lunedì 20 agosto 2018

Mai più in topless! o sul corpo e il segreto


Oggi finalmente e per la prima volta quest'anno sono andato a fare un giro in spiaggia. In realtà non è del tutto vero, sono ancora qui incastrato tra le mie montagne, ma ci sono andato con la fantasia, ci sono andato osservando l'ennesimo esausto servizio estivo sulle vacanze degli italiani, realizzato dal Tg2.
 Oggi sono andato in spiaggia, dunque, e mi sono accorto di una cosa che non era così scontata. È sensibilmente diminuito il numero delle donne in topless che si possono incontrare giocando a badminton sulla battigia, e mi sembra una notizia bellissima!
 Intanto perché l'esibizione distratta del seno femminile produce, come il veleno assunto in minime dosi, una progressiva assuefazione, per cui già dopo poco tempo finisce con l'essere uno stimolo visivo del tutto svuotato di ogni consonanza erotica. Si diventa un po' tutti come Mitridate, insomma. Ed era lo scenario che si dischiudeva a inaugurazione degli anni ottanta, che forse anche per questo furono identificati con l'attributo di edonismo reganiano. Qualcuno ricorda?
Da principio fu una festa, è inutile negarlo: tette, tette di ogni dimensione e forma  tettine, tettone, tetasce come le chiamava Ugo Tognazzi in un film di cui ho scordato il titolo, forse La stanza del vescovo , tette che si manifestavano ovunque posassimo al mare lo sguardo, non c'era che da scegliere o ancora meglio lasciar fare al caso. WOW! 
Ma, dopo una felice manciata di giorni, questo panottico mammario si trasformò un mondo chiuso e claustrofobico, dove l'ostensione del seno femminile non faceva più sobbalzare i maschi di meraviglia. Nemmeno li pungolava di desiderio, tormentava di fantasie morfologiche e aveva perfino cessato di roderli nell'incertezza termica – ma saranno calde oppure fredde…? mi chiedevo ad esempio io vedendo fiorire qualcosa sotto i maglioncini delle mie compagne alle medie; almeno prima che una, Renata, più generosa o scaltra delle altre, non mi sollevasse dal dubbio con un rapido collaudo offerto dalla casa (erano calde, per la cronaca, almeno quelle di Renata). Un mondo così era davvero diventato più piccino e triste, diciamocelo. 
 C'è però un'altra ragione, che non esiterei a chiamare simbolica. Una relazione profonda tra due persone, come quella che avviene in una coppia, anche occasionale, a me pare si fondi sempre sulla condivisione di una sorta di segreto, che ha nel corpo il suo corrispettivo materiale.
 Esiste infatti una parte di noi che percepiamo come astratta ma non meno presente, possiamo anche chiamarla anima, se vogliamo, o ancora meglio non chiamarla affatto, una parte che se esposta alla luce del giorno andrebbe dissolta e irrimediabilmente perduta, come i vampiri ai primi lucori dell'alba.
 Abbiamo così imparato, in un processo durato secoli, ad associare quella rarefatta condizione psichica a un elemento che sempre ci appartenga, ma sia più verificabile e certo. Il corpo, cosa c'è di più tangibile, o meglio ancora una sua provincia circoscritta, come appunto il seno; ma anche i capelli in culture diverse dalla nostra, è uguale. Sono costruzioni storiche che traggono il loro senso dall'analogia, per poi diffonderlo attraverso il megafono della convenzione.
 O-sceno, fuori scena, è dunque lo spazio culturale in cui qualcosa viene sottratta alla penetrazione dello sguardo, così caricandola di una preziosa radianza. È la stessa dinamica, ci spiega Bataille, per cui i lingotti delle riserve auree vengono occultati nei sotterranei di una banca centrale: li si toglie di mezzo fisicamente per farne circolare il valore in forma simbolica, che viene in tal modo perfino incrementato   in fondo che ne sanno i Bassotti, di quanto oro ci sia nel deposito in cui Paperone sguazza...
 Mantenere calato un minimo sipario sul proprio corpo, significherà allora attestare, quindi tutelare la presenza di un nucleo profondo che recalcitra alla sintesi sociale, un io che non vuole essere noi. Ed è nello scambio, nella rivelazione sussurrata da un io a un tu – più raramente a un voi, mai a un loro! – che la singolarità biografica non solo non va perduta, ma si potenzia.
 Potentissimo è il gesto della donna islamica che si cala il velo davanti al proprio uomo, anzi, marito, e solo davanti a lui. Ma anche quello, forse meno drammaticamente esclusivo, della ragazza abbordata in discoteca quando si lascia abbassare le spalline del reggiseno in auto, rivelando la superficie lattescente del petto che culmina nell'areola rosina dei capezzoli, a stagliare come il volto pallido di Pierrot in opposizione alla carnagione brunita circostante. Un'eucarestia solo per te, mentre l'abbronzatura è il cibo per tutti.
 E dunque guai, nei mesi invernali, alla pratica selvaggia del lettino abbronzante, dove ci si espone senza alcuna zona off limits all'assalto ultravioletto, che nell'effetto uniformante e ottuso dei suoi raggi svuota il corpo di ogni mistero. Così non si vede il segno del costume, dirà lei facendo spallucce. Ecco, brava furba, è proprio questo...
 Tutto ciò, con parole delicate e sornione, l'aveva restituito Paolo Conte in una delle sue canzoni più elusive e belle, dove si ricorda che "in inverno è meglio, \ la donna è tutta più segreta e sola \ tutta più morbida e pelosa e bianca, afgana, algebrica e pensosa \ dolce e squisita, è tutta un’altra cosa… "
 Ma sembra che l'abbiano inteso nuovamente anche le donne italiane, le quali hanno ripreso ad andare in spiaggia con il costume a due pezzi. Per regalare poi il segreto bianchissimo dei loro seni a un uomo, a un'altra donna o anche solamente allo specchio. Non è importante, e sono in fondo cavoli loro. Importante è che il segreto non vada perduto. E cioè rivelato a tutti, già che i segreti sono fatti per pochi.

