mercoledì 17 marzo 2010

L'essenziale è visibile agli occhi


Sto fissando da dieci minuti una fotografia a colori di Jan Twardowski.

Più la guardo, mi concentro su questa immagine digitale, più si rafforza in me un dubbio insinuante: porta una parrucca ...?

Cosa che non modificherebbe di una virgola la considerazione che potevo avere su di lui. Anche perché conosco davvero poco dell'opera e della biografia di questo grande poeta polacco. Nato a Varsavia il primo giugno 1915; morto, sempre a Varsavia, il 18 gennaio 2006.

Tra il corpus poetico che lo accredita come uno dei più importanti poeti polacchi del Novecento, mi imbatto in pochi versi scovati casualmente su Facebook. Scrive Jan Twardowski:

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto
solo l'inessenziale come una mucca si trascina
l'essenziale è così rapido che accade all’improvviso
poi il silenzio normale perciò insopportabile
come la castità che nasce dalla disperazione
quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso.

Sì, porta una parrucca.

Fateci caso anche voi. Il passaggio dall'imbiancatura delle tempie al castano giovanile del piccolo ciuffo sulla fronte, è brusco. Anche l'attaccatura non è evidente, coperta, sospetta. Infine la concentrazione di capelli intorno alla rosa centrale, che somiglia a quella di una bambola.

Sono tutti sintomi convergenti di un toupè.

Oltre che poeta di fama internazionale, Jan Twardowski è stato un sacerdote cattolico. Anzi, è stato soprattutto un sacerdote: "he was a famous Polish poet, but, as he said of himself, he was a priest (of the Catholic Church) first of all", come ricorda la breve scheda di Wikipedia nella sua versione anglosassone; sul sito in lingua italiana non vi è alcun riferimento su di lui.

Un poeta, un sacerdote, un uomo con una parrucca. Forse, una parrucca. Più avanti, continua la stessa poesia:

Non essere sicuro di aver tempo poiché la sicurezza e' malsicura
ci toglie sensibilità come ogni fortuna
arriva in coppia come il pathos e l’humor
come due passioni sempre più deboli di una sola
e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio ...

Credo di non aver molto altro da aggiungere, mi sento come il tordo in luglio. Fiacco per il convergere di emozioni, sempre più deboli di una passione sola. Malsicuro come la sicurezza. Quella, ad esempio, che un sacerdote e un poeta non dovrebbero badare a cose frivole e vezzose come una parrucca.

E invece non è affatto così. Era anche questa una convinzione che toglie sensibilità, lo stesso di ogni fortuna che arriva in coppia come il pathos e l'humor. In fin dei conti, davvero, che cazzo ne so io delle ragioni per cui un uomo si cala sopra la testa la peluria brunita di una bambola.

Affrettiamoci ad amare le persone, sì, se ne vanno così presto.

Ma non è vero che l'essenziale è sempre rapido, accade all'improvviso. Più spesso di quanto si creda, nel passo greve di una mucca che si trascina, il campanaccio che ne accompagna il procedere stanco come un rintocco funesto, si nasconde molta più essenza di quanta si riesca a cacciare dentro una poesia.

L'essenziale è visibile agli occhi.

Ed è per questo che gli uomini, anche quelli grandi, immensi, santi, lo nascono a volte con un toupè.

martedì 16 marzo 2010

Il copriletto Indira, o sul perché non vado mai ai reading di poesia


Incontro un'amica che desideravo incontrare da tempo.

Sta andando a un reading di poesia, la mia amica che desideravo incontrare da tempo. Il nostro però è pochissimo, la cultura incombe; io poi sono impegnato nella sistemazione dell'appartamento nuovo.

Mi aiuta così a misurare la distanza del tavolo da pranzo dalla parete, da cui dovrebbe distendersi il braccio snodato della lampada Tolomeo. La mia amica poetessa mi mostra quindi come ricoprire il divano angolare con due copriletti Indira. Ecco infine che mi saluta.

Come, devi già andare?

Con il passante ferroviario, in una ventina di minuti scarsi, dovrebbe riuscire ad arrivare dalle parti di Porta Romana, dove è attesa dagli altri poeti per iniziare il reading. Le spiego come raggiungerlo.

Ma perché non vieni anche tu?, mi chiede all'improvviso.

Preso alla sprovvista, farfuglio una scusa generica, un qualchecosa di urgente che devo fare: assolutamente improcrastinabile!

Al suo svanire inghiottita dalla corrente degli architetti di via Andreoli, ritorno al mio Månstad angolare. Lo preferivo grigio antracite, ma anche nel color panna del copriletto Indira non è male, con sottili rigature leggermente più spesse. Un po' effetto tenda, ma insomma...

Sul tavolino Lack - l'unico oggetto Ikea che sono riuscito a montare da solo - trovo un fumetto di Ken Parker lasciato aperto con le pagine rivolte verso il basso. Ricorda una bambina che si alleni a fare la spaccata: ogni giorno le pagine si flettono un poco di più, si distende il dorso della copertina. E' sempre una festa quando riesco a trovare una copia di Ken Parker dal Libraccio.

Già, ma perché non l'ho accompagnata al reading di poesia?

Aveva un buon profumo e parole esatte, ironiche e lievi, la mia amica poetessa. E mani allenate a seguirle nei cieli della voce. Prima di essere accompagnate, una parola dopo l'altra, soggetto predicato e complemento, alla porta d'uscita. Come un bidello che ha terminato di sistemare il termosifone e può finalmente ritornare alla sua settimana enigmistica.

Giusto il tempo di ascoltare la pernacchia del bullo della classe.

Ken Parker deve scortare un militare confederato accusato dell'omicidio di una donna. Non solo uccisa ma anche violentata, una roba schifosa. Il giovane ha un vuoto di memoria, quella sera ha bevuto molto e non è in grado di fornire un alibi, ci pensa e ripensa ma l'inchiostro nero è colato tra un minuto e l'altro. Sembra un bravo ragazzo, in fin dei conti. Un moretto con i lineamenti gentili e delicati.

La gente del paese aveva già preparato la corda, intendevano linciarlo. Combinazione sta arrivando in quel momento un battaglione di cavalleria al galoppo. Ken Parker è tra loro, spara alla fune proprio un attimo prima che il ragazzo venga fatto penzolare da una grande quercia. Quando si dice la fortuna!

In un film di Sergio Leone Clint Eastwood faceva questo di lavoro: sparare alla corda, dividendo la taglia con l'impiccato.

Dimenticavo, anche la mia vicina di casa si chiama Indira. E' la moglie di Brunone. Anche se è piccolo e magrolino lo chiamiamo tutti a quel modo, Brunone. E chissà perché non Brunetto o Brunino o Brunello. Mentre io che sono alto un metro e ottantatre mio cugino mi chiama ancora Guidino.

Brunone e Indira abitano proprio sopra di me.

Da qualche mese stiamo studiando assieme un sistema di carrucole e pulegge. In questo modo potremmo scambiarci formaggi francesi e manicaretti vari. Lui ha vissuto in Francia diversi anni, ora fa il falegname per il teatro. Cala il camembert, Brunone, e io ti isso la mostarda. Bello, no? Mentre Indira me lo dice e lo dimentico sempre, che lavoro fa Indira.

Eppure una volta ci sono stato a un reading di poesia.

I poeti avevano tutti un buon odore, non è questo il punto, davvero. Ci sono andato ma ho trovato una scusa anche quella volta, dopo cinque minuti ero fuori. Una città di mare, ricordo solo questo. E l'odore di salsedine appena uscito sul marciapiedi di una strada lunga e larga.

E' come se ci fosse stato nell'aria, quando ero ancora dentro, senza salsedine, un accordo preventivo. Meglio un consenso indubitabile a qualsiasi cosa sarebbe stata detta da quel momento in poi. Tutto quello che si pronunciava dentro lì, con un libro spalancato sul leggio, uno che scandisce le sillabe come fossero le ultime parole di un morente, i familiari che gli tengono la mano, tutto quello era già deciso:

è poesia.

Mentre ciò che si diceva prima, o si sarebbe detto dopo, con un Martini al posto di Kavafis e due olivette tanto per gradire: era vita, prosa, cazzi vari. Compreso la salsedine per strada e uno scirocchetto che inzuppa dolcemente i vestiti.

Nell'Insostenibile leggerezza dell'essere, Milan Kunder scrive che il kitsch rappresenta "la negazione della merda". E motiva questa affermazione dicendo che nel kitsch si manifesta una sorta di "adesione categorica all'Essere in quanto tale".

Nel frattempo il giovane accusato di omicidio è riuscito a fuggire.

Ken Parker, che lo stava scortando ad un giusto processo, si mette sulle sue tracce. Ma qualcosa gli puzza, non gli quadra. In fondo rimane convinto della sua innocenza, a maggior ragione dopo essersi accorto che anche un bounty killer si è messo alle calcagna del fuggitivo. E infatti è stato il bounty killer a liberare nottetempo il ragazzo.

Io comunque non l'ho mai capita bene, la differenza tra una poesia bella e una brutta.

Però, come posso dire, mi sembra certe volte di poterla sentire. E quella cosa che io sento, ma solo certe volte, e che poi chiamo bellezza, somiglia piuttosto alla sospensione di qualsiasi accordo tacito o formale tra le persone. Una fuga a cavallo da ogni ossidato sistema di simboli e segni, senza navigatore satellitare.

Ecco, come se le parole riscoprissero nuovamente il mondo, al di fuori del bolo di un'interpretazione predigerita, via da ogni galateo del gusto. E si manifestassero come una principessa che solleva i lunghi lembi dell'abito in tulle, la ghirlanda di fiori in testa, prima di sedersi con infinita grazia su un trono intarsiato di gioielli.

Ma è a quel punto che alla principessa sfugge una lunga e fragorosa scoreggia.

