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domenica 30 agosto 2026

A volte ritornano, o su Di Battista e i commenti dei No Vax

Innanzitutto auguro ad Alessandro Di Battista di riprendersi presto. Da quando è stato male, vedo che i commenti dei No Vax sono tornati a imbrattare le pareti del web. Pensavo che quella stagione fosse definitivamente conclusa, come quando in una serie tivù viene a mancare il protagonista. Io stesso, a suo tempo favorevole alla vaccinazione (non obbligatoria, però), ho rivisto molti dei miei fervori da tifoso, concludendo che alla fine si trattava di un farmaco come un altro; e cioè, stando all’etimologia greca del termine, un po’ veleno e un po’ cura. L’unica differenza è che erano stati tagliati i tempi della sperimentazione, e dunque presentava rischi maggiori, in rari casi anche gravi. Oltre a funzionare così così... Ma non è questo di cui voglio parlare.

Ci sono situazioni, perlopiù legate a eventi emotivamente carichi, in cui la psiche regredisce a stadi infantili, con la contrapposizione buono\cattivo a fargli da modello. E insieme al senso della complessità – i problemi complessi hanno sempre una soluzione semplice, sentenziava dalla cattedra il mio professore di Psicologia Generale. Aggiungendo dopo una pausa: Una soluzione semplice che perlopiù è sbagliata – ad andare perduto è il senso del ridicolo, che sempre dovrebbe frenare le nostre affermazioni più incaute.

Ciò che non è avvenuto è stato il compattarsi in fazioni distinte tra scemi e non scemi: tutti gli scemi in circolazione si sbracciavano, indifferentemente, per raggiungere la boa di una polarità oppure dell’altra, forse perché si sentivano risucchiati dalle profondità degli abissi (abissi di paura non meno che di rabbia, rancore). E tocca riconoscere che perfino i virologi, nella circostanza, non hanno offerto il meglio di sé, sfilando nei programmi televisivi colmi di una boria da primi della classe.

Ma dopo cinque anni, dico: cinque anni. Quanto odio e stupidità si deve avere accumulato per scagliarsi ancora contro Di Battista, rimproverandogli di avere sostenuto la campagna vaccinale. Nel frattempo sono state male – e purtroppo anche morte – sia persone a suo tempo vaccinate, sia persone che, legittimamente, hanno rifiutato il vaccino. Alessandro Meluzzi ad esempio, il quale si era speso con vigore contro i vaccini anti Covid.

Con la differenza che a nessuno è venuto in mente di dire che Meluzzi è stato male perché non si è vaccinato. In questa gara tra contrapposte imbecillità, i No Vax o, più propriamente, alcuni di essi, segnano così un punto a loro favore, riguadagnando lo scettro di più scemi del villaggio. Invece di preoccuparsi delle condizioni di Di Battista, gongolano. Aggiungendo, nemmeno in forma allusiva, avete visto, avete visto, cosa succede a vaccinarsi... E non per tornare a buoni\cattivi, guelfi\ghibellini, Milan\Inter, ma in questo caso è necessario essere altrettanto espliciti: vergogna!

(PS - Il mio professore di Psicologia Generale, Bruno Bara, stava citando Henry Louis Mencken: "Per ogni problema complesso c'è una soluzione semplice, ed è sbagliata." Ma era sufficientemente furbo da tenere il riferimento per sé, così guadagnando in carisma e sintomatico mistero.)

domenica 31 dicembre 2023

Mi fido o non mi fido...?

Facendo zapping con il telecomando sono approdato a un triste siparietto televisivo, e come sanno gli autori dei programmi il peggio ha un potere calamitante sullo sguardo. Era presente Piergiorgio Odifreddi, al solito sornione ma lievemente sotto tono, forse perché arreso all'impossibilità di un vero dialogo con la controparte, che era composta da una  bizzarra compagine di terrapiattisti e complottisti vari, in cui non poteva mancare Red Ronnie. Credo sia inutile fare il riassunto di ciò che è stato detto, la disparità degli interlocutori – volutamente selezionati per generare l'effetto "ma senti questi..." – basta e avanza. Sarebbe come fare la telecronaca di una partita di calcio tra la nazionale brasiliana e il Cantù.

C'è però un aspetto che trovo interessante e non conoscevo. Anche in matematica, materia astratta per definizione e dunque alla portata di un pensiero attrezzato allo scopo, non ogni formula è oggetto di conoscenza diretta. Mettiamo il teorema di Fermat. Odifreddi spiega che tutti i matematici lo conoscono, ma non tutti i matematici – solo una piccola parte in realtà – saprebbero dimostrarlo. Gli altri si fidano, delegano il loro sapere.

Questo elemento di delega della conoscenza non è un tratto della modernità, ma del processo di civilizzazione. Quando, ad esempio, nel secondo secolo a C. un mercante di olio percorreva la via Salaria e sul cippo a lato leggeva la distanza che lo separava da Roma, si fidava di quel dato espresso in milia passuum. Già allora sarebbe implosa l'organizzazione sociale repubblicana dubitando dell'informazione incisa sulla pietra miliare.

Eppure, continua Odifreddi, noi sappiamo benissimo che i governi non ci dicono sempre la verità, o perlomeno tutta la verità, nient'altro che la verità: molto viene omesso e qualcosa perfino sviato, come emerge dal caso WikiLeaks. Magari la distanza tra Roma e Ascoli sarà pure giusta, ma ogni sistema umano, come quelli informatici, contiene un bug, il più delle volte l'errore è frutto di semplice accidente.

Che fare dunque: buttare via tutto ciò che non è verificabile di persona, bambino e acqua sporca, o considerare lo scarto prospettico come una condizione necessaria, necessaria ma non sufficiente alla vita con altri?

Prendiamo il caso dei vaccini che ci ha diviso negli ultimi anni. Pfizer è un'azienda in cui lavorano fianco fianco centinaia di ricercatori, persone laureate, competenti. Al termine dei loro studi hanno sottoposto i risultati alle agenzie regolatorie del farmaco, anch'esse composte da donne e uomini con specifiche e dimostrate conoscenze nel settore. Immaginare un tacito e omertoso accordo tra di loro, in pratica una congiura, è semplicemente folle, ma la trasparenza di questo metodo di lavoro non garantisce al 100% sulla bontà del risultato, specie riguardo gli effetti a lungo termine dei vaccini. Tocca di nuovo fidarsi, delegare.

Un dubbio che ha indotto molti a sottrarre la spalla all'iniezione, dire a me non mi freghi mica, prima mostrare tappeto poi soldi. È la solita storia del dito di San Tommaso da infilare nella piaga, diventato il naso per ragioni fonetiche. Ok, possiamo capirli, non li condanniamo. In fondo, ci ricorda Popper, la scienza è tale perché i suoi enunciati devono essere falsificabili, e la verità di oggi domani potrebbe convertirsi in errore. Ma se tutti diffidassero non torneremmo a una condizione premoderna, ma precivile. In pratica, quando Uruk e Ur non erano ancora state edificate, e piccole tribù di Homo Sapiens Sapiens vagavano spronando un neghittoso gregge di pecore.