sabato 18 agosto 2018

Un uomo in crisi, o sulla parola comunista

Ieri ho ascoltato su YouTube le intercettazioni telefoniche a carico di Nicole Minetti. Non l'avevo mai fatto, forse perché avverto l'incalzare della cronaca come quelle auto in coda al casello dell'autostrada, che quasi urtano la tua da dietro e così credono forse di fare prima, spronandoti a pagare e levarti dai coglioni. Ora che è passato qualche anno, le ho invece ascoltate tutte e per intero, almeno quelle presenti sul web. E l'ho trovato molto istruttivo. Ho capito, ad esempio, cosa si intenda in certi ambienti per comunista.
No, non un sistema politico che prevede la collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio, come da precise istruzioni dell'uomo con la barba di nome Carlo; non si tratta di Carlo Cracco, per inciso. E nemmeno, in un senso più estensivo e meno tecnico, potremmo dire etico, una disposizione solidale e sussidiaria verso le persone meno avvantaggiate. Piuttosto, per Nicole Minetti e la quota sociale (certamente maggioritaria) di cui le sue parole compongono l'emblema – un araldo in cui non è difficile riconoscere il nostro vicino di casa, quello con il suv parcheggiato sempre a cavallo di due posti auto –, un comunista è una persona senza volto, già che non si riflette nello specchio ilare del proprio tempo. Un uomo triste, insomma. Uno sfigato.
Il concetto diventa molto più chiaro quando la Minetti, parlando al telefono con il padre, dice di aver conosciuto Giorgio Faletti, presente a una cena da comuni amici all'Isola d'Elba. "Testa di cazzo comunista", lo definisce subito. "O boia perché?!" ribatte il padre con schietto accento romagnolo. E lei: "Sai quella gente un po'… uff… un po'… insoddisfatta della vita."
Ed è su questa battuta che mi sono venuti in mente, per contrasto, i versi di una bellissima canzone di Claudio Lolli, purtroppo nel giorno doloroso della sua scomparsa:

Hai notato come sono rari e fievoli i sorrisi,
sulla bocca stralunata di un uomo in crisi,
come guarda sempre in basso, come cerca protezione,
come evita a ogni passo di attirare l'attenzione.

Parole semplici e dirette, nella cui concisa espressività poetica è riassunto tutto ciò verso cui la Minetti prova disprezzo. La fragilità umana. L'essere disallineati al mondo dei felici e influenti. Il desiderio di protezione. Ma soprattutto lo stralunamento, ovvero la condizione di chi sia espulso dal lato luminoso e radiante della luna, il lato della certezza, per essere confinati nel suo dark side, dove fanno tana incerte e pulsanti le possibilità non ancora realizzate, e che probabilmente non saranno mai.
Un'ombra dolente, dunque, la lacrima sul volto ceruleo di Pierrot, che per Nicole Minetti viene sveltamente detersa dalle sorti magnifiche e individualiste, e liquidata col termine spregiativo di comunista. Invece di scomparire si coagula però nella voce sussurrata di Claudio Lolli, per cui è la materia umana più delicata e preziosa. Ma, si sa, Lolli è un poeta, e i poeti  è ancora lui a dircelo, meglio a intonarlo in canto per ogni orecchio che sappia intendere “i poeti aprono sempre la loro finestra \ anche se noi diciamo che è \ una finestra sbagliata”.
Devo dunque all’igienista dentale di Rimini, che colgo l’occasione per ringraziare della dritta, e al grande poeta e cantante di Bologna che abbraccio con affetto, se ho scoperto di essere, in fondo, solamente un uomo in crisi. In pratica, un comunista.