Sì, aveva proprio un odore buono la mia amica poetessa, forse troppo buono. Non si sente odore di puzzette ai reading di poesia. E mani allenate e veloci, come quelle di Brunone mentre cala un fromage de Lion, nell'infilare il copriletto Indira sotto agli spessi cuscini del divano Månstad.

E poi, l'avreste detto voi, ma il giovane soldato era stato proprio lui, a violentare e uccidere la ragazza? Nemmeno Ken Parker se l'aspettava, c'è rimasto di stucco. Un giovane angelo assassino senza memoria né ragioni.

Mentre il bounty killer gli ficcava una pallottola al centro esatto del cuore.

domenica 14 marzo 2010

Un'illuminazione, o sul come rimanere un tiziocaio: ma in piena luce


Oggi ho avuto un'illuminazione. Ho scoperto che le lampade, per funzionare, devono chiamarsi come le donne.

Tranne una, una lampada davvero molto bella, un oggetto di design, il cui nome è decisamente maschile: Tolomeo.

Chiedo alla commessa come mai quel nome così singolare, ma lei risponde che non lo sa.

Immagino in onore di un signore greco con la barba bianca, uno zuccotto rosso e il dito indice rivolto al cielo; o almeno così viene rappresentato in un celebre dipinto rinascimentale, come Platone che cammina fianco fianco ad Aristotele, discutono, il disaccordo è palpabile; Raffaello Sanzio li presenta come due impiegati delle poste in diverbio sull'assegnazione di un rigore, durante la pausa pranzo.

Lei continua a dirmi che non sa, ma guardi che bella luce calda e avvolgente.

Nella sua opera più famosa - perché Tolomeo era un astronomo e tante altre cose, altrimenti già ci saremmo scordati del suo zuccotto rosso e il ditino alzato come un impiegato delle poste - egli illustrava ai maschi di Alessandria le ragioni per cui il Sole ruota attorno alla Terra, tutto ruotava attorno alla Terra. Con eccezione delle donne che ruotavano attorno agli uomini, anche se non sta scritto nell'Almagesto.

O in alternativa abbiamo quest'altro modello, interrompe i miei ragionamenti la commessa. Sempre della stessa marca, si chiama Tizio.

Un altro nome maschile! aggiungo io. Come quando dici un "tiziocaio" e intendi uno qualunque, non ha tanta importanza il nome, si fa tanto per dire. Ecco, tiziocaio ma senza Caio.

Sì sì, Tizio, si chiama così. Vuol vedere qualche altra tipologia? Abbiamo dei bellissimi neon a caduta modulabile. Sono in offerta.

No, grazie, sono orientato verso la prima che mi ha mostrato, quella con la luce calda e avvolgente. Mi lasci pensare un momento.

E dunque, oggi ho avuto questa illuminazione. Ho scoperto che le lampade, per funzionare, è meglio se si chiamano come le donne. Ma non sempre, non è proprio necessario.

Esiste infatti una famosa lampada che porta il nome di un astronomo del secondo secolo, fa una luce calda e avvolgente. Non è importante capire, sapere con certezza se il rigore ci fosse oppure no. Basta stare in quella luce. Calda. Avvolgente.

La stessa luce che si soffonde in un clic da quell'altra, con un nome qualunque e però sempre maschile, un nome del cavolo, come non avere nessun nome. Ma se possiedi una lampada così forse non sei più uno qualunque, un tiziocaio.

Perché quando vengono gli amici a casa tua, i conoscenti o meglio ancora i nuovi arrivati, non accendi semplicemente una luce per guardare dove metti i piedi, non andare a sbattere contro i muri. Ma una Tizio, una Caio, una Tolomeo.

Così se fossi un moscerino, magari quello della celebre poesia di Mandel'štam, penso che inizierei a girarci attorno infinitamente, a una lampada di quelle: la farei diventare il mio sole! E anche rotolando come una trottola sentirei di essere in un posto che mi spetta, al sicuro. Sentirei, sì, che l'universo mi è amico ed è lui a corrermi appresso.

Ma in fondo, con tutte le mie certezze da Tolomeo, continuerei a essere un moscerino, un niente di zanzara, un fioco ronzare di càrabi che, nel profondo gravido azzurro, implora di esser salvato dalla grazia di un nome.

Restando infine un tal dei tali, un tiziocaio senza battesimo. Che si volta di scatto quando alla fila delle poste chiamano un numero, un numero a caso che lampeggia rosso sul display, correndo a sbirciare se si tratta e finalmente di lui.

Sì signorina, aggiunga pure una lampadina a basso consumo e una prolunga da tre metri. La compro.

venerdì 12 marzo 2010

Avatar


Visto Avatar. Com'è? Domanda sbagliata. Nessun avverbio può essere accostato al nuovo film di James Cameron. Avatar è, nel bene e nel male, un'esperienza. In altre parole: "è" e basta. Con ciò riportando il cinema indietro di 100 anni abbondanti. Nella biforcazione dello sguardo che da un lato vede incamminarsi i fratelli Lumière verso la ricognizione del sensibile, e Méliès a perlustrare i regni eventuali della fantasia - che sono pur sempre evento solo procastinato nel tempo, e innestato dalla fantasia dentro la corteccia del reale.
Cameron è allora come se volesse ricucire questo congenito strabismo, mostrando come l'immaginazione possa avere effetti tangibili di realtà. Tanto che la sua fantasmagoria ecologica e tridimensionale, proprio perché radicalmente fantastica, inverosimile fino all'eccesso, tende infine al suo opposto. Una riconnessione profonda e meravigliata con l'esperienza primigenia di essere parte di un tutto vitale. Che è tutto, ossimoro fiammeggiante, in conseguenza al fatto che ne siamo parte irriducibile, ma interattiva e palpitante.
L'apologo paradossale consisterebbe dunque in questo: mettere in campo la più potente macchina d'artificio forse mai prodotta dall'industria cinematografica fino ad ora, per recuperare una percezione viva e innervata dell'esperienza originaria. Essere, esserci in un luogo e a causa di quello stesso luogo, di cui siamo effetto ma anche condizione, figli che diventano padri dei loro padri, e da cui ogni fuga della volontà è il prodotto arrogante di una hybris.
Lo scontro presente in Avatar non è dunque quello tra Bene e Male, ma tra intransitività culturale, chiamiamola così, incarnata nella figura del comandante militare della spedizione, e transitività cosmica. Che vede l'affermazione dell'umano proprio nel suo transumanare in un'altra specie e perfino nel "bios" di natura, coincidendo con la totalità dei mondi.
Il clone biomeccanico Sully, agito a distanza da un ex marines che si trova su una sedia a rotelle in seguito a un incidente di guerra, è l'emblema di questo percorso di rifondazione percettiva, quasi fosse una summa esperienziale del pensiero di Giordano Bruno. Non è la morale a essere meticcia, sembra suggerirci Cameron\Bruno, ma lo sono la realtà e lo spirito, di cui fa parte a pieno titolo anche la fantasia. E questa non è solo New Age, ma sensibilità e percezione che possedevano le antiche popolazioni amerinde, a cui pure il film è stato accostato, quanto i sapienti di ogni tempo sulla terra.
La domanda iniziale e corretta sarebbe allora forse un'altra. Ci riesce, la sintassi tecno-barocca di Avatar è adeguata a svolgere un discorso vero e credibile sul mondo e sulla vita, quanto sulla fantasia come levatrice storica del possibile? Oppure, come avviene per le narrazioni ispirate proprio alla cultura della Nuova Era, scade in pedanteria didascalica, semplificazione stereotipa e confortante?
Non lo so, la mia impressione è che sia un film riuscito solo in parte, ma non ozioso né calligrafico nella scelta di un registro magniloquente e suggestivo. Perché almeno per la parte mezza piena della bottiglia, quella appunto dell'esperienza, di una meraviglia panica e disarmante ogni residua difesa di ragione, qui pienamente funzionale al tema, Avatar è. Incontestabilmente e appassionatamente è.

mercoledì 10 marzo 2010

Saluti


Ci sono delle donne che quando le incontri con il fidanzato, con il marito, con un uomo qualunque anche piccolo, brutto e con l'alito puzzolente, si fa per dire, ci sono delle donne che loro non ti salutano mai. Mica gli hai fatto niente: non ti salutano lo stesso. Trovano sempre una buona occasione per girare gli occhi e i sorrisi da un'altra parte; la parte in cui, guarda alle volte il caso, ci sta quell'uomo piccolo e brutto e con l'alito puzzolente, neanche un avanzo una briciola di campo visivo per te. Ma ci sono delle donne che quando le incontri senza il fidanzato o il marito o un uomo qualunque, anche alto, ricco, bello e a cui spunta un fiore in bocca, si fa per dire, ci sono delle donne che ti salutano due volte. E in genere, non si capisce perché, ma sono le stesse donne che ...

martedì 9 marzo 2010

Primipare, o sull'ombra gerarchica del Comunismo


Le chiamano primipare nei reparti di ostetricia. Dopo i trent'anni, primipare attempate. Giovani donne che hanno appena partorito il primo figlio.

Ma ancor prima, alle visite di controllo, nel riverbero stanco di una sala d'attesa azzurrina, senza una sintesi nominale eppure sono già una tribù.

Lo capisci dal fatto che non sfogliano in silenzio, radiosa eccezione, le pagine sfrante di Donna Moderna, Grazia o il supplemento settimanale del Corriere, che rimangono accasciati sopra al tavolino bianco.

Parlano, piuttosto.

Si riconoscono senza bisogno di uno zoom al dilatare d'asola della camicetta - è il nostro di sguardo, a essere imbarazzato dall'apparire del rigonfiamento - perché il loro corre svelto agli occhi, al cielo.

Sembra addirittura che sappiano leggere i segni d'ala del gabbiano, nei fondi oscuri del caffè.