No, nemmeno la Fender Stratocaster di Jimi Hendrix era stata ancora inventata, mi dispiace caro Red Ronnie. Forse, nelle tue sedute di negromanzia, potresti convincerlo a suonare una foglia d'ulivo.

sabato 21 ottobre 2023

È stato solo un sogno, o sulle domande che spaccano il cuore

Questa mattina avevo il richiamo della vaccinazione anti Covid. Ore 10.00, presentarsi alla 9.50 con codice di prenotazione UNLXNSBIFRMRMYC, stava scritto sull’SMS di conferma. Si ricorda di portare un documento identificativo in corso di validità e la tessera sanitaria.

Vado a dormire tardi dopo due puntate di Twin Peaks, la prima stagione. Nonostante la pasticca di Rivotril ho il sonno un po’ agitato. Sogno. Al mattino i ricordi sono confusi, ma potrei giurare che una mia compagna di scuola faceva parte del sogno; siamo stati nella stessa classe sia alle elementari che alle medie, sempre nella sezione effe. Sì chiama Silvia. Da quanto tempo non la vedo? Saranno quindici anni, forse venti...

Probabile. Ma se voglio ritrovare un'immagine nitida devo risalire al Carnevale del 1975, quarta elementare. Io mi ero presentato a scuola vestito da direttore del circo – avevo fatto un po’ di fatica a recuperare la tuba, la giubba rossa con i bottoni dorati apparteneva a mia nonna – mentre Silvia da damina del Settecento.

La gonna conteneva un’anima di metallo, se provava a sedersi faceva leva sulla sedia e si sollevava la parte anteriore, mostrando a tutti le mutande. Corrado Lapsus veniva mandato ogni tanto in avanscoperta per sollevare il grembiule scuro alle bambine, e farci vedere il candore delle mutande. Ma così era troppo facile.

Alla fine, dopo alcuni tentativi, Silvia decise di rimanere in piedi. Noi con i gomiti appoggiati sui banchi di formica verdina a sbranare chiacchiere e tortelli; lei al centro della classe come un monumento, un’installazione artistica, un capolavoro. Bella è sempre stata bella, per quanto, a volte, il tempo somigli ai fanatici religiosi. Gente barbuta che abbatte le statue di un dio disallineato al presente. Mi piacerebbe rivederla.

Quando è il mio turno (numero 24 chiamano a voce alta e non più con il microfono, ormai a vaccinarsi siamo rimasti in quattro gatti), entro nel box e trovo l’infermiera di spalle; sta aspirando con la siringa un intruglio che già immagino scorrere minaccioso nel mio sangue. Si gira e mi chiede: “Spalla destra o sinistra?”

“Sinistra direi, ma tu…?”

“Si, sono io. Con queste cose sulla bocca", e indica la mascherina, "non ti avevo riconosciuto subito nemmeno io. Come stai, Guido?”

“Bene, sì, insomma… E tu, abiti sempre a Sondrio, ti sei sposata, hai figli?”

Non presto attenzione alle risposte, mentre parla – sono proprio un cialtrone – sto pensando se dirglielo o meno, e nel caso come.

“Silvia lo sai che questa notte ti ho sognata” la interrompo in una sola rapidissima emissione di fiato, si ingolfa in quella cosa che tengo anch'io sopra la bocca. Replico allora il suo gesto di indicare la mascherina, fingendo di giustificare così la mia goffaggine. Sembra l'inizio di una canzone di Luca Carboni.

“Davvero?!”, risponde lei con un tono di sorpresa che appare accentuato e artificioso, quasi a nascondere una notizia che già conosceva. 

“Sì, ma non preoccuparti: non facevamo cose strane… Eravamo vestiti. Non ti si vedevano le mutande, come quella volta a Carnevale.”

Speravo di farla sorridere ma resta seria, concentrata sulla siringa, non si ricorda dell’episodio. Provo a raccontarglielo ma mi anticipa: “Fa lo stesso, andava bene uguale."

Finalmente sorride, e dopo avermi invitato, sempre a gesti, ad abbassare la spallina della maglia di caldo cotone, continua: "Quello che facevamo facevamo. Tanto si trattava di un sogno, solamente un sogno, no?”

Annuisco.

Mi infila l’ago nella spalla senza preavviso, poi preme lo stantuffo con una delicatezza che sembra contraddire l'impeto iniziale, i ballerini nel tango fanno qualcosa di simile. Non sento nulla. Preferisco quando le iniezioni fanno male, mi sembra che per stare bene si debba soffrire un po', non tanto, solo un po’. Al termine mette un cerottino come quelli che ricoprivano le ginocchia dei bambini degli anni Settanta. “Posso andare?” dico io.

“Sì, sì.”

“Allora ciao, Silvia.”

”Ciao Guido.”

“…”

“Aspetta” mi dice quando sono già arrivato alla tenda del box, “nel sogno eravamo come adesso, sì, insomma, vecchi… o come una volta?”  

mercoledì 14 dicembre 2022

La vita continua

Per curiosità, sono andato a vedere cosa succedeva in Italia un anno fa, un anno preciso sul fronte della pandemia. Ebbene, considerando il dato medio a una settimana, il 13 dicembre 2021 venivano registrate 98 morti al giorno per cause associabili al Covid. E oggi? Sempre 98. Non 97, 99, 100... No, proprio 98. Uguale uguale.

La differenza consiste nel fatto che la gente ha ora smesso di indossare le mascherine, i mezzi pubblici non scontano più limitazioni e le vaccinazioni stanno calando; i dati ufficiali dicono che solo il 37% di fragili e anziani è ora protetto dal vaccino. Per il resto, non arrivano all’1% gli italiani che hanno fatto la terza dose da meno di 120 giorni. Non parliamo di quarta e quinta, per le cui somministrazioni vanno deserti i centri vaccinali.

E dunque, eravamo scemi prima, quando proteggevano noi e soprattutto gli altri, o siamo scemi adesso?

Non lo so. Ma se non possiedo le competenze sanitarie per esprimermi, questo dato suggerisce un provvisorio bilancio filosofico. Anche il senso di responsabilità e la prudenza e perfino la verità scientifica (o quantomeno la sua percezione), come la bellezza stanno negli occhi di chi guarda. E la specie a cui apparteniamo – per difendersi dall'angoscia, immagino – dopo un po' si abitua a tutto, come cantava Herbert Pagani in Albergo a ore.

Trascorso qualche anno, in Calabria le vedove smettono gli abiti scuri e riprendono ad andare a ballare la viddhaneddha; cavalli da rodeo, dagli e dagli, familiarizzano col morso, non sgroppando più quando un cowboy gli depone la sella sul dorso; i ginecologi – apra bene le gambe, signora – fanno il callo alla vista della fica e sognano una meringa con la panna. Infine noi, ormai abituati al fatto che 98 nostri simili, oggi, ma pure domani e domani l'altro ancora, ci lasceranno le penne per qualcosa che ha smesso di riguardarci.