venerdì 17 agosto 2018

Chierichetti, o sulla caduta del senso del limite


Quale conseguenza di normali acciacchi anagrafici, negli ultimi anni mi è capitato di avere spesso a che fare con personale paramedico. Fisiatri, osteopati, podologi, optometristi, guaritori energetici… Insomma, terapeuti o tecnici anche capaci, almeno nel loro specifico campo, per quanto privi di una laura in medicina, che comunque non sarebbe indispensabile per esercitare la loro professione.
Ho usato la coniugazione condizionale del verbo, già che l'impressione, pressoché unanime, è di una pericolosa e diffusa incapacità ad arrestare l'intervento alle materie in cui sono stati formati – ad esempio evitando di avventurarsi in improvvide diagnosi mediche –, con ciò riconoscendo una sorta di principio d'autorità a cui attenersi, prima che per disciplina per senso della misura. La propria, di misura.
Tutto ciò mi ha fatto pensare a una patologia più generale del nostro tempo, contratta negli sbuffi tempestosi del '68. E fu una vera e propria epidemia, in cui, oltre a numerosi troni di latta che era giusto ribaltare, lo slancio iconoclasta ha portato alla caduta del senso o, meglio ancora, del sentimento del limite  limite al desiderio aggiungerebbe Lacan, che su questo tema ha riflettuto a lungo.
Negli ultimi cinquant'anni, ma con maggiore impulso nel nuovo secolo, abbiamo così assistito alla progressiva affermazione di una disposizione volontaristica ed emotiva, la quale sostituisce, in ogni campo, l'arbitrio personale al defunto principio normativo dell'autorità e della competenza. Ed è ciò che potremmo chiamare, per opposizione, principio di espressività.
Un'espressione perlopiù in buona fede, è utile ricordarlo, per quanto ciò non attenui e anzi renda ancor più pericoloso tale atteggiamento vagamente naif, che richiama alla mente Topolino apprendista stregone nella celebre pellicola di Walt Disney, quando armeggia con scope umanizzate e secchi colmi d'acqua da trasportare. Il disastro finale è impresso nella storia del cinema. Fuor di metafora: voler fare sempre di più e possibilmente da soli, ragionando in ogni circostanza (come viene ribadito un po' sprezzanti) "con la propria testa".

A me ha però ricordato anche il mio tirocinio da chierichetto in anni ormai remoti, indossavo la cotta bianca e nera che faceva di me un pretino in miniatura. Con questi indumenti, di cui ero molto orgoglioso, passavo compunto le ampolle con acqua e vino a don Bruno, il quale poteva così celebrare il sacramento dell'eucarestia.
Lui era infatti quello entrato in seminario a diciannove anni e poi laureato in teologia, ma prima ancora aveva fatto il liceo classico, ma prima ancora le medie, ma prima ancora le elementari, mentre io stavo ancora studiando il più e il meno con la maestra Maccarone; per divisioni e moltiplicazioni se ne sarebbe riparlato l'anno successivo. Ora, invece, mi pare che qualsiasi chierichetto voglia tenere l'omelia…

giovedì 16 agosto 2018

Babylon by Bus, o sui fatti di Genova

La buona notizia in un giorno triste, come oscenamente ricordato da Salvini a proposito dell'Aquarius – i cui passeggeri, sfiniti, sono stati finalmente accolti da nazioni diverse dall'Italia, dopo l’ennesimo flipper nel Mediterraneo – è che d'ora in avanti quando passeremo su un viadotto in automobile, in moto o persino in autobus, magari quello che conduce a Babilonia nel celebre album di Bob Marley, penseremo (con ragione) che potrebbe anche crollare, e senza segni premonitori e con noi sopra che, metti, andiamo al mare, con le pinne e la maschera nel baule. E invece, all'improvviso, bum, cascare giù, come macchinine Burago dalla minima cornice di una balaustra. E non importa se il viadotto è ben piantato al suolo e di recente costruzione, avvertiremo ugualmente quel movimento di formichine nella pancia, e il buco del culo che si contrae. Un memento mori di cui c'era purtroppo bisogno, specie in tempi sempre più derealizzati e virtuali. La possibilità di morire. In un attimo. Sprofondare dai cieli alle viscere della terra. Nemmeno il tempo di un saluto, un selfie sull'abisso, e ben prima di raggiungere la stazione dei pullman a Babilonia. Di cui rimane solamente il sogno della sua torre, ma trasformato in incubo…