Le vedi almanaccare di merendine o forse merdine, non capisci bene; precorrere vagiti nella contemplazione di ciucciotti da conficcare come la picozza dell'alpinista sulla vetta; o sono profilassi antiche e tramandate in un sussurro, da orecchio a orecchio.

Perfino, ma solo quelle più svelte nel rubare il tempo all'altra, di professioni e carriere apparse in sogno, corsi di minibasket e lezioni di violino: lui farà, lei sarà ...

Di questo, si raccontano.

O meglio si confidano quando mesi dopo si rincontrano per strada, ma più spesso ai giardinetti, con la carrozzina spalancata alle vampe incontinenti dell'orgoglio. E c'è ancora quello sguardo lucido e trasognato, la commovente intimità tra animali della stessa specie.

Immediata è allora la festa di frasi che dilagano nel dettaglio - cadute dal seggiolone, lo sbocciare precoce dei dentini - in una seppiata epopea del quotidiano, mitopoiesi da cinegiornali Luce. Una velocità di parola che riassume secoli, intere ere geologiche e cicli astrali.

Ti fanno anche dispetto, però. Quell'assoluta e spietata indifferenza al tuo procedere curvo e assonnato. Come se tu e il libro che tieni sotto al braccio alla maniera di un termometro: non esisteste, foste niente polvere nulla. Un accidente del caso, rispetto al capolavoro del loro ventre.

E sarà per il fastidio di essere esclusi dal Paradiso, meglio saltati, il gesto obliquo del cavallo degli scacchi. Oppure la ruvida distanza da un entusiasmo per ciò che ti appare come orizzontale - così da sempre, così sempre sarà - e a loro invece vertice, sommità ultima di Natura, che ti porta infine a pensare: ma non è stato un giorno proprio questo, anche il Comunismo?

Riconoscere il simile, l'uguale.

Ma nel fondo più fondo del cuore, la convinzione che il proprio fosse sempre e seppur di un poco diverso ... (Sì, migliore!)

domenica 7 marzo 2010

Il prato delle giostre


Il prato delle giostre, ma senza giostre. Cosa lo distingue, intendo, da ogni altro prato?

Forse andrebbe allora riscritto: il prato delle giostre dopo le giostre.

E' un campetto smilzo e spelacchiato, simile alla campagna che arretra in un rassegnato borbottio di ruspe, una periferia come tante, di una piccola città di provincia.

Solo un poco più ammaccato, questo sì, gli steli d'erba torti dal calpestio di Nike e stivaletti con la cerniera in tinta, chiusa di lato.

Trascorse poche settimane, il prato delle giostre dopo le giostre che vengono e vanno, più spedite di un rondone, sa però riprendersi ciò che era suo. La natura non ha bisogno di una lunga riabilitazione.

E scocca spudorato il giallo del tarassaco, non ha dubbi d'amore la margherita, mentre il trifoglio dilaga tra i mozziconi occulti delle Marlboro. Adesso è davvero un prato come tutti gli altri, guardalo!

Lo fai, spalmi la retina di clorofilla, i bastoncelli rassicurano i neurotrasmettitori che ogni cosa sta al posto suo: un prato, sì, uno a caso tra gli immensi sbadigli della terra.

Eppure qualcosa ancora non ti convince. E il prato delle giostre dopo le giostre, hai di nuovo cambiato opinione, torna a essere il prato delle giostre, senza giostre.

Il gettone di plastica dell'autoscontro, la coda di Provolino da acciuffare nello slancio pelvico del calcinculo; riecco la ragazza corvina che ti porge il fucile come l'eucarestia - hai già detto tre volte no, grazie - e con l'altra mano un pescetto rosso e spaurito, nella porzione di oceano che gli spetta: un bicchiere.

No, non è tutto questo che ti manca, il tuo pugno non ha mai fatto decollare l'impeto marziale della lancetta fino a superforzuto.

Sono le case, proprio, i palazzi tutt’intorno a chinarsi su quello spazio nuovamente vuoto, oscenamente vuoto e stranamente silenzioso, a reclamare la restituzione della nuvola di zucchero filato.

C'è come una memoria nelle cose, una presenza, che rende ingombrante e viva ogni minima assenza.

Così se qualcuno, improvvisamente, sapesse restituire verità alla più terribile tra le domande, tanto da rispondere al suo Ciao, come stai?, con la più vera e terribile tra le risposte:

 Sto come il prato delle giostre. Ma senza giostre.

giovedì 4 marzo 2010

Alla Bovisa, o sul perché non mi fido degli architetti


Il lavoro che faccio non è tanto semplice il lavoro che faccio io. Così quando qualcuno me lo chiede, "che lavoro fai", di solito rispondo "alla Bovisa", che è un quartiere di Milano, zona nord, da viale Jenner si gira a destra per via degli Imbriani fino a piazzale Bausan, ma ci si può arrivare anche per altre strade, non è importante come ci arrivi, alla Bovisa, perché poi non ci sta quasi più niente, a parte il Politecnico, la nuova Triennale, due Todo Modo che sono bar dove fanno buona la cioccolata e da qualche anno un Libraccio, sono già diventato amico delle commesse, ma forse loro preferirebbero essere chiamate libraie, ci vediamo di frequente, perché da tre mesi, quasi quattro, alla Bovisa ci abito anche io. Ecco, se dico tutte queste cose assieme di solito alla fine uno se l'è già dimenticato, che mi aveva chiesto solo che lavoro fai? E allora io dico tutte queste cose, di solito, assieme, che non è mica semplice il lavoro che faccio io. E poi sono domande che si fanno tanto per fare, per tenere sveglia la comunicazione. Il lavoro ad esempio, non è che interessa davvero il lavoro, come la salute, come stai, bene grazie, non è tanto importante. Se tra la domanda e la risposta ci infili un mucchio di virgole, c'è allora il caso che uno se le confonde, che lavoro, come stai, vino bianco o vino o rosso, sono tanti drin drin, dove abiti anche, alla Bovisa, ah, ecco, bravo, e si continua a parlare. Della Bovisa, ad esempio. Che si chiama così perché una volta ci stavano i buoi, i prati, una grande cascina, la gente si infilava sotto il ventre gonfio delle vacche e le alternative erano due: a pollice o a pugno, la mungitura. E mica tanto tempo fa, eh. Poi, con un secolo e mezzo buono di ritardo, è arrivata la rivoluzione industriale anche in Lombardia. Dopoguerra, piano Marshall, boom economico e film con Tognazzi e Gassman. In altre parole, fine dei buoi e inizio delle ciminiere. Più che altro, alla Bovisa, si è però trattato di modesti opifici, le cosiddette "fabbrichette"; un po' di chimica, soprattutto vernici, artigiani che si ingrandiscono; oltre alla Branca, quella del Fernet, e all'azienda di produzione e stoccaggio del gas di città, che ha caratterizzato lo skyline del quartiere attraverso lo scheletro dei gazometri. Niente di mastodontico, comunque. Piccola e piccolissima impresa industriale che, priva di sovvenzioni pubbliche, è stata la prima a subire la crisi di settore, e a chiudere all'inizio degli anni ottanta. A quel punto sono arrivati gli architetti del Politecnico, si sono piazzati tra le macerie del boom, come un'autostoppista svedese con lo zaino, e hanno iniziato a usare una parola che quando la sento dico boh, riqualificazione, cerchiamo di capire. Così a orecchio, riqualificazione credo voglia dire una qualità diversa, non fare ma ri-fare. Come quando c'erano i buoi e poi è arrivato all'improvviso sulle nostre tavole il Fernet Branca. Non una nuova cascina sopra allo sterco della storia, ma qualcos'altro, diverso, che prenda lo sterco ma per impastarlo con la paglia, costruire nuovi mattoni, non so se mi spiego. Perché se vengono servite le portate del banchetto troppo svelte, il problema non è più quello di mungere, ingollare grandi cucchiaiate di latte con i corn flakes, ma diventa digerire, caffè e ammazza caffè, ruttino. Ecco, la stessa cosa. Riqualificare è allora come ammettere che qui è cambiato tutto, facciamo di nuovo ma con un'idea diversa di mondo, utilizzando i pezzi di lego che già possediamo. Ma qual è allora la diversa qualità pensata dagli architetti della Bovisa? Io li incontro, ogni tanto. Vengono a mangiare alla Montagnetta, oppure alla trattoria Speranza, al Toscano, dal Monello che è dove si spende meno: 5 euro e 50 se prendi solo primo, contorno e bevanda; 7 e 50 con anche il secondo. Io li incontro lì, li vedo lì. Capisco che sono architetti e non ingegneri - perché alla Bovisa ci sta anche Ingegneria, ma dall'altra parte dei binari della ferrovia, verso Mac-Mahon, altra storia insomma - capisco che sono architetti da come sono vestiti. E non è che in genere ami sciacquarmi nella pozza tiepida dei luoghi comuni, ma sembra che quelli lo facciano apposta, a vestirsi da architetti. Jeans o pantaloni di velluto a coste, lupetto antracite, occhiali da vista con la montatura in celluloide, pesante, nera, sciarponi annodati a cappio, polacchine Camper, giacche con le toppe scamosciate, sempre di velluto le giacche, ma in inverno giubbotti tipo marina e d'estate non lo so, perché l'università è chiusa. E poi naturalmente l'orologio Mondaine, quello delle ferrovie Svizzere. Ma anche i capelli li distinguono dagli ingegneri. Gli architetti hanno un mucchio di capelli, gli ingegneri sono già mezzo pelati a vent'anni; e sembra che lo facciano apposta anche loro, a richiamare l'alopecia come si fa con un gattino con una tazza di latte in mano. Ecco, questi sono i futuri architetti che daranno forma, anzi: ri-formeranno le nostre città. Così io cerco di capire quale sarà questa forma, questa nuova qualità della Bovisa senza più buoi ma nemmeno ruttini, la cerco di scoprire attraverso gli unici strumenti critici di cui dispongo: lo sguardo, l'udito. Ma prima di iniziare a sbirciare, a origliare, mi faccio una domanda sola, semplice, mica c'è troppo da sottilizzare quando punti il tuo cannocchiale a tre tavoli di distanza. E la domanda sarebbe: cosa sa fare un architetto che io non sappia fare? Un ingegnere, ad esempio, è capace far rimanere dritta una parete di cento metri d'acqua. Cavolo, io non lo so mica fare quel trucco lì: una diga. Oppure un computer, uno stereo, un aeroplano, un motore turbo diesel, una nave, un'ovovia, un meccanismo che fa risalire i birilli del bowling dopo che hai fatto strike, con il piedino incrociato come i pattinatori sul ghiaccio azzurrino della pista. E sono equazioni matematiche, fisica dei flussi, complessi studi sulla portanza. Un poco più in piccolo, anche un geometra deve conoscere quei delicati equilibri meccanici tra le forme, le sostanze e il loro comporsi dentro la materia. Ma un architetto? Sì, certo, anche un architetto deve essere in grado di maneggiare i calcoli e le strutture, ma in questo caso sta semplicemente copiando dal banco di un geometra, o al suo meglio di un ingegnere. E' un'altra, intendo, la tazza in cui un architetto dovrebbe versare il suo tè; o come la chiamerebbero loro: la qualifica professionale o specifica competenza. E secondo me questa cosa che un architetto dovrebbe saper fare meglio di un geometra, ma anche di un ingegnere e soprattutto di me, è riconoscere e poi creare delle relazioni stabili tra le cose. Se un ingegnere progetta un ponte tra le due sponde opposte di un fiume, un architetto dovrebbe allora essere in grado di proiettare quello stesso ponte tra un lampadario e una finestra, una strada e un lampione, una panchina e il nonno che ci si siede sopra con il nipote, le badanti ucraine la panchina dopo, il tossico che beve a canna una Dreher un'altra panchina ancora. Tutti puntini di mondo, schegge, che andrebbero ricomposte in un quadro complessivo. E per questo ci vuole un architetto, uno bravo, che sappia restituire all'esperienza le trame segrete tra le cose, quali il mondo sta perdendo. Ascolto dunque i discorsi dei futuri architetti che mi accerchiano, nella pausa pranzo dei loro studi, dentro gli infiniti ristorantini della Bovisa. Ma più che altro controllo le loro ordinazioni. Per secondo abbiamo seppioline con piselli oppure spezzatino, vanno bene le seppioline, d'accordo, aggiungo anche due patate, come preferisce, e da bere la solita lattina di Fanta ...? La solita lattina di Fanta!? Ma stiamo scherzando, seppioline con piselli annaffiate di Fanta, la solita Fanta! E sì che questi ragazzi, con i loro pantaloni di velluto, gli occhiali dalla montatura pesante, le toppe sulla giacca, sono proprio gli uomini e le donne che dovranno restituire forma ed esatta misura alle cose che tocchiamo, spalancare ponti tra le manifestazioni sensibili, ponendo in relazione il simile col diverso, ma secondo un ordine umano di bellezza e funzionalità, armonia. Ma poi, al momento di impilare i materiali con cui costruire la cattedrale del proprio stomaco, dischiudono una folle campata tra seppioline con i piselli e Fanta. E non sto parlando di uno, di un caso isolato, sono tutti così. Coca-Cola con bollito misto, pizza guarnita di patatine fritte, Sprite e agnolotti pavesi. E per finire, invece di un bel bicchierino di Fernet, una tazza di cioccolata calda, ché da Todo Modo la fanno buona. Ed ed è vero, la cioccolata di Todo Modo è davvero la più buona, il mondo va avanti, la gente parla, ti chiede come stai come non stai, qual è il tuo lavoro. E io che non è tanto semplice, il lavoro che faccio io, rispondo alla Bovisa, dove ci sta pure la facoltà di Architettura. Hai presente, Architettura?

