venerdì 27 novembre 2009

Blog interruptus


Comunico la momentanea sospensione di questo blog.
Da quando è stato inaugurato, nel giugno del 2009, ho cercato di sperimentare diversi generi letterari, ma soprattutto tonalità della lingua. La mia idea era quella di utilizzare il corpo e le vicende personali di chi dice “io” in funzione euristica: come luogo di collaudo di un presente più allargato, per non dire collettivo (termine quanto mai antipatico).
Mi sono cioè sempre posto in una prospettiva civile verso la mia esperienza, e mai da blogger duro e puro. Questa asimmetria verso uno status tecnologico che tende viceversa a canonizzare il privato, l’intimo, l’umorale, ha portato spesso anche me, in questi mesi, a chiedermi se fosse la strada giusta.
L’ormai accertato fallimento in termini di lettori – che è per l’appunto anche un fallimento civile – credo che sia la più chiara risposta.
Ma cosa significa “fallimento civile”?
Sono arrivato alla conclusione che per accordare la voce nella direzione di un pubblico potenziale di lettori, insomma un voi, debba prima esistere solido il retroterra dentro un altro pronome: noi.
Noi che si forma, che ci formiamo attraverso la mobile triangolazione tra un tu, un io e un egli.
La mia vicenda di autore e di uomo, tende piuttosto alla prima persona singolare: manca la circolazione del sangue, delle parole che fanno mondo o anche solo compagnia.
Così voi siete io, noi siamo io e anche tu è io.
Rimane egli, che è la figura enigmatica a cui non riesco e non voglio dare del tu. L’uomo mascherato che ti ruba il parcheggio con la Audi; la donna che sussurra i negri c’hanno la musica nel sangue; i 74 tirapiedi con cui sono invischiato su Facebook, e che ogni tanto mi riverberano i loro uff ... i loro baff ... O nuove sottoscrizioni ecologiste quanto la muta degli amori, che poi è lo stesso.
Questa è dunque la mia "comunità".
Questo sono io.
E questo blog viene momentaneamente sospeso proprio per mancanza di Amici, dentro un presente storico che mi è sempre più nemico.

(ps - Mi riservo di decidere se chiudere bottega definitivamente dopo Natale. Al momento, chiamiamola vacanza)

sabato 21 novembre 2009

Ancora su Baricco, o sulla differenza tra genio e talento


Ritorno sulle polemiche suscitate dall’ultimo romanzo di Alessandro Baricco. Sulle inevitabili polemiche, mi verrebbe da aggiungere. Ma perché inevitabili?
Da qualche giorno si sta facendo spazio un’ipotesi dentro la mia testa. Provo a riassumerla.
Esistono alcuni scrittori che possiamo paragonare a degli ultras della letteratura. Donne e uomini che non sono necessariamente eruditi o particolarmente saggi; e intendo con saggezza una sorta di cristallizzazione dell’esperienza in forma accessibile, razionale. Al contrario, gli scrittori ultras accedono all’esperienza perlopiù in forma opaca, mediata dall’immaginazione e dai sensi. Sono, da un certo punto di vista – cioè appunto quello dell’organizzazione dell’esperienza in sapere – vagamente squilibrati. O detta diversamente: dei visionari.
Abbiamo invece un’altra categoria di scrittori che somiglia forse più a quella di filosofi illuministi. Il loro utilizzo della finzione è volto alla comprensione razionale degli eventi, o del sostrato magmatico del reale, che attraverso i processi della messa in scena appaiono più comprensibili.
Torna alla mente la celebre distinzione offerta da Deleuze tra genio e talento: “L’uomo di talento fa ciò che vuole, il genio ciò che può”.
Ricordo che la prima volta che l'ascoltai mi sembrò una sterile provocazione, sentenziosa e vuota. Sembrava che l’uomo di talento esorbitasse ogni limite: potendo tutto, al contrario del piccolo recinto di possibilità in cui viene confinato il genio.
Invece non è affatto così.
L’uomo di talento non può tutto, ma tutto domanda, chiede, sforzandosi di ottenere. Quando il genio, al contrario, non chiede nulla. Semplicemente si lascia attraversare da voci, immagini, intuizioni che non coincidono con la propria misura biografica. Arrivano.
Insomma, la scrittura del genio è come se fosse agita da una mano esterna, un burattinaio nell'ombra, che un tempo avremmo forse fatto coincidere con le Muse. Mentre l’uomo di talento è solo con se stesso, severo cocchiere delle proprie capacità personali.
Nella formulazione di un giudizio critico, è dunque importante riconoscere se il gesto espressivo è frutto di genio o di talento. Non per liquidarlo o creare stabili gerarchie di valore, ma per comprenderlo.
Calvino era ad esempio un uomo di smisurato talento, ma di scarsissimo genio. Al contrario Dino Campana era tutto genio e niente talento.
Anche nella contemporaneità possiamo avventurarci in queste distinzioni. Qualcuno si ricorda di una qualsiasi intervista ad Aldo Busi? Perlopiù egli restituisce una serie di banalità, gesti caricaturali screziati da un rancore mai completamente dissimulato. Eppure, aprendo a caso una delle sue pagine, non abbiamo dubbi: c’è del genio!
Un altro autore contemporaneo che io trovo più geniale che talentuoso, è Antonio Moresco. Oppure Paolo Nori; Vitaliano Trevisan; Milena Agus; Maurizio Maggiani; Marco Lodoli...
C'è chi invece, come Giuseppe Genna o Michele Mari, si concede al magma espressivo del genio, ma con gli strumenti sorvegliati del talento. E anche in queste prove si può ritrovare qualcosa di interessante.
Molto più frequenti sono però i casi di genio poetico; genere che più del romanzo si presta ad essere scarmigliato dalle Muse, agito dall'estro del momento.
Ma arriviamo a Baricco.
Baricco è l’esempio forse più estremo di talentuosità. Egli fa sempre ciò che vuole, mai ciò che può. E in questo esercizio volontaristico della scrittura, si attira spesso commenti che ne sottolineano l’artificiosità, il gesto seduttivo e mai completamente naturale.
Ora, invece, il problema secondo me è un altro.
A Baricco non si deve chiedere di condurci dentro un'esperienza immediata delle cose, perché non ne è capace. E’ cioè completamente e definitivamente privo di genio.
Diversamente a Baricco si deve domandare di spiegarci le cose, che è pratica che sa fare benissimo. Il suo recente saggio sulla mutazione(I Barbari, Feltrinelli) era un capolavoro di talento, uno slancio della volontà al servizio della comprensione della dinamica del presente.
Anche in alcuni dei suoi romanzi è visibile questa capacità: di sorvegliare la lingua per condurla ad esisti conoscitivi; le strutture psichiche dell’ossessione, ad esempio (Baricco è ossessionato dall'ossessione).
Comincia invece a girare a vuoto quando si avventura dentro una materia puramente emozionale. Nonostante la padronanza degli strumenti allegorici, è come se in questi casi si avvertisse una sovrapposizione dello sguardo: tra chi vive l’emozione e chi la restituisce in una forma stilizzata, razionalmente comprensibile.
Trovo insomma fondate quelle critiche che colgono in Baricco una certa frigidità emozionale, comune per altro a tutti i grandi illuministi.
Per concludere, nelle recensioni che ho letto su Emmaus non ho colto questa sfumatura prospettica. Utile a collocare Baricco dentro il genere della finzione filosofica, più che di quella sottile arte sussurrata dalle Muse.
E così la domanda diventerebbe: attraverso quest’ultimo sforzo della volontà Baricco ha saputo selezionare gli strumenti adeguati, la lingua, le “inquadrature” opportune per svelarci un luogo altrimenti confuso del reale? Oppure, lo stesso, è rimasto oscurato dal cono d’ombra del suo talento...

ps - una dritta bibliografica, qui

venerdì 20 novembre 2009

Stay in touch, o su come a noi non ci frega mica


E’ il Miglietto, la figlia ha appena informato la ricotta.
Su Facebook una poetessa bionda depone un uff
una poetessa nera risponde mah.
Il direttore della banca dice e non dice.
Al telefono non può parlare, meglio se ci incontriamo.
Architetto che non si trova - segreteria, lasci un messaggio.
Poi squilla il cellulare, è lui, mancava campo:
Ok facciamo domani pomeriggio?
No, domani sono all’Ikea per piano cottura
e vari aggeggi, con cui adornare il presente.
Sms: ”AMORE, ti dice più niente questa parola?”
Prima o poi devi deciderti a far sterilizzare la cagna,
mi arringa il veterinario: due pastigliette blu
e un cucchiaio di sciroppo, dopo i pasti.

Citofona il corriere espresso: una firma, per piacere.
Non ho soldi, se non le dispiace ripassi.
Diciotto le mail non ancora lette.
Digitando sulla tastiera, duole la spalla
a causa della vaccinazione influenzale:
questo incessante infliggerci del bene ...
Entra all'improvviso mia madre
mostrandomi un giornale stropicciato:
dopo i sessanta, è scritto nell'occhiello,
l'osteoporosi comincia a essere in agguato
- ma fa un sorriso da bambina astuta,
a noi non ci frega mica
aggiunge: basta mangiare la ricotta!

mercoledì 18 novembre 2009

Fuori c’è un mondo che ci spaventa

"SUSY 18enne. Vivo con la mia bimba. Abbiamo una casa nostra, ma fuori c’è un mondo che ci spaventa, vorrei accanto un compagno dolce e sincero che ci accompagni e ci protegga. Abbiamo tanto amore da donare, telefonaci. Agenzia Matrimoniale Due Cuori."

martedì 17 novembre 2009

Viva Baricco abbasso Baricco, o della differenza tra pensiero critico e reattività del branco