lunedì 13 agosto 2018

Hemingway, o sull'arte di scrivere la parola fine


A volte mi capita di pensare alla mia vita come a un romanzo. Le pagine già scritte, quelle che mancano ancora... in fondo è un vizio occidentale a cui ci hanno abituati fin da piccoli. Ma quasi subito mi accorgo che, per avere una qualche ambizione letteraria, più che ostinarmi a scrivere dovrei invece sfrondare, limare le ridondanze espressive, per consegnare infine al racconto la misura di una novella evocativa. Magari, ecco, un bel colpo di scena nel finale, come ne La breve vita felice di Francis Macomber, con cui si aprono i Quarantanove racconti.
I calcoli sono presto fatti: dai trent'anni in poi tutto quello che è venuto o, più spesso, non venuto, mi sembra da tagliare. Il capitolo conclusivo sarebbe dunque la mia estate romana del '95, i juke box si erano appena estinti e Meravigliosa creatura della Nannini è solo un'eco lontana di raucedine, che giungeva dai finestrini spalancati delle auto che rallentano davanti alla fontana di piazzetta Trilussa, per salire poi borbottanti verso la terrazza del Gianicolo, dove le coppie di pensionati americani vanno a baciarsi per un'ultima pittoresca volta.
Passata la calura africana del primo pomeriggio, ci si rinfrescava la sera sulle terrazze di un salotto capitolino, uno a caso purché molto mondano. Lo raggiungevamo, sobbalzando insieme al portachiavi a forma di Campanellino a ogni buca nell'asfalto, con una motoretta rattoppata ma ancora piuttosto gagliarda, che apparteneva a mia cugina Alessandra. Di quel mondo da rivista fotografica sfogliata sotto il casco di un parrucchiere di provincia, lei possedeva una copia fasulla delle chiavi, il passepartout con cui potevamo continuare a giocare a principi e principesse. Ed era un po' come ritornare bambini nel tinello azzurro a Bormio, dove il mettinpiega in noce per i pantaloni del nonno Pinin si trasformava in un cavallo, e la poltrona di velluto amaranto nella sua avventurosa carrozza.
Come in tutti i racconti naturalmente ci fu un climax. Non ricordo se fossimo a casa di Patrizia Pellegrino  la vampata bionda dei capelli, accompagnata dall'inconfondibile risata di vetro e metallo con cui si accendeva per un nonnulla , mentre gli ospiti si passavano un piatto d'argento con i cioccolatini già sgusciati sopra, in una diffusa parsimonia alcolica incomprensibile per un settentrionale come me. Più probabilmente stavamo da Gil Rossellini, ma lui stranamente non c'era, o magari ero io a non sapere che aspetto avesse, quando mi venne in mente sui due piedi di fingermi un seminarista, aggiungendo quell'elemento di singolarità vagamente paradossale da cui quegli ambienti amano essere permeati. C'era però qualcuno, una donna anziana, all'inizio non avevo riconosciuto neppure lei, solo un vago sospetto, una donna che desiderava parlare di teologia. Ma quando mi rivolse la parola non ebbi più dubbi: si trattava di Fernanda Pivano.
Era in fondo come uno può aspettarsela, tutto corrispondeva la pigrizia delle attese. Sempre molto cordiale, solo un po' rallentata e stanca, quasi neghittosa, con l'accento piemontese mitigato dalle numerose incursioni nelle lingue del mondo. Unico particolare eccentrico, indossava un buffo abito di lamè. Io una camicia nera infeltrita, e credo fu per questo che abboccò in pieno alla burla. La conversazione  Agostino, Origene, i Padri della Chiesa, non dimenticai alcun dettaglio per sostenere la parte, perfino il volontario supplizio inferto alla mia giovane carne dalla castità...  si fece fitta ed esclusiva tra di noi. Ci interrompeva, di tanto in tanto, solo qualche burino arricchito o nobile depauperato, per domandare: "Ao', Fernanda, èvvero che Hemingway s'è tirato na schioppettata perché era 'mpotente?" Poi più nulla, la mia memoria si ferma qui.
Se così torno a quelle sere ilari e sfacciate distratte dall'odore di piscia di gatto mista a glicine, che veniva trasportato, a intermittenza, dagli sbuffi esausti del Ponentino, è perché da qualche parte si nascondeva la parola fine, avrei dovuto trovarla e concludere lì il mio romanzo biografico. A ventinove anni. Ma non sono mai stato bravo, come Hemingway, nel mettere la punteggiatura. A terminare le storie quando devono terminare. 

