sul mare, in cui andiamo ogni tanto a pranzo la domenica, ma solo se non c'è nessuna partita importante in tivù.
Mia madre prepara il sugo per i maccheroni, ci lava i vestiti quando ci macchiamo di sugo e a volte piange.
Le lacrime hanno a che fare con le mamme, la grappa con i papà e i numeri con i ragionieri.
Il mare ha a che fare con i camerieri.
I camerieri servono anche le torte e i gelati e i budini e la panna cotta. Mio papà non può mangiare i dolci perché c’ha il diabete dentro al sangue, e forse dovrebbe anche bere meno grappa.
Io da grande farò il ragioniere.
I camerieri servono.

Ma non lo vedi ...


Ma non lo vedi che abbiamo le ginocchia così frolle da non sentirli più i tuoi richiami, rauchi incitamenti a usare il jab, a tenerlo lontano quando ciò che noi vogliamo è proprio e solo il corpo a corpo finale, la rissa da osteria. L’ho osservato mentre si accasciava sul tappeto e ancora muoveva i guantoni nell’aria, cercava di colpire qualcosa, l’idea astratta di nemico imparata nell’assorta catechesi degli sguardi altrove, sempre altrove … Il sangue scendendo dal naso (per fortuna già rotto) distillava un happening da new english theatre per i più vicini allegri, mentre i più lontani dovevano accontentarsi degli avanzi del banchetto, sacchetti di patatine Pai in cui soffiare e fare il botto e spaventarsi da soli come sinossi di una vita, moviole di un’esistenza, decine di ripetizioni ogni volta uguali – e questo potrebbe anche essere ovvio a chi abbia anche solo sfogliato Nietzsche la mattina presto confondendolo con Fichte, o Hegel, o (per non rischiare) non andare a scuola del tutto e tirare sassi piatti dalla riva contando dopo quanti balzi vanno a fondo, spariscono nel quasi blu … Ma non dimenticateli più i microfoni aperti dall’angolo, dal mondo fuori sincrono della registrata nel tuo osceno “dai dai, ce la poi ancora fa!” Quando ciò che vogliamo è proprio e solo il balzo finale, lo sprofondo. Ma con l’onore delle armi e un più garbato finale.

A una festa in maschera


A una festa in maschera si leggeva Grozio inseguendosi su pattini a rotelle trovati in un vecchio baule, insieme ai libri.
Quando uno veniva raggiunto dove pagare una penitenza - un pizzicotto, un bacio, una ciocca di capelli - per il semplice fatto che lui stava davanti e quello dietro: doveva dunque essere in difetto, se scappava.
- E' evidente, è naturale - mi spiegava un pattinatore travestito da Jeeg robot d'acciaio. - La legge è LEGGE - proclamò Marlon Brando con la t-shirt lacerata e fradicia, i muscoli lucenti. - E' semplicemente così - soggiunse Cenerentola in un fiato, prima di scomparire in uno stridore di rotelle.
- Ma io come faccio a capire se sono la LEGGE oppure l'eccezione ...?
Nessuno mi rispose, tutti erano ormai corsi in giardino per giocare a ruba bandiera e lì, al centro del salone, sull'enorme kilim, era rimasto solo un pattino di Cenerentola che ancora rullava ... Prima di schiantarsi contro il baule.

La prima volta


La prima volta che scopammo era la prima volta che scopavo e mi chiedesti all'improvviso: Cos'è questo?

Avevo dimenticato lo Zanichelli sotto al lenzuolo.

Ma non avevo cercato amore - no di certo - mi pare scepsi, o gnosi, o epistemologia e comunque è stato abbastanza bello, lo stesso.

Poi dimenticasti tu qualche cosa nel mio letto, e si sa come vanno certe cose...

Uno di questi giorni devo ricordarmi di comprare un dizionario, mi dicesti anche, tra una Muratti e l'altra.

Non potrei vivere senza dizionario, ti risposi io dopo forse più di un anno che avevo smesso di fumare.

E si sa come vanno, certe cose...

Oggi ho cercato il termine scepsi perché me l'ero scordato, ancora.

Avevamo una memoria disastrosa, e tu capelli bellissimi.

Fiori di Bach


Fiori di Bach in gola al figlio che strilla
rose di chiosco alla modella che brilla:
- Ma tu mi ami davvero ...?
Scivolano i tram come la vecchia nel bagno.

lunedì 17 agosto 2009

Breve corso di scrittura creativa


Blood! Blood! Blood! Sangue e anche molto per cominciare, da spargere con il gesto largo di chi versi l’olio sulla focaccia. In tasca una storiella sanguinolenta da servire in ogni occasione. Ma con noncuranza, senza apparente sforzo o fatica. Come l’anziano che dice al giovane: “Ce la facciamo una sgambata?”

Ho visto una ragazza dal dentista spillare fiotti di sangue dalle gengive scoperte. Non poteva chiudere la bocca, i rotoli di ovatta erano ormai completamente inzuppati e le deformavano i lineamenti del viso. Stentando, la cannuccia aspirava la saliva impiastricciata, ormai livida. Il suono era quello consueto di un Apecar che arranchi su un vallone, con un cagnetto meticcio che scodinzola sul pianale. E però mancava movente, colpa ed espiazione. Una cattiva storia, insomma.

Eppure lui continuava a guardare, a rovistare in quella bocca con lo sguardo vacuo di chi frughi dentro a un frigo; cercando lattine di birra danese, i wurstel di Bolzano o la ketchup da riversare a litri sui pellerossa quando cascavano da cavallo; o meglio si lanciavano scivolare con plateale perizia, un ultimo sussulto come di gallina colta da una vampa di calore (sindrome chiamata SIM, lo stesso dei telefonini). A terra dovevano fingere di essere morti stecchiti, anche quando l’uomo bianco si avvicinava al loro scalpo. In viaggio per i verdi pascoli di Manito.

