Welcome, o sulla famiglia come nuova identità postmoderna
Ci sono persone che
hanno una famiglia, e altre che sono una famiglia. È sempre stato così. Negli
ultimi anni è però cresciuto in modo impressionante il numero di individui che
si identificano totalmente con il proprio nucleo famigliare, specie tra i miei coetanei
di sesso maschile; tra le donne era già in passato più frequente. Sarebbe stato
stravagante, per un signore di mezza età della generazione di mio nonno,
mendicare alla moglie, o al figlio adolescente che per ingannare il tempo
scaglia uova alle ragazze di colore, il consenso per uscire la sera successiva
a cena dopo la partita di calcetto ("Posso andare, mi lasci…? Poi per una
settimana lavo i piatti."), ma non prima di aver accompagnato al pronto
soccorso il collega d'ufficio collassato. Semplicemente lo facevano, avvertendo
a casa con leggero e distratto anticipo: "Stasera sono fuori". Ora,
invece, questa soggezione al proprio ristrettissimo branco mi sembra la norma,
almeno tra i miei conoscenti. Forse perché i legami civili si sono nel
frattempo sfarinati, e la famiglia è ciò che resta quando dalle tendine
socchiuse della finestra del soggiorno non si intravede più un futuro, e la
storia si arresta allo zerbino con impresso la scritta welcome. Da qui la
torsione verbale degli ultimi anni, che ha visto i quaranta e cinquantenni
diventare la loro famiglia. Mentre, i miei nonni, avevano una famiglia.
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