domenica 12 agosto 2018

Un uomo tranquillo, o sulla formazione reattiva e la nuova moda dell'estate



Su di me, le donne che ostentano la certezza del loro potere seduttivo con malizia felina, civettuolo interloquire e maialesca postura – in pratica, un intero zoo al loro servizio – hanno l'effetto di spegnere all'istante ogni scintilla di desiderio, come un fiammifero che confonda la paglia con il temporale. La stessa sensazione, solo mutata di livello, provo nei confronti delle commesse quando si sforzano di vendermi qualcosa: "Le sta benissimo la camicia, si guardi allo specchio. Cosa le dicevo? I fiorellini, poi, sono la moda dell'estate e su di lei vestono divinamente" (se mi dimentico di tagliare la barba, ormai completamente bianca, le commesse si rivolgono a me come si conviene a una persona della mia età, viceversa mi danno del tu). "E' un'uomo fortunato: è l'ultima rimasta e le casca a pennello, è proprio la sua taglia!"
Allora e immediatamente e per dispetto, tiè, io la camicia non la prendo più, anche se magari mi piaceva molto; in vetrina, sul manichino decollato, faceva proprio un figurone! E poi i fiorellini sono la moda dell'estate...
Credo che la mia particolare forma mentis, da cui discendono comportamenti un po' infantili, si chiami formazione reattiva, ed è quello stesso impulso che mi spinge a frequentare i night club di provincia; quei luoghi, vagamente archeologici, dove alle pareti tappezzate di un bel rosso pompeiano campeggiano foto autografe di Umberto Smaila con le ragazze Cin Cin, e la legge del 2003 sul fumo sembra non essere ancora entrata in vigore. Io ho smesso di fumare da oltre vent'anni, ma ci vado, sempre più di frequente, per bere una birra oppure un gin tonic di pessima qualità; con ciò realizzando anche una controdisposizione ai precetti del mio psichiatra, il quale mi impone di non mescolare alcol e antidepressivi (e anche qualche sbuffo di fumo passivo non guasta, vah).
Non c'è infatti come essere assediati da decine di donne – perlopiù slave e rumene, perlopiù giovanissime e carine e sfrontate – per sperimentare una totale, placida indifferenza al genere femminile, che immagino coincida con lo stato di atarassia auspicato da stoici ed epicurei, e che con Marco Aurelio si convertì nella tranquillitas latina.
Devo dunque ringraziare le donne, certe donne almeno, sature di profumi mediamente orrendi e abili in moine da film di Giuliano Carnimeo, con cui risvegliano la letargia di maschi adulti e occidentali, specie dalla cintola in giù, ringraziarle per essere diventato un uomo finalmente tranquillo. Cosa che, con le benzodiazepine, non mi era mai riuscita. E nemmeno con le camicie a fiori, che per chi non lo sapesse sono la moda dell'estate.

Non dite mai!

Vorrei non più dover sentir dire, di un suicida, era depresso. Oppure malato. Oppure qualsiasi altra cosa, a corredo, significativo, del suo semplice gesto. Si è tolto la vita.
In passato ho pensato spesso a togliermi la vita – nel mio caso, la forma prediletta era il lancio dal balcone, con piccoli pezzettini di corpo insanguinati che si irradiano a svariati metri di distanza dall'impatto, lasciando sul cemento del parcheggio ampie chiazze porpora e poi brunite, nei giorni successivi, rendendo il tutto simile a una tela di Jackson Pollock – e con maggiore cocciuta prefigurazione ci pensavo proprio nei periodi in cui NON ero depresso.
Ora sono depresso e mi capita di pensare raramente al suicidio, ma so che sarebbe comunque una cosa ragionevole; non dico giusta e nemmeno augurabile, come almanaccano alcuni filosofi pessimisti, e mai uno che si togliesse davvero dai piedi suicidandosi, ma ragionevole per me.
La morte non è infatti il contrario della vita ma la sua interruzione, come il casello per l’autostrada. E non tutti compiono lo stesso viaggio, le strade sono diverse, i panorami, perfino gli Autogrill, a guardar bene e con pazienza, sono differenti uno dall’altro. Ci sono così percorsi stimolanti e altri completamente privi di interesse; più che sconnessi, o tragici, direi noiosi – avete presente la tratta dell’A1 tra Bologna e Milano in una giornata nebbiosa di fine autunno? Ecco.
Il mio viaggio appartiene a questa seconda categoria, e non intravedo possibilità di riprogrammare il tracciato sul navigatore. Ma le macchine belle, con le famiglie felici a bordo – genitori giovani e abbronzati, due bambini di sesso opposto, il labrador che sonnecchia dietro e gli sci sul tettuccio del suv, a produrre lo stesso sibilo di una polena che fende impavida le onde – mentre paesaggi incantevoli scorrono a lato del finestrino, le sappiamo riconoscere anche noi depressi queste leccornie della vita, che vi credete! Il guaio è che pure i depressi sono diversi uno dall’altro, al contrario delle famiglie felici e dei viaggi del Tucano, che sono simili come due cheerleader ossigenate. L’aveva già intuito Tolstoj, per quanto non credo conoscesse i viaggi del Tucano.
Non dite dunque mai di un suicida che era depresso, come si dice di un infartuato che, però, insomma, due pacchetti di Marlboro al giorno non sono pochi…


venerdì 10 agosto 2018

Pensierino


Ho notato che tra gli uomini che odiano le donne, atteggiamento piuttosto diffuso tra i miei conoscenti del bar Piero, è altrettanto diffuso vivere sotto la costante ipoteca di una donna, dando l'impressione di essere avvinti a un guinzaglio invisibile ma non meno robusto. Come se amare qualcosa, o qualcuno, fosse la condizione per guadagnare libertà dall’oggetto del proprio amore, se non addirittura in generale. Mentre l'odio garantisce un riparo da tutto ciò che potremmo desiderare, e in ultima analisi dal desiderio stesso, ma abbiamo deciso di non volere. Ed è lo scampato pericolo di chi attende le donne fuori dai negozi, con la faccia imbronciata e in mano i sacchetti colmi della spesa.