Nessuna polemica. Come si dice, la vita continua. Il bambinello nella mangiatoia, le palline rosse sull'abete sradicato e le olivette nere sul bancone dell'happy hour. Buon Natale a tutti!

sabato 5 novembre 2022

Scienza e teologia, inaspettate convergenze

 


La storia degli ultimi anni somiglia sempre più a un film distopico. E bon, è la nostra storia, siamo, come direbbe un filosofo barbuto e pensoso, situati in un luogo e in un tempo definiti, con cui è necessario confrontarci.

Quando sul capo ci è cascata anche la tegola della pandemia e la scienza medica ha prontamente realizzato dei vaccini, il mio giudizio è stato immediatamente favorevole: questo rimedio abbiamo trovato, l'abbiamo messo a punto qui, ora, nell'emergenza quale incrocio terroso tra desiderio e possibile. 
E questo useremo. Alternative sensate non ne vedevo.

Ma non mi sfugge che gli attuali vaccini, se osservati da un'immaginaria prospettiva dislocata in un tempo ulteriore, bastano poche decine di anni, forse meno, ci appariranno come arcaici, e guarderemo agli intrugli che accorrevamo a farci iniettare come oggi guardiamo ai salassi, nel medioevo panacea per ogni male.

Più in generale, un vaccino è un farmaco, che nella lingua greca da cui il termine deriva (Φάρμακον) ha significato sia di medicamento sia di veleno. Dunque alcune – e bada bene solo alcune! – delle tonitruanti obiezioni no vax potrebbero trovare quel giorno fondamento, per quanto statisticamente limitate da un'affidabile sperimentazione.

Ciò che a emergenza attenuata comincio a trovare stucchevole è il continuo riferirsi ai vaccini come scienza tout court: la scienza dice questo, la scienza dice quest'altro... Quando a parlare sono esseri umani anche loro affacciati alla finestra del loro tempo, dal quale si sporgono, come il muezzin, per strillare una versione nemmeno troppo aggiornata del positivismo ottocentesco.

Eppure, ripeto, da persona totalmente favorevole ai vaccini, mi sorprende che nessuno obietti alle trionfali dichiarazioni di fiducia nelle magnifiche sorti e progressive con una domanda semplice semplice: di che scienza stiamo parlando?

Perché di scienze ce ne sono perlomeno due, che da medesimi presupposti (il metodo) giungono a esisti antitetici. Non sto dicendo che l'omogeneità rappresenti un bene assoluto, e anzi, in una certa misura, è dal conflitto che sono venute molte importanti scoperte e innovazioni; o se vogliamo e in forma più attenuata: dalla dialettica tra pensieri divergenti.

Nell'ultimo secolo è però avvenuto qualcosa di nuovo. Parte del pensiero scientifico ha fatto proprio un modello relazionale di conoscenza, dove osservatore e oggetto osservato non sono mai completamente separabili, e chi conosce interferisce nel processo di conoscenza.

Il principio di indeterminazione di Heisenberg, a cui si giunge dopo un lungo e scrupoloso studio delle particelle subatomiche, è sopravvissuto a numerose verifiche sperimentali, e con ragionevole fiducia possiamo ora affermare che l'esito dell'esperimento, come la bellezza per Shakespeare, sta negli occhi di chi guarda. Almeno se parliamo della realtà ai suoi minimi osservabili t
ermini.

Da ciò si ricava una responsabilità anche morale dell'atto conoscitivo, che non è mai neutro e in un certo senso va a smentire la celebre sentenza attribuita ad Aristotele: "amicus Plato sed magis amica veritas". Macché, è esattamente il contrario: per la fisica prima si dà l'amicizia (ossia la relazione) e poi, quale conseguenza, la verità.

Ci sono però altre branche del sapere scientifico che non la pensano così, e sono rimaste a una percezione della verità del tutto disgiunta dall'amicizia, come era per Aristotele. È il caso appunto della medicina, dove si continua a ragionare secondo categorie aristoteliche o, se si preferisce, newtoniane: c'è il paziente, la malattia e poi ci sono il medico e la cura, tra cui quella preventiva costituita dai vaccini. Ma rimangono elementi distinti e oggettivabili, facendo della medicina l'espressione di un pensiero filosofico duale.

Una lacerazione implicita, mai davvero messa seriamente a tema già che una soluzione non si offre, almeno nel presente, tra la polarizzazione funzionale alla conoscenza medica e il monismo quantistico. Curiosamente riflette il percorso teologico occidentale: dalla pluralità degli dèi si passa all'unico Dio di Israele, che comunque incarna un'alterità assoluta, pure un poco incazzosa. Di nuovo c'è Dio e poi ci sono gli uomini, e malgrado il patto di alleanza rimangono ben distinti da cieli difesi da una corte di angeli.

È solamente con il cristianesimo che il confine certo tra Padre e Figlio comincia a incrinarsi, e l'identità viene riconfigurata in forma trinitaria; dove il Figlio siamo potenzialmente tutti noi e la trinità la spoletta che ci unisce alla sorgente paterna, da ricercare all'interno di una nuova soggettività espansa, più tardi con Jung prenderà il nome di Sé. Ma già Agostino ammoniva: "in interiore homine habitat veritas".

E chissà allora che anche la medicina, prima o poi, non cominci a cercare una verità interiore, da accompagnare all'orizzontalità incarnata qual è l'amicizia tra uomo e uomo; ma pure nei confronti di animali, piante, universo intero. E non solo puntando lo sguardo, amplificato da strumenti micro e macroscopici sempre più potenti, a qualcosa che appare esterno, nella prateria oltre la cornice della porta, come cowboy protesi nel raggiungere una frontiera
 che sembra non arrivare mai. Senza il dubbio dei folli, o dei fanciulli, che sia da sempre già varcata.

giovedì 13 gennaio 2022

Politically correct e pandemia, o sui labili confini tra statistica e pregiudizio



Non mi stupisce la nutrita presenza di persone che provengono da una cultura libertaria, diciamo pure da quella sinistra che Pannella definiva “antropologica” – termine che preferisco di gran lunga al consunto radical chic – nella schiera dei no vax. Ciò che fa difetto in tale visione del mondo è una sorta di zoom ottico, in cui risalta il dettaglio ma viene escluso il campo lungo, il panorama; un insieme complesso che per limiti oculari può essere colto solo dalla statistica. In fondo il politically correct è frutto di tale sguardo ravvicinato; ma facciamo un esempio, così che divenga più chiaro.

Africa. Un concetto, prima ancora che un'area geografica, troppo ampio per poter fare di ogni erba un fascio, magari quello che riduce tutto al colore della pelle e saluta romanamente. Ognuno ricerca così le differenze nei campi a cui è più sensibile. Per le forze dell'ordine saranno le persone giunte nel nostro Paese dalla Nigeria a generare, su base percentuale, più problemi di ordine pubblico di quelle provenienti dal Senegal, al punto che nei controlli di routine si mostrano maggiormente concessive verso quest’ultime; e i nigeriani, che saranno forse più carognetta ma non più scemi, quando fermati senza documenti si dichiarano senegalesi. Lo stesso per alcuni reati odiosi nei confronti delle donne, che non si verificano con un’uguale incidenza (di nuovo statistica) tra comunità con provenienza diversa.

