
Per chi invece
preferisce la ragione alla proclamazione, proviamo a riflettere sul nuovo
fenomeno. È come se si fosse passati dal terrore di essere contagiati al timore
di essere computati, che mi sembra una buona notizia. Da bambino, quando mi
buscavo un raffreddore, mia madre mi diceva che nel momento in cui tornavo a
rompere i coglioni era un chiaro segno di ripresa. Prendo dunque atto che il
Paese si sta riprendendo, e lo fa nella forma che ci è propria: rompere i
coglioni.
A parziale
rassicurazione dai nostri legittimi timori, cito quel che pensa sull'argomento
Alessandro Vespignani, fisico italiano trasferito negli Stati Uniti dove
dirige il maggior centro di ricerche per la creazione di modelli
epidemiologici. Chiede il giornalista Mario Calabresi, perché chiedere e
informarsi è sempre giusto, ragguagli sull’intrusione nelle nostre vite che
applicazioni e controlli potranno portare.
"Onestamente
non vedo il pericolo" risponde Vespignani, “queste app possono
rispettare la privacy ed essere ingegnerizzate per non avere un database
centralizzato e quindi rispettose delle nostre vite. Gridare allo scandalo
oggi, quando si tratta di tracciare i contagi, è fuori luogo: ogni giorno
seminiamo montagne di dati senza mai preoccuparci e ora spacchiamo il capello
in quattro. Ci dimentichiamo che quotidianamente noi giriamo con qualcosa in
tasca che ci traccia, ci mappa e ci quantifica. Con il nostro permesso. E non
serve a salvare vite."
E adesso
riprendiamo pure a rompere i coglioni. Ma sapendo che è solo il nostro modo di
stare al mondo, per manifestare di essere vivi.
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