mercoledì 3 marzo 2010

Il mal sottile


Che senso può avere un'immagine come questa, mi chiedo. Di Wilhelm von Gloeden, Gruppo di giovani in terrazza con strumenti musicali, ma che senso può avere?
Quando il barone Guglielmo, come veniva chiamato con deferenza dagli abitanti del luogo, si trasferì a Taormina nel 1878, inizialmente lo fece unicamente per ragioni di salute. Tubercolosi, gli comunicò con la severità di quella lingua spigolosa un medico del Meclemburgo. Una diagnosi su cui c'era poco da cavillare. Sole, mare, aria buona. Una pacca sulla spalla e una valigia con qualche libro, ma soprattutto una macchina fotografica.
Le fotografie di Wilhelm von Gloeden sono riconosciute quale sintesi più acuta della sensibilità omoerotica del secolo decadente; un'enfasi teatrale, sontuosa e classicheggiante, dal cui pesante sipario si intravede lo schiudersi senza storia né patria della carne. Sì, ma che senso può avere un'immagine come questa per noi, intendo. Ora, adesso, nel nostro tempo.
Torniamo dunque alla domanda iniziale: quale significato, cosa farne?
Il giovane sulla destra è cinto da una tonachetta bianca e lunga, gli accarezza il corpo dalla vita in giù. Al collo porta una collana di pietre chiare, forse perle, e tra i capelli folti e neri un nastro, più sopra una ghirlanda. In mano tiene un tamburello, che immaginiamo intrecciare il suono con quello del flauto suonato dal ragazzino più piccolo, seduto sul muretto della terrazza e ideale punto di convergenza dell'intera composizione. L'ultimo vertice del triangolo che viene così a formarsi è costituito dal giovane sulla sinistra. E' nudo, è di spalle. Proprio perché sottratto allo sguardo - circostanza inusuale per von Gloeden, in genere più incline alla flagranza - il suo fallo è perno immaginale del ritratto. Il ragazzo sembra esserne consapevole, ne gioisce. Alzando le braccia al cielo in segno di forza, di vittoria. Avere un cazzo, essere dentro un cazzo, quale miracolo della natura!
Ma se guardiamo con più attenzione, vediamo che le sue mani sono occupate in un gesto diverso. Impugna due campanellini, anch'egli è dunque intento nella generazione di un suono, compreso nella musica e forse nella danza, che sono una cosa sola come il bianco del cielo e quello del mare, da cui la terrazza è circondata.
Wilhelm von Gloeden vede tutto ciò da dietro l'obiettivo ma sta ritirato, nel silenzio della sua lingua sconosciuta. In tedesco tubercolosi viene detto tuberkulose, non c'è molta differenza. Oppure, anche in quelle regioni lontane dal sole, ignare dei ciuffi selvatici della ginestra e del rosmarino, per non dire del canto e delle danze di un'ellade completamente reinventata tra le colline di Taormina, viene indicato con male sottile. O ancora più indietro nel tempo, "ftysis", tisi, come viene sibilato nella lingua del mito, anche se il significato è quello prosaico di consunzione.
Nelle centinaia di immagini sottratte alla consunzione del tempo da Wilhelm von Gloeden, il barone Guglielmo, si avverte la traccia di una sottigliezza, un inganno. Quante volte la cultura occidentale aveva già cercato di rianimare le spoglie della grecità classica, del gusto ellenico? Von Gloeden conosce benissimo gli abissi spaventosi che si aprono dentro ai polmoni, e sa che tutto questo è un gioco, uno scherzo. Un trucco, meglio. Che non potrà sottrarlo al suo destino di tubercolotico, ma con cui nella migliore delle ipotesi riuscirà a portarsi a letto qualcuno di quei ragazzi, ad accarezzarne il fallo che è qui pudicamente sottratto all'appetito dei maligni.
Ma che accidenti di senso ha, allora, questa immagine per noi moderni ed eterosessuali? Possiamo ancora utilizzarla, e in che modo?
Un po' ci fa ridere, certo, apparendoci decisamente kitsch. Ma un poco anche ci commuove, pensando a quei ragazzini catturati al culmine della loro vitalità, in un'esultanza della carne che contiene già qualcosa di triste; i loro volti come distratti o sospettosi verso quell'uomo che gli chiede le cose strane, in una lingua lontana e sconosciuta, tra un colpo di tosse e l'altro. E ci ricorda della consunzione, della "ftysis", da cui anch'essi sono stati infine risucchiati. Sì, un male sottile. Che è l'eredità più terribile e grandiosa, forse perfino errata, suggerisce qualcuno, che i greci ci hanno consegnato. L'idea che da qualche parte ci stia un ritmo o una cadenza o un ticchettio. Ecco come nel tempo, e col tempo, è cambiata questa fotografia. Come la possiamo utilizzare.
O magari il tempo è solo un tamburello suonato da un fauno distratto e scoglionato, che non vede l'ora di togliersi quella stupida ghirlanda.

martedì 2 marzo 2010

Find a girl, settle down


Mi piace questo video di Cat Stevens che ho appena trovato su Youtube. Questo video di Yusuf Islam, anzi. E' il 2007 e sta suonando alla Portchester Hall di Londra, di fronte a una minuta e silenziosissima platea.

Non sembra un pubblico televisivo comune, anche se la qualità delle immagini ci ricorda che, da qualche parte, tecnici solleciti della BBC stanno registrando la serata. Quel che si vede sono invece uomini e donne prevalentemente islamici, la religione a cui da molti anni Cat Stevens si è convertito. La sua voce è quella di sempre, e in fondo anche il volto liscio sotto una lunga barba appena imbiancata. In un totale dall'alto di una scenografia arabeggiante - piuttosto kitsch a dire il vero, cioè conforme alle attese più scontate - lo intravediamo tra le frasche di un palmizio forse artificiale, seguito da un fondale ad arcate moresche.