Provo a circoscrivere subito il tema, che sarebbe forse: le categorie del giudizio al tempo di Facebook.
Ma anche le nuove forme di appartenenza ed esclusione; l’appannarsi di un pensiero critico; la finta democrazia delle opinioni
Insomma, questa volta il tema è davvero Il tema.
Per accostarlo e meglio definirlo, credo che convenga però partire da un paio di esempi. E da una premessa.
Da poco tempo ho iniziato a frequentare Facebook. Dentro questo luogo di parole che con enfasi vengono definite “libere”, con scettica curiosità ho partecipato ad alcuni forum di discussione. Considero questi miei interventi come dei veri e propri collaudi linguistici e antropologici, per altro non voluti e alla fine anche frustranti. Proverò a darne conto con lo stupore di un neofita, affidandomi ai due esempi anticipati.
Tra i mie contatti in Facebook c’è una poetessa piuttosto brava – piuttosto è un aggettivo che non mi piace e che cerco di evitare, ma nel caso mi sembra il più adatto a definire una condizione che mi appare come di incertezza: potrebbe essere o diventare anche molto brava, oppure rivelarsi come una fregatura, un prodotto culturale in sintonia con quella provocazione programmatica tanto in voga (le foto nuda con gli anfibi, teatralizzazione di un aristocratico disincanto, soprattutto erotico e sentimentale). Ma questo è un limite mio di canonizzazione del presente e insomma bon, questa poetessa piuttosto brava e molto bionda è tra i miei contatti su Facebook. La leggo, ne traguardo i pensieri.
Nei giorni scorsi riporta nella sua bacheca un articolo di Massimiliano Parente, uno scrittore che pure considero bravo per quanto vagamente antipatico (ma la simpatia non è uno dei compiti statutari di uno scrittore), un articolo pubblicato su “il Giornale” del 12 novembre 2009. Il tema è l’ultimo romanzo di Baricco, Emmaus, Feltrinelli 2009.
Dopo una lunga prolusione in cui viene sarcasticamente inquadrata la biografia intellettuale di Baricco (con qualche buona pennellata, bisogna riconoscere), Parente comincia a strutturare la sua proposta critica. Che lui stesso riassume a questo modo: “il baricchismo appartiene al genere Narrativa Per Adulti Scritta Come Se Fossero Bambini. È un trucco che funziona sempre, intellettualmente e sintatticamente, con tantissimi precedenti. Devi scrivere del Sessantotto ma scriveresti un libro banale? Scrivi Lettera a mio figlio sul Sessantotto. Devi scrivere dell’aborto? Scrivi Lettera a un bambino mai nato, parlando direttamente al feto. In ambito narrativo non ne parliamo, la strada è stata battuta e ribattuta da Aldo Nove, Simona Vinci, Niccolò Ammaniti, Melisse e Pulsatille e Ciabatti, fino ai romanzi di Veltroni e di Franceschini, aspettando che si mettano a scrivere anche Marino e Bersani ...”
Bene, data questa premessa – che almeno in parte condivido - secondo me sarebbe ora interessante capire come invece si dovrebbe scrivere; già che così, come un bambino, secondo Parente non si scrive. Oppure si potrebbe cercare di capire perché attraverso questa postura accattivante – accattivante mi sembra un aggettivo utile a inquadrare tutta l’opera di Baricco – attraverso questa postura e questo stile il tema risulti mancato; tema che con buona semplificazione potremmo riassumere in verità e menzogna, nel conflitto tra bene e male oppure nella purezza, che al centro di quel conflitto può sorgere come una rosa in un orinatoio (tutta l’opera di Baricco è sottilmente attraversata da queste ossessioni, per altro comuni all'intero genere romanzesco, dalla sua genesi tardo rinascimentale in poi).
Parente retrocede invece dalla sue lucide premesse, sostando solamente sull'uscio di ciò che rappresenta un'autentica esplorazione critica: cercare corrispondenze tra assunti teorici e strategie concrete, messe in scena verbali. Il chiamare in causa altri autori, rende ancora più generico e spuntato il suo discorso, più confuso. Aldo Nove e Simona Vinci fanno ricorso a tecniche di imitazione del parlato infantile, se non dell’anacoluto vero e proprio, con intenzioni narrative assai diverse: tra loro e anche da Baricco. Siamo insomma al cospetto di gesti letterari profondamente diversi, per quanto accomunati da una resa formale con tratti convergenti. Per intenderci e in modo ancora più esplicito, se non brutale: un trans rimorchiato su viale Monza applicherà alla tua carne lo stesso proposito, lo stesso "gesto tecnico" potremo dire, della fidanzata che hai promesso di sposare, quando vi attardate in macchina sotto casa di lei. Ma immagino che, nella testa delle due "donne", la sostanza emotiva di quel medesimo agire sia completamente diversa.
Per l’insieme delle ragioni che qui ho cercato di riassumere, considero l'articolo di Parente, scintillante sul piano stilistico, appannato proprio nel suo slancio critico: non riesce a penetrare il suo oggetto trovandovi corrispondenza con la vita; o anche solo, e più modestamente, con quella sottovita che è la letteratura. Ma riporto ora i commenti che si trovano sotto il post della poetessa piuttosto brava e molto bionda, tra cui anche il mio. Li riporto senza alcuna interferenza:

1) Mary Barbara T. (poetessa bionda)
merita. leggetelo.
12 novembre alle ore 18.09

2) Vittorio C.
Letto e ora condivido
12 novembre alle ore 18.22

3) Roberto C.
sono un osservatore attento dell'uso del lessico che si fa sui quotidiani di battaglia. sempre parlando di letteratura, i "cagacazzi" della quint'ultima riga fanno un bel paio con la "ministronza". possiamo dire che che è un lessico ...muscoloso? il maestro, del resto, è feltrusconi, dal vasto immaginario escrementizio, che ha fatto tanti proseliti. la ricordate la cacca sul ventilatore? meglio di kubrick.

4) Massimo M.
Roberto, sono d'accordo, però il pezzo vale. Baricco è nauseabondo.
12 novembre alle ore 21.18

5) Mary Barbara T.
c'è anche poi l'ipotesi che con le parolacce si possono costruire anche dei capolavori (da aretino a houellebeq passando per sade) e che da un lessico forbito può fuoriuscire tanta mediocre volgarità. se vogliamo prendercela con il cuoco, facciamolo non per gli ingredienti che usa ma per il modo in cui li cucina.

6) Massimo M.
assolutamente sì
13 novembre alle ore 8.30

7) Massimo M.
c'è un termine - usato anche nella valutazione di certi vini da meditazione - che ben si addice alla "mediocre volgarità": "stucchevole"

8) Roberto C.
ehehe, ma voi volate alto. io parlavo solo di cacca e letteratura.
13 novembre alle ore 10.20

9) Mary Barbara T.
no roberto. tu parlavi solo di cacca e ideologia, e con la letteratura c'entra assai poco. la solita tiritera del noi siamo, noi crediamo, noi capiamo. beati voi.
13 novembre alle ore 11.59

10) Carla S.
Beati loro davvero. A loro basta portarsi la mano sulla testa e mangiare una umile frisella.
13 novembre alle ore 12.30

11) Mary Barbara T.
effettivamente con l'umile frisella il senso di provocazione stenta. naturalmente non sto più parlando della roba qui sopra. mi fai pensare a una cosa, che agli uni piace il senso critico e agli altri il senso della provocazione. mica ho capito cosa funziona meglio, in letteratura, anche se a guardare chi l'ha fatta, intendo pound, proust, borges etc...pare che la provocazione abbia la meglio. è come se la provocazione contenesse l'aspetto critico. ma non è detto che il senso critico contenga la provocazione. suppongo sia tutta una questione di rischio.
13 novembre alle ore 12.58

12) Massimo M.
Mary, secondo me non è possibile fare della letteratura senza giocarsi la propria idea del mondo. E' una credenza, quella di poter fuggire le proprie "linee di fuga" (per dirla alla Deleuze). Prima che narratori siamo anzitutto viventi, mimi ed interpreti, e lettori. E' naturale - è sano - chiedersi "di cosa stiamo parlando?"
13 novembre alle ore 13.58

13) Mary Barbara T.
e chi dice il contrario?
13 novembre alle ore 14.19

14) Riccardo F.
In effetti, se certa gente esercitasse un po' di senso critico sulle proprie pulsioni, eviterebbe tante provocazioni delle quali francamente non si sente la necessità.
13 novembre alle ore 16.14

15) Guido Hauser
provo a suggerire un punto di vista alternativo. ora a me non sembra che sia un problema scrivere come un bambino di 5 anni piuttosto che scrivere cagacazzi, ministronza o porcoddio. sarei invece curioso di sapere se, con quella scrittura da cinquenne o da ministronza o da scaricatore di porto, tu riesci a illuminare un aspetto del reale altrimenti oscurato. aldo nove, citato nell'articolo di parente, attraverso i suoi anacoluti infantili mi sembra che abbia ottenuto qualche risultato non disprezzabile; o almeno io non liquiderei aldo nove con la stessa sbrigativa sufficienza di parente. poi magari baricco è pura merda, ok. ma siamo sicuri che le scelte linguistiche di un moresco, mettiamo, sarebbero state più adeguate per rischiarare la materia tematica che baricco (o aldo nove o simona vinci o che ne so) cerca di penetrare?
Sab alle 14.00

16) Mary Barbara T.
scusi Hauser, mi par chiaro che le cose che si raccontano son sempre le stesse (scusi sa, dopo "l'essere è e il non essere non è" ho la vaga impressione che non si sia inventato più un cazzo). quindi ritengo forse un attimino fondamentale il come le cose (sempre le stesse, appunto) vengano dette.
Dom alle 10.19

17) Guido Hauser
scusi mary barbara, ma il "mi par chiaro" della sua premessa a me non pare affatto chiaro. ricordo un bel saggio di pontiggia in cui smontava proprio questo "mi par chiaro", con buoni argomenti sostenendo un "mi par chiaro" di segno contrario. le cose raccontate, ma narrate per davvero, sono per pontiggia proprio quelle nuove; o almeno a uno scrittore non dovrebbe mai mancare questa fiducia, come a un cercatore d'oro. così, per inciso, quando aldo busi parla dell'eros, anche a me "par chiaro" che non solo ne parla in modo diverso da shakespeare che ne parlava in modo diverso da petrarca che ne parlava in modo diverso da saffo e così via, ma che è proprio "la cosa" di cui parlano, l'eros, a essere diversa. insinua allora pontiggia: anche le cose mutano dentro lo sguardo, non solo lo stile, il modo con cui le restituiamo dentro i minuscoli specchi della lingua. detto ciò, questo è il "mi par chiaro" di pontiggia, mary barbara t. ha un suo "mi par chiaro" e io vorrei farmi un po' i cazzi miei, almeno su questa questione. semplicemente volevo aggiungere che, se rileggi le poche righe che ho scritto, dicevo esattamente il contrario di quanto tacitamente mi attribuisci; una certa ingenuità campagnola e sospirosa, diciamo così ("scusi hauser", "dopo l'essere è.." "un attimo fondamentale", "mi par chiaro" .. è il modo in cui ci si rivolge a un imbecille, diciamola tutta). quando, seppure con altre e affrettate sfumature, mi pare (mi par chiaro) che ora stiamo dicendo la stessa cosa. ossia che è necessaria una lingua adeguata - un modo, uno stile, una forma .. chiamala come vuoi - per scrivere certe cose piuttosto che altre. semmai io proponevo l'idea che le cose da dirsi - stesse o meno - son più d'una. e con tutta probabilità anche i linguaggi con cui restituirle sono fortunatamente molteplici. quando non è detto che la bella lingua di moresco (che io pure amo moltissimo) sia l'involucro più adatto per impacchettare le madeleine dagli anni ottanta di aldo nove, o il sottomondo infantile della vinci. insomma, prima di preoccuparsi del "come dire", credo che ci si dovrebbe chiedere: "come dire cosa?" (ecco, a me pareva che nell'articolo di parente, da cui abbiamo preso avvio, non fosse contenuta una risposta adeguata a questa domanda)
Dom alle 11.40