Storie che germogliavano nel niente di un mattino, ma per coglierle bisognava possedere un solo occhio, come Ciclope. A John Ford (ma pure a Nick Ray, a Fritz Lang) forse per questo cominciò a calare un sipario ovoidale e scuro sopra l’altro occhio, che ogni giorno si chiudeva sempre di più, fino a coincidere con lo stigma arrossato della cicatrice. L'eccedenza del reale veniva così espunta insieme al pus, ricomposta nella misura della parte. Il tutto è troppo.

Una semplificazione marziale, spiccia, che anche in questo li rendeva simili a un famoso generale israeliano. Quando compariva stava ritto in un carro cingolato, da cui sporgeva con il busto e le braccia; le muoveva convulse dentro l'aria, strillava ordini in una lingua sconosciuta, i militari intorno attenti a non impallarne la testa nuda e tonda, che riluceva nell'inquadratura. Da lontano ricordava il simbolo del Tao: una pecetta nera nel bianco della faccia, un granello bianco nel nero della storia.

I più intraprendenti tra noi realizzarono lo stesso artificio con elastici e vecchi scampoli, fettuccine di stoffa sottratte alla cesta generosa delle nonne. Ma la Standa e la Rinascente ne erano ugualmente fornite, in quel tempo in cui l'inverno comincia a maturare dei dubbi, si inciampa e si contraddice, in attesa di recuperare la spavalda certezza dell'estate. Ci si calava così, mezzi orbi, nello scurissimo abito del Corsaro Nero: le maniche da cui sgorgano sete, gli sbuffi le trine ed i pizzi. Sul cappellaccio, una lunga penna di corvo.

Conosciuto anche per via dei fratelli minori Enrico ed Amedeo, più noti come Corsaro Verde e Corsaro Rosso, la sua vicenda ricorda certe dinastie cinematografiche prive di fantasia, dove ci si sente inchiodati alla parte fino all'ultimo rampollo. La figlia Jolanda come Jane Fonda, dunque. Come la staffetta generazionale dei Tognazzi e dei Gassman. Malgrado il sole affilato della Tortuga, chissà perché, tutti la immaginavano pallidissima.

sabato 15 agosto 2009

7\1



Il giorno che morì il mio cane indossavo degli occhiali a pois, la luce filtrava attraverso minuscoli fori come spilli di luce in una cattedrale gotica, una meridiana segreta, misteri in formato prime time che un uomo con la giacca troppo ampia provava a spiegare a questo modo: all’ora esatta precisa del solstizio d’inverno, o era forse primavera …

Non ricordo, ho spento la tivù perché mi facevano male gli occhi, ero disabituato a vedere i contorni senza il filtro convesso di una lente.

Ad alcune persone piace questo genere di programmi, dove il mondo si ricompone come una donna elegante quando esce dal camerino.

Chi mi ha venduto gli occhiali diceva che non è la pupilla ma la cornea, col passare degli anni diventa pigra, bisogna fare ginnastica, allenamento, ha usato questa parola: fitness.

La sua compagna lo ascoltava senza interromperlo, annuiva anticipando con la testa i punti esclamativi del discorso, ne accompagnava le virgole con le sopracciglia.

Mi ricordava quei cagnolini di pezza che negli anni settanta si mettevano sul lunotto posteriore delle automobili, con una spirale di metallo tra il capo e il tronco così da dondolare a ogni piega dell’asfalto, sobbalzando affermativamente.

Quando non erano i cani erano bambini appollaiati sul sedile, tutto negli anni settanta dondolava e guardava indietro con un occhio, mentre con l'altro fissava dritto in faccia il futuro e gli gridava sì sì oppure no no, era lo stesso. Un universo certo che si sporge dalla poppavia di una nave, si riflette nella schiuma bianca: bye bye, au revoir, un bacio e un soldo amore mio!

O altrimenti smorfie e linguacce e corna alla vettura che succede, la si voleva incenerita da una sola sgasata della 128 rally di papà, con la canoa montata sul tetto come la freccia implacabile di Diana.

Bambini degli anni settanta, già...

Che poi eravamo noi e ci vedevamo benissimo anche senza occhiali, perché mangiavamo il formaggino Susanna, la carne di Gringo, Ovomaltina a colazione.

Ma ben prima le pietanze erano nude, oscene e senza il velo di un battesimo. Merendine di burro che era semplice burro, marmellata per dire marmellata, la sera calava un silenzio spesso e duro, senza una musichetta pietosa che fu il nostro jngle di benvenuto; e benvenuti lo eravamo davvero, come il nome quando trovi finalmente la sua dimora tra le cose.

Il nome del mio cane era invece Baruzza, ma sul libretto stava scritto Matisse.

Un fruscio leggero tra la lingua e il palato, pronuncia francese colta, distinta. Fu scelto per richiamo a quel pittore che le ragazze più grandi sfoggiavano nelle loro camerette, appendendo le stampe con puntine da disegno colorate: i rossi accesi, i verdi, i blu di una danza selvaggia e primitiva, che va a scalzare il poster di un attore o un cantante con boccoli scuri sulla fronte; si vede ancora l'ombra rettangolare impressa sulla parete, una specie di sindone laica a riprova della redenzione dall'infanzia.

Da quel giorno inizieranno a fare shopping dando del tu alle amiche delle loro madri, quando queste le agguantano sottobraccio all'uscita della boutique, le scarpe nuove con il tacco alto, stessa identica esitazione della prima volta che si smontano le rotelle alla bicicletta.

A me i quadri di Matisse sembravano molto belli e poi, all’improvviso, molto brutti.

Che piacere sottile avere un' opinione su ogni cosa! L'arte di agganciare un cartellino: niente sconti sulla sensibilità e l'arguzia, essere diversi dagli altri, lo si chiamava "mucchio"; un cantante ebbe successo con una canzone che diceva io no, nel branco non ci sto.

Mi hanno chiesto ora cosa penso di Matisse e sono rimasto zitto.

Un tizio al bar, il mese scorso. Non ci credeva che non penso proprio nulla, sei uno scrittore, Matisse, devi avere un'opinione su Matisse!

Un’altra cosa che ti insegnavano negli anni settanta è che un anno dei bambini vale sette dei cani e in pratica mio nonno vale più o meno come un cucciolo di Dalmata, riflettevo, stanno pari. Al papà mancano invece quattro o cinque cuccioli e a me tantissimi non stanno neanche sulla punta delle dita, potevo stare tranquillo, al caldo, addormentarmi...