Certo, ciò non ci autorizza – MAI! – ad affermare che, mettiamo, un rumeno o un marocchino è più versato al crimine; ma negando il nesso tra comportamenti individuali e sostrato sociale e culturale di appartenenza, si alimenta il consenso alle destre; le quali da tale nesso balzano a un’equivalenza meccanica e universale (rumeni e marocchini uguale stupratori), e cioè al razzismo.

Ma vediamo ora come si replica lo stesso schema in rapporto alla pandemia. Ormai l’abbiamo capito, anche una persona trivaccinata può contagiarsi e contagiare, e però in percentuali significativamente ridotte; con calcoli un po’ complessi, si è arrivati a un rapporto di uno a dodici. Eppure l’argomentare di molti si concentra ancora su questo aspetto: pure i vaccinati contagiano e finiscono in terapia intensiva, che sarebbe come dire che ci sono anche senegalesi stronzi, rumeni a cui non piacciono le donne, marocchini più buoni di Lupo de Lupis e così via. Cosa che per inciso è verissima, non ha senso il concetto di rumeni, di senegalesi, marocchini e neppure di italiani nel focalizzarci su una persona, che rappresenta un’irriducibile singolarità.

Quando la nostra unica bussola orientativa è però rappresentata dalla statistica – ed è questo il modo di ragionare degli investigatori, oppure degli epidemiologi – anche quei nessi semplificati e rozzi diventano importanti, e possono salvare molte vite; vite uniche e irripetibili e non soggette a generalizzazioni, come lo è ogni vita. Convivere con la complessità significa ammettere la possibilità di essere derubati da un senegalese e contagiati da una persona vaccinata. Ma il buon senso ci invita a sfuggire l’incremento del rischio, per quanto a questo modo finiamo involontariamente con l'alimentare il pregiudizio.

mercoledì 15 dicembre 2021

Il grande romanzo sul Covid, perché non è ancora stato scritto


La sensazione, diffusa, è che in questi due anni sia accaduto qualcosa di enorme, inaudito. Nei secoli scorsi ci furono epidemie anche più gravi, un dato generalmente ricordato per minimizzare la situazione e criticare le politiche governative, offrendo una risposta giusta a una domanda sbagliata. Ma è un fatto che nella memorialistica del periodo non vi è quasi traccia di ciò che avveniva all'interno dei corpi, la parola era riservata a questioni considerate più importanti.

Nel solo Ottocento si contano in Italia sei ondate di colera, che provocarono 600.000 morti. Chi si è preso la masochistica briga di leggersi per intero gli epistolari di Manzoni, oppure di Leopardi che di colera morì a Napoli nell'epidemia del 1837, o ancora di Benedetto Croce, Cavour, Mazzini, assicura che non vi fanno mai riferimento, non una sola riga in cui si nomini la terribile malattia.

Da ciò si ricava che i nostri antenati non badassero troppo alla salute (e in parte è probabilmente vero, si facevano molti figli anche come "scorta”, distribuendo il rischio che qualcuno morisse prima di raggiungere la maggiore età), e anzi fosse bello vivere mentre scorrazzava un virus, vestirsi con le galosce e farsi cavare i denti con una tenaglia arrugginita.

Eppure nelle narrazioni pubbliche questa memoria è ben presente, sebbene trasfigurata attraverso lo specchio concavo dell'arte – la peste del Seicento, descritta con dovizia di particolari nei Promessi sposi, è certamente un modo per accostarsi a ciò che i contemporanei di Manzoni stavano vivendo con angoscia, così come il Decameron di Boccaccio che innalza il presente a emblema, da cui la sua natura di classico.

Nella nostra epoca i rapporti si sono invece invertiti: dilaga l'aneddotica sul Covid, ma manca il grande romanzo, oppure la pellicola, lo spettacolo teatrale, manca una mediazione artistica che dal particolare emotivo muova all’elemento universale. Se i nostri giorni fossero un film, sarebbe tutto girato in soggettiva, mai un campo lungo, un dolly dall'alto.

Forse questa narrazione onnicomprensiva ha bisogno di tempi di decantazione – Der Tod in Venedig di Thomas Mann fu scritto nel 1921, a dieci anni dall’ultima ondata di colera –, ma il dubbio è legittimo. In un'opera che si pretenda artistica, l’elemento discriminate, ci viene di continuo ripetuto, viene fatto risalire alla forma e alla complessità dell'oggetto indagato, in cui torti, ragioni e virtù sono spesso confusi e paradossali, come lo è l'animo umano.

Non sarà allora un caso che molti scrittori amassero pescare (Hemingway, Carver, London, Melville ecc.), che dello sprofondamento negli abissi del senso si fa chiara metafora. Riflettiamo ora su cosa pesca il nostro sguardo quando si immerge nel presente; non è richiesta un'attenzione particolarmente vigile, basta sintonizzarsi su un talk show televisivo oppure entrare in un social network, e poi confrontare ciò che si legge con il libro della memoria, pensare ai nostri vecchi compagni di scuola.

Fatelo anche voi, cercate di ricordare lo scemo della classe, a volte sono più d'uno; in una bella canzone di Vinicio Capossela questa figura archetipica prende il nome di Spessotto, colui che durante le interrogazioni fa scena muta e "se non funziona vuol dire che è rotto, se non lo capisci allora lo spacchi". Bene, nel mio caso tutti gli scemi della classe, tutti gli Spessotto che ho incrociato sono ora contrari ai vaccini; o detta diversamente: conosco molti scemi vaccinati, ma nessuna persona davvero intelligente che sia diventata no vax.

Questo però è un problema per ogni tentativo di trasfigurazione artistica. La divisione manichea inibisce il gesto creativo, lo riduce a forme bozzettistiche minori, satira sociale tutt'al più. È come se il galleggiante di sughero a cui è appesa la lenza dei nostri scrittori, invece di sprofondare perché il leggendario pesce d'oro ha abboccato e tira giù, giù, sempre più giù dove il mondo si fa indistinto e inquietante, balzasse in superficie per restarvi, come se il mare si riempisse di galleggianti colorati e tutto fosse visibile e a portata di sguardo.

Il significato originario del termine apocalisse coincide con una simile condizione; i veli che nascondono la realtà cadono spontaneamente, e non è più necessario ricercare (con parole, trame, figure retoriche e personaggi) una verità che già si offre con pornografico ghigno, in un movimento che ricorda il maniaco sessuale quando dischiude l’impermeabile crema di fronte a una bambina che gioca nel parco. E se in un romanzo gotico bambina e maniaco, alla fine, si scoprono essere la stessa persona, a noi non viene offerta alcuna sintesi dialettica: gli Spessotto continuano a marciare imperterriti per la loro ottusa via, mentre i primi della classe, con il fiocco azzurro appuntato sul grembiule, stanno vagamente tronfi sull’altro lato del marciapiede.