18) Mary Barbara T.
capisco
Ieri alle 0.15

19) Anna C:
io no
3 ore fa

Dello scambio che ho testualmente riportato, secondo me sono decisivi alcuni passaggi. Intanto il consenso immediato che viene accordato a qualsiasi giudizio critico su Baricco; come se la figura retorica dell’antitesi, al tempo di Facebook, si stesse rivelando un formidabile catalizzatore del consenso. E’ l’inveramento del “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” di Montale.
Baricco è belloccio è piacione scrive semplice e ammiccante come un ragazzino, e per opposizione io divento qualcosa: uno a cui Baricco fa schifo. O meglio mi riconosco in un insieme di persone che fischia il suo buuu, Baricco pussa via, paraculo, sei nauseabondo ... E questo no collettivo diventa il timido principio di un . Insomma, dentro una logica puramente oppositiva si fa comunità, si fa gruppo o meglio ancora branco. Se non ancora "io".
Al terzo commento, quello di Roberto C., abbiamo però una prima voce in lieve seppur ironico disaccordo. Ed è interessantissimo quanto consegue al commento 10 di Carla C. (che è un’altra poetessa piuttosto brava), quando in lei si allerta qualcosa come un sistema immunitario plurale, una flottiglia di globuli rossi che fanno sibilare in aria le spade. Un primo avvertimento, un colpo in aria.
Roberto C. viene così individuato da Carla quale virus che minaccia la comunità del dissenso, e subito ricollocato dentro al pronome loro: “beati loro davvero. A loro basta portarsi la mano sulla testa e mangiare una umile frisella”.
Non c'è stato scontro, bene. E' bastata la misura del patetico, della compassionevole complicità tra adulti che la sanno lunga, grazie alle loro buone letture, per immunizzare il corpo estraneo; che infatti sparisce dalla conversazione, si eclissa.
Un capolavoro di pensiero aporetico, dunque quello di Carla C. Nel senso che “noi” - noi che non leggiamo Baricco, noi che non ci facciamo abbindolare dall’ideologia, soprattutto quella insidiosa della semplicità (“l’umile frisella”) - noi siamo quelli che non hanno alcuna certezza di sorta. Ma paradossalmente il non averne, il non avere un io corazzato dentro il pregiudizio ideologico, rende così solido e inattaccabile il fortino. Un'arma segreta e invincibile con cinque P: Pronome Personale di Prima Persona Plurale.
Oppure ancora una sola enne: Noi.
In una logica insiemistica, questo noi concavo e svuotato dai cascami ottocenteschi di un soggetto saturo di anima e di viscere - di tradizione -, potremmo considerarlo come l’insieme degli io senza io. Che è pur sempre un insieme, un’identità collettiva o un meglio di niente, perdio!
Ed è con la stessa strategia anticorpale che il gruppo si difende bruscamente anche dal primo intervento dissonante di Guido Hauser, il commento numero 15. A cui segue la definitiva liquidazione da parte della poetessa bionda - e piuttosto brava - che è anche la tenutaria della bacheca da cui tutto è cominciato. Si sente così in dovere di fare anche i disonori di casa, di allontanare l'ospite sgradito. Basta una sola parola: "capisco".
Infatti ormai è chiaro, come lei sottolinea con uguale espressione, che io sono un nuovo virus da espungere, allo stesso modo in già è stato liquidato Roberto C. Un capisco simile a quello che si risponderebbe a chi ti abbia appena rivelato di avere le ragadi anali, un figlio handicappato e frocio, il gatto finito sotto al treno; e frocio pure il gatto, già che ci siamo. Poi c’è anche chi infine "non capisce", ma è l’altra faccia della stessa logica di esclusione.
Morale della favola: Baricco merda. E così sia.

Passiamo ora all’intervento di Fulvio Abbate. Che è uno scrittore e una persona che io stimo moltissimo, senza alcun se ma o piuttosto. Però, nella circostanza, aveva appena pubblicato su Teledurruti un intervento che io trovo particolarmente fiacco. Non ne anticipo le ragioni, che mi pare emergano con sufficiente chiarezza dai commenti, se non che si parlava della possibilità che a Walter Veltroni venga assegnato il prossimo premio Strega:

1) Dario M.
Geniale!
Dom alle 16.47

2) Maddalena B.
Eccellente.
Dom alle 17.31

3) Giacomo C.
Grande Fulvio!
Dom alle 17.59

4) Antonio D'A.
ciao Fulvio! una curiosità .... ma c'è qualcuno che compra ancora l'unità??!! quante copie vende ? io lo comprato di recente per curiosità e l'ho trovato un oggetto ridicolo! piatto , piccolo , svuotato di rabbia! ciao
Dom alle 18.11

5) Lino M.
Totalmente d'accordo
Dom alle 18.15

6) Francesco C.
Prima di vedere il video ti dico: Spero tu stia scherzando!!!
Dom alle 18.26

7) Francesco C.
Infatti. Sei grande, Fulvio. Ma davvero ti pagavano 60.000 lire a pezzo? Mia moglie è convinta che con la scrittura si guadagna... eccola servita.
Dom alle 18.35

8) Filippo B.
L'ho letto, è un libro eccezionale! "Noi" di Walter Veltroni? No, La pelle di Curzio Malaparte.
Dom alle 21.06

9) Filippo B.
Vorrei dire agli scrittori, ai pittori, ai cantanti, ai registi: basta con le saghe familiari intergenerazionali!
Dom alle 21.08

10) Gerardo De R.
L'ex leader della parte avversa al PDL farebbe del bene all'umanità se eremitasse in un piccolo polveroso villaggio africano... temo però che gli piacciono troppo le comodità, la buona tavola, le comparsate in tv e lo stipendio da parlamentare con privilegi annessi. Ah!... vederlo con il cappellino fatto con le pagine dei suoi "libri" a costruire scuole per i bimbi negri... E invece leggeremo delle sue cene in qualche villla inaccessibile sull'Appia Antica, come a Piazza di Spagna, tutti insieme appassionatamente "destra" e "sinistra" a magna'...Ciao Silvio, ciao Gianfranco, ciao Pierferdinando, ciao Pierluigi, ciao Uolter...
Ieri alle 8.47

11) Guido Hauser
fulvio, c'è una cosa che non torna nemmeno nel tuo discorso, te lo dico con simpatia. o meglio una domanda: il libro di veltroni è bello o brutto? perché risentendo anche i tuoi precedenti interventi, non parli mai delle specifiche qualità, cioè naturalmente anche dei limiti di quel testo. sembra addirittura che il libro non esista, che sia un dettaglio privo di importanza. se non avessimo di te altra esperienza, parrebbe addirittura tu ti sia allineato a quelle logiche da sociologia della cultura, giochi di potere, riverberi emotivi e dell'interesse privato in luogo pubblico, verso cui si protende bellicoso il basco del tuo durruti. aggiungi infatti che non voterai veltroni perché ha trasformato l'opposizione politica in una musichetta leggera (per ceti medi); o perché è il tacito mandante delle vigliaccate di concita de gregorio; o ancora per via che lui stesso ti pagava solo 60.000 lire, all'unità - e per inciso: potevi anche rifiutarle, le 60.000 lire di walter. diversamente lo voteranno (lo voterebbero) veronesi e riccarelli, che da veltroni hanno avuto beneficio. ora, da un punto di vista strettamente logico, è interessante notare come la dinamica cognitiva alla base del (presunto) voto di riccarelli e veronesi, chiamiamola così, sarebbe specularmente omologa alla tua, cambiando solo di segno ma non di prospettiva. infatti voi tutti voterete (votereste) sulla base di elementi assolutamente estrinseci alle qualità letterarie del testo: tu sulla pungente spinta del rancore (principio oppositivo), veronesi e riccarelli sospinti dalla dolce brezza della riconoscenza (principio analogico). ma se è vero che la logica ha una sua implicazione morale, una ricaduta nella prassi, davvero si fa fatica a capire in cosa eventualmente ti distingui da riccarelli e veronesi..
Ieri alle 22.35

12) Francesco C.
Il libro di Veltroni è brutto.
Ieri alle 22.47

13) Zio Bernardo T.
probabilmente fulvio si distingue per il fatto che sia caduto dal lato giusto del giudizio, a prescindere dalla prospettiva, nei confronti del prete mancato leccaculista e rovinafamiglie valtere... gli altri che avete citato, nella loro presa di posizione, sono stati piu' sfortunati e hanno preso un granchio.
8 ore fa

14) Guido Hauser
onestamente e senza offesa, ma credo che il "probabilmente" di zio bernardo c'entri davvero poco. io mi riferivo a un problema di merito del giudizio, non di merito oggettivo. con ciò intendo che un magistrato può anche decidere se l'imputato è innocente lanciando la monetina: testa o croce. nel caso, non discuto, mi è cioè indifferente, fulvio potrebbe anche aver azzeccato il lato giusto della monetina. rimane il fatto che nello specifico (e ribadisco "specifico") il tema sollevato dallo stesso abbate è proprio il "merito del giudizio". alcuni giurati dello strega potrebbero esprimersi sulla base di un merito non specifico ma di vincolo personale (la riconoscenza), quando lui stesso dichiara di voler fare esattamente lo stesso: sulla base di un merito non letterario ma, nella migliore delle ipotesi, politico-esistenziale.. (cavolo, ma è così difficile far passare quest'idea: in fin dei conti ai giurati di miss italia si chiede di riconoscere la topa!)
7 ore fa

15) Zio Bernardo T.
anche il mio intervento era ironico, e credo che se veltroni avesse scritto un capolavoro, il buon abbate non avrebbe fatto fatica a riconoscerglielo.
Aggiungo che l'ironica premessa fosse lo scarso valore - l'appiattimento, la narcolessia - della cultura italiana al giorno d'oggi, quindi che un giudizio di merito sul romanzo fosse gia' stato formulato. giudizio che probabilmente non valeva la pena di essere esplicitato. Forse per pudore, intelligenza, per evitare una forma di accanimento.
Quindi lo sfogo delle sessantamila ci sta benissimo, visto che magari, rovinati come siamo e grazie facce di bronzo guidate da favori clientelari ben piu' indicibili, veltrone tra i suoi premi di "consolazione", lo strega e' capace di portarlo via davvero...
6 ore fa