Quindi il veterinario ha preso una siringa e un ago affilato e lungo, ha scostato il pelo con una carezza, e mia mamma si è messa a piangere.

lunedì 10 agosto 2009

Il palloncino del Gattopardo


Al bar Piero, da qualche mese, è arrivato il Gattopardo. Credo che con questo titolo intenda semplicemente sottolineare la provenienza siciliana. Il soprannome se l’è infatti assegnato da solo: “Ciao ragazzi, vi voglio bene. I love you dal Gattopardo”. E’ il suo saluto, prima di andarsene con la testa incassata tra le spalle, lo sguardo perso dentro al cielo.
All’inizio il Gattopardo si sedeva un po’ discosto dal nostro gruppo. Nessuno sapeva chi fosse, da dove sbucasse fuori. Poco meno di quarant'anni, i capelli neri che cominciano a diradarsi, ma un viso liscio da ragazzino. Come ora, indossava sempre una polo colorata un po' abbondante, perlopiù rossa, mai di marca. Quindi ordinava una birra piccola e ci osservava in silenzio. Ma quando gli è forse parso di intravedere una maglia più lenta dentro i discorsi, si è infilato senza preavviso. E nessuno è più riuscito a fermarlo.
I suoi argomenti spaziano dall’agiografia – pare che abbia un’intera collezione di statuette dei santi, nel lungo corridoio della sua abitazione – agli ufo – una stirpe aliena chiamata Anellini, a cui un certo Maurizio Cavalli dà del tu – a curiose interpretazioni storiche e scientifiche. Argomenti che incominciano ad avere un loro pubblico affezionato, per ragioni tutto sommato comuni a questi luoghi: ci fa ridere.
E’ buffo sentire raccontare il Gattopardo dell’origine dell’umanità, che discenderebbe da una particolare specie di scimmia chiamata Cambogia. La quale dispone dei seguenti attributi: è bionda, nuota a dorso e respira sott’acqua. Oppure ascoltarlo mentre discetta di geomorfismo, concludendo che i terremoti sono causati dagli Anellini - ogni tanto scuotono un poco la terra, come passatempo che rivelano poi a Maurizio Cavalli. O ancora, spericolate esegesi storico-teologiche sul tradimento di Gesù. Che non sarebbe avvenuto solo da parte di Giuda Isacariota, ma anche di un suo amico, oltre che socio in un'impresa commerciale. Più precisamente, sarebbero stati titolari di una pizzeria a Gerusalemme. Però qui il Gattopardo fa una pausa, forse intuendo la scarsa verosimiglianza della cosa. Quindi riprende aggiungendo un dettaglio decisivo, e nella sua intenzione persuasivo: “Ragazzi, oh, non una pizzeria normale: una pizzeria d’asporto”.
Con Giuda pizzaiolo in un take away, il Gattopardo si è assicurato i riflettori dello sghignazzo perpetuo. Era inevitabile, l'universo franto ma in fondo omogeneo dei bar sport, è soggetto a un'implacabile legge darwiniana. Dove il più debole, la nota dissonante a una partitura di quieto buonsenso, è destinato a soccombere, a essere triturato dal gruppo. Eppure io non ho mai pensato che fosse semplicemente uno svitato, magari con qualche punta di stralunata e involontaria poesia, ma che in lui ci fosse qualcosa di più. Qualcosa che dice anche di noi, intendo.
Dopo averci spiegato – perché il Gattopardo non racconta, ma spiega, illustra, pontifica, ignorando ogni replica – dell’origine della specie umana dalla scimmia Cambogia, egli infatti aggiunse: "L’ha detto Gerry Scotti." E così per tutte le sue altre teorie para-scientifiche: esiste sempre un appiglio, perlopiù mediatico. Quando non è Gerry Scotti, si tratta allora di una trasmissione chiamata Enigma, oppure Top Secret; che il Gattopardo chiama però “topi segreti”, con spostamento lessicografico involontario degno del miglior Totò. Insomma, se lo dice Gerry Scotti o i topi segreti, non si discute. Si tratta della verità.
Cercando di sintonizzare le frequenze del mio pensiero con la sua logica provvisoria, ma potentemente simbolica, mi è così parso di scorgere il principio di una qualche razionalità. Che per quanto estrema, interpreta, se non addirittura prefigura, un destino comune. Quando ad esempio si appoggia all’autorità intellettuale di Gerry Scotti, è inevitabile il riferimento al suo programma più famoso, Chi vuol essere miliardario. Dove il presentatore, come noto, pone una domanda al concorrente, presentandogli contestualmente quattro possibili risposte, di cui una solamente corrisponde a verità. Ecco, io credo di aver compreso che la reazione del Gattopardo sia allora di questo tipo: non una, ma tutte e quattro le risposte sono “vere”. Perché pronunciate da Gerry Scotti, naturalmente.
Certo, questo è un esempio quasi paradossale. E comico, anche, come abbiamo visto. Ma provando a ricondurre la sintassi immaginifica del Gattopardo dentro una struttura riconoscibile, a me pare che avvenga questo. Esiste un problema generico relativo alla verità di un enunciato. Le affermazioni, che possono essere anche fattuali come la discendenza della specie umana, o la vicenda storica di Gesù di Nazaret, per essere verificate vengono allora filtrate da due diverse griglie concettuali, tra loro alternative. Da una parte l’intima evidenza della cosa in sé, o la coerenza logica ed esperibile dei suoi enunciati. Così se diciamo che un sasso va a fondo dentro l’acqua, per validare l’affermazione non c’è come provare a lanciare una pietra in un torrente. Se affonda, la proposizione si dimostra vera.
Diversamente, esiste un altro genere di validazione fondata sul consenso, o indirettamente sull’autorità di chi la esprime – che è lo stesso principio, solo traslato. Ad esempio, se il Pontefice della Chiesa Romana afferma che gli omosessuali sono fuori dal disegno divino della salvezza, esprime un particolare tipo di verità – quindi incontestabile – basata sull’autorevolezza del suo ruolo, e che chiamiamo verità di fede. O meglio, esiste un consenso preliminare intorno alla “verità” di quel ruolo. E tale consenso, per metonimia, viene esteso anche alle preposizioni che dal ruolo traggono legittimazione.
Questa distinzione interna alla categoria filosofica del Vero, era già nota nel pensiero classico. In Grecia, dove esisteva una percezione nominale particolarmente sottile, venivano così usati dei vocaboli differenti. Episteme era un termine con cui veniva indicata quella particolare verità fondata sull’evidenza, sulla coerenza logica ottenuta per via sillogistica, altrimenti detta apodissi. Non esisteva ancora la nozione di scienza come modernamente intesa, e quindi non siamo legittimati a farla coincidere con una verità sperimentabile, e ancor meno replicabile. Eppure l’episteme, che letteralmente significa “ciò che sta sopra”, è ugualmente in grado di affermarsi in luogo della propria forza: per la persuasività del contenuto proposizionale, potremmo dire.