Bastano poche note per riconoscere la sua canzone più famosa: Fatehr & Son, padre e figlio. Ma nonostante il testo si sciolga in un tenero confronto tra maschi, sono le donne, subito, a occupare l'inquadratura successiva. Due giovani donne con il capo ricoperto da un velo grigio chiaro, l'attaccatura frontale dei capelli che si scorge nella prima a comparire. La stessa che tiene un bambino addormentato in grembo, supino e immobile come sul ponte di una nave, in una giornata senza nuvole. L'altra, a ben guardare, è forse un poco meno giovane, ma probabilmente è per effetto degli occhiali che inforca. Entrambe sorridono al suono dei primi accordi, e la donna con gli occhiali si stringe le mani come a volersele sfregare.

Mi piace anche quel gesto, quasi infantile. Un'infrazione gioiosa della carne al galateo, ugualmente lieto, del manifestarsi. Senza nessuno di quei tratti di mortificazione occhiuta del femminile, propri di certe derive fondamentali. E mi piacciono infinitamente quei sorrisi familiari, come se avessero scorto un fratello o un cugino - oh, che sorpresa! - sbucato all'improvviso da dietro un somaro carico di spezie.

It's not time to make a change, intona quindi Yusuf Islam. Non è tempo per fare cambiamenti. Just relax, take it easy.

Ora le donne sono scomparse dal campo visivo e un lungo carrello ci accompagna fino al palco, in un primo piano del cantante. Anche lui ha gli occhiali, ma, diversamente da altre apparizioni pubbliche, non indossa un copricapo tradizionale islamico, come il fez o la taqiyya. E' anzi vestito "all'americana", ammesso che questa espressione abbia ancora un qualche senso. Americano, come a dire un orizzonte di segni che, per eccesso di accumulo, si scioglie nel tramonto del significare.

Continuo a seguire l'esibizione nella speranza che le due donne vengano ancora reinquadrate - You're still young, that's your fault - e le ritrovo infatti a 2 minuti e 36 nel conteggio del lettore, serie e comprese nell'ascolto della canzone. Quella che si fregava le mani le ha ora deposte sul petto, come arresa; l'altra continua ad avvolgere il bimbo che, sprofondato nel sonno, cattura e invade lungamente l'obiettivo.

Non le rivedremo più, le due giovani donne mescolate al pubblico del concerto londinese. La nave col bambino che scompare in una minuscola bava di schiuma. Sfuggendo infine anche il motivo per cui le ho così a lungo ricercate tra volti simili e perfettamente ignoti. Ma in fondo non si può sapere tutto, anche se c'è così tanto che andrebbe imparato, conosciuto. So much you have to know.

Oppure trovare una donna, settle down, sistemarsi. If you want you can marry. Guarda, guarda me: I am old, but I'm happy.

lunedì 1 marzo 2010

Giovanissima terza età


"Vieni a vivere nel primo cohousing italiano! Urban Village nascerà nel quartiere Bovisa, a Milano e sarà pronto a settembre 2009. Quello di Bovisa è un gruppo bellissimo di giovani, giovani coppie professionals e giovanissima terza età che si è felicemente ‘amalgamato’ e trasformato in un gruppo di cohouser che insegneranno a tutti il piacere e i benefici della coresidenza."
Dal documento ufficiale di presentazione di Urban Village. Una comunità residenziale che, sul modello anglosassone e nordeuropeo, si è costituita sulla base di vincoli volontari di mutualità e di reciproca tolleranza; e che per inciso e accidentalmente è anche casa mia. Di seguito, da un altro documento a uso interno della stessa virtuosa e tollerante comunità:
" ... S. segnala disturbo dai rumori nel cortile interno, e riporta come disturbanti il rumore del portone principale di accesso al condominio e i rumori dei cancelletti metallici interni."

venerdì 26 febbraio 2010

Il colore delle rose, o sul godimento come fattore politico


Sono tutti uguali: i partiti, i politici, gli uomini di governo e di opposizione. Non voto perché non c'è nessuna differenza, cosa me ne importa. Tutti uguali.
Se fosse un film di Nanni Moretti a questo punto entrerebbe nell'inquadratura Michele Apicella, e con la sua voce di ruggine e mentine si chiederebbe: "Chi è che sta parlando, ma chi è ...? Rossi, neri, sono tutti uguali... Ma che siamo, in un film di Alberto Sordi?" E prima di essere sbattuto fuori dal locale, farebbe ancora in tempo a dire: "Te lo meriti Alberto Sordi, te lo meriti!"
Questo però non è un film di Alberto Sordi, e nemmeno di Nanni Moretti. Ma il locale quello ci sta davvero. E' la Scighera, il circolo Arci di via Candiani, Milano, zona Bovisa. Io abito a poche decine di metri. Il tempo dunque di infilare un giaccone militare e raggiungere alcuni vicini di casa, cogliendo questa conversazione già in corso.
A parlare è una ragazza di 22 anni. I partiti sono tutti uguali, i politici. Tutti uguali.
Giorgio, seduto allo stesso tavolo e con più del doppio dei suoi anni, quando lei si alza me lo domanda sconcertato: "Ma se avessi una figlia della sua età, come farei a spiegare, con quali parole e quale autorità, a farle capire che non è affatto vero? Il rosso è rosso. Il nero è nero. E ogni cosa è diversa da tutte le altre, anche il colore dei pescetti che nuotano dentro al mare."
Guardo il punto interrogativo al termine delle sue parole ma resto muto. Come un pesce, appunto. O come succede in ascensore con un estraneo, i numerini della pulsantiera che si illuminano con spietata lentezza, sei lì che ti guardi i piedi e non ti viene nulla da dire, solo qualche colpetto di tosse. Abbozzo quindi un sorriso a mezza bocca, prima di riposare lo sguardo in terra aspettando che l'ascensore raggiunga il mio piano. Infine, dopo molti altri sorrisi e colpetti di tosse, saluto e ringrazio per la bella serata. Dando appuntamento per un dove e un quando non più certi del mio saluto.
Fuori dalla Scighera il solito grappolo di fumatori infreddoliti, piovischia.
E' passata una notte, il viaggio in macchina verso Sondrio, modestissimo ultimo cd dei Muse sull'autoradio, mattinata per uffici, quando ripenso alla domanda di Giorgio: con quali parole, quale autorità. Come spiegare la sottile arte della distinzione, a un ventenne ...?
Piove ancora.
Accendo il televisore è assisto alla riedizione di uno spettacolo di varietà, in cui un politico di destra racconta cose buffe, sta allo scherzo, cerca insomma di fare il simpatico. Nell'intenzione degli autori, e del politico stesso, ciò dovrebbe renderlo simile alla "gente", e con ciò bucare il video. Ossia piacere.
Piacere, una parola che mi appunto sopra un lembo del giornale.
Alcuni anni fa il filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek, in un suo saggio di natura politica, reintroduceva, estendendola al dominio sociale, la nozione di "jouissance", utilizzata da Lacan per indicare il piacere. O ancora più precisamente jouissance è traducibile con godimento, nei termini della dinamica mentale ipotizzata da Freud. Il principio del piacere, del godimento, è diventato oggi per Žižek il metro attraverso cui si determinano le forme volontarie di associazione tra gli uomini. O più semplicemente, la comunità.
Mentre in tempi ancora recenti le comunità si costituivano su base geografica, o ancor prima etnica - la consanguineità come elemento di appartenenza tribale - il fattore aggregante è ora diventato mobile, fluido. Ma pur sempre agganciato a un minuscolo scoglio senza il quale non c'è possibilità di approdo, né il riflesso speculare necessario al riconoscimento. E questo sassetto nel mare dell'indifferenza, alla base del fragilissimo edificio comunitario, è costituito dal piacere.
Godere degli stessi piaceri e frequentare i medesimi luna park, è insomma la premessa tardomoderna di una identità sociale sempre più dislocata a macchia di leopardo. Da questo punto di vista l'idolatria musicale - le ragazze che si strappavano i capelli per i Beatles tanto a Liverpool che a Barletta - diventa allora il modello di ogni altra comunità. Lo specchio non è più conficcato dentro le radici della terra o nelle eliche del DNA, ma nel cielo delle passioni. Se non tra la scorza glassata di un cannolo.
Certo, anche il cosmopolitismo libertario rappresentava già una prima forma di emancipazione dai vincoli geografici ed etnici. Con la significativa differenza che il sentimento di identità popolare, o come si sarebbe detto di classe, aveva la sua matrice psichica dentro il dolore, in una sopraffazione violenta e diffusa quanto oscurata con le fronde della "naturalità". Non certamente un piacere, un godimento. Il pronome noi - noi popolo, noi lavoratori, noi comunisti - aveva il suo punto di irradiamento proprio a partire da un conflitto. Che generava un trauma che generava identità.
Ora non è più così, suggerisce Žižek.
Lo scrittore Giorgio Vasta, in un recente articolo su la Repubblica, aggiunge che il nostro presente si offre come serie di eventi, anche forti, anche dolorosi, che non vengono però più percepiti come trauma. Fatti separati dalle emozioni corrispondenti, potremmo dire.
Diversamente la gratificazione leggera e l'intrattenimento svagato trovano forme di amplificazione nei sistemi della rappresentazione pubblica. Radio, cinema, televisione. Anche i siti web di importanti giornali indulgono a una piacevolezza spesso pruriginosa. E il contrario del trauma è appunto il godimento, la jouissance.
Ecco allora che in un orizzonte oscurato dal trauma, una terra senza il male, il piacere assume una sorta di ruolo suppletivo, che disciplina il consenso e l'appartenenza dentro comunità del gusto, appartenenze di tipo estetico e spettacolare. E come già abbiamo avuto occasione di scrivere su Fontana con soldino, Facebook è un perfetto esempio di tutto ciò. Una dinamica del moderno che, senza tante sottigliezze ermeneutiche, noi percepiamo come regressiva.
La natura reazionaria di Facebook e del piacere come nuova radice comunitaria, è in fondo facilmente intuibile. Mentre attraverso il trauma, il conflitto, tanto la comunità quanto l'anima singolare vivono un'esperienza dentro l'opacità sensibile delle cose, cercando di integrare la differenza in una sintesi dialettica, nel piacere si tende piuttosto a privilegiare il simile, l'analogo. Il principio di realtà si trasforma dunque in particolarità. Dove il particolare è per l'appunto l'omologo, il connaturato.
Se la dimensione del particolare, del gruppo chiuso, la casta, è l'elemento che storicamente ha qualificato la cultura politica delle destre, lo scenario appena tratteggiato potrebbe allora essere battezzato come destra ludica. A cui, almeno in via teorica, dovrebbe corrispondere una sorta di sinistra traumatica.
In realtà le cose non stanno affatto in questo modo.
Come ciascuno ha continue occasioni di constatare, anche la cultura di sinistra ha preso la via di una semplificazione sorridente dentro le categorie dello spettacolare, del piacere per piacere. Così se fino a pochi anni fa icone di sinistra potevano essere l'operaio vessato, il Cipputi, o l'ostensione del corpo cristico di Che Guevara , ora vanno a costituire identità e riconoscimento le canzoncine di Jovanotti, i comici di Zelig, i film di Muccino o i libri di Fabio Volo e della Littizzetto. Che il più delle volte posseggono una loro intima piacevolezza e verità, intendiamoci. Ma che non hanno sufficiente potere di radianza, diciamo così, per richiamare l'elemento traumatico dentro l'orizzonte del piacere e dello svago.
Da questo punto di vista la forma di spettacolarizzazione che meglio incarna la nuova cultura di sinistra, è la trasmissione di Fabio Fazio Che tempo fa. Puro piacere, anche intelligente, anche arguto, ma senza la minima ombra di un trauma.
Rimane la disillusione della nostra amica di vent'anni, e l'interrogativo di Giorgio: come fare, come possiamo riuscire a spiegarle che non è vero, che le cose non stanno a questo modo, frullate e stinte come appena estratte da una centrifuga? Tutto non è uguale a tutto, e ogni parte ha il suo preciso colore.
Beh, Giorgio, forse non è la risposta che cercavi tu, ma il timido principio di un suggerimento mi sento ora di offrirtelo. Guardiamo dentro le forme del piacere, del godimento. Cerchiamo cioè di capire qual è l'idea di mondo, l'orizzonte estetico che ci propongono i diversi partiti, i giornali, confuso e infuso negli spettacoli tutti. E naturalmente nei politici che ci sfilano sorridenti e giocosi in televisione.
Quindi interroghiamo anche le risate che ci mettono in bocca, gli applausi registrati. Perché quello è piacere indotto, che perciò ha un ruolo politico decisivo: quella è propaganda elettorale! Soprattutto in questo tempo liquido e scanzonato. Dove, come si è visto, non ci è rimasto molto altro per fare comunità, se non ingozzare i carrelli e i pensieri dei medesimi diletti.
Così se nella loro idea di piacere, nelle barzellette che ci raccontano ammiccando all'intervistatore, è svanita anche l'ultima ombra di un trauma: diffidiamone, cambiamo canale e teniamoci stretto il nostro voto. Perché non c'è vero piacere senza il pungolo sottile di un trauma, anche quando nascosto come un pisello sotto a un cumulo di materassi. Non c'è vita senza conflitto e differenza che stride.
Ma in fondo anche un bambino di otto anni, che abbia appena letto il Piccolo principe, lo sa benissimo senza bisogno di spiegarglielo ancora. Che non c'è rosa che non sia rossa come solo quell'unica rosa.
Rossa.