Ecco, di questo scambio la cosa veramente interessante a me sembra questa: ad Abbate viene ormai accordato un consenso preventivo, quale quello che si assegna a una rock star, a un calciatore, un belloccio televisivo con molti boccoli neri. I geniale, gli eccellente, i grande Fulvio, stanno così a sottolineare più che lo specifico merito del discorso, il grado di intimità (presunta) che attraverso internet si stabilisce.
Abbate ogni tanto risponde ai lettori – con me non l’ha fatto, non escludo però che possa farlo in futuro – ma sempre in forma sbrigativa e sintetica. Non voglio contestare questa elusione, intendiamoci, che rischia di condurre a sterili forme di dissipazione verbale - il mio spendermi su Facebook si è rivelato completamente dissipativo, anche umanamente.Vorrei piuttosto sottolineare l’illusorietà contenuta nel mezzo.
Facebook produce l’illusione di dialogare sullo stesso piano, dentro categorie di merito, di giudizio: non più imboniti come dentro l'asimmetria programmatica dei media tradizionali. Siamo dunque all'affermazione delle teorie libertarie sulla democrazia delle opinioni?
Al contrario, anche su Facebook le opinioni sono l’espressione di una ristretta cerchia di élite intellettuali; o élite del gusto, della simpatia: comunque élite, capobranco che trovano la loro autorità dentro un consenso carismatico, non dialogico o razionalmente persuasivo.
E' così disarmante assistere al muro di gomma e di incomprensioni, muti sghignazzi, ogni volta che ho provato ad argomentare un pensiero dentro Facebook: un pensiero solo un poco disallineato, non certo eretico. E devo confessare che ho trascritto gli interventi con una certa pena.
Il rischio è dunque quello che anche con Facebook, o più in generale tramite la mediazione delle nuove tecnologie, le persone continuino ad assegnare le loro deleghe in bianco, un favore pregresso ed emozionale, limitandosi a sfiorarne con le mani il lembo del mantello della loro star.
Come nel ribaltamento del titolo di un celebre film di Wim Wenders, quanto più ci sentiamo vicini quanto più nuovamente ci allontaniamo, blindandoci dentro comunità ristrette e settarie, digrignanti e aggressive a ogni accenno di intrusione. E poco importa se siano supporter calcistici, poetesse piuttosto brave e disinvoltamente stronze, o gli amici dell'ottimo Fulvio: che corrono a difenderlo al primo accenno di effrazione totemica, più realisti del Re.
Tutto ciò comporta una vertiginosa caduta delle categorie sottostanti un possibile discorso critico, prima ancora della critica stessa. Che finisce con l’implodere per mancanza di strumenti, non certo di volontà - la critica ci determina infatti nella forma di un' inesausta formazione reattiva, come già abbiamo visto.
La differenza tra critica e "reattività", si ritrova allora nel merito: nella doppia accezione di virtù e di referenzialità contestuale; ossia di aderenza analitica alle specifiche qualità della materia dibattuta, qualsiasi essa sia. Una volta, quando la mia maestra elementare ancora odorava di gesso e caffè, si sarebbe detto che bisogna prima conoscere e poi criticare. Nei tempi nuovi di Facebook, è però forse diventato vero il contrario: criticare per conoscere.
C’è un bel libro di Raymond Carver intitolato “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?” Ecco, di cosa parliamo quando ora parliamo di Walter Veltroni o di Baricco o sventoliamo la bandierina di Deleuze e umili le friselle, da posarsi sulla testa …
Io una risposta me la sono data: parliamo di noi.

Ps - 10 secondi fa mi è arrivata una mail con la risposta di Fulvio Abbate, appena pubblicata nella sua bacheca di Facebook. Riporto testualmente:

"@Guido, scusa il ritardo: irrilevante, la qualità del libro: Veltroni ci deve garantire case scuole e ospedali. Stop."

lunedì 16 novembre 2009

Tra poesia e poetico 2


(Sempre sul tema di poesia e poetico, da Tellusfolio pubblico una mia risposta a Maeba Sciutti. L'intero scambio dei commenti si può trovare qui, mentre il testo di partenza qui.)

maeba e stefano, intanto buon giorno e ben trovati.

con un certo imbarazzo vi confesso che il mio intervento a cui trovo in calce i vostri commenti, nasce, a sua volta, come post al testo di maeba sciutti. è dunque solo grazie alla compiacente attenzione della redazione di TF, e qui li ringrazio, che con un certo stupore ho ritrovato le mie parole in forma autonoma, come un palloncino che si sia staccato dalla mano. provando a riacciuffare quel filo, così di impulso mi verrebbe da aggiungere:

- hai ragione maeba, o perlomeno io la penso come te. venuti meno i vincoli formali della tradizione, la linea di discrimine tra poesia ed altre scritture può essere individuata proprio dentro l’individualità della visione; o dentro qualcosa di ancora più “profondo”, che più che all’estrinsecità dell’organo visivo io paragonerei al sistema digerente: la poesia come scomposizione e assimilazione di uno o più mondi da parte del soggetto

- a tale opera di scomposizione e assimilazione, ne succede però una di segno uguale e contrario: la rigenerazione. è come se il poeta incarnasse la figura della lupa mitologica. la lupa che assale e divora ogni cosa che incontra; ma anche allatta i due gemelli, restituisce dentro la lingua i suoi saccheggi.

- come sempre maeba suggeriva, il gesto poetico è in ogni caso irriducibile alla comunità, almeno nel suo farsi. da questo punto di vista un altro riferimento mitologico – trascurando quelli più ovvi (e secondo me anche fuorvianti) di apollo ed ermes ed orfeo – potrebbe essere quello di antigone. antigone che oppone la legge del cuore a quella della polis.

- ma di chi è il cuore? il cuore è di chi “ha cuore”, semplice. cioè di chi sente, di chi fa esperienza delle cose attraverso un corpo vivo e palpitante. ecco allora il poeta che batte e ribatte il suo tamburo, per usare una bella immagine da una canzone di lou reed (lou reed che è stato un poeta, ricordiamolo, prima ancora che un cantante).

- da questa peculiare prospettiva, si delinea anche un'ulteriore e possibile linea di discriminazione tra poetico e romanzesco e filosofico. infatti nella parola filosofica non c’è un corpo che sperimenta il mondo, ma solo una voce astratta, una "res cogitans" – o almeno non c’era fino a certi esiti della filosofia francese e tardo novecentesca, o del pensiero della differenza.

- nella filosofia abbiamo un’entità astratta che parla, che parla d’altri e mai di sé: voce monocorde che declina il “loro”. nel romanzo abbiamo invece una polifonia di voci che fanno esperienza del mondo, le potremmo riassumere nel pronome “noi”. infine la poesia, che sempre assume la prospettiva di un “io”. (ed è interessante il fatto che questo io, quando anche plurale come lo sciame di api nell'opera poetica di andrea roas, diventa un io corale, ma pur sempre un io.)

- per ricapitolare, da un punto di vista cognitivo io vedo delinearsi queste 3 figure: loro (filosofia); noi (romanzo); io (poesia).

- ma la cosa a mio avviso davvero interessante della poesia contemporanea, è che la sua energia centripeta dentro un io, un corpo irriducibile alla moltitudine delle voci, è stata così violenta e definitiva da dissolvere spesso la sua unica premessa. trasformandosi in un io senza più io, un io sperduto nel non-io.

- da qui montale che pronuncia la sua celebre dichiarazione di resa al mondo:

“codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo."

- o ancora più radicale è milo de angelis, quando conclude sconsolato:

“se ti tolgono ciò che non è tuo / non ti rimane niente.”

- e così, provvisoriamente, il talento poetico è per me un “talento digestivo”, uno sminuzzare il mondo attraverso minuscoli enzimi verbali. per restituire infine quello stesso mondo fatto a pezzi attraverso due possibili figure di sintesi: la cacca oppure il latte, per allevare un nuovo mondo.

ps – possiamo abbattere gli schemi, mi chiedi maeba. sì, certo che lo possiamo fare: possiamo fare quel che vogliamo. in fondo abbiamo montagne di letame con cui costruire le nostre cattedrali. ma anche qualche goccia di preziosissimo latte, con cui annaffiarle.

sabato 14 novembre 2009

Tra poesia e poetico


(Sabato 14 novembre ho inviato a Tellusfolio una riflessione a margine di un testo di Maeba Sciutti, che si interrogava sulle categorie di giudizio nella poesia contemporanea. La redazione di TF, in via del tutto discrezionale, ha quindi deciso di stornare le mie parole dal post dei commenti per presentarle quale intervento autonomo, con un'attenzione per cui li ringrazio. Di seguito il testo in questione, disponibile anche qui, in cui cerco di avventurarmi nell'insidiosa promiscuità tra poesia e poetico.)

Vorrei aggiungere un elemento ulteriore di riflessione sull'intervento di Maeba Sciutti, sui commenti al seguito, ed anche sul testo del poeta e critico Stefano Guglielmin in Blanc de ta nuque. Dall'ottimo testo di Maeba, a mio avviso non emerge con sufficiente chiarezza la distinzione tra “pratica” e “virtù”, se così posso dire. Ossia la definizione di una prassi, il far poesia, pare nel nostro tempo anche sinonimo del valore di quel gesto, se non di virtù in generale.
Poesia, insomma, è un termine utilizzato spesso in luogo di bello: c’era come una poesia nell’aria ... quella mezz'ala sinistra quando colpisce di tacco è una vera poesia ...
Tale abitudine ha fatto sì che il sostantivo si sia infine aggettivato. Un ragazzo dona un fiore alla sua fidanzata e lei gli risponde: Come sei poetico. Attenzione, non come sei gentile, educato, sensibile ... No, come sei poetico.
Questo primo spostamento, una metonimia ossidata nella consuetudine verbale, volge la poesia da un campo eminentemente formale ad uno cognitivo. Poetico, in altre parole, diventa sinonimo di gentilezza d'animo, patos emozionale, trasognato stupore. Insomma, tutto ciò che con impropria semplificazione assumiamo nella categoria del sentimento.
Abbiamo a questo punto una doppia sovrapposizione: poesia come sinonimo di bellezza e poetico come equivalente di sentimentale.
Ma se è vero che poetico è l’aggettivo che sta a indicare ciò che possiede le qualità della poesia, per retroazione anche la poesia diventa il campo di espressione del poetico: il luogo delle sensibilità, della zuccherosa condiscendenza.
Ora è interessante notare come queste accezioni derivate, se così le posso chiamare, hanno finito con l'oscurare il gesto originario di natura pratica. Infatti se, incontestabilmente, la poesia è quel genere di scrittura espressiva (o non immediatamente referenziale) dove sia previsto l'andare a capo in modo discrezionale - prescindendo cioè dai vincoli imposti dalle consuetudini grafiche dell'interpunzione - se poesia da un punto di vista tecnico è ormai semplicemente questo, esiste anche un particolare tipo di poesia che viene chiamato prosa poetica, che alla normatività prosastica nuovamente si accorda.
Tutto ciò è apparentemente un paradosso, utile però nell’indicarci come dentro il vincolo promiscuo tra poesia e poetico ancora molto ci sia da indagare.
Su queste stesse pagine (Tellusfolio) ho provato ad avviare una riflessione su alcune figure che io trovo figlie di quest’equivoco, prima fra tutte il kitsch; che è una declinazione del poetico in una forma se possibile ancora più enfatica, de-semantizzata.
Ma senza voler tornare su quelle riflessioni che evidentemente hanno toccato qualche sensibilità (non dimentichiamo che poetico discende direttamente da “sensibile”, come Lupo de Lupis che è un lupo ma tanto buonino), mi farebbe piacere che la brava Maeba approfondisse maggiormente l’ultimo scenario da lei proposto: quello del talento.
Se il gesto poetico ha definitivamente perso ogni rigidità formale, la categoria cognitiva o spirituale del talento con quale strumenti ermeneutici può essere ora accostata?
Carmelo Bene amava ricordare una frase dell’amico Deleuze: "l’uomo di talento fa ciò che vuole, il genio ciò che può".