Al contrario il termine doxa, che significa opinione, ha nel grado di adesione del soggetto all’enunciato l'unica possibile legittimazione. In pratica non ha molto senso chiedersi se sia vero o falso ciò che viene affermato per doxa, quanto se sia autentica la compenetrazione emotiva che lega a un enunciato. Un’ opinione è insomma "vera" se la sentiamo con intensità, con partecipazione. Molte opinioni convergenti fanno dunque una cultura. Mentre una cultura fondata sulla doxa e non sull’episteme, è una cultura emozionale, carismatica, o se preferiamo teologica. Ossia un pensiero di carattere simbolico, che assegna ai suoi rappresentanti l’autorità di stabilire il vero e il falso, indipendentemente da qualsiasi altro elemento che "sta sopra”.
Bene, dopo questa divagazione filologica torniamo al nostro amico Gattopardo. Qual è dunque la struttura soggiacente le sue affermazioni sulla scimmia Cambogia, gli Anellini, i take away ante litteram …? A me sembra a questo punto abbastanza evidente. Il Gattopardo delega la propria facoltà critica all’autorevolezza di un giudice esterno, che nel suo caso coincide con Gerry Scotti. Quindi, senza preoccuparsi del contesto in cui il proprio referente si esprime – cioè se sia in fase di interrogazione o di replica - prende tali enunciati e li trasferisce tout court all’interno del proprio argomentare. Poco importa, dunque, se tre delle affermazioni fatte da Gerry Scotti erano sbagliate per definizione, e vera solamente una quarta. L’autorevolezza semantica di Gerry Scotti è tale da azzerare quelle che a lui appaiono come trascurabili sottigliezze: sofismi.
Provando a fare un dolly cinematografico che ci sollevi dai tavolini del bar Piero, a me sembra che accada dunque questo. Esiste un luogo, l’Italia, e un popolo, gli italiani, dove da svariati secoli si è preso a confondere doxa con episteme. Con il termine "gattopardismo" che sta forse a segnalare proprio questa transumanza del consenso; dove stabile rimane solo l'interesse particolare, la ricerca delle briciole sulla tavola del sovrano di turno. Venuta progressivamente meno l’autorità enunciativa di attori linguistici come la Chiesa Cattolica Romana, o il nucleo etnico e parentale, lo stesso popolo ha iniziato a rivolgersi ad altri soggetti produttori di narrazioni, altri sovrani. In particolare, a partire dal secondo dopoguerra, ai mezzi di comunicazione di massa: radio, giornali, cinema. Televisione, soprattutto.
E' dunque sufficiente che un'opinione venga stornata dal bar Piero ed espressa da uno di questi strumenti, per guadagnare automaticamente in riconoscimento; la doxa viene obliterata dal mezzo, potremmo dire. Il processo di obliterazione dell'opinione, diviene particolarmente evidente con la diffusione dei talk show. Se Maurizio Costanzo chiede a Margherita Hack un parere astronomico, è considerato normale - ossia vero-simile - che questo parere venga sottoposto al vaglio degli altri ospiti presenti sul palco. E Alba Parietti o Platinette, possono tranquillamente dissentire: affermando che è il sole a girare attorno alla terra, ad esempio. Gli enunciati di Margarita Hack e di Alba Parietti e di Platinette, sono infatti sullo stesso piano. Non saperi, ma opinioni ugualmente legittimate dalla presenza sui divani del Parioli.
Nella logica formale, lo stesso processo viene chiamato tautologia, perché la dimostrazione si risolve in una circolarità tra premesse e conseguenze, dove è la forma del discorso a garantire in merito al proprio contenuto. Un po' come i documenti di autocertificazione che vengono ora rilasciati dall'anagrafe comunale, un po' come chiedere a Totò Reina di giudicare Cosa nostra, o a Rocco Siffredi una diagnosi ginecologica. Troppo coinvolti, voglio dire.
All’interno dei luoghi di pubblica narrazione, si è però negli ultimi anni creato un dissidio interno, come appunto le baruffe al Parioli. Alcuni giornali si sono messi a smentire la verità tautologica del Presidente del consiglio dei ministri, che è contemporaneamente la principale autorità linguistica del medium televisivo. Un doppio sovrano quindi: del fare e del rappresentare. Se vogliamo continuare a considerare queste voci come “verità di fede”, si è insomma creata una sorta di guerra di religione, in cui diverse confessioni si contendono il proscenio di una verità spettacolare. Anche i giornali del gruppo Repubblica ed Espresso, sono infatti soggetti in qualche modo "teologici", con un particolare approccio ai saperi che molto ricorda la Dialettica dell’Illuminismo di Adorno e Horkheimer. Insomma, un pensiero critico ma intriso anche di ideologia modernista, di doxa che si fa influente filtro cognitivo, cultura popolare, per quanto all'origine borghese. Mentre dall’altra parte, la doxa non ha nemmeno più una parvenza epistemica: è pura opinione fondata sul potere seduttivo di un corpo, di un racconto mitico che veicola storie non molto lontane a quelle degli Anellini, della scimmia Cambogia e di Giuda Iscariota con la sua pizzeria - ma bada bene: d’asporto.
Curioso che i giornali stranieri si stupiscano per la tiepide reazioni degli italiani alle stoccate di questo conflitto, che molto ricorda il duello con lame di luce azzurrina e intangibile, nella celebre sequenza di Guerre stellari. Io credo invece che gli italiani non siano coinvolti perché lo vivono come gioco d'opinione, cioè come contrapposizione dentro il regime linguistico della doxa, unico domicilio contemporaneo del Vero. Le rivelazioni di Repubblica ed Espresso, che molto invece hanno di reale, di concretamente verificabile (e verificato), sono quindi compromesse dallo sfondo teologico attraverso cui vengono accolte e filtrate. Si confonde, insomma, ancora una volta tra le buste. E come fa il Gattopardo, non è più tanto importante in quale delle quattro sia contenuta la risposta esatta. Piuttosto chi enunci la propria verità di fede con maggiore forza liturgica, a cui aderire visceralmente.
Il Gattopardo ora si alza e dice che deve andare a casa. “Ciao ragazzi, appena torno in Sicilia vi prendo i cannoli e le meline rosse di marzapane, ok? Vi voglio bene, I love you dal Gattopardo: ciao ragazzi, ciao ciao ciao...” Osservandolo di spalle mentre si allontana come un pinocchietto malinconico, mi viene in mente la battuta di uno tra i più beffardi tra noi. Che notando il suo sguardo sempre rivolto al cielo, il collo conficcato tra le scapole, gli disse un giorno: “Hai perso il palloncino?”
Sì, siamo un popolo che ha definitivamente perso il palloncino, e che si appende alla cordicella di un’opinione sorridente, seduttiva. Ma senza nemmeno più quel velo di tristezza che leggo negli occhi nocciola del Gattopardo, allarmati come quelli di un cerbiatto smarrito. Forse per questo è sempre rivolto al firmamento, quel che “sta sopra” ma ostinatamente si cela, il Grande carro della vita, nella vana speranza di ritrovare un sentiero nel bosco. O magari solo il suo palloncino.