mercoledì 24 febbraio 2010

Il bambino che viveva nello specchio


Mi accorgo solo ora che è uscito di recente un nuovo libro di Rocco Brinsi, per l'editore Diabasis. Non so di cosa parli, se sia un testo poetico, brevi prose, racconti. O forse un diario. Probabilmente tutto questo, mescolato assieme.
Mentre scrivo queste note ho comunque ordinato il libro in questione, che si intitola Il bambino che viveva nello specchio.
Rocco Brindisi è un autore a cui accostarsi piano, in punta di piedi. Nelle sue riflessioni sulla scrittura, Edgar Allan Poe spiegava come poesia e racconto fossero dei dispositivi quasi meccanici, che per accumulo direzionale portano al compimento. Rocco Brindisi è l'esatto contrario di tutto ciò.
Se la sua prosa fosse una macchina sarebbe un attrezzo completamente inutile, un accrocchio patafisico. Ma forse proprio perché inutilizzabile, sghemba, incompiuta, la scrittura rimanda a qualcosa di ulteriore. Una sorta di ineffettualità del sentire che paralizza, sgomenta. Prima di schiudere all'incanto.
Le donne nei racconti di questo magnifico autore lucano ogni tanto si accovacciano, ovunque, specie al margine di una strada di campagna. Quindi alzano i lembi della gonna, lunga, nera, con le mani a pugno come a sollevare un covone di fieno. Infine pisciano.
Semplicemente questo: pisciare, sgorgare un fiotto tiepido e dorato. E stare lì, esserci e sentire l'allagare candido e ineffabile di quel momento, fin sotto alla suola delle scarpe.
Oppure scoreggiano, sempre donne, altre donne, o ancora le stesse. Oppure fanno sssh oppure canticchiano oppure ridono, ma non tutti i denti stanno al posto loro. C'è sempre qualcosa che manca, una ferita. Che viene come ricomposta nella contemplazione, magari quella di un vecchio film, che unisce la famiglia intera, il mondo, le cose.
Rocco Brindisi è tutto ciò: un niente che satura gli spazi, i tempi.
Rimane quella sensazione intangibile di leggerezza, rarefazione; che per paradosso è stata raggiunta tramite un'enunciazione sommamente materiale, perfino organica. Mistero, appunto.
Così per una volta voglio fare anche io quello che fanno dentro i giornali e alla tivù, consigliare un libro che non ho ancora letto. Perché con la sapienza tiepida di una pisciatina, la so anche io, credetemi, una cosa che non so. Che Il bambino che viveva nello specchio sarà bello e lieve come il suo magnifico autore.

(ps - qui potete trovare un racconto di Rocco Brindisi)

martedì 23 febbraio 2010

Mi piace pensare


Mi piace pensare che qualcuno pensi che mi piace pensare. Per questo, in fondo, penso. Per darlo a vedere.

domenica 21 febbraio 2010

Kamikaze

Mi ricordo il kamikaze di Wim Wenders, l’auto che piombava in acqua sul confine fra le Germanie. Oggi è figura abusata di tempi ombrosi e crivellati. Per appiattirmi al conformismo ne ritaglio una fra le mie pagine: la ragazza vestita per la caccia alla volpe, stivali di cuoio chiaro, la sciarpa nera, la giacca scamosciata; lei che passa al trotto portando a spasso la sua carriera, lei che andrà esplodendo in un ufficio di luce.

Francesco Osti - da Itinerari, Stampa 2009 (in pubblicazione)

giovedì 18 febbraio 2010

Solo voglio parlare

"SONO IONICA E HO 31 ANNI,SONO RUMENA,SONO ARRIVATA IN ITALIA IN 1 MAGGIO 2004,SONO SPOSATA E HO 2 BIMBE,CRISTINA E LORELAI.MI SONO INSCRITTA QUA NON PER CERCARE ANNIMA GEMELLA,SOLO VOGLIO PARLARE CON NQUALCUNO,MIO MARITO NON MI AMA PIU,MT TRATTA MALE CERCA SEMPRE MOTI VI PER LITIGARE. TANTTE VOLTE PIANGO E MI SENTO SOLA.SE VOLETE PARLARE CCON ME SONO CONTENTA.CIAO E UN BACCIO A TUTTI I RAGAZZI."

IONY78, 32 anni, Chiavenna

lunedì 15 febbraio 2010

Il venait d'avoir 5 ans, o sulla nostalgia


La nostalgia, che cos'è la nostalgia?

Ma forse posto in questo modo è un interrogativo privo di senso. La nostalgia è un paradosso inafferrabile per il filosofo: è qualcosa che non è, la presenza di una mancanza.

Domanda a cui si dovrebbe allora rispondere in nome proprio, non astrattamente. Come alla visita di leva quando ti fanno abbassare le mutande davanti a tutti. Il tuo nome, le tue mutande, il tuo pisello rattrappito dalla vergogna. E anche la tua nostalgia, quell'assenza che si fa presente nel definirti quale ora sei, per tutto ciò che hai avuto senza mai davvero possederlo. E che ora ti manca.

E poi in fondo io lo so benissimo cosa è la nostalgia. E' una canzone di Dalida, "Il venait d'avoir 18 ans".

Ma invece di diciotto potrebbero essere anche otto anni, o ventotto o trentacinque. C'è sempre un tempo che sfugge alla stretta delle mani. E spesso è proprio quel tempo che, quando ci viene consegnato, facciamo di tutto per restituire al mittente, ficcando il testimone in pugno al prossimo atleta. Oppure lo scagliamo lontano, il più lontano possibile, come sassi sopra a un fiume.

Io ci andavo con mio nonno Pinin e il fiume era l'Adda. Un'ampia insenatura scavata dalla draga di un silos, vicino al ponte che porta ad Albosaggia, appena fuori Sondrio.

Mattine d'autunno, o forse di primavera, andavamo all'Adda apposta per far rimbalzare i sassi piani e levigati sopra alla superficie opaca dell'acqua, e per osservare la draga del silos tuffarsi con la furia di un gabbiano. Il nonno riusciva a realizzare anche sette otto balzi. Io due, massimo tre. Poi un misero ciuf come il tappo della vasca, quando le mani si fanno rugose, da vecchietta, e la mamma lo rilascia.