Omosessuali, gay, finocchi o froci…? Meditazione inattuale di un fascista astrale


Sipario alzato. Arrivo dal Libraccio con una copia dell’ultimo romanzo di Diego De Silva, ciondolando su Via Andreoli verso l’automobile parcheggiata in piazza Alfieri, di fronte alla fermata del passante ferroviario. Sul marciapiede vengo sorpassato da due ragazzi sui vent’anni: scarpe a punta con fibbione di metallo; pantaloni attillati di velluto liscio; gambe lunghe e sottili; uno indossa un cappelletto verde e trendy, da cantante pop inglese. Sento che parlano con voce inacidita di un loro conoscente. Ne parlano malissimo.
Mi basta il colpo d’occhio per pensarlo: finocchi.
Poi mi pento subito del mio pensiero. Finocchi è un termine spregiativo, volgare. Correggo dunque nel più neutrale gay, devono essere una coppia di amici gay. Ma anche qui, ritiro presto la battuta dal mio teatro mentale. Gay significa gaio, spensierato; mentre i due stanno nuotando nel veleno più nero, che si scioglie infine nei loro giudizi. Tutto meno che gai, a me sembrano.
Viro dunque verso un sostantivo più “tecnico”, omosessuali. Ma ancora non sono convinto, continuo a sentirmi un cialtrone… Omosessuale si riferisce infatti al gesto estrinseco di chi pratichi sesso con un suo omologo. E che cavolo ne so io – e che me ne importa, soprattutto – degli interlocutori negli amplessi dei due ragazzi!
Mi pongo allora una questione. Come ho potuto, con quale facilità, assegnare un’etichetta così semplice e avventata (e anche offensiva) a chi mi superava in via Andreoli?
Eppure l’ho fatto, è possibile: lo facciamo tutti. Esistono atteggiamenti, posture, modi di abbigliarsi e accordi della voce, che vanno a costituire delle precise costellazioni dentro la mente. Un insieme di eventi che si verificano spesso in concomitanza. Ad esempio se a una persona piacciono le armi, indossa giacconi mimetici e stivali texani, è amante delle arti marziali e del pugilato, di solito è anche un po’ fascista. L’unica eccezione che finora ho trovato a questa costellazione sono io, che amo le armi, gli indumenti militari, gli sport violenti ma non sono fascista. Al contrario.
Cosa sono dunque questi processi associativi che per comodità ho chiamato costellazioni? Riflettendoci, perso nel mio deambulare per via Andreoli (il libro di de Silva che a tratti pencola dal tascone della mimetica, come un cucciolo di canguro che abbia smania di prateria) riflettendoci arrivo a sospettare che queste costellazioni dentro cui forziamo la realtà esterna, non esprimano tanto i fatti nel loro neutro manifestarsi, quanto qualcosa come un'inalienabile forma di organizzazione dell’esperienza: sia interna (gusti, atteggiamenti) sia esterna (giudizi, spesso affrettati), che trova infine sbocco nel linguaggio. O come direbbe uno studioso della lingua: un idioma non è mai innocente, sintetizzando il vissuto dentro le strutture mobili del desiderio e dell'occorrenza statistica.
Ma torniamo all’esempio dell’omosessualità. L’omosessualità è una prassi, è fuori dubbio. E’ il gesto concreto di chi accosti con intenzione il suo corpo a quello di una persona dello stesso sesso. Punto.
L’eros, il desiderio, sono invece qualcosa di completamente diverso. Il desiderio, in altre parole, non procede per scelte esclusive come quelle a cui l'azione costringe (non si può fare e non fare allo stesso tempo) ma per associazioni tra esperienze analoghe, andando così a costituirsi in modalità molto simili a ciò che ho appena chiamato costellazione.
Credo dunque che quel che affiora nei gesti e modi di essere delle persone, si richiami più alle strutture interne del desiderio, alle modalità di organizzare l’esperienza dentro forme comuni se non addirittura imitative - sulla natura imitativa del desiderio esistono pagine illuminati di René Girard - , che non alle loro scelte consapevoli e ai loro comportamenti sorvegliati; per quanto nel sesso di sorvegliato ci sia ben poco. Io sono l’esempio concreto di un tipico fascista per quanto riguarda le strutture del desiderio, pur avendo per tutta la vita scarabocchiato il mio voto - consapevole e intenzionato - per partiti di sinistra. Uno con troppi pianeti sotto il dominio di Marte, forse solo questo. Un fascista astrale!
Trovo addirittura che questa sovrapposizione tra pratica concreta e atteggiamento mentale contenga qualcosa di ingannevole, di pericoloso. Ho conosciuto omosessuali estremamente virili; come ad esempio lo erano Pasolini o Marlon Brando o Alessandro Magno. Mentre ci sono altrettanti “finocchi” – persone che appartengono a questa costellazione in cui si manifesta una superfetazione del femminile più corrivo e teatralizzato, potremmo chiamarli anche “checche” – i quali hanno una sessualità convintamente eterosessuale.
Bisogna concludere, come fanno certi psicanalisti, che tali persone vivono nell’errore perché non hanno ancora scoperto – individuato - la loro "vera natura"? A me onestamente sembrano un po’ fesserie, quando si sa che noi fascisti astrali tendiamo a guardare le avventure ermeneutiche della psicologia con la stessa diffidenza con cui guardiamo alle checche, stimando moltissimo alcuni omosessuali. Non credo insomma che il desiderio sia desiderio di fare, quanto piuttosto di essere tra le cose, di esistere in un certo modo - di essere "in sé e per sé", per utilizzare una stropicciata formulazione filosofica. Semmai cercando, attraverso il gesto di autotrascenderci, di ratificare l'immagine mentale. Conferma che può però essere ottenuta anche tramite percorsi interni che prescindono dall'azione, in quella polvere di stelle che chiamiamo coscienza.
Ricaccio ora il mio cangurino nel marsupio della mimetica e provvisoriamente concludo che, da bravo fascista astrale, continuerò a chiamare finocchi i "finocchi" - ma solo nel mio teatrino silenzioso -, a indossare quegli indumenti per cui mia mamma ancora si vergogna, commuovendomi di fronte all’ottavo round dell’incontro tra Mohammed Ali e George Foreman. Il tutto confidando senza esitazione nell'idea di un socialismo consapevole e libertario, soprattutto nel desiderare. Certo che l'eros faccia tana sotto il nume di costellazioni ben più alte della mano che cerca di grattarle, e fortunatamente ignote anche ai nostri piccoli gesti.

giovedì 12 novembre 2009

Ciao a tutti che dire

"ciao a tutti che dire .........non sono tanto bella pero sono molto simpatica mi piace qualsiasi musica che c'e in commercio so ballare il latino americano e spero di trovare tanti amici che come me apprezzano questo tipo di ballo,amo molto gli animali e se anche voi avete queste passioni che aspettate correte a chattare con me io vi aspetto ciao...................
angeldemon83 - 26 anni - Leini"

martedì 10 novembre 2009

Viva Drupi, o sulla piccola bugia contro la lagnosa menzogna


Parlavo, nei giorni scorsi, con un’amica di Verona. Parlavamo di musica. Un argomento che per molti versi si avvicina alle dispute sul calcio fatte al bar Piero. E' difficile parlare di musica con obiettività, quando ognuno nasconde in un cassetto la bandierina della propria squadra del cuore, da sventolare al primo inciampo. Conviene allora alzare da subito le insegne, come facevano i vascelli nel Mediterraneo per capire se quel puntino laggiù, che si fa sempre più grande, sia il prodiero della guardiamarina o una goletta un pirata: armare i cannoni oppure i calici, questo insegna un buon colpo d'occhio. La mia amica me lo domanda dunque a bruciapelo:

- Chi ti piace?
- Drupi.

Chissà come mai ho risposto Drupi … Avrei potuto rispondere Sergio Endrigo, oppure Nada; Adamo; Piero Ciampi; Mina; Roberto Murolo; Dean Martin; il Quartetto Cetra … Ci sono centinaia di cantanti che ascolto con più frequenza di Drupi, altri generi musicali: il rock anglosassone; la canzone francese; il melodramma; la musica classica … No, Drupi

- Dai, non scherzare …
- Non sto scherzando, mi piace Drupi. Perché, a te non piace Drupi?

Lei mi risponde che non conosce Drupi. Però, così, a naso, ha deciso che non può piacerle. Qualche vago ricordo radiofonico dagli anni settanta, forse un Festival di Sanremo, no, decisamente si è convinta che non le piace.

- Quali sono allora i tuoi gusti, fammi un nome.
- Non so ... P.J. Harvey.

P.J. Harvey, già. I primi dischi di P.J. Harvey piacquero molto anche a me: una musica nuda e senza fronzoli, incazzata e asprigna. Io mi intendo poco di generi ed etichette, ma mi ricordava l’urlo tra il capriccioso e il disperato di Kurt Cobain. Poi credo si sia allineata a quella mesta colonna sonora del presente chiamata “indie”, cioè la nuova scena americana indipendente che riprende la tradizione folk, ma in tono se possibile ancora più sommesso ed essenziale, cantilenato e stranito. Con effetti anche notevoli di spiazzamento, di obliquità posturale, mi verrebbe da dire, ma con un retrogusto che non mi ha mai convinto. Come se ad ogni nota i cantanti indie, ma ancor più le cantanti, fossero a un passo dal cascare giù dal pentagramma, stramazzare al suolo reclamando una flebo di Meritene.
Capisco così che i nostri vascelli sono in rotta di collisione, non calco la mano e cerco di cambiare discorso. Parliamo un po’ di letteratura, cinema?
Ci ripenso però adesso: la musica indie, Drupi … molte cose che non mi tornano.
Vado allora su You Tube a riascoltarmi qualche canzone di Drupi. Sono curioso di capire il perché di quella mia risposta così automatica e certa: Cosa ti piace? Drupi.

Sereno è, ad esempio.

Sereno è esce nel 1974. Una musichetta leggera leggera senza troppe pretese, accordi semplici in sintonia con l’andazzo del tempo; se non fosse per l'unicità di quella meravigliosa voce nera, avrebbe tranquillamente potuto essere una canzone di Ivan Graziani, o di qualche gruppo di rock melodico tipo Cugini di campagna. Però il tema musicale è subito riconoscibile e bello, le parole in piena sintonia. Attacca in questo modo:

Sereno è
Rimanere a letto ancora un po'
E sentirti giù in cucina che
Già prepari il mio caffè
E far finta di dormire
Per tirarti contro me.

Un ritratto di quieta armonia familiare, di serenità appunto. Dove ogni conflitto è come smorzato in un sonno che non è reale – “far finta di dormire” – ma simulato; o meglio ancora teatralizzato. Infatti il male del mondo non è redento, ma accolto con pacifica e sonnambolica ironia, come si ricava anche dalla seconda strofa:

Sereno è
Ricordare il primo giorno che
Sei salita sulla moto mia
Noi due soli senza compagnia
E la volta che hai guidato tu
Dentro al fosso a testa in giù...

Sì, ogni tanto nella vita anche si casca, si finisce dentro un fosso. Ma guardare il mondo “a testa in giù”, come nella figura dell’appeso nei tarocchi, è anche occasione per allargare il punto di vista sulla cose. E in ogni modo l’unico punto di vista che davvero interessi a Drupi è quello di una pacificazione con la vita intera:

Sereno è
Scivolare dentro il mare e poi
Senza il peso dei pensieri miei
Giù nel buio la conferma che
Lassù in alto sempre tu ci sei
Che alla luce aspetti me.

Il mare, eh già. Il mare come antitesi dei pensieri, condizione quasi estatica di nirvana. Ma è uno sperdimento della coscienza da cui richiama la certezza di una dualità rassicurante, un tu che ci struttura dentro la forma individuale, illuminando il nostro profilo dall’ombra minacciosa della perdita definitiva, che è l'altra faccia dell'indistinto. E’ così l’amata, con il suo filo d'Arianna, che da qualche parte ci aspetta. In piena luce.

Sereno è
Dare un calcio ai grattacapi e poi
Con un bacio fare pace noi
E sentirmi come tu mi vuoi
Raccontarti un sacco di bugie
Per poi ridere di te!