Per questa ragione dubito che venga mai scritto il grande romanzo sul Covid, le cui pagine sono già squadernate davanti ai nostri occhi, tutto è già oscenamente chiaro e diviso per squadre; Milan e Inter, guelfi e ghibellini, Stanlio e Ollio. E così preferiamo andare su Netflix a cercare qualcosa di più vitale della vita.

domenica 21 novembre 2021

Filosofia e realtà, prove tecniche per un divorzio

 

È molto interessante l’intervento di Giorgio Agamben che si può trovare qui, consiglio a tutti di vederlo. Dice, al solito, delle cose intelligenti, oltre a dirle bene e con voce scolpita, fisico arso, sguardo austero. Sembra un bravo attore che interpreta il ruolo del filosofo continentale – la finzione è spesso più credibile della realtà – e non il (grande) filosofo continentale quale Agamben è senza ombra di dubbio.

Nel caso del video in questione, più che sul sostantivo filosofo l'accento andrebbe però posto sull'aggettivo continentale. Segue una domanda, che mi sono posto al termine della visione: cosa distingue la filosofia continentale, di derivazione germanica ma in seguito divenuta egemone in tutta l'area europea, e in particolare in Francia con gli sviluppi dello strutturalismo, cosa la distingue dalle forme che il pensiero ha imboccato nei paesi di lingua anglosassone?

La risposta canonica è una maggiore attenzione, in quest'ultima, ai problemi logico-linguistici, a fronte di un'ipoteca ontologica presente nei continentali. Mmm… ma davvero riesci a dire cose del genere senza che ti scappi da ridere? sembra sussurrarmi una vocina interna. Dai, non fare il furbo e prova a ridirlo con parole tue.

Ok, allora la sparo, la sparo grossa: la realtà, è questo che viene a mancare progressivamente nei filosofi continentali, la mano del bambino che non si alza all'appello del maestro. Quella realtà a cui l'attore che interpreta Agamben si è sostituito, senza che egli se ne sia forse reso conto la fiction ha preso il sopravvento, ne mima voce e movenze con la maestria di un novello Stanislavskij. Nella dotta disquisizione sui diritti e le libertà, la sua controfigura elude infatti ogni riferimento alla realtà storica contingente, è come se parlasse da una bolla di sapone collocata in nessun luogo e nessun tempo.

Quando, ad esempio, all'inizio afferma che il Green Pass istituisce un pericoloso "stato d'eccezione", non gli viene il dubbio che sia la realtà a porsi ora come eccezionale, e le risoluzioni giuridiche siano solo l'incerto nonché provvisorio riflesso pratico, a seguire le movenze del virus come le gambe della danzatrice nel tango?

No, la musica di Agamben è quella dell'orchestrina del Titanic – sempre lo stesso valzer, allo sfinimento – mentre la nave va a fondo. D'altronde queste note stanno scritte sullo spartito, queste abbiamo imparato a memoria negli anni, ti avrebbero risposto gli orchestrali con un'alzata di spalle.

Non è nemmeno importante che l'eccezione si chiami ora Covid e non iceberg, per l'ologramma che inscena il fenotipo del filosofo continentale, il suo monumento idiosincratico al comune buon senso, importante è la rarefazione astratta del pensiero; in un allevamento di tori diventerebbe cruciale la libertà di vestirsi di rosso, oppure di scoreggiare, come Joe Biden di fronte a Camilla Parker, alla presentazione di un nuovo profumo alla violetta.

Le circostanze concrete non devono insomma pregiudicare il principio, che in questo caso coincide con uno slogan talmente fortunato da aver prestato il nome a una motoretta della Piaggio e un noto marchio di assorbenti. Libertà, Liberty, cavallo vincente non si cambia, anche se cambia tutto là fuori.

O per dirla con tonalità evangelica, per l'attore Agamben nel ruolo che gli viene meglio e perciò replica con sdegnata prosopopea, il sabato non è per l'uomo ma l'uomo per il sabato, per la legge, la filosofia. L'oggetto della riflessione smette così di essere di alcun interesse, tutto è forma, stile del pensiero, la pescità (per dirla con Aristotele) ha preso il posto del pesce in carne e resche.

Massì, chi se ne frega della realtà! Piuttosto, come nella caricatura di Bertinotti realizzata da un Corrado Guzzanti in stato di grazia, anche la caricatura del filosofo continentale sembra che voglia solo divertirsi, parlare difficile, fare gli scherzi.

O non sarete anche voi tra quelli che ancora credono che la filosofia debba occuparsi della realtà?

venerdì 5 novembre 2021

Tutta colpa di Aristotele


È tutta colpa di Aristotele. Da diversi mesi ci sto pensando – non continuativamente, non sono così masochista… – e alla fine questa è l’unica risposta che sono riuscito a darmi. Aristotele, sì, colpito e affondato.

La domanda, perché senza domande non ci sono neppure risposte, coincide con l'interrogativo sulla provenienza (la radice psichica ma anche culturale, storica) di tutta questa insofferenza verso il Green Pass, la "dittatura sanitaria" e altre misure, ovviamente, "liberticide". Slogan pronunciati da persone di tutti i tipi, sarebbe più semplice, oltre che confortante, fosse solo l'eco di minoranze poco intelligenti e riottose; ci sono invece filosofi, scrittori, critici d’arte e giornalisti. Quella che un tempo si sarebbe detta intellighenzia, per intenderci. La quale in forma non certo unanime, grazie a dio, ma comunque significativa continua a ripetere quelle che mi apparivano come delle colossali str… va be’, diciamolo eufemisticamente: sciocchezze.

E invece no, non sono sciocchezze, dietro c’è niente di meno che lo Stagirita con il suo principale lascito formale, costituito dal sillogismo. Lo schema, come noto, è il seguente: tutti i pesci hanno le branchie. Nemo è un pesce. Dunque, Nemo ha le branchie.

Bene, proviamo ora ad applicarlo all’emergenza pandemica. Tutti gli uomini che vengono contagiati muoiono. Paolino è stato contagiato sei mesi fa. Dunque, Paolino sarà già morto.

Macché, ribatterebbe Paolino toccandosi le parti basse, sono qui, sono guarito e sto benone! Ci tocca allora cambiare di sillogismo: tutti gli uomini che vengono contagiati guariscono. Nicolò è stato contagiato da Paolino. Dunque, Nicolò guarirà.

Ma cos’è quella faccia triste, Paolino, non sei contento della notizia? No, il mio amico Nicolò e morto ieri. Di Covid. Insomma, non se ne esce, con la dinamica propria delle malattie virali non è possibile istituire nessun sapere certo, nemmeno se provassimo a estendere il sillogismo alla cura: tutte le persone vaccinate la fanno franca. Io mi sono vaccinato. Dunque, io la farò franca. Un’affermazione purtroppo smentita dall’esperienza, che ci offre indicazioni solo in forma probabilistica, mai collocate in un orizzonte biografico definito (situato direbbe uno di quei filosofi concentrati sui diritti, le libertà soggettive) ma solo per macrocategorie impersonali.

