
Nel
1987 ci fu in Valtellina un'alluvione. In quei giorni tutti, ma davvero
tutti – stampa, telegiornali, radio ma anche i clienti del Bar Piero, mentre
sorseggiavano un bianchino al banco – si ritrovarono il termine sulle labbra: tracimare
di qui, tracimare di là...
Nella
fattispecie aveva quale complemento oggetto, perlopiù implicito e temuto, l’invaso
creato da una frana precipitata nel corso dell'Adda, che travolse una
piccola località poco prima di Bormio. Sant’Antonio Morignone,
Da
allora, i casi di diffusione di vocaboli ripresi dal linguaggio tecnico si
sono moltiplicati. Gradi della scala Mercalli, ad esempio, a seguito di un
terremoto, oppure portanza quando casca un cavalcavia, PM 10 se non possiamo
andare in centro con il suv, e naturalmente colesterolo se ti muore un vecchio
compagno di scuola facendo jogging al parco. Mentre se si ha la sventura di un
figlio zuccone, la frase magica diventa vissuti emotivi, tutta colpa dei
vissuti emotivi e non di quel lazzarone sempre incollato alla PlayStation.
Ma
ora è arrivato il turno di picco: il picco dei contagi, alzi la mano chi non
l'ha pronunciato almeno una volta?
Mica niente di male, intendiamoci. Anche le parole funzionano come i virus, e perlopiù sono
semplici raffreddori, quattro sternuti e via, con una loro stagionalità. Si
diffondono quando il mondo sembra sfarinarsi sotto i piedi, e in quei casi è
rassicurante affidarsi ai gerghi specialistici.
Il
guadagno è immediato, garantito, lo assicura l’impressione che compaia
un blocco di pietra a supportarci. Opplà, prima non c'era e adesso c'è! E
pazienza se sotto rimane un pavimento di nulla. Come Willy il Coyote ci camminiamo
sopra tranquilli.
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