Finale potentissimo! Che chiarisce e riassume il senso della canzone in due periodi che anticipano l’estetica e lo spirito degli anni successivi, gli ottanta:

1) Dare un calcio ai grattacapi

2) Raccontarti un sacco di bugie

“Dare un calcio ai grattacapi” equivale, ancora, ad accordarsi provvisoriamente con tutto ciò che è, smussando i punti d'attrito che cigolano nel pensiero; ritorna il pensiero come simbolo di pesantezza e disarmonia. Nel senso che la ragione (i grattacapi) quando non riesce a superare la vischiosità del reale, si arresta come in un loop. E quale il modo di uscire da questa sterile circolarità, che ci restituisce una sensazione di mancata corrispondenza con la vita? Semplice: “raccontarti un sacco di bugie”.
La bugia, come la simulazione iniziale del sonno, il far teatro dell'esistenza, diventa così una forma di consolazione, che si distingue dalla menzogna proprio per la finalità: la bugia
è una menzogna a “fin di bene”; una piccola menzogna, se così si può dire.
Ecco, secondo me questo atteggiamento – della bugia ma a fin di bene – riassume perfettamente l’estetica della canzone pop classica. Il canto come consolazione ed oblio temporaneo, lenimento. Mentre la grande menzogna è quella che non prevede rotte di ritorno, è il richiamo ingannevole (e sempre disciolto nel cantato) delle sirene.
Da alcuni anni si è però affermata un'estetica pop di stile opposto, potremmo chiamarla della ”iper-rammemorazione”. Che non significa un atteggiamento che fa della corrispondenza con le cose, con la complessità del reale, la sua intenzione, quanto una semplificazione di segno uguale e contrario, in cui crogiolarsi in una sintesi del negativo. Atteggiamento in effetti già presente anche nelle premesse genuinamente popolari della musica folk, quali ad esempio i canti di montagna o del lavoro, specie quello nelle risaie. L’umanità che emerge da quei testi, oltre che dall’accompagnamento musicale, è non solo dolente, ma sfigatissima al limite dell’iperbole comica - acutissima l’analisi che ne ha dato Paolo Villaggio in un bello spettacolo teatrale. La canzone diventa allora un modo non tanto per restituire un volto vero e sincero alle cose, ma per esasperarne l’aspetto più dolente e triste in una tela che non abbia spazio per altri toni. Non solo non c’è più nessuno che ci aspetti nella luce, sopra al buio, ma non c’è neppure la luce: solo una tenebra che tutto pervade.
Ecco, io trovo che la musica indie abbia bruscamente inclinato il pop in questa direzione che mi appare come regressiva.
Quando io dico che trovo lagnosa e insopportabile la nuova scena indie americana, propongo dunque questa idea: non solo è musica armonicamente e melodicamente piuttosto banale, ma ricava tali qualità da un gesto di semplificazione del reale, e del musicale, speculare alla canzonetta più spensierata. Con la differenza che il pop leggero mente sapendo di mentire (“raccontarti un sacco di bugie”), mentre la musica indie racconta le sue palle dentro una spudorata e tronfia postura di verità. Il cui effetto è quello di gocciolare lacrime di sale sulla ferita, perché in fin dei conti anche la lagna ha un suo amarissimo miele.

Per riassumere: viva Drupi!

lunedì 9 novembre 2009

Una precisazione


Da alcuni giorni ho iniziato a pubblicare alcune inserzioni matrimoniali, o richieste sentimentali in genere, scovate nei più diversi angoli del web. Questi testi andranno a confluire in una sezione chiamata "Cupido", ritrovabile per mezzo dell'etichetta corrispondente. Ci tengo ad aggiungere che lo faccio senza alcun intento parodico o goliardico. Al contrario, trovo la forma dell’inserzione breve uno dei generi letterari più efficaci nel penetrare lo spirito del presente: le sue derive e solitudini esistenziali quanto le geniali impennate neo-futuriste, come l’invito del giovane paracadutista ad arrischiare i sentimenti: “Dai, lanciati anche tu!” Mi piacerebbe dunque che questi testi non venissero letti con smaliziata e ironica sufficienza, ma come dei veri e propri detournement situazionisti.

Dai, fai come me!

"MAURO, 24enne, paracadutista. Sono alto e muscoloso, e questo fino ad ora mi ha portato ad avere vicino solo donne attirate dall'aspetto fisico. Vorrei donare il mio cuore ad una ragazza ricca di sentimenti, sarebbe stupendo. Dai, fai come me, lanciati e telefonami! Agenzia Matrimoniale Due Cuori."

sabato 7 novembre 2009

Should I Stay or Should I Go, in risposta a Nicoletta


Rispondo, o meglio ci provo, al recente intervento di Nicoletta su arte e cultura, pubblicato su Fontana con soldino nei giorni scorsi - è possibile leggerlo qui.
Intanto, quello di Nicoletta più che un ragionamento era una sventagliata di mitra. Che nel muro su cui poggiava la labile figura delle mie riflessioni in forma dialogica (mi riferisco a un mio testo precedente, da cui lei prendeva spunto) incide tanti minuscoli forellini. Finendo così con l'evocare la figura del colabrodo ...
L'argomentato pensiero di Nicoletta, rende insomma evidenti le incompletezze del mio intervento; ma come non esserlo, rispetto a una materia tanto vasta. Vorrei dunque provare a sintetizzare alcuni elementi ulteriori, da lei così bene indicati.
Comincerò con un tentativo di precisazione della materia, partendo dal suo lessico. Ossia dalla definizione di cosa sia arte e cultura. La prima, trova nella prassi del concreto gesto espressivo la propria radice semantica. Infatti arte è dal latino “ar-tem”, a sua volta discendente dalla radice ariana “ar”, che in sanscrito ha il senso principale di andare, mettere in moto, muoversi verso qualcosa. Insomma, già l’ars latina conteneva l’orizzonte mobile di un gesto pregresso, una dinamica di popoli e migrazioni. E secondo me questo è molto importante: l’arte si può solo agire, l’arte è risposta fisica ad uno scacco della presenza.
Cultura, differentemente, viene dal latino “cultus”, a sua volta dal verbo “còlere”, coltivare. Da cui anche civiltà, erudizione. Una civiltà sarebbe insomma il prodotto di un progettualità agro-alimentare, prima ancora che spirituale. E per quante capriole fenomenologiche si voglia fare, qui tira un venticello marxiano, puro materialismo storico, c'è poco da aggiungere.
L’orizzonte della cultura - sia nella sua accezione materiale sia in quella simbolica, "spirituale" - è insomma stanziale, come le civiltà contadine. Mentre la prospettiva dell’arte è mobile, migrante. Costitutivamente eretica.
Nei secoli l’utilizzo di questi termini - arte e cultura - è stato però spesso sovrapposto. Perdendo la profonda lacerazione contenuta nelle diverse radici semantiche: andare versus stare. Eppure questa sovrapposizione spuria è possibile che contenga una logica, perfino una sua saggezza.
Un sapere stanziale, agricolo, culturale, ha infatti necessità di un sistema di conoscenze condiviso – la nozione sociologica di cultura media a cui si riferisce Nicoletta – che possiamo retrocedere nel tempo fin che vogliamo (tradizione), ma che al suo principio incontra il gesto sorgivo di un’esperienza inaudita: uno slancio verso l'ignoto, una partenza. O per dirla in sanscrito, un’ “ar”.
Dalla minima ricostruzione che ho tratteggiato, per altro molto libera e vagamente naif (non sono un glottologo e nemmeno un antropologo), si può dunque ipotizzare che arte e cultura siano legate da un rapporto non tanto di conflittualità, ma di consequenzialità. In altre parole la cultura sistematizza, rende canonico, consumabile da una comunità allargata, l’esperienza limitata di un’avanguardia ardimentosa.
L’artista, in tale peculiare prospettiva, diventa così una sorta di esploratore alla ricerca di nuove pietanze; ma solo il collaudo "intestinale" dell’esperienza diffusa e della critica dotta, decreterà se funzionali alla comunità di riferimento.
Siamo così al tema che vede la sottile distinzione tra mappa e territorio; dove l'arte si preoccupa di fornire nuove mappe, al vaglio della verifica territoriale (sempre si torna alla terra, con la cultura). Una dialettica che impreziosisce anche la funzione dell'errore, potenzialmente sempre attuale nello slancio estrinseco dell'arte.
Ma provo a chiarirlo con un esempio concreto. A mio avviso certi esiti dell’arte letteraria neoavanguardistica – penso al gruppo ’63 – sono da rubricare alla voce "atti mancati". Eppure non mi sentirei mai di liquidare un poeta come Edoardo Sanguineti quale fallimento. Al contrario Sanguineti è stato un grande poeta proprio nell'aver indicato un sentiero senza sbocco, un gesto che conduce all’abisso. Che come abbiamo intravisto, è pure uno dei compiti insostituibili dell’arte: portare notizie dall'ignoto, mettere in guardia.
Detto ciò, è evidente, come anche Nicoletta conveniva, che tra l’esplorazione artistica e la "coltura" sociale, ci sia ora qualche ingranaggio che si è inceppato. Come se fosse stato revocato il mandato esplorativo ai propri artisti. O all’inverso, come se gli artisti avessero troppe volte restituito dei dispacci nella forma del “al lupo al lupo”, così da perdere qualsiasi credito e riconoscimento civile. La funzione, cioè, di inaugurare mondi storici.
Dobbiamo concludere che l'arte sia diventata inutile, che abbia smarrito anche ogni altra funzione sociale?
Al contrario. Il progressivo discredito civile dell’arte si è accompagnato a una forma crescente di considerazione economica, perfino di lustro e prestigio. Insomma, se nel passato gli artisti erano degli esploratori con le pezze al culo, ora vestono Dolce & Gabbana o Caraceni. Curioso, no?
La mia idea è che ciò sia effetto di uno strano paradosso. Che deriva principalmente dal venir meno dei vincoli comunitari, a cui già si accennava. Contrariamente a quanto preconizzato dai filosofi, la deriva civile non ha però condotto a un diffuso nichilismo. Piuttosto alla costituzione di micro-comunità trasversali, le quali si riconosco in sistemi iconici di rappresentazione; comunità del gusto o del "godimento", per riprendere una categoria lacaniana rilanciata dal filosofo sloveno Slavoj Zizek. Di cui il sistema della moda è la sintesi più efficace.
La moda, che da un punto di vista sociologico è uno degli ingranaggi simbolici più complessi e sottili, tra le sue tante funzioni ha infatti quella di creare mappe di riconoscimento. Mappe operanti all’interno di una logica binaria, vagamente tribale, di inclusione\esclusione.
In pratica, la moda ha fatto proprio il detto latino: “divide et impera”.
Perché è evidente che al fondo del sistema simbolico della moda soggiacciano logiche di dominio, di discriminazione e gerarchia – ratificazioni visuali del censo, potremmo dire. Cosa che è sempre avvenuta, tocca aggiungere. L’elemento di novità storica – diciamo l’ultimo mezzo secolo, a spanne - è che l’arte moderna è probabilmente diventata oggetto di un tentativo di cooptazione da parte delle tribù sociali concorrenti, che attraverso l’imprimatur artistico cercano di legittimare il proprio status egemonico.
Bisogna quindi riconoscere che una simile dinamica, ancora, non rappresenta l’eccezione. Pensiamo all’importante funzione del mecenatismo, che in contraccambio ai suoi favori economici riceveva una piena legittimità simbolica. Ma nell’epoca presente tale rapporto promiscuo tra arte e poteri è diventato particolarmente pervasivo: l’azione centrifuga dell'arte serve insomma per marcare gli elementi che dividono, più che quelli che uniscono.
Soprattutto si fatica ora a scorgere quell'elemento "ulteriore", che paradossalmente il Potere, quando totalitario, temeva meno dei poteri policentrici, attenti solo a quell'elemento di bizzarria che distingue, rende visibili.
Aggiungo che ciò che qui sto chiamando ulteriore, è, nel dialogo da cui questo scambio con Nicoletta è partito, l'elemento che guarisce, o che cura. Una comunità agricola si ammala infatti quando le sue colture non vengono fatte ruotare. E nella rotazione, nel gesto innovativo dell'artista, è presente il germe della trasformazione. Guarire significa trasformare, aumentando l'orizzonte della mappa. Se il territorio saprà integrare la mutazione dello sguardo, avviene la metamorfosi civile. La guarigione.
Il fatto che ora l'arte non guarisca più, a mio modo di vedere è nuovamente un effetto della caduta dei vincoli comunitari. In altre parole è difficile svolgere una funzione civile, sia pure nel senso di una sua oltranza, in assenza di una “civitas”. Così che il mandato esplorativo assegnato all’arte, spesso finisce col coincidere con i codici autoreferenti del sistema della moda. Dove quanto più una cosa è distante dal senso comune (gli altri), quanto più riesce a legittimare una separazione qualitativa (noi).
Detto ciò, io penso che qualsiasi comunità presente, passata e futura non possa prescindere da un gesto esplorativo (arte) e da uno selettivo e conservativo (cultura). Ma, a questo punto, mi pare che la competizione non sia tanto tra diversi canoni espressivi o stili incursivi, quanto tra sopravvivenza o meno di una comunità di uomini e donne che si riconoscano negli stessi codici, coltivando e mietendo dentro un’uguale campagna.
Ma allora l’arte, al suo meglio, non potrebbe occuparsi proprio di questo: indicare un’uscita di sicurezza, una terra promessa?
(Ars longa vita brevis, già …)