domenica 9 agosto 2009

Sogno



Mi bagno, ci bagniamo
passiamo da vasche piscine
a una doccia, nuove acque
di sciampo in sciampo
fino a quando il calore
della riviera d'agosto
cola nel mezzogiorno
stremato dagli spruzzi
una processione di figuranti
con pelliccia e cappotto
dove è il film di una qualche
celibe Russia

martedì 4 agosto 2009

Sintesi pop


Ripensando alla condizione moderna della crisi, anticipata nei languori tardo ottocenteschi e dal romanzo russo - Dostoevskij, Goncaravov, Bulgakov ... - passando per le avanguardie storiche - futurismo, dadaismo, surrealismo ... - , ben dentro la grande letteratura mitteleuropea - Musil, Kafka, Roth ... - la filosofia e la poesia tedesche - Heidegger, Celan, Boll ... - il teatro più o meno dell'assurdo - Beckett, Ionesco, Pirandello ... - la psicanalisi e la frammentazione musicale e pittorica - dodecafonia, cubismo, espressionismo ... - culminando nella condizione postmoderna della dissidenza privata (la "fossa"), piuttosto che nella rivolta prepolitica e ulcerosa del movimento punk, mi accorgo che la sintesi più lucidamente e drammaticamente pop, si può trovare nelle seguenti parole:

"Bravi ragazzi
siamo amici miei
tutti poeti noi del '56
a spasso in un mondo
che si dà via
la vita è solo acrobazia
Camminiamo
sul filo nel cielo
a più di cento metri
dall'asfalto
siamo un punto là in alto
bandiere nel vento di città
Restare in piedi
è quasi una magia
tra tanti imbrogli
tanta ipocrisia
andiamo avanti
senza mai guardar giù
tornare indietro
non si può più
Camminiamo allo sbando
in un mondo
che sta quasi
per toccare il fondo
sospesi nel tempo
in crisi da un' eternità
Io vivo come posso
amica mia
non so chi sono
ne' di me che sarà
il mio futuro
è qualche metro più in là
seguo soltanto la mia via
Camminiamo
sul filo nel cielo
si può cadere
da un momento all'altro
sospesi nel tempo
spostati nel vento di città
Noi siamo altrove
lontani chissà dove
venuti da un lungo inverno
direttamente all'inferno
tutti noi bravi ragazzi
tutti noi che stiamo a pezzi
su queste strade tanta gente
strade che non portano a niente
mezzi brilli mezzi tristi
tutti noi poveri cristi
in questi anni senza cuore
in questa vita sempre uguale
tutti noi bravi ragazzi
tutti noi che stiamo a pezzi..."