In pochi secondi il foro sul fondo si beve la festa della schiuma Vidal, quella con il cavallo bianco, e comincia a fare freddo anche sotto la salvietta; il lusso degli accappatoi solamente dentro ai film americani, dopo che le valvole della tivù si sono scaldate per bene. Sulla ceramica concava rimane lo scheletro di qualche capello, la spugna che non sapevi dov'era finita. Adesso è grassa e sformata come una Big Babol prima di scoppiare.

Al ritorno dal fiume, con il nonno Pinin, andavamo a osservare gli operai nei cantieri, che facevano grandi e belle le nostra periferie. O almeno così mi sembrava, affondando una mano in quella di mio nonno e l'altra nelle tasche di velluto a coste, dove nascondevo due o tre sassetti lisci lisci per la prossima volta che saremmo tornati al fiume.

Allora sarei stato più grande, più forte, più bravo. E se il pescatore diceva un'altra volta di andare più in là, che gli facevamo scappare i pesci, gli avrei cacato dentro agli stivaloni verdi, pisciato nel buco del culo. Poi avrei fatto un balzo e un altro ancora sempre più lontano, oltre al sassetto lanciato dal nonno.

Intanto gli operai lavoravano dentro un tempo largo che un tempo così largo lo potevi ritrovare solo a messa, la domenica mattina. Odore di incenso da sentirti male, quando stavi vicino, troppo vicino, e io ci stavo più vicino di tutti. Ero chierichetto, ma questo milioni di secondi dopo.
Chiuso nella cotta bianca con la tonachetta nera; ma ogni tanto anche rossa o perfino marrone, come quella dei frati che si arrampicavano sulla salita di Colda, ma non facevano l'autostop come i drogati. I drogati fanno l'autostop, per la nonna questo era un punto fermo. E se la mamma arrestava la 500 bianca per dargli un passaggio, ai frati, non ai drogati, loro dicevano grazie.

Solamente grazie.

Così, quando veniva Natale, tutte le parole che non avevano detto, solamente grazie, si facevano figura. O meglio radura, brusio, dilagando nell'eloquenza muschiosa del presepe, con un sistema idraulico e di luci a simulare l'inganno del tempo, le albe e i tramonti e i ruscelli. Sì, era decisamente il presepe più bello di tutti, quello dei frati di Colda. Perché è una gara il presepe. E quegli omini taciturni e barbuti, con i loro piedi nudi dentro i sandali, la pioggia, la neve, grazie prego grazie prego, la vincevano sempre.

Ma anche raggiungere lo spalto della messa grande della domenica, era una gara. Ci sono decine di messe, e poi anche i funerali, le benedizioni, occasioni ghiotte per gli aspiranti chierichetti. Ma nessuna importante come la messa della domenica mattina.

Quando riuscivo ad arrivarci e acciuffavo il turibolo, lo tenevo stretto e non l'avrei mollato più, ceduto per niente e a nessuno al mondo. Non come pietre tonde da riconsegnare al fiume.
E poi oscillare il polso e dondolarlo piano, cullarlo, il turibolo. L'odore dell'incenso che si sparge come l'anestesia del dentista, un canto soffuso e lunghe processioni per l'eucarestia. Cullarlo come un bambino morto da rianimare.

Sì, si chiama nostalgia questa cosa qui.

Bambini morti, tempo morto. Perché si può davvero morire di nostalgia in questo presente senza tasche, senza sorprese. E senza più una mano di nonno a calare sopra gli occhi, ogni volta che gli operai iniziavano ad arroventare la fiamma ossidrica.

Solo una voce, da fuori, come il playback di un vecchio film. A ricordarti che gli uomini che camminano a piccoli passi con enormi occhiali neri, il cane lupo con lo stemma della Svizzera, oscillando il bastone verso l'incalzare minaccioso di un niente, sono bambini che hanno guardato la fiamma ossidrica. Che a guardare la fiamma ossidrica si diventa così, ciechi.

E secondo me davvero abbiamo guardato il drago dentro agli occhi, per diventare quel che siamo. Sassetti che hanno smesso di danzare sopra a un fiume.

domenica 14 febbraio 2010

Parco, II

Oltre il muro e il salto degli spalti, nell’ombra della cabina di radiocronaca vedo le teste coi panama, a tratti il rinsecchito profilo tedesco. Mi chiedo quale sia l’unità di misura che segna la distanza fra me e loro e il tempo in solitudine per percorrerla. Forse anch’io finirò spettatore al polo-club a contare nelle pause i giri dell’irrigatore, oppure a seguire sempre più lontana la figura del giardiniere che passa ogni paletto…

Francesco Osti - da Itinerari, Stampa 2009 (in pubblicazione)

venerdì 12 febbraio 2010

In difesa del risentimento, una mail


Oggi ho avuto uno scazzo epistolare con un'amica, a proposito del risentimento. Lei mi confidava di non amare un certo scrittore perché troppo risentito. E' vero, quello scrittore è la persona più risentita che io conosca. Eppure io lo continuo a leggere e a seguire; e proprio per via del suo smisurato risentimento. Riflettendoci ancora, mi sono quindi accorto che lo scambio epistolare con la mia amica poteva avere un qualche contenuto generale, perfino civile. Così omettendo il contenuto della sua mail, posto la mia risposta:

“... Anche io credo che F. A. viva di profondi risentimenti. Ma a differenza tua, non ho una percezione unicamente negativa - risentita - del risentimento. Che contemplo nella sua nuda natura di risacca emotiva; un sentire nuovamente le ferite, ri-sentirle. Così a me interessa molto di più l'origine e il profilo della ferita che non le modulazioni del lamento. Perché la carne che duole dentro gli interventi di F. A., secondo me, ossia per come anche io patisco il presente, non è infettata unicamente dal demone narcisistico, ma pungolata da un sentire più generale, che non esisterei a chiamare politico o civile. In altre parole si può essere incazzati perché uno ti ha spruzzato i pantaloni passando con una motoretta dentro una pozzanghera, e da quel giorno forare le gomme a tutte le motorette che incontri. Ma questa è una forma di risentimento incivile. Oppure accorgersi che la strada è piena di buche, dove le motorette, indistintamente, quando sgasano spruzzano. Quindi incazzarsi e pretendere che chi ha lasciato quelle buche nell’asfalto le ricolmi. E questo è un risentimento sano, civile. Il risentimento di F.A. mi sembra dunque appartenere a questa secondo tipologia. Traducendosi in dolore, ma anche in sana e legittima rabbia, nell’assistere alla messa in liquidazione di un'idea di mondo selvaggiamente alternativa al minuscolo presepe borghese, con qualche semplificazione emotiva emblematizzata nel Quarto stato di Pelizza da Volpedo. Estremo simbolo di rivalsa popolare che ha lasciato il posto a una caricatura imbelle della mediazione virtuosa, anche detta "valori democratici". Una pietanza a base di farro, scarpe basse, tappeti multietnici, libricini e canzonette edificanti. O se vogliamo dirlo con una parola sola: veltronismo. Il tutto condito da un buon senso che di buono ha solamente l'aggettivo, mentre lo sforzo del significare è ormai pratica consegnata a creativi, grafici, copy e pubblicitari con la mosca sopra al mento, come il volto maschile che campeggia nei nuovi manifesti del PD. Tutto ciò hanno il coraggio di chiamarlo "sinistra moderna", semplicemente perché, ignorando non solo Marx ma anche Bloch, Benjamin e il messianesimo giudaico alla base della sinistra storica, pensano che la virtù politica corrisponda con il consenso, con il rispecchiamento in una temporalità che non è nemmeno storia ma cronaca. E in effetti, dal loro punto di vista, Gesù ha perso le elezioni con Barabba perché ha sbagliato strategia elettorale ... (Poi uno può anche mangiarsi un bel piattone di zuppa al farro e non pensarci più, oppure risentirsi.)

Ti auguro giorni sereni, ciao

g.”

mercoledì 10 febbraio 2010

Manuale italiano di sopravvivenza


Segnaliamo l'uscita del nuovo libro di Fulvio Abbate per l'editore Cooper. Il titolo è Manuale italiano di sopravvivenza, e in una forma divagante, al solito estrosa e biografica ma densa di grumi civili idiosincratici a questa modernità soffusa e light (una modernità "al farro", direbbe lo stesso Abbate), racconta l'esperienza di Teledurruti, di cui abbiamo già avuto modo di occuparci. Aggiungo, a titolo personale, che l'autore mi ha contattato nei mesi scorsi per richiedermi di poter aggiungere quando scritto su Fontana con soldino come appendice al volume, con ciò gratificando lo spruzzo di questa fontana che è davvero una piccola pozzangherina. Ma che, anch'essa, prova e perfino riesce a sopravvivere, a zampillare pensieri e parole in un'indifferenza che si fa sempre più partecipe, curiosa. E' possibile rileggere qui l'intervento in questione, mentre qui la presentazione del Manuale fatta da Fulvio Abbate su Teledurruti.