Credo che provenga proprio da qui la diffidenza alle misure di contenimento istituite a tutela della salute: sono anch’esse incerte, vaghe, piene di contraddizioni. Eppure sta proprio in tale vaghezza – si chiama statistica – l’unico strumento di cui disponiamo per contenere il contagio. Potremmo anche vederlo come il pensiero della complessità, grazie al quale l’italiano Giorgio Parisi ha appena ottenuto il premio Nobel per la fisica, in opposizione alla linearità storica che continua a informare il nostro sistema educativo, in cui una singola persona non può essere morta al 32% e al 68% viva, come il gatto di Schrödinger.

Eppure se non usciamo da tale eredità aristotelica, in cui si è vivi oppure morti, in cui tutti i pesci devono avere le branchie, le cose non possono che peggiorare. Lo vediamo in Russia, in Bulgaria, Romania, Austria. Tutti paesi che hanno fatto della logica aristotelica il filtro tra il singolo e la comunità; la comunità non è tale fin che non mi contempla con assoluto rigore nominale, sembrano pensare, forse inconsciamente, i loro cittadini, io sono io e non un altro che mi rassomigli. Quel rigore evocato anche da Giorgio Agamben, Massimo Cacciari, Vittorio Sgarbi, Diego Fusaro, e che gli fa dire che un morto o mille morti o cinque milioni sono lo stesso, ossia una controfigurazione dell'umanità fatta di riconoscibili vissuti, a coagulare in un nome e cognome già scolpiti sulla lapide.

Per contrastare un pensiero che si richiama, in forma certo malintesa, alla più alta tradizione umanistica, in mancanza di una robusta iniezione di sapere scientifico (uno non può darsi da solo la cono-scienza, come Don Abbondio il coraggio), suggerisco allora di spostare l’argomentazione dal piano razionale a quello simbolico, istituendo per questa e le future pandemie l’equivalente sanitario del milite ignoto. Tu non devi, in altre parole, seguire le profilassi suggerite per salvare te stesso o i tuoi cari, ma per responsabilità civile verso il monumento al milione e mezzo di morti ignoti che l’Italia avrebbe avuto senza lockdown, mascherine, vaccini e Green Pass. Un milione e mezzo di Paolini, Nicolò, Giovanni, Luise, Assunte, non sapremo mai i loro nomi. O meglio non li sapremo prima, come nella canzone di Jannacci: “ah, se me lo dicevi prima…” No, prima non è possibile, solo dopo. Ma quel dopo è già l'ombra di esatte proiezioni statistiche.

Il conto è presto fatto: senza alcun argine politico e sanitario, il virus avrebbe finito col penetrare tutti i nostri corpi, ma proprio tutti con un indice di contagio stimato, per la variante Delta, al pari della varicella (R0 > 8), finendo con l'uccidere il 2,4% della popolazione italiana; senza contare le conseguenze a lungo termine nei guariti, ciò che chiamiamo Long Covid. Categorie queste – sommersi, salvati e malconci –  che sono per l’appunto ignote, non sappiamo come collocarci all'interno di esse, chi di noi avrebbe avuto la peggio. Ma se il termine noi ha ancora un senso, cari filosofi, cari intellettuali, imparate a pensare un po’ in astratto, ribaltando lo schema deduttivo del sillogismo all'induzione; tornando al pescetto da cui siamo partiti, il vostro amato Aristotele la chiamerebbe "pescità", per cui sono pesci anche quelli che non abboccano all'amo.

Non è difficile, da recenti studi etologici pare che la facoltà di astrazione appartenga anche ad alcuni primati, perfino uccelli. In fondo vi chiediamo solo questo: non di raggiungere la maestà corrusca di Giordano Bruno, a osservarci dall’alto del monumento a Campo de' Fiori, ma quella della cornacchia che gli si posa distratta sul capo.

mercoledì 22 settembre 2021

Altalena

 

Di Red Ronnie a cui viene impedito l'ingresso al museo di Messina perché si rifiuta di esibire il Green Pass, trovo gustoso un particolare. "Avevo il Green Pass" commenta il giornalista rockabilly, l'amico di Muccioli e Morgan, il simpatico pennellone con i Ray Ban di celluloide e il ciuffo ribelle, "l'avevo perché il giorno prima mi ero sottoposto a tampone, dovendo salire su un volo di linea. Ma non intendevo mostrarlo: la Costituzione ritiene lo stato di salute di un cittadino un dato sensibile protetto dalla privacy."

Dalle sue parole si ricava che la Costituzione ha valore solamente con i piedi ben piantati al suolo, sull'aereo non ha infatti posto la medesima obiezione, il detto ermetico come in cielo così in terra ha perduto di significato. Mi chiedo dunque come comportarsi in altalena...

Probabilmente si deve mostrare il Green Pass quando si gioisce al culmine dell'oscillazione, mentre, al momento della spinta, si può fare marameo a ogni decreto governativo, profilassi sanitaria, vincolo di legge; oltre a quelli nei confronti del consorzio umano con cui dividiamo sempre più ringhiosi le strade. Un luogo fisico comune in cui, confesso, non sentirei la mancanza di Red Ronnie, come lui non sentirebbe la mia (beninteso: non gli sto augurando la morte, ma che in luogo di quella si trasferisse alle Hawaii, alla maniera di Fonzie).

Ma sono forse prove generali di un divorzio civile ormai in corso da tempo, un divorzio consensuale. Manca solo la formalizzazione da parte del Giudice, sempre che si riesca a firmare il documento sull'altalena. Su cui si allontana cigolando, in un refolo tiepido e autunnale, la parola loro dalla parola noi.

lunedì 20 settembre 2021

Equivalenze

Pensavo. Ripetere, allo sfinimento, a chi ha deciso di vaccinarsi che "ancora non conosciamo gli effetti a lungo termine" (in realtà non conosciamo gli effetti a lungo termine di quasi tutto, troppe variabili si sovrappongono nel tempo), equivale a rimproverare i pompieri che sono accorsi sulle macerie di Ground Zero per essere stati avventati. Potevano aspettare un po' prima di intervenire, cinque o sei anni come minimo, cos'è tutta questa fretta, le sirene che fanno ululare i cani, quando nemmeno loro conoscevano i potenziali effetti tossici a cui andavano incontro.

