
Il mio amico teneva però un profilo più basso, non si consegnava a
ogni nuova moda con il mio stesso fervore, interrogando lo specchio non per
sapere chi fosse il più bello del reame, ma per verificare che la mia divisa
fosse conforme al tempo di pace infinita che ci si spalancava davanti. Se fosse
il personaggio di un romanzo potrebbe essere l’osservatore interno, Nick
Carraway ad esempio, quando narra in prima persona la vita folle e appassionata
di Jay Gatsby.
Un tratto discreto che ha accentuato nel tempo, il destino è il
carattere suggeriva Eraclito, non freddo ma misurato, forse il termine giusto è
responsabile. Me lo conferma il suo comportamento nei confronti del figlio, che
ha l’età che avevamo noi quando andavamo al Charlie Brown per ballare sulle
note di One
Night in Bangkok e Fade to Grey.
Il ragazzo si sta sottoponendo a un ciclo di chemioterapia per un
tumore alle ossa. È stato operato l’anno scorso, pare sia andato tutto bene, ma
si sa che il metabolismo di un sedicenne è un motore che romba a cinquemila
giri, in attesa che compaia il verde per lanciarsi nella vita. Dunque ci vuole
un po’ di chimica perché il verde non torni rosso.
Una notizia che purtroppo già conoscevo. Grazie al cielo, adesso
niente di nuovo. Mi ragguaglia sul fatto che le terapie stanno procedendo nel
modo previsto, anche se questa epidemia proprio non ci voleva. Sospira. Come si
dice: piove sempre sul bagnato…
Con l’autocertificazione, da Sondrio dove abitiamo entrambi,
continua ad andare a trovare il figlio una volta a settimana a Milano, città in
cui si trova l'ospedale a cui si sono affidati. Lì hanno preso un bilocale in
affitto, ci abitano anche la madre e la sorella del ragazzo, la famiglia del
mio amico. Escono di casa solo per la spesa e per le sedute di chemioterapia,
nessuno entra o esce da quella porta per altri motivi. Nemmeno lui, il padre,
con cui il figlio parla attraverso il vetro della finestra che dà su un
cortiletto interno, fortunatamente stanno a pianterreno.
Sai mi dice lui dopo una lunga pausa telefonica, ha sempre avuto
questa inclinazione alle pause, a differenza mia che tamponerei ogni silenzio
come fa il muratore con le crepe nel muro, sai io non credo di essere positivo
al Covid-19, però senza verifiche mediche non posso essere sicuro al cento per
cento. E le chemio abbattono i globuli bianchi, i pazienti oncologici sono
immunodepressi. Non mi sento di rischiare.
Mentre mi raccontava io provavo a visualizzare la situazione, ma
non è semplice. Mi è così venuta in mente una scena di Paris Texas. Un uomo
introverso e sbandato, gli dà corpo un Harry Dean Stanton in
stato di grazia, ricerca insieme al figlio la moglie che aveva abbandonato
entrambi, finché la ritrovano dalle parti di Houston, dove fa la
spogliarellista. Chi non ha visto la pellicola non può immaginarsi quanto bella fosse Natasha Kinski nella parte di una spogliarellista. Quanto fosse
bella in qualsiasi parte, a dire il vero.
Ma forse il termine spogliarellista è impreciso. Non si tratta
infatti di un locale con un palco, oppure pali per la lap dance e maschi con
cappellacci da cow boy che tracannano birra e fischiano a ogni indumento che
cala. No, niente del genere. Una specie di motel piuttosto, li chiamano peep
show. Il cliente paga, entra e dalla parte non riflettente di uno specchio può
vedere la ragazza, anche interloquire con una cornetta telefonica, chiederle di
fare delle cose. Il rapporto è di uno a uno, più simile alla prostituzione.
Solo che, come in tutti gli specchi, alla ragazza la vista è preclusa, non può
sapere chi sta dall’altra parte. La donna, molto più giovane, non immagina così
di trovarsi di fronte al marito, per lei si tratta del solito vecchio porco. Un
marito, una moglie prostituta e uno specchio. Non male.
Il loro scambio da principio e come previsto è di natura erotica,
lei lo stuzzica, lo provoca con gesti e parole, è il lavoro per cui viene
pagata. Quindi si stupisce dell'apparente disinteresse al suo corpo: ma allora
cosa vuoi? Lui non risponde, ci gira attorno, ancora non è il momento di
palesare la propria identità, che è lei a intuire progressivamente fino
all'agnizione finale, sulla quale la mia memoria è sfocata. Mi ricordo solo che
scendono delle lacrime. Al marito, alla moglie, chi lo sa… Lacrime con il
sottofondo delle note
dolenti della chitarra di Ry Cooder.
Non posso dunque dire se anche sul volto del mio amico siano scorse delle lacrime, non mentre mi parlava dei suoi guai per telefono, ormai ci siamo abituati a tutto e sembrava stessimo conversando della cosa più naturale del mondo. Un padre. Un figlio malato. Un vetro che li divide e che li unisce. Ma forse non è solo la loro storia, come tutte le buone storie parla a ciascuno di noi. Titolava un altro film di Wim Wenders: così lontani, così vicini.
Non posso dunque dire se anche sul volto del mio amico siano scorse delle lacrime, non mentre mi parlava dei suoi guai per telefono, ormai ci siamo abituati a tutto e sembrava stessimo conversando della cosa più naturale del mondo. Un padre. Un figlio malato. Un vetro che li divide e che li unisce. Ma forse non è solo la loro storia, come tutte le buone storie parla a ciascuno di noi. Titolava un altro film di Wim Wenders: così lontani, così vicini.
Nessun commento:
Posta un commento