domenica 7 febbraio 2010

Futura, o sul perché Facebook è reazionario



Le chiamano note. Dalla bacheca di un’amica scopro che è una funzione di Facebook. Ma forse più che scoprire dovrei dire intuisco, almanacco, non avendone ancora compreso il funzionamento per intero.
Immagino dunque che si tratti di questo. Dopo aver scritto un post, cioè un breve testo da pubblicare nello spazio informatico personale, c’è la possibilità di individuare alcuni destinatari, a cui nel momento della pubblicazione lo stesso viene associato.
Ma con un esempio dovrebbe essere più chiaro.
Trovo sulla bacheca della mia amica Lotte una poesia piuttosto sentimentale; o meglio soffusamente malinconica, ridondante. E’ di un tale che si firma Gabriel Lure. Ora non è tanto importante decidere se sia bella oppure brutta. Più che una poesia a me sembra il testo di una canzone, assumendo dal genere formulazioni sospirose quali "campanule orfane”, "lacrima gentile", "parole non dette in un giorno di pioggia …"
Ok, credo che sulla qualità del testo ci siamo capiti.
La cosa veramente interessante è dunque un’altra. Gabriel Lure non invia questa canzone senza musica a un interlocutore individualizzato, quale potrebbe essere Luisa o Maria o Giacomino. No, egli la invia a Luisa e Maria e Giacomino. Il passaggio dalla congiunzione disgiuntiva a quella coordinativa modifica insomma la natura stessa della comunicazione, che si fa collettiva senza essere globale.
Vediamo allora cosa questo implica, ma come ogni autentica novità muoviamoci per negazioni progressive.
Intanto la composizione di Gabriel non rientra nel genere epistolare, mancando di un “tu” entro cui circoscrivere l'interlocutore. Contemporaneamente, però, il testo non è nemmeno pubblico, non rivolgendosi a un uditorio indifferenziato ma a una precisa selezione di interlocutori. Insomma, un po’ come una volta avveniva a teatro con le varie autorità cittadine, a cui venivano assegnati dei palchetti separati dalla massa con poltroncine in velluto rosso (che perlopiù restavano vuote).
A questa prima considerazione, dobbiamo aggiungere che il buon Gabriel non ha realmente inviato la sua canzoncina a Luisa e Maria e Giacomino. Perché Giacomino, in effetti, non ci stava. Mentre di Luise e Marie ne erano presenti una trentina. Trenta giovani fichette a cui offrire la sua lacrimevole pena di amante e poeta incompreso.
Sì, siamo in pieno Ottocento. Con una differenza significativa. La cultura romantica, a cui Gabriel evidentemente si ispira, prevedeva una robusta cornice estetico-formale, entro cui danzavano delle coppie polari che si rafforzavano individualmente proprio per via della specularità; al limite potevano crearsi dei triangoli, quando fosse presente anche la figura indesiderata ma ineludibile dell’Altro. Diverse figure geometriche non erano contemplate. Mentre nella scena moderna Tu, Io e l’Altro hanno lasciano spazio a una folla anonima e vociante; la famigerata “gente”, che richiama la voce indistinta del coro tragico, senza però possederne l’autorevolezza profetica. Un coro che parla a cazzo di cane, si direbbe a prima vista. E come i cani abbaia alla luna e bacia la mano che tiene il bastone. Il passaggio da Popolo a gente possiamo anche vederlo a questo modo: la caduta di una sintesi nominale e cognitiva, che si fa storia a partire dalla seconda metà del Novecento.
Gabriel Lure però ci dimostra di essere già oltre, fuori dal Novecento ma con un piede ancora ben saldo nell’Ottocento. Egli è infatti sensibile, sentimentale, romantico. Però è anche sufficientemente cinico e moderno da sapere che tempo e sforzo vanno ottimizzati. Perché provarci con una sola donna, allora, quando Facebook ti offre la possibilità di farlo contemporaneamente con trenta?
Ecco allora cosa sono le note di Facebook: uno stratagemma linguistico per smarcarci dai confini storici del discorso duale, della parola "responsabile" in quanto una risposta non solo è prevista, ma dovuta. E che ora vede la comunicazione non più limitata al pozzo di un tu biografico – tu che mi leggi, tu che mi ascolti e tu che dunque mi risponderai - senza con questo però nemmeno allagare nell’oceano di un tutti civile, un tutti che si fa carico della complessità di ciò che ci è differente. Piuttosto un noi, una pozzangherina opaca, che recupera e rilancia una funzione “tribale” della lingua, chiamiamola così.
Noi infatti è il pronome che qualifica una socialità ristretta, selezionata e con pedigree – in questo caso il parametro di selezione è quello del genere sessuale, ma le discriminanti tribali potrebbero essere molteplici. E’ sufficiente che si condivida questa collocazione intermedia tra il privato (tu ed io) ed il pubblico (tutti), accampandosi in quei territori selvaggi della lingua dove vigono le uniche leggi della statistica, della probabilità e dell'analogia.
A differenza di quando si parli con un interlocutore individualizzato, con un tu, con l'ampliamento delle destinazione verbale non è più dovuta alcuna risposta, per ethos ma nemmeno per galateo. E però una risposta è compatibile, tutto diviene compatibile e facoltativo quando parliamo tra noi. Ossia quando torniamo tribali - il gruppo, il clan, le amichette di Facebook - mentre conficchiamo le nostre parole dentro il cuore pulsante del moderno.
Ecco allora in cosa precisamente è reazionario Facebook. Nel promuovere la regressione da una parola pubblica, civile, la quale metta a tema la complessità del mondo che è data dall'articolarsi di differenze significative, da approcciare per mezzo degli strumenti di una razionalità persuasiva, a una lingua idiomatica, se così possiamo dire: una lingua che ha valore d'uso solo all'interno del clan, come un gergo malavitoso. Ma per via di questa premessa strumentale, la lingua di Facebook retrocede anche da un orizzonte morale fondato sul riconoscimento dell'Altro, del suo corpo e della sua biografia, che storicamente sono a fondamento del discorso duale. Ciò che resta è l'illusione di uno spazio comunitario che si articola per analogie ludiche, il piacere e l'affinità del gusto (gli stessi cantanti, scrittori, registi da onorare) come unico elemento aggregante ed esclusivo. E quel che viene escluso dall'onda di risacca sono proprio le differenze interpretative quanto l'interrogazione singolare, lasciando sulla sabbia l'orma del vecchio mito tribale. Una comunità circoscritta dal profondo fossato della pigrizia e della diffidenza.
I creatori di Facebook, che davvero sono dei profeti della modernità, dei geni della comunicazione dissociata, hanno così intuito che il loro strumento rende realizzabile uno dei miti cognitivi del presente, che paradossalmente si realizza nel momento in cui viene rivangato l'antico. Quello del ritorno a una comunità che non è più della terra e del sangue, ma del gusto, del godimento; o meglio ancora della jouissance, per riprendere un concetto lacaniano rilanciato dal filosofo sloveno Slavoi Žižek. E con ciò della relazione non vincolante, del “ndo’ cojo cojo”.
Ma di questo davvero non abbiamo mai dubitato. Che, prima o poi, qualcuna delle trenta nel frattempo magari diventate trentuno o trentadue o quarantacinque, sacre vestali del branco, finalmente gliela dia. Al nostro malinconico astutissimo poeta.
E se saran rose e se sarà una femmina, si chiamerà Futura.

sabato 6 febbraio 2010

Pausa pranzo

Case della nuova urbanistica, senza identità, concepite e partorite nella notte di timbri e pantomima; come i giovani assicuratori che per strada, all’ora del pranzo, si salutano “cari ragazzi!”
E la ragazza dietro al banco sta benissimo: sciacqua bicchieri e ci si ammira. Attira la più giovane e rampante clientela: impiegati di banca, top manager running: secchi nella sfera d’amido e matita. Tutto un gioco di scatole magiche, alla ribalta delle fotovoltaiche.

Francesco Osti - da Itinerari, Stampa 2009 (in pubblicazione)

venerdì 5 febbraio 2010

Una brava ragazza singol

"IO MI CHIAMO MARCO L****** ANNI 46 SONO SINGOL CERCO UNA BRAVA RAGAZZA ANNI 35/38 SINGOL ITALIANA CON I SENTIMENTI SANI PRINCIPI IO SONO DI ROMA SONO UN BRAVO RAGAZZO SERIO E IN GAMBA E SIMPATICO E LAVORO FACCIO PROGRAMATORE INFORMATICA CON I COMPUTER LA RAGAZZA LA VORREI NON DIVORZIATA NON SEPARATA NON CON FIGLI PER SCOPO MATRIMONIO NON CONVIVENZA NON PERDITEMPO IO AMO MOLTO LA MONTAGNA."

giovedì 4 febbraio 2010

Per andare dove dobbiamo andare?


Un parcheggio. Io e Gianni stiamo cercando un parcheggio con la sua nuova automobile. Guida lui in direzione Lungo Mallero, dove abbiamo appuntamento per ritirare delle cornici. Superato l’incrocio di via Parolo vedo che Gianni sterza a destra in via Trento. Il Mallero scorre dalla parte opposta. Mi spiega che è a causa del parcheggio: nei pressi del luogo in cui siamo attesi non ci sarà quasi certamente parcheggio, sicuro che non c'è. Ma nemmeno in via Trento, c’è un parcheggio. La nuova automobile di Gianni è lunga, alta e sofficemente gonfia. L'odore buono delle cose appena sfornate, candida anche nella vernice. Un incrocio tra un pastore maremmano e una meringa. E però diesel, turbo diesel. Giriamo in tondo una decina di minuti - anche il cd dei Rem sembra essere finito in loop - fino a che non ne troviamo uno. Eccolo, un parcheggio! Quindi raggiungiamo a piedi il colorificio Cao, all’angolo tra il Lungo Mallero Cadorna ed il ponte Eiffel. Dove troviamo, proprio di fronte all’ingresso, un enorme parcheggio. E all’interno un poster di Totò e Peppino con la scritta: Per andare dove dobbiamo andare, dove dobbiamo andare?

martedì 2 febbraio 2010

Letture


Leggo. “La droga apre i sensi a chi li ha già sviluppati, e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. La uso come antidepressivo.” Lo leggo alle 17 e 56 di martedì 2 febbraio 2010. Alle 17 e 57 leggo che il ministro della gioventù Giorgia Meloni ha risposto a Morgan, il quale dichiara ciò che ho appena letto, ma poi ritratta, e io leggo la ritrattazione di Morgan, Giorgia Meloni risponde a Morgan che la televisione pubblica non dovrebbe concedere ”un pulpito autorevole da cui ergersi a un intellettuale finto-ribelle pagato con i soldi dei cittadini”. E io leggo anche la Meloni, leggo tutto. Sono le 17 e 58. Il rumore sordo di uno sciacquone e mia madre esce dal bagno con una berretta da alpinista in testa. Le chiedo: Mamma, per quale motivo mi avete insegnato a leggere?