Certo, io che ho prestato il mio deltoide a una siringa indolore, zac zac, doppia dose di Pfizer e nessun effetto collaterale, non pretendo di essere equiparato a quel manipolo di eroi. Ma nemmeno sono disposto a sentire le rampogne di chi ha quale unico orizzonte civile il proprio ombelico – sì, sto parlando dei no vax, ni vax, boh vax o come volete chiamarli – per avere fatto almeno una volta nella vita il mio dovere di persona che vive all'interno di una comunità, così contribuendo a parare anche il loro preziosissimo buchino al centro della pancia. Ma pure quell'altro che sta dietro e con cui inizio a sospettare ragionino, e che cavolo!

sabato 18 settembre 2021

592, o su sicurezza e felicità


"L'uomo ha sempre barattato un po' di felicità per un po' di sicurezza", scriveva Freud oltre un secolo fa. Strano baratto, a ben pensarci. Un sentimento fugace e difficilmente formalizzabile, la felicità, come tenere un gatto fermo sul banco del veterinario, pesarla addirittura per ottenere un’uguale misura di sicurezza, e viceversa. Più facile a dirsi che a farsi. Mi è così venuto il dubbio che quando Freud parlava di felicità, sotto sotto, pensasse alla libertà...

Uno slittamento linguistico non del tutto infondato: se sono genericamente libero, tra le varie e molteplici libertà particolari (andare in windsurf, parlare al conducente, pisciare in compagnia senza essere sospettato di furto o spionaggio) ho anche quella di fare le cose che più mi rendono felice, ognuno avrà le sue. Per successivo salto analogico, il pensiero si è così focalizzato sulle nazioni che meglio rappresentano i due valori contrapposti, sicurezza e libertà, e cioè Cina e Stati Uniti.

Da qui l'intuizione che si possano quantificare i termini del baratto freudiano. Il conto, in fondo, non è complicato, basta partire dai diversi indici di mortalità pandemica; ad oggi 630.000 morti negli Stati Uniti e 4.636 in Cina. Facciamo ora due proporzioni per trasformare i valori in percentuali, che risultano essere 0,190332326% (morti Covid negli Stati Uniti in rapporto alla popolazione; suppergiù equivale al dato italiano) e 0,000321275121% (stesso rapporto per la Cina). Se dividiamo infine il risultato americano con quello cinese otteniamo 592.

Che cosa significa questa cifra?

Semplice, è quanto abbiamo pagato come Occidente conformato all'American Dream per poter bere Mojito al Papeete e guardare le foto di Chiara Ferragni in mutande. Quindi celebrare, sui social network, le virtù rigenerative dell'Aloe vera e quelle emancipative del depensare con la propria testa, o se preferiamo – la preferenza è un altro travestimento della libertà – denunciare le nefandezze dei vaccini e delle reti 5g, il complotto sanitario. Non basta ancora? Pubblichiamo un bel selfie con il braccio teso nel saluto romano, tanto per ridere naturalmente, anche in questo siamo liberi, 592 volte liberi. La maggiore probabilità che ha un liberissimo americano di morire di Covid rispetto a un sorvegliatissimo cinese. Le conquiste liberali hanno insomma un moltiplicatore di 592, che, nello scambio, ci dà la misura della nostra insicurezza.

Per giudicare se il baratto è stato profittevole e non ci abbiano per caso infinocchiato, concluderebbe Freud, non so come si dice infinocchiato nel gergo psicanalitico, resta da capire se siamo anche 592 volte più felici...

sabato 11 settembre 2021

Infamia

Edoardo Albinati, per chi scrive uno dei maggiori poeti e narratori italiani viventi, incorse a giugno di tre anni fa in un antipatico svarione. Fu quando si augurò che “su quella nave morisse qualcuno, morisse un bambino”.

Stava parlando in pubblico della nave Aquarius, e più in generale dei migranti respinti dalle motovedette inviate dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una sciocchezza di cui lo stesso Albinati si è presto reso conto, e, dopo essersi come giusto scusato, ha analizzato quell'uscita infelice nei suoi risvolti politici e biografici, conferendogli la forma di un bellissimo pamphlet: Cronistoria di un pensiero infame, Baldini & Castoldi, 2018.

Mi viene in mente l'episodio leggendo i commenti sui social che prendono di mira chi ha deciso di non vaccinarsi, esasperando un sentimento a cui confesso, come Albinati, di non sentirmi del tutto immune. Massì, diciamolo, questa gente ci fa un po' incazzare. Ma anche l'informazione ufficiale contiene un ronzante sottotesto, che così potremmo tradurre: sono degli irresponsabili, degli scrocconi dell’immunità gregge! Un sentire che alla lunga ha finito col farsi auspicio di sventura.

Penso a chi gioisce, più o meno esplicitamente, per l’ennesimo militante no vax morto di Covid; oggi è stato il turno dell’ex pilota spagnolo di motociclismo Jorge Lis, 46 anni, pace all’anima sua. Ma anche ai gongolanti ah però, avete visto, ben vi sta! di chi è contrario al vaccino, e ora vede dilagare il virus nel vaccinatissimo Israele. 

Se ricerco un aggettivo per definire la radice psichica che muove le nostre emozioni verso simili bersagli, come in un'infinita battaglia navale in cui si esulta a ogni colpito e affondato, il più preciso, esatto, a prova di sinonimi, è proprio quello utilizzato dallo scrittore romano: infame. 

La pandemia, sia in chi è a favore sia in chi è contro i vaccini e le politiche governative – beninteso con ragioni scientifiche diverse, e anche diverse responsabilità civili e morali –, sta scoperchiando una disposizione da cui pensavamo di esserci liberati, di averla consegnata a vecchie manzoniane colonne, oppure al gergo malavitoso, roba da tossici, da mafiosi, l’infamità. E invece no, rieccola tra di noi.

Ne prendo atto senza suggerimenti da offrire, alla maniera di una seduta di psicanalisi in cui hai compreso di non avere mai amato tua moglie, e di esserti preso una sbandata per l’idraulico. In fondo la parità di genere è anche questa, spartirsi l'esuberanza erotica degli idraulici...

Ma siamo pari – io come Albinati, come buona parte se non proprio tutti gli umani – anche in una vocina interna, una vocina infame che ora sta guadagnando il megafono. Si inizia dal bar e poi si passa a Facebook, alla Nazione, il continente, un mondo intero costituito sul primordiale sentimento del rancore, che trova nell’infamia il suo corrispondente operativo. E almeno un merito il Covid ce l’ha: averci fatto da specchio.

mercoledì 8 settembre 2021

300, o sugli eroici professori no Green Pass

 


I politici vogliono discriminarci con il Green Pass, si dice. Per fortuna sono accorsi in nostra difesa trecento docenti universitari, come i trecento spartani che nel 480 a.C. arrestarono, sebbene temporaneamente, l'avanzata di Serse alle Termopili, con il professor Barbero nel ruolo di Leonida.

Hanno infatti perfettamente ragione ad affermare che il Green Pass è un atto di discriminazione! Peccato gli sfugga, nonostante i loro studi, che è l'intero processo di civilizzazione a fondarsi su pratiche discriminatorie, ossia di limitazione alla libertà personale in un contesto di vita associata. Come la chioma dei capelli attraverso quel discriminatore che è il pettine, il possibile viene separato dal lecito attraverso un complesso sistema di tutele e licenze.