Miguel Bosè, testo della canzone Bravi Ragazzi, 1982

domenica 2 agosto 2009

Merda d'artista, o sulla filosofia della fossa


“Preparare i cimiteri a una mortalità anormale dovuta all'influenza A”. E’ quanto scritto in una circolare diffusa dalla Vallonia, regione francofona del Belgio, ai comuni del proprio territorio. E riportata in una pagina del giornale disteso sopra il tavolino, dove sta seduto il mio amico con una sigaretta spenta in bocca. Vicino un tè freddo alla pesca, un pacchetto di Winston light appena aperto, parole accidentali tra maschi che si incontrano per caso. Lui mi racconta che è venuto a trovarlo suo figlio, vive a Firenze con la madre. Ha ormai trentacinque anni e da dieci quasi non esce più di casa. Gli mancava solamente la tesi per laurearsi, non l’ha data. Ora passa le giornate davanti al computer. Non è depresso. E’ pieno di interessi, anzi. Un ragazzo intelligente e sveglio. Però non ha un lavoro e non lo cerca. Nemmeno la patente della macchina: non si è presentato il giorno dell'esame di guida. Come se questo suo interessarsi alle cose del mondo si richiudesse subito su di sé, un’onda che si frange in una leggera schiuma di latte.
In Giappone credo che abbiano anche battezzato questo atteggiamento, cresciuto al punto da diventare un fenomeno sociale; una sindrome psichiatrica, addirittura. Lui ne conosce il nome e me lo rivela. Ha un suono acuminato, pieno di spigoli, come la lingua impossibile che lo esprime. Io trovo che sia invece un fenomeno semplice e “convesso”, per così dire. E che mi viene da chiamare proprio con l'immagine della Vallonia: essere in un fosso, scavarsi la fossa con le proprie mani.
Ricordo quando mia nonna mi ripeteva: Guido, non fasciarti la testa prima di averla rotta. E io invece lo facevo di continuo, e lo faccio spesso ancora oggi: mi fascio la testa, mi scavo pure io una fossa con le mani. Come i valloni, resto quindi in attesa di una qualche peste bubbonica, che soffi via la nostra inutile specie con un sospiro. Invece non è mica vero, penso subito dopo, che l'umanità è inutile. Siamo infatti bravissimi, a scavare delle fosse.
Provo allora a entrare ancora più dentro la mia fossa, tra gli umori delle metafore. In un libro che ho amato molto, Il giovane Holden di Jerome David Salinger, siamo alle prese con un adolescente di questo genere. E’ in crisi col mondo, ogni cosa gli sembra stupida, inutile e fasulla. E non ha tutti i torti. Così anche Holden, giorno dopo giorno, inizia a scavarsi la sua fossa.
Una notte torna a casa di nascosto dai genitori – loro lo pensano ancora nel collegio da cui è fuggito – e qui ritrova la sorellina Phoebe. Hanno una conversazione illuminante, una pagina di grande letteratura. In cui Holden riesce finalmente a tirar fuori tutta la terra da sotto le unghie. Questa cosa qui è una scemenza, quest’altra non mi piace, quel tizio è un cretino. La lista delle idiosincrasie di Holden è lunga e articolata. Convincente, anche, da molti punti di vista. Ok ok, lo interrompe al termine della sua requisitoria la serafica Phoebe. Mi hai detto tutto quello che non ti piace. Ma adesso me la vuoi dire, una cosa che ti piacerebbe fare nella vita?
La domanda è spiazzante. Holden proprio non se l’aspettava. Tace, barcolla come un pugile appena colpito alla punta del mento. Ma dopo un lungo silenzio, se ne esce con una risposta che vale da sola tutto il libro. E che in inglese ci rimanda al titolo originale: The catcher in the Rye (“l’acchiappatore” nella segale). A volte mi sogno un campo dove i bambini corrono e giocano, una grande distesa colma di segale. Inizia così la riposta di Holden a Phoepe, che Salinger ha il potere di farci sentire con le sue orecchie femmina in miniatura. Però questo campo è sulla soglia di un precipizio. Correndo, ignaro, festoso, ogni tanto qualche bimbo casca inavvertitamente nel precipizio. Gli altri non se ne accorgono e continuano a giocare come se nulla fosse accaduto, fino alla prossima giovane vittima.
Io mi fermerei qui per un momento, una breve riflessione. Cos’è che distingue Holden dagli altri adolescenti del collegio da cui è scappato? Sì, il fatto che quasi tutto gli fa schifo. Ma anche la percezione, simbolica non meno che concreta, di qualcosa come una minaccia latente, un’incrinatura nella rappresentazione felice del mondo. E scavarsi una fossa, è forse allora l’unico modo per non venire inghiottiti dal precipizio della menzogna, dell’illusione che tutto rende fasullo e privo di verità. C’è insomma anche un elemento di lucidità e perfino di saggezza, in quelle sensibilità allertate, come il figlio del mio amico, che decidono di sfuggire a tutto ciò. Eppure la risposta di Holden non è questa.
Ecco, a me piacerebbe poter stare al limite estremo del campo, continua Holden. Stare proprio a un passo dal precipizio. Così quando un bambino, correndo, si avvicinasse troppo al burrone, io lo acchiapperei per la collottola, impedendogli di precipitare …
Phoebe lo osserva, muta, dentro una notte newyorkese spalancata come i suoi grandi occhi curiosi. Poi mentre lui sta per uscire dalla stanza, lo richiama: Holden. Sì, risponde lui arrestandosi sulla porta. Quindi si gira con l’estenuata lentezza di un film di Sergio Leone. Sai, sto prendendo lezioni di rutti da una mia amica.
Salinger è tutto così: prosa e poesia, ossimori radiosi. Ci rimane l’immagine di questo adolescente sensibile e disadattato, che in un momento di disarmato candore vorrebbe sostare sulla soglia di un precipizio, salvare il mondo o anche solo un bambino, un cane, un qualcheduno. Ma c’è una cosa di cui forse nemmeno lui si è reso conto: per quanto ancora all'interno di un sogno, per raggiungere il limitare del campo, il principio dell’abisso, ha dovuto uscire dalla fossa che si era scavato. Passare dal rancore al fare.
Non vorrei trasformare in apologo quella che era solo una metafora letteraria. Però mi sembra che da quando il libro è stato pubblicato, nel 1951, l’intima dissidenza di Holden sia diventata uno stile quasi di massa, come le ciabatte con l’infradito. Tanto che i giapponesi gli hanno dato questo nome spigoloso, che non riuscirò mai a cacciarmi nella testa. Io stesso, per molti anni, ho preferito il tepore di una tana, in cui infiniti specchi restituiscono l’immagine ribaltata di quel che sta fuori. E’ come osservare il mondo dal periscopio di un sommergibile. Così quando tutto sembra brutto e volgare, basta porre un prefisso negativo per sentirsi diversi e migliori: NON-brutto, NON-volgare, NON-ipocrita e consumista. Il processo di disidentificazione, utile premessa all'emancipazione personale, è stato insomma confuso con la misura del Vero.
