
La prima categoria rimanda a una disposizione aperta e curiosa, propria di quelle mucche – e a
maggior ragione vitelli – che non vedono l’ora di uscire dalla stalla. Succede per la transumanza estiva, quando il bestiame viene spostato nei
maggenghi alpini (sui monti appunto, da cui l'appellativo dialettale, che non ha nulla a che vedere con la monta) dove brucare senza più alcun vincolo nei prati, solo un campanaccio al collo che trasforma ogni passo in una festa. Ed è un arrampicarsi, simili a caprette, sulle pendici verdeggianti, tra un
dente di cane e un ciuffo di trifogli e una margheritina solitaria; meglio finire
nell'abomaso di un bovino che tra le grinfie di un innamorato, per essere spennata petalo a petalo:
m’ama, non m’ama, m’ama…
Diversamente, ci sono altre mucche che proprio non riesci a schiodare, sono affezionate alle loro abitudini, è una carezza la catena
che le lega alla mangiatoia in cui non manca mai il fieno, gli viene
servito senza alcuno sforzo e per convincerle a muovere il culone tocca mettergli un po’ di grani di sale davanti alla bocca. Mentre lo leccano
dal palmo della mano, la lingua ruvida come quella dei gatti, non aspettatevi la carezzevole viscidità della lingua di un cane, si deve indietreggiare lentamente, seguiti passo passo dalla mucca
staladiscia, ossia amante della stalla. Che si ritrova all'esterno senza nemmeno essersene accorta.
Ora io sospetto che perfino il mondo interiore di
una mucca sia un poco più vasto delle categorie in cui mio nonno l’aveva
compresso, per quanto si possano estendere, con sorprendente efficacia, anche
al di fuori del microcosmo animale. Pensiamo agli scrittori. Rimbaud, ad
esempio, era uno scrittore del genere vacca da munt, mentre Emily Dickinson senza ombra di
dubbio staladiscia. Ma che succede se volgiamo la domanda a noi stessi: sono una
vacca da munt o una staladiscia?
La mia convinzione è che la più parte di noi – io almeno
non avrei dubbi nel rispondere – si sente molto più vacca da munt,
ed è per questo che patiamo la reclusione forzata a cui siamo costretti dall’epidemia.
Eppure se ci pensiamo bene, la prima risposta, quella che sgorga spontanea dal
di dentro, come suggeriva Corrado Guazzanti nelle esilaranti vesti del guru Quelo, è anche sbagliata.
A me sembra infatti che la situazione che
stiamo vivendo, per quanto confini il corpo in una spazio fisico abituale e
circoscritto, abbia catapultato lo spirito in una dimensione inaudita, in cui il noto si converte nel suo opposto. Come se
il nonno, in una versione aggiornata del mito della caverna di Platone, avesse aperto la stalla è detto alle sue mucche: Ecco, questo è il “vero”
mondo, non la stalla. Vedete un po’ di arrangiarvi, per quel che mi riguarda non porterò più il fieno
e mungerò il latte che vi preme sui capezzoli lunghi e mollicci, mentre io guardavo
Zorro in tivù lui scendeva con due secchielli di latta zincata, una volta riempiti li travasava in una brenta dello stesso materiale. Tutti i santi giorni con i suoi secchielli, alle
cinque in punto, tranne oggi, perché siete libere!
Pensavamo insomma di essere delle vacche da munt, siamo agili
nel corpo e nel pensiero, up to date, guai ai pregiudizi, viaggiamo e parliamo le
lingue straniere, una disposizione benevola a ogni moda più bizzarra. Ma ci
riscopriamo invece staladisce. Talmente staladisce che perfino il
diverso modo di guardare ai confini della nostra camera ci procura brividi alla schiena.
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