Se la salute ce lo permetterà

"73ENNE, miliardaria. Com’è possibile che non ci sia un uomo disposto a donarmi un po’ di amore? Chiamami, se la salute ce lo permetterà, potremo viaggiare ed essere sempre serviti. Potremo vivere felici gli ultimi anni della nostra vita. Max 85enne. Agenzia Matrimoniale Due Cuori."

venerdì 6 novembre 2009

Guido lui sa


"GUIDO lui sa come presentarsi, il suo look, ideale è più un modo di essere e con il suo fisico. Veste in maniera particolare esaltando così i suoi pregi, appena conosciuto, non ci sono barriere ci si potrebbe parlare per ore e ore. Guido un ragazzo di 32 anni, laureato. Ha un suo lavoro redditizio, ma quello che conta è innamorarsi di una ragazza bella e seria. Agenzia Matrimoniale Romantica."

Nicoletta, su arte e cultura



Nicoletta, un'amica di Torino, mi invia una mail di risposta al post precedente, in cui si parlava di arte e di cultura. Considero il suo intervento di grande importanza, competenza e compiutezza formale. In altre parole mi sembra bellissimo. Avendo molti difetti ma non quello dell'avarizia, mi pare giusto non tenere questo straordinario intervento tutto per me, assegnandogli uno spazio pubblico e autonomo in questo blog. Con ciò inaugurando una nuova sezione aperta agli ospiti, in cui in futuro verranno ospitate anche altre voci.

gh

Ciao Guido,

mi sono goduta, davvero, la tua rivisitazione di un dialogo socratico in salsa - posso dirlo? - postmoderna (nel senso che mescoli i campi visivi, se non i registri, i temi generali ed i minuti vissuti individuali, il tutto con il tuo lieve, e spesso felice tocco di disincanto. Se non posso dirlo, fammelo capire e ritiro).

Vediamo. Che tema.
Inutile procedere con ordine. Non ce l'ho ancora in mente. Procedo, quindi, per reazioni.
- giustamente, tu inizi col dire che la cultura è ciò che è condiviso, connette, è scambiato. In questo senso, ammetterai, non si tratta soltanto di un insieme di "conoscenze", ma anche di modelli, procedure, comportamenti, stili e dunque ci avviciniamo ovviamente ad un concetto antropologico di cultura, in cui, provo a dire, il valore totale è sempre pari alla media, perché il concetto di cultura in questo senso corrisponde al ritratto di una collettività e contiene i suoi opposti, i suoi positivi e negativi e ne calcola la sommatoria totale. Non, quindi, un "sistema immunitario", in questo primo senso - ché, un sistema immunitario, avrebbe comunque una finalità più specifica, vettoriale, evolutiva, mentre quel primo concetto olistico ha in sé semmai tutte le funzioni di un sistema organico vivente, tendente all'equilibrio dinamico.
(mi sto divertendo, se sono poi troppo tronfia fammelo notare).
In questo primo senso, quindi, non mi sembra possibile pensare ad un modello vettoriale e trainante di cultura verso qualche positività data.
Tuttavia, ai miei occhi resta comunque un senso, in questa definizione di cultura, che è tra l'altro molto affine a diverse giustificazioni che oggi si danno a sostegno della promozione culturale. Anzi, a ben pensarci sono forse le più numerose. La cultura corrisponde, in questo senso, ad uno strumentario, possedere elementi del quale aumenta la capacità dei singoli e dei gruppi di accedere o di avvicinarsi ai gradi ed ai meccanismi più complessi del sistema, condizionarli, controllarli e trarne dei benefici individuali. L'elemento determinante è la ricchezza e la complessità. Oggi, ben più che in passato, anche in forma trasversale ad ogni gerarchia, purché funzionale agli scopi dell'individuo o del sistema, che si presentano di volta in volta come la posta in gioco a seconda di dove si appunta l'attenzione.
E' chiaro come questo tema intersechi quello della democrazia, intesa come pari opportunità di accesso alle leve di crescita e di controllo di una collettività. Questo sì che è un tema che mi interessa. Probabilmente più che a te, ma sai, sono egualitaria sul mio fronte morale (e mistica, agnostica su quello privato, intrapsichico). Nella mia esperienza a scuola, puoi capire. Fornire elementi di complessità rappresenta un primo tentativo di risposta ad una impressionante deriva cognitiva dei giovanissimi, di cui cerco di fare, come primo passo, degli individui più competenti in termini di codici, logiche e scenari del presente.
- quando si parla di cultura, però - nell'"altro" senso, quello orientato, quello che raccoglie in sé e tenta di spostare, di soddisfare una domanda di senso - riferirsi ad un concetto di "sistema", soprattutto se assestato a prescindere da un orientamento di senso può fare piuttosto schifo. A me fa piuttosto schifo, anche se sto leggendo con interesse di teoria della complessità che su di esso si/ci incardina (se per caso non lo conosci: M. Taylor, Il momento della complessità).
Qui... beh, qui il discorso si fa davvero... complesso, per l'appunto. Credo ci vorrebbero una sintesi di Adorno Baudrillard Debord (che ho conosciuto grazie a te, già..) Bauman e Jean Clair per spiegare come, nella seconda metà del Novecento, si è frantumato lo spettro delle teleologie/ideologie storiche olistiche e in campo artistico dei codici e delle pratiche accreditati, fino a creare questo distacco che tu descrivi tra "corpo collettivo" e visioni artistiche.
Oggi, quindi, non soltanto siamo di fronte ad un corpo sociale frantumato, ma ad un insieme di "pratiche" culturali che si accreditano ciascuna in risposta a bisogni variegati, molti dei quali semplicemente (anche se magari non consapevolmente) fungibili al presente, ad obiettivi sociali, oppure come dici tu alla fuga dal senso, al "non sentire". L'individuo è rimasto al centro della domanda di senso, assai più delle collettività - anche se questo non avviene senza eccezioni, va detto. Tra le forme più stimolanti di mediazione di una ricerca di senso collettiva ci sono le committenze artistiche di comunità (o anche collettive. Tipo il Memoriale della Shoah, a Berlino http://www.holocaust-denkmal-berlin.de/ (purtroppo solo in tedesco). Mi sembra un luogo potente in cui simbolo e domanda si incontrano, e più pubblico di così...)
In questo secondo senso, l'accesso alla cultura significa per me soprattutto accesso alle sintesi originali, sorgenti da una domanda autentica e non alterata da preoccupazioni di mediazione sociale o mercantile. Alle "opere", come forse diresti tu. Alle arti, ma in un senso che per me è molto alto, come sai. E che non trovo, ad esempio, in buona parte delle arti figurative contemporanee - che non escono da una rappresentatività proprio molto individualistica e da una simbologia molto debole, secondo me.
Anche in questo secondo senso, per me l'accesso non è, necessariamente e soltanto, un fatto di ricerca e scoperta individuale. Intendo dire, che se non ci - anzi, diciamo mi, che è meglio - fosse successo di scoprire molto presto, in chi mi era accanto, la tensione verso un'esperienza potenziata, autonoma e competente della complessità delle domande del presente, e se non fossi stata orientata per tempo verso una ricerca di risposte fuori di me, nel passato, nei grandi testimoni, nel cammino compiuto da altri nelle loro solitudini; se non avessi investito per tempo sforzi nell'apprendere codici e superare soglie di alterità e di difficoltà, non mi sarei imbattuta in molto di ciò che è, poi, diventato parte cosciente di me stessa, che si è rivelato parte della domanda, prima ancora che della risposta.
Anche in questo caso, cioè, può farsi valere un'ottica perfino - lo dico irriverentemente, lo so, qui sono io ad irritarti - economicistica: quella che in economia della cultura, in Italia, si concentra sui "costi di attivazione" di un percorso di apprendimento, ovvero sul bilancio affatto personale che si è in grado di fare, all'inizio di un percorso e in condizioni di forte asimmetria informativa rispetto al finale, tra i benefici attesi e tutte le difficoltà che ci tocca attraversare. I benefici attesi... dell'esperienza di lettura, dell'arte, del teatro, eccetera, chi ce li rappresenta? è ben raro che si raffigurino da sé, nell'animo di un individuo. In genere, sono potenti le spinte dei familiari, dell'ambiente circostante, a dire "Vedrai... vedrai che poi ti piace... Intanto prova, perché va fatto... Quello, quello ti fa crescere..." e tu, intanto, assaggi. Poi, magari anni dopo, capisci che quello era anche parte della tua domanda, oppure svolti l'angolo e la metti a fuoco da te, in autonomia e in rottura magari, ma intanto hai alle spalle un'esperienza, hai acquisito strumenti e confidenza.
Come vedi, anche in questo caso, anche nel caso di esperienze culturali "formative" (nel senso della Bildung, o anche dell'educazione sentimentale/spirituale) mi sembra che il ruolo degli agenti culturali e sociali possa essere molto positivo, o molto negativo - cioè, sottraente, deprivante di possibilità.
Noi tutti abbiamo delle minchiate alle spalle, esperienze che ci hanno segnato senza averci aggiunto quasi nulla, e che siamo poi dovuti correre a riparare recuperando per altre vie il tempo perduto. Anche l'apprendimento che la cultura può veicolare consente di focalizzare e non disperdere per quanto possibile le energie - le energie spirituali, in particolar modo. Chiaramente, poi ci sono altre vie di apprendimento per esperienza che la cultura da sé non surroga. Lì anche le minchiate, purtroppo, servono.
In questo secondo senso, credo che l'incentivo alla fruizione di cultura sia, anche e soprattutto, una risposta al livellamento sul pensiero unico, su risposte preconfezionate, sul "consumo" rassegnato di surrogati prodotti e messi in circolo per il loro valore d'uso immediato.
- poi c'è il discorso che tu fai sul "consumo" di cultura come perdita di contatto con l'oggetto, con la realtà, con il "sentire". Discorso che mi è piaciuto molto e che condivido. Lo stesso lessico economicistico che si è adottato quando si parla di politiche per la cultura (e che, se va bene spesso come metafora, da tempo mi nausea) rivela di gran lunga come si rischino di confondere i piani, registrando "comportamenti", quasi che la cultura non fosse una faccenda di domande ( e non di "domanda", in senso economico). Lì... eh, lì le soluzioni sono davvero difficili. E però forse è sempre stato, abbastanza, così.
Cioè, così e non così, chiaramente - senza le odierne retoriche della democraticizzazione della cultura, senza i moderni rituali, ecc. ecc. Ma forse non era lo stesso rituale"de-catartico", ovvero de-esperienziale, distraente, disinfettante, che spingeva le folle ristrette del pubblico borghese nei Salons parigini, alle mostre della Royal Academy, oppure in viaggio con Baedeker alla mano, verso le mete non proprio originali del Grand Tour? Ma sì, dai... la differenza è che i codici artistici ammessi erano stabilti da giurie di accreditamento molto centralizzate e molto più severe. Ma l'arte autentica, quella ha sempre colpito esattamente allo stesso punto, in un'interiorità aperta alla conflagrazione, anche se spesso in ritardo di qualche generazione.