Ciò è attuale anche da un punto di vista politico. Cosa c’è di più infossato del Partito Democratico italiano, un partito che ha saputo fondarsi solamente sulla figura retorica dell’antitesi: NON-berlusconiano, NON-scopatore-di-escort, NON-amico-di-Dell’Utri … Ok, ok, tutto giusto, direbbe Phoebe. Ma se anche il PD avesse una sorellina arguta, con grandi occhi spalancati nella notte scura, aggiungerebbe: Franceschini, Bersani, Dalema, Veltroni … Ma una buona volta lo volete dire, e però in positivo, una cavolo di cosa che vi piacerebbe fare nella vita. Quindi mostrerebbe cosa ha imparato al suo corso di rutti.
Ma torniamo a me, al mio amico e a quel suo figlio un po' giapponese. Tutti in un fosso, è questa la nostra epoca. Ciò che io però trovo veramente insidioso, non è il NO IO NON CI STO, che con qualche buona ragione risbattiamo sul muso del mondo. Piuttosto il Si’, incondizionato, che viene espresso nella direzione dello stagno in cui si riflette la nostra labile figura. La mia impressione, è che il processo di diffusa giapponesizzazione nasca da qualcosa come una sorta di arrocco mentale, che in psicologia clinica potrebbe essere definito formazione reattiva. Nietzsche utilizzata un termine ancora più bello: malattia delle catene. Ad indicare il gesto di chi, reagendo a una condizione esterna percepita come ostile, ne replichi l’essenza dentro la sua risposta, solo in forma ribaltata. Da qui ricavò l’idea che il comunismo fosse intimamente legato al capitalismo, come l’immagine negativa impressa sulla pellicola. E facendo ancora un po’ di filologia, Felix Guattarì, parlando degli anni ’80, li chiamò anni invernali. Con questa immagine sottolineando come una sana dinamica psichica, dove il mondo venga investito dal desiderio, dalla libido, a partire dagli anni ’80 si è invertita di segno. Ritirandosi dal mondo, la libido ha così finito con l’allagare le nostre stanze.
Un altro esempio, nel diverso campo dell’arte, è quello che ricaviamo da una delle più celebri opere di Piero Manzoni. Mentre Holden Caulfield sfugge dal mondo, organizzato in collegi per figli viziati dei ricchi, Manzoni restituisce al mondo quello che il mondo gli offre: merda. Solo che in questo caso ci troviamo di fronte a una “merda d’artista”. Qual è dunque la differenza tra merda comune e merda d’artista? Io credo che, al di là della provocazione beffarda, nella definizione ci sia una motivazione non peregrina e genuinamente “artistica”, come lo stesso Manzoni sottolinea. Infatti il termine artista, nella tarda modernità, ha finito col coincidere con il luogo più intimo e profondo della soggettività; in altre parole, con la titolarità di una visione. Che in questo caso, corrisponderebbe con la titolarità della propria merda, sottratta alla cloaca sociale che va imponendosi attraverso la nuova scena metropolitana e tecnologica, che culmina nel sistema dello Spettacolo: estrema purga del desiderio da ogni residua incrostazione critica. Un processo che produce la cosiddetta omologazione culturale, che poi è forse semplicemente il gesto cacare tutti assieme, in famiglia, come cantava Giorgio Gaber. Quella del mondo è insomma una merda indifferenziata, alla maniera di un coro tragico, mentre l’artista si sottrae al brusio delle masse anonime che guadagnano la scena moderna, opponendo la sua irriducibilità olfattiva: va bene puzzare di merda, purché sia la propria merda.
La riflessione sull’ineffabile opera di Manzoni, è dunque per me decisiva nell’accostarmi alle parole del mio amico. Non più fosse comuni, come quelle in cui venne svilita la “salma d’artista” di Mozart, ma fosse napoleoniche per lo snobismo di massa: individuali, confortevoli, su misura come un bel vestito. In questo spostamento della percezione, l’elemento che diventa davvero cruciale nella sindrome giapponese della fossa - da scavarsi rigorosamente con le proprie mani - non è più la virtù, intesa come eccellenza del singolo all’interno di un sistema di valori condivisi. Piuttosto l’anti-virtù, interpretata come rifiuto di qualsiasi categoria generale di bello, buono e giusto. L’unico valore riconosciuto e ricercato, diviene dunque la corrispondenza di sé con sé. Ma al di fuori di qualsiasi altra categoria individualizzante – io non posso più essere intelligente o bravo, se rifiuto la nozione comparativa di intelligenza o quella etica di bene – lo stile unico e irripitibile della propria cicatrice, si pone come fondamento unico e tautologico della soggettività. Che tradotto nel linguaggio del Belli, diventerebbe: “Io so io, e voi nun siete un cazzo”. Insomma, un nuovo orizzonte culturale che forse non è nemmeno tanto nuovo. E all’interno del quale, diventa perfino ovvio sottrarsi alla fatica del lavoro o al giudizio di una commissione di laurea. Quando questa dovrà necessariamente fare riferimento a categorie di valore percepite come estrinseche, se non addirittura ostili.
La sensibilità moderna, centrata sul languore del riconoscimento, vertigine ammaliante dello specchio di Narciso, ha però un corollario. Se il desiderio libidico non è più orientato verso il mondo, come suggerisce Felix Guattari, ma autoriferito dentro un loop ipnotico e confortante, per centrare il bersaglio dell'ombelico è necessario scorgerne i contorni con chiarezza, distinguerci dal branco. Questo porta a una sorta di estetizzazione diffusa, di femminilizzazione del maschile. I valori storici della mascolinità si sono infatti costituiti, almeno in Occidente, a partire da una comunità politica, cioè una polis intesa come gruppo solidale e geograficamente collocato, a cui essere conformi anche nello spirito. Mentre il femminile, bandito dal discorso pubblico in quanto pericoloso, o meglio percepito come tale perché troppo “naturale”, confusivo, per essere accettato dalla comunità dei maschi ha avuto bisogno di distinguersi; ma non oltre una certa misura, per non destabilizzare nuovamente. E’ infatti a tutt’oggi considerato un pregio, per una donna, essere abbigliata in un modo personale ed eccentrico ad un party, quando invece il fascino maschile è giudicato con un metro quantitativo: i soldi, il potere, la cultura come somma di nozioni. Ecco, l’uomo del fosso è così un uomo femminilizzato, che fa della bizzarria, della stravaganza e della irriducibilità formale al gruppo, i suoi caratteri distintivi. Ma tale irriducibilità può avere anche un tratto filosofico, socratico: sapere di non sapere, quando il sapere pubblico è uno pseudo-sapere fondato sulla menzogna. La sintesi più efficace, diventa allora quella dei memorabili versi di Montale: “codesto solo oggi possiamo dirti, \ ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.”