Savonarola 2.0, o sulla pedagogia dei social network


Prendo atto che è sempre più diffusa, oltre che gradita e premiata da un florilegio di pollicioni blu, la pratica di pubblicare su Facebook dei post a sfondo pedagogico, meglio didascalico, meglio predicatorio, in cui vengono istruiti gli altri utenti su come diventare persone diverse e migliori, spesso in una direzione che potemmo definire spirituale. A venire messe all'indice sono le cosiddette "seghe mentali" – in pratica il ragionamento tout court – a favore del pensiero emotivo, di cui ritorna il celebre slogan della psicologia transazionale: "io sono OK, tu sei OK". Ma un'altra parolina magica da infilare nella toppa di ogni discorso, per vedere dischiudere istantaneamente la porta come l'apriti sesamo di Aladino, è segreto, o se si preferisce nella versione anglosassone the secret (implicito: della vita, il segreto della vita), che consiste nel fare o non fare una cosa piuttosto che un'altra, tra cui bandito categoricamente è lo sforzo discriminatorio del giudizio, guai a giudicare! E ne prendo atto, appunto, senza giudizio... Anche se preferivo il passato prossimo in cui non esistevano ancora i filtri anti spamming, e venivi inondato da mail che promuovevano il trading sul Forex oppure il penis enlargement, un tipo di ginnastica molto particolare. Almeno potevi sperare in un cazzo da venticinque centimetri, oltre che nel portafogli pieno. Qui invece hai la certezza di ritrovarti con la testa vuota.

Pane al pane, o sull'idiosincrasia


La progressiva estraneità che ho iniziato ad avvertire, già da anni, verso questo Paese, è lievitata negli ultimi tempi fino a toccare la lama sottile dell'odio e del disprezzo. E non solo verso gli italiani, dunque voi che state leggendo, passando per lo specchio in cui vedo diradare (orrendamente) i miei capelli sempre più, ma ha finito col coinvolgere anche ciò che non avrei mai pensato mi offendesse, che è quella lingua non a caso materna, lasciandomi orfano di parole. L'unico figlio che mi capita, in certe notti torride, di rimpiangere, quel ragazzetto lungo e magro che corre nella polvere biscottata di una periferia indistinta, ma certamente africana, ha dunque la pelle nera come i suoi allegri compagni di gioco, il pallone rotola selvatico tra ginocchia tozze e sbucciate uguali alle mie, gli occhi verdi e acquosi della nonna Maria. Così mi accorgo di provare disgusto nel chiamare ancora una volta pane il pane, non sapendo però come altro chiamarlo, come richiamarmi a casa quando riso e latte eran pronti e fumanti sulla tavola, mille anni fa…

giovedì 9 agosto 2018

Gli scrittori religiosi, o sulla virtù dell'arroganza

In generale, mi piacciono molto gli scrittori religiosi. Testori, Bernanos, O'Connor,  Manzoni, Dostoevskij, Doninelli, Zaccuri, Tolstoj, Parazzoli, Paolin, e sono solo i primi nomi che mi vengono in mente, quasi a caso. 
Per un ironico paradosso, la ragione del mio apprezzamento sta però in quello che viene unanimemente considerato un difetto, e cioè una sorta di implicita supponenza, arriverei quasi a dire arroganza che si avverte già dall’incipit, e va crescendo nella lettura. Io sono lo Scrittore, è come se ti sussurrasse una vocina che emerge dal frusciare delle pagine, io sono lo Scrittore e gli scrittori fanno una cosa elevata ma anche profonda, comunque decisiva per chi legge. E se non mi stai leggendo peggio per te! questo il sotto testo a negazione della dichiarata umiltà dell'acquasantiera in cui viene immersa la penna, o così siamo abituati a sentirci raccontare.
Eppure, se ci pensiamo bene, è il gesto stesso di prendere la parola pubblicamente che contiene un’ineliminabile misura di supponenza, che negli scrittori religiosi viene considerata in tutte le numerose implicazioni. Perché dovrei ascoltarti, cos’hai di tanto importante da dirmi? Queste le domande che dovremmo sempre farci quando iniziamo a leggere un libro.
Ecco, negli scrittori religiosi è allora forse proprio l’importanza del fare narrativo, che nasce dall’impotenza di corrispondere con parole a fatti, e viceversa (la letteratura è sempre in nome di un altrove prefigurato e mai vissuto, come la profezia) ad essere messo a tema con puntiglio, in questo sforzo tutto umano di sillabare l'indicibile; Beckett non era religioso, ma nel finale de L'innominabile arrivò a una conclusione molto simile: "You must go on. I can't go on. I'll go on".
Letteratura come scacco dell’azione salvifica, dunque, come sua eterna dilazione, in una specificità letteraria che non è solo primonovecentesca, ma direi ontologicamente connaturata al gesto stesso dello scrivere. Si scrive perché non si vive, insomma, ma è una diversa forma di vita anche quella inaugurata dalla parola scritta, che dischiude il possibile letterario come l'aratro di Caino. Siamo così portati a concludere che gli scrittori religiosi fanno sempre metaletteratura. Spesso anche ottima.


