
A volte mi capita di pensare alla mia vita come a un romanzo. Le
pagine già scritte, quelle che mancano ancora... in fondo è un vizio
occidentale a cui ci hanno abituati fin da piccoli. Ma quasi subito mi accorgo
che, per avere una qualche ambizione letteraria, più che ostinarmi a scrivere
dovrei invece sfrondare, limare le ridondanze espressive, per consegnare infine al
racconto la misura di una novella evocativa. Magari, ecco, un bel colpo di scena nel finale, come ne La breve vita felice di Francis Macomber, con cui si aprono i Quarantanove racconti.
I calcoli sono presto fatti: dai trent'anni in poi tutto quello
che è venuto o, più spesso, non venuto, mi sembra da tagliare. Il capitolo
conclusivo sarebbe dunque la mia estate romana del '95, i juke box si erano
appena estinti e Meravigliosa
creatura della Nannini è solo un'eco lontana di raucedine, che
giungeva dai finestrini spalancati delle auto che rallentano davanti alla
fontana di piazzetta Trilussa, per salire poi borbottanti verso la terrazza del Gianicolo, dove le coppie di pensionati americani vanno a baciarsi per un'ultima pittoresca volta.
Passata la calura africana del primo pomeriggio, ci si rinfrescava
la sera sulle terrazze di un salotto capitolino, uno a caso purché molto
mondano. Lo raggiungevamo, sobbalzando insieme al portachiavi a forma di
Campanellino a ogni buca nell'asfalto, con una motoretta rattoppata ma ancora piuttosto
gagliarda, che apparteneva a mia cugina Alessandra. Di quel mondo da
rivista fotografica sfogliata sotto il casco di un parrucchiere di provincia, lei
possedeva una copia fasulla delle chiavi, il passepartout con cui potevamo
continuare a giocare a principi e principesse. Ed era un po' come ritornare
bambini nel tinello azzurro a Bormio, dove il mettinpiega in noce per i
pantaloni del nonno Pinin si trasformava in un cavallo, e la poltrona di
velluto amaranto nella sua avventurosa carrozza.
Come in tutti i racconti naturalmente ci fu un climax. Non ricordo
se fossimo a casa di Patrizia Pellegrino – la vampata bionda dei capelli, accompagnata dall'inconfondibile risata di
vetro e metallo con cui si accendeva per un nonnulla –, mentre gli ospiti si passavano un piatto
d'argento con i cioccolatini già sgusciati sopra, in una diffusa parsimonia
alcolica incomprensibile per un settentrionale come me. Più probabilmente
stavamo da Gil Rossellini, ma lui stranamente non c'era, o magari ero io a non sapere che aspetto avesse, quando mi venne in mente sui due piedi di fingermi un seminarista, aggiungendo quell'elemento di singolarità vagamente paradossale da cui quegli ambienti amano essere permeati. C'era però qualcuno, una donna anziana, all'inizio non avevo riconosciuto neppure lei, solo un vago sospetto, una donna che desiderava parlare di teologia. Ma quando mi rivolse la parola non ebbi più dubbi: si trattava di Fernanda Pivano.
Era in fondo come uno può aspettarsela, tutto corrispondeva la pigrizia delle attese. Sempre molto cordiale, solo un po' rallentata e stanca, quasi neghittosa, con l'accento piemontese mitigato dalle numerose incursioni nelle lingue del mondo. Unico particolare eccentrico, indossava un buffo abito di lamè. Io una camicia nera infeltrita, e credo fu per questo che abboccò in pieno alla burla. La conversazione – Agostino, Origene, i Padri della Chiesa, non dimenticai alcun dettaglio per sostenere la parte, perfino il volontario supplizio inferto alla mia giovane carne dalla castità... – si fece fitta ed esclusiva tra di noi. Ci interrompeva, di tanto in tanto, solo qualche burino arricchito o nobile depauperato, per domandare: "Ao', Fernanda, èvvero che Hemingway s'è tirato na schioppettata perché era 'mpotente?" Poi più nulla, la mia memoria si ferma qui.
Se così torno a quelle sere ilari e sfacciate distratte dall'odore di piscia di gatto mista a glicine, che veniva trasportato, a intermittenza, dagli sbuffi esausti del Ponentino, è perché da qualche parte si nascondeva la parola fine, avrei dovuto trovarla e concludere lì il mio romanzo biografico. A ventinove anni. Ma non sono mai stato bravo, come Hemingway, nel mettere la punteggiatura. A terminare le storie quando devono terminare.
Era in fondo come uno può aspettarsela, tutto corrispondeva la pigrizia delle attese. Sempre molto cordiale, solo un po' rallentata e stanca, quasi neghittosa, con l'accento piemontese mitigato dalle numerose incursioni nelle lingue del mondo. Unico particolare eccentrico, indossava un buffo abito di lamè. Io una camicia nera infeltrita, e credo fu per questo che abboccò in pieno alla burla. La conversazione – Agostino, Origene, i Padri della Chiesa, non dimenticai alcun dettaglio per sostenere la parte, perfino il volontario supplizio inferto alla mia giovane carne dalla castità... – si fece fitta ed esclusiva tra di noi. Ci interrompeva, di tanto in tanto, solo qualche burino arricchito o nobile depauperato, per domandare: "Ao', Fernanda, èvvero che Hemingway s'è tirato na schioppettata perché era 'mpotente?" Poi più nulla, la mia memoria si ferma qui.
Se così torno a quelle sere ilari e sfacciate distratte dall'odore di piscia di gatto mista a glicine, che veniva trasportato, a intermittenza, dagli sbuffi esausti del Ponentino, è perché da qualche parte si nascondeva la parola fine, avrei dovuto trovarla e concludere lì il mio romanzo biografico. A ventinove anni. Ma non sono mai stato bravo, come Hemingway, nel mettere la punteggiatura. A terminare le storie quando devono terminare.
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