Lo scenario che si sta delineando, mi richiama infine a un’altra opera che ho amato molto. E’ un film di Ken Loach, un bellissimo film. Il protagonista, Joe, viene da un doloroso percorso di disintossicazione alcolica. Prima di essere accettato dentro una comunità di recupero, gli è stato richiesto, come sempre in questi casi, di sottoporsi a una presentazione a dir poco imbarazzante. Di fronte all’intera assemblea degli alcolisti anonimi, egli deve alzarsi in piedi, con solennità rituale, e pronunciare la seguente frase: “Il mio nome è tal dei tali, e sono un alcolista”. Fino a che non avviene una pubblica associazione tra nome e vizio, i gruppi di recupero si rifiutano di accogliere le persone che richiedono il loro aiuto. Senza tale associazione, infatti, pare che permanga una percezione di sé in termini eufemistici: posso smettere quando voglio, un bicchierino ogni tanto … No No, il tuo nome, prima, e poi la descrizione del tuo gesto, che imparerai a chiamare vizio. Ciò che sembra implicito al percorso di riabilitazione, è pertanto l’esatto contrario della cultura della fossa. Gli alcolisti anonimi sembrano dirci questo: tu non esisti come individualità irrelata, tu sei qualcosa come una canna vuota soffiata dal vento delle relazioni. Che producono effetti nel mondo, conseguenze misurabili, quindi nuove relazioni. Per questa ragione, anche nozioni come sensibilità e interiorità perdono infine di significato, a favore della cruda concretezza dei gesti, degli atti pubblici che noi compiamo. Così se facciamo la cacca diventiamo dei cacatori, non degli artisti. E se beviamo oltre un certo limite, degli alcolisti.
Con tutta la forza e con tutta la dignità di cui dispone, e dopo molti dubbi, Joe si alza dunque in piedi. Pronunciando la frase in un sol fiato, come fosse l’ultimo bicchiere: “My name is Joe, and I’m alcoholic”.
Osservando la scena con incantata ammirazione, non posso fare a meno di un nuovo collegamento. Ritorna infatti alla mente la distinzione, suggerita da Max Weber, tra etica dell’intenzione ed etica della responsabilità. Dove la prima, fondata sulla volontà di fare il bene piuttosto che sugli effetti di tale volontà, è completamente svincolata dal gesto, poggiata com'è sul volubile ritmo del cuore. Non è difficile scorgerne l'ascendenza dentro cultura cristiana, e in particolare cattolico-romana, per quanto malintesa. Mentre per Max Weber un’etica matura è quella che pone il gesto, ma soprattutto le sue conseguenze, al centro della costruzione dell’identità soggettiva, che per avere sostanza etica deve avere una comunità come suo riferimento primo. Da questo punto di vista, è allora evidente come gli alcolisti anonimi, per quanto forse inconsapevolmente, siano degli incalliti weberiani (corretti da un pizzico di Levinas ...). Mentre la cultura della fossa riporta l’etica a una sensibilità agostiniana. “Ama e fa ciò che vuoi”, sembra infatti dire l’uomo del fossato. Ma in fin dei conti, non è tanto importante se quel che ami è il prossimo tuo.
Credo che sia conseguenza del film che mi scorre davanti agli occhi, che anche a me sta passando la voglia di impicciarmi del prossimo mio, almeno per un momento, e di concentrarmi sullo scarabocchio della mia cicatrice. In fondo le Winston sul tavolino non mi appartengono, io nemmeno fumo, o il tè freddo alla pesca o il giornale spalancato come lo sguardo di Phoebe, in cui si paventano distese di nuove fosse tra i valloni. A ognuno allora la sua fossa, la sua pagliuzza conficcate nella retina. Interrompo così il mio amico: per piacere, non voglio più sapere di tuo figlio. Se ha scelto di stare dentro un fosso, che ci resti, no? E’ una scelta come un’altra, almeno fino a quando ci sono viveri a disposizione. Può perfino essere qualcosa come un vaso da cui sbocciare più sani e più belli. Personalmente, ho però deciso di considerare vergognosa questa condizione, né più né meno una vergogna, se la vergogna è quel sentimento che nasce dal considerare gli altri come proprio specchio. Pascal diceva che dovremmo imparare a vergognarci di continuo. Sì, ho deciso di coincidere con la mia mano, di chiudere per un momento la pagina del cuore, stando agli effetti pubblici dei miei gesti. E mettendo così tra parentesi anche le languide dolcezze della sensibilità, o la mia merda ma tanto tanto profumata. Perciò mi alzo in piedi davanti al computer, davanti a tutti a voi, e lo dico chiaro e tondo:
Il mio nome e Guido, e sono in un fosso.
Poi correggerò questo testo, spegnerò il pc e uscirò fuori a ritrovare gli amici del bar Piero. Il Cagnola, il Farofa , il Miglietto e suo nipote Angiolino, che a cinque anni parla solamente il dialetto di Piateda, più incomprensibile e misterioso del giapponese dell’epoca Sengoku. Oppure il Cicci, camicia nera d'ordinanza. Adesso che non ha più l'età per fare il buttafuori nei night club, sta tutti i pomeriggi al bar Piero a incazzarsi con chi gli tocca la Juventus. Alla fine l'ho spuntata, mi ha promesso di prepararmi il minestrone con le verdure del suo orto; una punta di carne di manzo però, come gli ha insegnato sua madre. Ma dovremo aspettare l'autunno, quando sarà tornato anche il Mineur dalla Libia, e il tepore della carota e del sedano e della cipolla, come una benedizione laica e misericordiosa, disporranno gli animi all'agguato dei primi timidi starnuti. Proseguendo la mia passeggiata, magari troverò anche il mio angolo di campo. Dove acciuffare i bambini che corrono troppo vicini al burrone, in cui solo faremo gara a chi piscia più lontano. Ascoltando poi l'eco fragoroso dei nostri rutti nel vento.