Metonimia, corso di retorica per zucconi e non

Corso di retorica per zucconi e non. Prima lezione. Oggi ho acquistato un giubbotto da motociclista. E' nero, o forse marrone, la foto su Ebay non era del tutto chiara e io sono leggermente daltonico. La pelle, comunque, è anticata, o come si dice adesso vintage. Sopra le spalle oltre che nella zona corrispondente agli avambracci, è presente una leggera e sfiziosa trapuntatura a quadrettini, credo a maggiore protezione nel caso di eventuali e probabili cadute, se fossi io al manubrio. Nella parte alta di entrambe le maniche, dove nelle divise militari sono esposti i gradi, campeggia invece squillante l'emblema britannico, ovvero la Union Flag nei colori originali, bianco, rosso e blu. La chiusura avviene per il tramite di una cerniera di metallo leggermente obliqua sul petto. E’ lo stile, cosiddetto a "chiodo", reso celebre da Marlon Brando ne Il Selvaggio, con i revers che si aprono ad ala di farfalla per sventolare, nella pellicola diretta da László Benedek, quando Johnny parte rombando a cavallo di una Triumph Thunderbird 6T del 1950. Ma che moto ho io, si domanderà qualcuno? Nessuna. Per ciò si tratta della prima lezione del corso di retorica per zucconi e non, in cui viene introdotta la figura della metonimia. Dicesi metonimia quando un termine viene utilizzato in luogo di un altro termine, purché ad esso contiguo e cioè collegato da legami funzionali oppure simbolici. Causa per effetto, contenente per contenuto, materia per oggetto, astratto per concreto etc. In pratica, se non hai il becco di un quattrino, invece di prenderti la motocicletta prenditi un giubbotto da motociclista. Come ho fatto io. 

lunedì 6 agosto 2018

Vaccini sì vaccini no, o sullo strapotere del pater familias


Non si placa e anzi lievita rabbiosa sul web la polemica sui vaccini. Non sono un medico né tanto meno un immunologo, e dunque non abboccherò all'amo di chi vorrebbe ogni volta piantare la sua bandierina sulla vetta, affidandomi all'opinione (possibilmente scientifica) di chi ha titoli e voce per esprimersi.
Mi sembra però che la materia, oltre al versante per l'appunto tecnico, clinico, contenga un'importante estensione che potremmo chiamare filosofica, perlopiù sottaciuta nel tumulto verbale tra le rispettive tifoserie.
Una delle questioni più delicate nell'attuale querelle nasce infatti dalla condizione dei destinatari della profilassi vaccinale, che sono in maggioranza dei minori. Ora, chi decide o ancora più radicalmente: di chi è un minore? Sempre e comunque dei genitori biologici, o, magari, un poco anche della comunità civile di riferimento? 
Ciò a maggior ragione quando i comportamenti adottati o meglio ancora non adottati – perfino la Chiesa istituisce il peccato di omissione, assimilandolo a un fare – possono ricadere su altri attraverso l'incremento del rischio di contagio; e per altri mi riferisco in particolare agli alunni immunodepressi, i quali hanno una pericolosa minaccia nel compagno di banco che covi un semplice morbillo. E questo è un fatto. 
Ma tralasciamo al momento tale aspetto di natura nuovamente sanitaria, ossia il cosiddetto "effetto gregge", per cui nessun uomo è mai un'isola, e concentriamoci sulle concezioni giuridiche a monte della contrapposizione tra no vax e pro vax, che possiedono entrambe radici storiche e consuetudini vissute a loro sostegno. Ossia le premesse del diritto, che contrariamente a quanto vorrebbero i giusnaturalisti non è quasi mai naturale, né tantomeno razionale. 
Da un lato abbiamo infatti la lex romana, per cui il figlio, come la moglie e fino al grado estremo dei nipoti, dipendono totalmente dall'arbitrio del pater familias; mentre dall'altro versante abbiamo la sensibilità giuridica greca, per cui un minore, prima ancora che alla famiglia, appartiene al gruppo, alla polis da cui scaturisce per Socrate la Legge, da seguire anche quando ci è contraria. 
Percependomi io come un uomo greco più che romano, sono allibito dell'arroganza con cui molti genitori rivendicano la completa autorità nelle questioni mediche che riguardano i propri figli; un'autorità che è letteralmente di vita e di morte, come il pollice dell'Imperatore con cui si decidevano le sorti del gladiatore sconfitto. 
L'ipotesi che il legislatore, sulla scorta di una maggiore conoscenza della materia, si inserisca d'imperio in complesse dinamiche familiari ridimensionando la pretesa di onnipotenza del pater familias, non mi sembra dunque un atto illiberale. Piuttosto un atto culturale, discutibile come tutto ciò che scaturisce dal pensiero ma con una sua piena legittimità, offerta dalla contrattualità sociale.
Cultura, dunque. Nessuna verità scritta una volta e per tutte, nemmeno quella della scienza che, come noto, per dirsi tale deve essere "falsificabile" – ciò che è vero oggi domani potrebbe non esserlo più.
Una cultura di discendenza greca, filtrata dalla moderna sensibilità giuridica fondata sull'etica della responsabilità, inaugurata alla fine del diciannovesimo secolo da Max Weber, a fronte dei residui della cultura romana ancora in circolo, per cui il conte Ugolino aveva semplicemente dei gusti un po' bizzarri… 
Io, come anticipato, sto dalla parte di Socrate e di Pericle. E voi, vi sentite più greci o romani?

