Mi ricordo che aveva la carnagione chiarissima. Forse per questo non scendeva mai il sentiero abbarbicato tra il mirto e il lentisco, per raggiungere, un po’ contratti a causa delle infradito, la Cala degli Infreschi a Marina di Camerota. Restava tutto il tempo nei paraggi della roulotte dove andavo per chiamare il fratello più giovane, poi proseguivamo verso il bar del campeggio che ospitava un tavolo da ping pong. Dopo pranzo eravamo certi di trovarlo libero.
Perdere non è divertente – e per quanto mi impegnassi, perdevo sempre – ma nemmeno vincere facile. Se aggiungiamo il sole infuocato sopra la tettoia in canne di fiume, chi ce lo faceva fare? Alla fine riuscimmo a compensare la sua netta superiorità, e tornò la voglia di sfidarci. Iniziavamo la partita con sette punti al mio attivo, una cifra a cui eravamo arrivati per tentativi, nel golf lo chiamano handicap.
Con l’handicap, finalmente, un po’ vincevo io, un po’ vinceva lui. In palio c’era un Fiordifragola Algida: a chi per primo raggiungeva il ventuno veniva pagato dall’altro. Al rientro, il fratello maggiore stava disteso su un’amaca fissata a due pini d’Aleppo; la posizione era quella in cui l’avevamo lasciato, lo stesso dinamismo di un soprammobile di porcellana. Ogni volta sembrava più bianco della precedente.
Dalle tende vicine si udivano coppie avviarsi ai bagni per lavare i piatti, oppure litigare, fare pace, scopare e discutere se Aldo Moro avrebbe potuto essere salvato. Cambiava l’oggetto, ma non il tono di voce simile a quello delle suore di un convento. Solo dopo le quattro si poteva riprendere a fare casino.
Quando non dormicchiava, il fratello del mio nuovo amico leggeva, soprattutto fumetti di fantascienza, e alla nostra vista faceva un grugnito, credo fosse un saluto. Da lì si avviavano delle brevi conversazioni; lui non era di molte parole, e aveva l’accento dei film sul Terzo Reich. Tutta la famiglia proveniva da Bolzano, e i genitori, mai incontrati, come gli adulti nelle strisce dei Peanuts, trascorrevano le giornate a giocare a badminton in spiaggia.
Una volta mi confidò che era l’autore della canzone Pezzi di vetro di De Gregori, da lui chiamato col solo nome di battesimo: “L’ho passata a Francesco”, disse senza alzare la testa dal suo fumetto. L’ho passata. Mi era rimasto impresso il verbo, che mi faceva pensare a Nando Martellini nel commentare un passaggio smarcante di Antognoni. Ovviamente era una panzana, ma io ci avevo creduto.
Tornato a Sondrio raccontavo di avere conosciuto uno che passava le canzoni a Francesco; no, non Guccini: De Gregori, anche io avevo iniziato a chiamarlo con il solo nome di battesimo. I miei compagni di scuola alzavano le spalle e finiva lì, dove potrebbe restare. Un ammasso disciolto di tempo a cui è impossibile restituire forma. Come quella volta che, per guardare nel cielo una mongolfiera, dimenticammo il Fiordifragola sul tavolo da ping pong.
Invece mi si ripresenta in forma interrogativa: perché proprio Pezzi di vetro? Avrebbe potuto dirmi di avere composto Generale, oppure Rimmel, Buonanotte Fiorellino… Quando racconti palle, intendo, sparale grosse. Tanta finzione, tanta gloria. E invece Pezzi di vetro, che è una bella canzone ma tra le meno celebri del cantautore romano.
Solamente ora ho compreso e rivalutato la sua scelta. Porre dei limiti all’imbroglio mi sembra una cosa saggia, un residuo di realismo nell’irrealtà, di misura nello smisurato. Fa pensare a dei ladri che ti svaligiano la casa, ma ti lasciano in soggiorno il loro vecchio divano.











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