N.

ps - Ho di mia iniziativa omesso solamente saluti e salamelecchi vari tra me e Nicoletta, che immagino anche lei voglia rubricare alla voce "cazzi nostri". Grazie ancora Nicoletta, se fossi Berlusconi davvero farei fatica a decidere se sei più brava o più bella ... ;-)
gh

martedì 3 novembre 2009

Per un'ortodonzia dell'arte, dialogo interdentale



- Leggere, studiare, andare a teatro e nei musei… Mmmh, il problema secondo me è un altro.
- E quale, secondo te non è giusto promuovere l’arte, la cultura?
- Sì, certo. Ma con quale buona ragione potresti convincermi ad andare a teatro, mettiamo?
- Non so, a me andare a teatro piace, mi fa stare bene e intanto imparo delle cose…
- Sei sicuro che le cose che fanno stare bene te, quelle che tu impari andando a vedere l'ultimo spettacolo in cartellone, abbiano un qualche valore generale, che possano far star bene anche me?
- Boh, no, non ho detto questo… Però sono cultura.
- Ecco, vediamo allora cosa è, questa cultura.
- Io credo che la cultura sia qualche cosa che non è solo mia, che è un po' di tutti.
- Sì, sono abbastanza d'accordo. Nel senso che si distingue dalla biografia proprio perché è un insieme di conoscenze condivise, scambiate.
- E per te questo scambio di conoscenze non è un valore?
- Assolutamente sì. Ma io trovo che il valore sia nello scambio, nel gesto. Non più nelle conoscenze, che sono diventate inservibili.
- Inservibili, la cultura è inservibile?!
- Ho esagerato, lo ammetto. Era un paradosso. Ma perché qualcosa comunemente serva, è necessario che possieda anche un obiettivo comune. Un'utilità, per così dire.
- E tu non trovi che la cultura sia utile?
- No, ma non è nemmeno inutile. E’ questo il guaio.
- Parliamone…
- L’utilità è un concetto che riguarda le azioni, i gesti, cioè gli effetti tangibili dentro il mondo. E in che modo io faccio esperienza del mondo?
- Beh, con la vista, lo sguardo …
- Sì, certo. E poi con il tatto, il gusto, l’odorato, l’udito … Insomma con i sensi, che sono il tramite tra mondo e corpo.
- Mi stai dicendo che una cosa è utile se il corpo ne ha vantaggio?
- In un certo senso. O meglio se tramite il corpo io sperimento un vantaggio.
- Che secondo te non ha però nessun valore generale.
- Non l’ha più, l’ha avuto e ora non ce l’ha più. Adesso è solamente il corpo individuale che può orientarsi, stare a galla tra le cose. Quello sociale è come se avesse atrofizzato i collegamenti nervosi.
- Corpo sociale, corpo individuale…
- Ti faccio un esempio: il mal di denti, hai presente il mal di denti?
- Il mal di denti, sì.
- I denti hanno lo smalto, la dentina; più sotto le gengive, la polpa e quindi i nervi, che portano al cervello.
- Non me ne parlare, domani mattina devo andare dal dentista.
- E perché domani vai dal dentista, posso chiedertelo?
- Perché mi fanno male i denti, è chiaro.
- Sì, è chiaro. Ma perché altre volte ti alzi per andare ad un museo, in una libreria … Cos’è che ti fa male?
- Prosegui, mi intriga.
- Io penso che le società, un tempo, funzionavano come il mal di denti: tutto era collegato. Così quando a uno faceva male un premolare - non prendermi in parola - tutti quanti si legavano uno straccio di lana attorno alle mascelle.
- Beh, anche adesso se c’è un disagio economico, mettiamo, una crisi finanziaria, vengono erogati fondi, si mettono in moto i politici e le banche centrali. E’ anche questo una specie di mal di denti collettivo.
- Mi sembra un po’ ottimistica la tua visione, però in un certo senso convengo. Ma quando fanno male i capelli?
- I capelli?!!
- I capelli, sì. E’ una brutta battuta di Monica Vitti in un brutto film di Antonioni
- Credo di capire dove vuoi arrivare. Un dolore che non sai bene da dove venga: diffuso, tenace, indefinito.
- Quando una comunità sperimentava questo dolore, indistinto quanto reale, la trama dei suoi nervi mandava il segnale al cervello, che attivava subito qualcosa come un sistema immunitario collettivo.
- E da cosa era formato ciò che tu chiami un sistema immunitario collettivo?
- Dall'arte, la cultura. Con gli artisti che facevano la parte dei globuli rossi.
- ...!
- ...
- Mi stai dicendo che l’arte era una specie di pronto soccorso?
- Sì, o se preferisci un farmaco, un sistema organizzato di gesti che serviva, in quell'epoca nemmeno troppo lontana, a tutto ciò per cui niente può servire.
- Accidenti, sei su di metafora oggi! E l'arte, la cultura, vuoi dire che da sole si smazzavano tutto questo bel lavoro?
- Non da sole, le aiutava la teologia. In un certo senso la teologia era il mandante, lo sfondo.
- I fermenti lattici intestinali?
- Bella immagine, lo vedi che inizi a seguirmi.
- Già, in effetti la teologia funziona molto bene per le gengive, specie l'Inquisizione …
- Dai, non scherzare: guarda che ti ricordo il rumore del trapano, domattina non devi vedere qualcuno…
- Il dentista, no, per carità!
- Eppure quando una persona esce dallo studio del dentista è come più leggera, facci caso: l’espressione è simile a quella di uno che esca da uno spettacolo, dopo aver assistito a un capolavoro.
- E’ vero, hai ragione, non ci avevo mai pensato!
- Ma perché allora un sacco di gente esce con una faccia un po’ così, frastornata, dopo aver visitato una mostra di arte contemporanea?
- Forse perché l’artista non è riuscito a centrare il dente giusto, ha trapanato a vuoto.
- Sì, bravo, forse. O forse perché l’arte contemporanea ha perduto il suo ruolo di farmaco, non corrisponde più a un impulso nervoso della comunità.
- Ti seguo e non ti seguo …
- ...
- Mi viene in mente la famosa poesia di Baudelaire su quell'uccello, come si chiama ...
- Albatros.
- L'albatros, già. Ma a questo punto chi ha ragione: l’artista-albatros o il bonario qualunquismo di Alberto Sordi, sai quel film in cui la moglie viene scambiata per un’istallazione alla Biennale, e finisce tutto con una gigantesca spaghettata?
- Io penso che abbiano ragione entrambi, ma anche torto.
- Ragione, torto?
- Questa società è immedicabile dall’arte, si sono interrotte le terminazioni nervose che la legavano ai suoi artisti, i mal di denti ora sono personali. Ci sono diverse ragioni per cui è successo, ma è successo.
- E come posso dire, allora, se e un opera d’arte è bella oppure brutta? A quale categoria generale posso agganciare il mio giudizio: se non più ai denti, ai capelli, a cosa …?
- Beh, ad esempio l’arte, ora, adesso, può servire a ricordarti che hai dei denti, che possiedi dei capelli…
- Fermo fermo fermo!
- Intendo dire che l’arte non può più curare nessuna ferita, ma può ricordarti che la tua ferita è un po’ più estesa del tuo corpo, che oltre il tuo corpo ce ne sta un altro più grande. Solo che il tessuto nervoso è addormentato e non lo puoi sentire.
- Dici che fanno la coda per questo, le coppiette domenica pomeriggio di fronte all'ennesima mostra sugli impressionisti: per risvegliare una superfetazione del corpo, l’emergere dei denti del giudizio?
- Temo di no, ho paura che questo sia perlopiù turismo culturale, una rilassante scampagnata artistica.
- Me lo spieghi?
- Io la vedo così. A molti l’arte serve semplicemente per svagarsi, non per entrare dentro l'officina del corpo, se così posso dire. Si attraversano i corridoi di un museo come planando sopra a un campo di margherite.
- Un aliante a motore spento.
- Un aliante, sì.
- E si sorvola per dimenticarsi di avere un corpo, è questo che vuoi dire?
- Già, l'arte, al suo peggio, ha questo effetto: scorpora, alleggerisce dal peso delle cose; o almeno dà questa illusione.
- Ma è proprio il contrario di quello che dovrebbe fare la "grande arte": collegare, connettere, far percepire.
- E collegando nella consapevolezza, trasformare. E' da lì che veniva il medicamento: dalla trasformazione.
- Trasformare dentro questo corpo più ampio, più esteso, se ho capito bene. Trasformare come nell'alchimia.
- L'alchimia, bravissimo!
- Allora il turismo culturale è davvero fuori strada: invece di dargli una bella sveglia, è come se tagliasse le terminazioni nervose. Liberasse il palloncino.
- Esatto, credo anch'io che sia così. Ma dimenticare non significa rendere libero, piuttosto non sentire.
- Come si fa a dimenticarsi di avere un corpo?
- Basta continuare a sorvolare il mondo senza più dolore né cura, alla maniera di una mappa.
- Ma l'arte diventa così un semplice ornamento da esibire con un bel sorriso, una lucida chiostra di denti che non morda né faccia male.
- Sì, un sorriso, un dentifricio, qualcosa come, come...
- Ho capito, come una dentiera!