martedì 13 dicembre 2011

Preferirei di no, o sul feudalesimo contemporaneo


Chiariamo subito una cosa: io non sono sensibile, io sono incazzato nero. O meglio sono cosciente, sono consapevole ma nemmeno orgoglioso, tanto mi sembra ovvio, di avere un talento infinitamente più grande di uno come Lapo Elkann. Per dire. E dico lui perché è come sparare sulla Croce rossa, ma potrei fare infiniti nomi. Tutta gente che ha più denaro e riconoscimento di me.

Sto parlando di privilegio, tanto per chiamare le cose con il loro nome. La differenza rispetto a un passato ancora prossimo – prossimo di conflitti ma umido di rimpianti – è che questo tempo e questo luogo concedono alla velleità che cova dietro a ogni privilegio di dilagare, mentre verso il talento e la capacità del fare si chiudono con progressione tutte le porte socchiuse. Soprattutto verso quel talento ancora più grande che è "diventare ciò che si è", per usare le parole di Nietzsche.

No, qui chi sei – o meglio cosa sei – resti. Al massimo una piccola mancetta ogni tanto, da scontare con moneta di purissimo rancore.

Ora questo stato di cose io non lo chiamerei più capitalismo; un ordinamento economico in cui, come aveva intuito e spiegato molto bene Max Weber, tra merito e successo intercorrevano ancora dei fili sottili ma tenaci, anche se non sempre diretti ed evidenti. Sull’etichetta della merda che l’epoca attuale mi sta riversando addosso a generose badilate ci leggo invece una sigla molto più semplice e antica: feudalesimo.

Questo è feudalesimo, già, mica più capitalismo. Un sistema di rapporti economici e sociali chiusi, bloccati ed esclusivi. Un sistema che non è stato infine abbattuto dal comunismo e nemmeno dal socialismo o dalla democrazia liberale, ma dalla progressiva insofferenza dei comuni italici e dei granducati europei, che si sono lentamente svincolati dal tiro incrociato della Chiesa e dell’Impero, prima di dar luogo a un processo successivo di riaggregazione che darà luogo agli stati nazionali.

Ciò che voglio dire è che l’impulso emancipativo, nel caso del superamento graduale della lunga fase storica del Medioevo, non è stato indirizzato da una visione sociale e umanamente solidale, ma dal più bieco individualismo. La gente, e nella fattispecie la proto-borghesia urbana, ha cioè iniziato a badare unicamente ai cazzi propri.

Così è proprio perché scorgo nella struttura elementare del nostro tempo una radice neofeudale che auspico una reazione dello stesso tipo: non rivoluzionaria, bolscevica e – almeno in questa fase – nemmeno eccessivamente partecipata. Ma di piena e totale indipendenza dal verbo economico (che è anche simbolico) del nuovo feudo globale.

Ci dicono, ad esempio, che è necessario un nuovo piccolo sforzo di precari e pensionati per risanare l’economia. Bene, e noi rispondiamo non pagando le tasse, il canone Rai, le multe: non paghiamo tutto quel che riusciamo a non pagare, ci mettessero pure in prigione tutti quanti, ma in celle separate come la nostra natura fieramente autarchica impone.

Se poi volete chiamarla incoscienza o irresponsabilità civile, ok, chiamatela pure come vi pare. Ma di sfuggita ricordo che il dizionario italiano contempla anche termini come dissidenza, autonomia. Molto bello anche il termine contrarietà.

Oppure avete presente quel breve e profetico capolavoro di Herman Melville intitolato Bartleby lo scrivano?

Un uomo, un opaco travet, da un giorno all’altro inizia a rispondere “preferirei di no” a ogni richiesta che gli viene posta. Bartleby, puoi andare di là a prendermi il faldone di documenti che sta sopra la mia scrivania, gli chiede distrattamente il capoufficio. Preferirei di no. Bartleby, puoi imbustarmi queste lettere. Preferirei di no.

E così all’infinito, a ogni minima richiesta Bartleby oppone il suo preferirei di no. Ma senza sdegno, aggressività. Piuttosto con la serafica noncuranza di un pescatore con un cappellaccio calato sugli occhi, la lenza annodata al mignolino.

Volendo potremmo anche vederci delle affinità con la rivolta pacifica di Gandhi. Con l'importante distinzione che Gandhi coltivava un progetto, una strategia a lungo termine e a sfondo comunitario. Mentre da oggi in poi, come un mite scrivano di nome Bartleby, io rivendico il privilegio della mia riconquistata indipendenza, se non economica almeno emotiva e biografica.

Diventare i registi del proprio fiasco commerciale, già che non possiamo più essere gli interpreti del nostro acclamato capolavoro. Che è sempre un fallimento, ma in nome proprio, anzi di quella minima circoscrizione comunale che coincide con il nostro corpo.

Resto dunque in attesa di un nuovo Federico Barbarossa. Il quale, tra un briefing e un summit, scenda in armi a rivendicare il suo pizzo. Ma più facilmente – senza alabarde, senza strepiti di cavalli e corazze – ci imbatteremo ancora nella medesima peluria fulva di Lapo Elkann. E però addolcita da un bel cappellino viola, che fa pendant con la sfiga di essere nati sotto le stesse falde. Ma nel lato in ombra.

(ps - altre consonanze: 1 - 2)

1 commento:

  1. Alessandra Yaya22 gennaio 2012 13:28

    Condivido in pieno, anche se oserei dire che di questi tempi la mobilità sociale è garantita ... verso il basso! Inoltre: Bartleby for president! Un mito!

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