Pensiamo ad esempio ai film porno. Io a tredici anni non potevo, e Dio solo sa quanto l'avrei voluto, issarmi sulle punte dei piedi davanti alla cassa del cinema Odeon, e poi richiedere con la voce tremante il biglietto per l'ultimo film di Marina Lothar, la moglie del giornalista televisivo Paolo Frajese specializzata in giochetti con i cavalli.

Che rabbia vedere il manifesto "Marina e la sua bestia" e non poter entrare! E che rabbia, alla stessa età, dover attendere ancora un anno per guidare il Ciao bianco di mio nonno. Quindi, raggiunto quel traguardo, altri due anni per la Vespa; oltretutto era previsto anche il conseguimento di un patentino: doppia discriminazione dunque, che si ripeté con l'automobile. Per la patente nautica e quella di volo ho desistito, avevo già subito troppe discriminazioni. E così un po' per tutto.

Curioso che trecento docenti universitari non l'abbiano ancora inteso, e siano convinti di vivere nello stato aurorale di natura decantato da Rousseau. Discriminazioni dettate dallo spirito dei tempi, e perciò mutevoli e strampalate se osservate a distanza di anni; il suffragio femminile fu introdotto in Italia nel 1945, nemmeno un secolo fa. Oltre che frutto di calcoli utilitaristici che ogni comunità umana elabora per proteggere sé stessa.

Se, verosimilmente, ci saranno meno incidenti con le persone in grado di certificare elementari nozioni di guida e meno morti con i vaccini – tutti quelli già obbligatori, oltre a quello per il Covid che obbligatorio non è –, non altrettanto immediata l'utilità nel distinguere i bagni delle donne da quelli degli uomini, o l'obbligo di indossare giacca e cravatta al casinò.

Perché, mi chiedevo leggendo la notizia, Barbero e i suoi colleghi non avevano alzato le loro penne stilografiche anche contro queste anacronistiche misure, e già che ci siamo io rivendicherei pure la libertà di pisciare sopra i copertoni come fanno i cani – il bagno stesso, con quelle pareti piccine e soffocanti, è una forma di discriminazione, un grave argine alla sacrosanta libertà di minzione.

Il Green Pass è dunque solo una piccola goccia nel grande mare dei diritti e dei doveri, o, cambiando di metafora, una pagliuzza dentro l'occhio in cui si nascondono travi ben più grandi. Non è di moda ricordarlo, ma a me continua ad apparire più discriminatorio il patrimonio ereditato da Gianluca Vacchi, da confrontare con solenne retorica operaista alle condizioni di lavoro (e santa grazia che c'è l'ha, un lavoro) di un dipendente dell'Ilva di Taranto, o la sperequazione tra un salario africano e quello di un idraulico di Montecarlo; e ho detto un idraulico, non un tennista che lì ha portato la residenza per pagare meno tasse.

Tutte questioni non pervenute, come le indicazioni meteorologiche di Potenza, per i trecento cattedratici, forse più preoccupati per il loro deltoide che non dalla ricaduta dei gesti individuali sulla comunità; anche questo un argomento che ha perduto di appeal, un tempo la si chiamava etica.

E allora facciamo così, aboliamole pure, per quelli che smaniano e manifestano e firmano, queste benedette discriminazioni: i vaccini, le mascherine, il Green Pass... Tutto quanto. Lasciamogli fare quel cazzo che gli pare e piace. Ma in un luogo circoscritto, una sorta di nuova Terra promessa da concedergli di buon grado, in cui trasferirsi dopo aver traversato deserti d'incomprensione.

Li potranno finalmente guardare tutti i film porno che gli abbiamo negato da cuccioli, votare a dodici anni, anzi dieci, ma che dico non votare proprio – a che serve la rappresentanza politica, ennesima discriminazione costituita da uomini che esercitano un potere su altri uomini? Meglio dedicarsi allo studio dell'araldica medievale, o a cose più libere e svagate, tipo guidare elicotteri senza patente e passaporto e ogni altro oppressivo documento d'identità; come cantava Lucio Dalla, anche i preti in quel luogo potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età.

Fosse per me, gli concederei immediatamente anche la luna: così stanno più larghi e li vediamo solo col telescopio, mentre ci fanno ciao ciao da lassù.

martedì 7 settembre 2021

Tutta colpa delle figurine


È tutta colpa delle figurine. Alla fine mi sono fatto questa idea: le figurine, meglio la loro mancanza, sono il principale responsabile della confusione che ci attanaglia. Quando andavo all'oratorio si passavano ore nello scambio delle figurine con impressi i giocatori delle squadre di calcio di serie A. Le più difficili da trovare erano Cuccureddu, un difensore della Juventus che ricordava un po' le foto dei latitanti, e Pizzaballa, portiere di Milan e Atalanta che al contrario ricordava quelle dei poliziotti.

Due nomi certamente non comuni e buffi, che ne alimentavano il mito negli scambi: "Hai mica Pizzaballa? Ti do Riva, Facchetti e Burgnich per Pizzaballa." Chi faceva la proposta aveva compreso, forse inconsciamente, i principi della statistica, che tanto utili sarebbero adesso. Ad esempio: l'obiezione per cui anche i vaccinati sono vettori di contagio. È verissimo, l'ha riconosciuto pure Anthony Fauci. Ma chiunque si sia cimentato in questa postrema forma occidentale di baratto, avrebbe gli strumenti per ricavare che la figurina di un vaccinato non vale quella di un no vax.

Nel secondo caso, infatti, il rischio di essere contagiati è ventitre volte superiore, e dunque nello stesso rapporto anche quello di contagiare. E così per tutto quanto. I vaccini hanno effetti collaterali, sì, certo, ma in che proporzione (sia quantitativa che qualitativa) rispetto al rischio di ammalarsi e magari morire? Ed è ancora statistica, baratto, figurine.

La scienza medica al tempo del Covid-19 è solo questo: un compromesso, non nascondiamoci dietro il dito dell'utopia positivista. Tra cinquant'anni, probabilmente anche prima, trenta, forse perfino venti, i rimedi attualmente approntati ci faranno sorridere, superati da terapie più sicure ed efficaci. Ma noi siamo vivi adesso, tra venti o trent'anni chissà...

Per restarlo, vivi e possibilmente in buona salute, conviene allora mediare, magari non avremo Pizzaballa ma ci assicureremo Cuccureddu; ci costerà qualcosa (dovremo ad esempio cedere Mazzola e Chinaglia, che abbiamo doppi) ma va bene così.

Il baratto delle figurine non è però più praticato, e l'idea che sta passando in larghi strati della popolazione, anche colta, corrisponde alla metafora della botte piena e la moglie ubriaca; o se si preferisce Pizzaballa in porta e Cuccureddu in difesa, economia fiorente e assenza di tutele, salute e libertà, tutto e subito. Li si vuole entrambi. Senza cedere nulla. Cosa che a un bambino degli anni settanta sarebbe apparso un'assurdità.