sabato 4 agosto 2018

Welcome, o sulla famiglia come nuova identità postmoderna


Ci sono persone che hanno una famiglia, e altre che sono una famiglia. È sempre stato così. Negli ultimi anni è però cresciuto in modo impressionante il numero di individui che si identificano totalmente con il proprio nucleo famigliare, specie tra i miei coetanei di sesso maschile; tra le donne era già in passato più frequente. Sarebbe stato stravagante, per un signore di mezza età della generazione di mio nonno, mendicare alla moglie, o al figlio adolescente che per ingannare il tempo scaglia uova alle ragazze di colore, il consenso per uscire la sera successiva a cena dopo la partita di calcetto ("Posso andare, mi lasci…? Poi per una settimana lavo i piatti."), ma non prima di aver accompagnato al pronto soccorso il collega d'ufficio collassato. Semplicemente lo facevano, avvertendo a casa con leggero e distratto anticipo: "Stasera sono fuori". Ora, invece, questa soggezione al proprio ristrettissimo branco mi sembra la norma, almeno tra i miei conoscenti. Forse perché i legami civili si sono nel frattempo sfarinati, e la famiglia è ciò che resta quando dalle tendine socchiuse della finestra del soggiorno non si intravede più un futuro, e la storia si arresta allo zerbino con impresso la scritta welcome. Da qui la torsione verbale degli ultimi anni, che ha visto i quaranta e cinquantenni diventare la loro famiglia. Mentre, i miei nonni, avevano una famiglia.

Pensierino sottovoce, o sulla società dell'irrilevanza


Pensierino sottovoce. Su Facebook io sono in contatto con poco più di quattrocento persone, che iperbolicamente vengono chiamati "amici". Vengo però letto, e commentato, dai soliti dieci o quindici, che colgo l'occasione per ringraziare. Se penso alle persone che conosco anche solo per avergli parlato un paio di volte nella cosiddetta vita vera, arriviamo a un numero simile: quattro o cinquecento; per quanto quelli con cui mi intrattengo, perlopiù al bar Piero e perlopiù parlando di donne, o come si dice qui nell'ipermercata terra delle villette geometrili, di figa, da non confondere con il meridionale fica, non sono nuovamente più di dieci o quindici. La famosa società della comunicazione, dello stay in touch, mi sembra così un po' una presa per il culo, e il termine giusto è forse società dell'irrilevanza. L'unica differenza è che, al bar Piero, la mia irrilevanza viene consolata da un vinello fresco e paglierino prodotto da uve di Chardonnay coltivate sulle terrazze della Val di Noto, restituendo al palato uno spiccato gusto di pera. Mentre, sul web, da uno smagrito mazzetto di pollici blu in perenne e osceno stato di erezione, come un uomo in andropausa dopo una doppia razione di Viagra.

Franco Battiato, epitaffio post funebre di un "cialtrone" di talento


Battiato è moribondo, è praticamente già morto, ormai non capisce più niente. Battiato come Marchionne. Ma Battiato, dopo tre giorni, risorge, a conferma della natura ormai totalmente arbitraria dell'informazione, almeno quella che corre libera e spensierata tra i nodi della grande rete, conferendo al mezzo una vocazione assai più incline alla mitologia.
 Per nulla sorpreso delle emozioni suscitate da fatti ormai totalmente illusori, credo che il mito, antico o moderno poco importa, serva proprio a questo: dare forma a una prossimità fittizia con eventi e persone che sono da sempre, senza però essere stati mai. Il mito Battiato non fa alcuna eccezione, e non biasimo dunque chi vi aderisce, riversando i propri sentimenti in esternazioni certamente ingenue e scomposte, tra cui i numerosi epitaffi che in questi giorni abbiamo letto su internet.
 Ma nella sua parabola storica, in Battiato c’è un tratto tipicamente moderno, intercettato dall’acuto e compianto Tommaso Labranca in un libretto aureo di una ventina di anni fa. Il titolo è Chaltron Escon, Einaudi, 1998, dove a essere ironicamente parafrasato è il termine cialtrone, la cui figura invadente viene rintracciata in numerose espressioni della cultura contemporanea, tra cui appunto i testi di alcune canzoni di Battiato.
 Cialtrone ma anche kitsch o trash o camp, il suo saggio si occupa di tutto ciò, riconducendo il fenomeno a una tesi semplice quanto arguta, che dallo stesso Labranca viene così sintetizzata: “il kitsch è costituito dalla riproposizione inconsapevolmente degradata di modelli alti."
Prendiamo allora il testo di un celebre e bellissimo brano di Battiato, a cui è dedicato un intero capitolo del libro, una canzone in cui viene citata già dal titolo la prospettiva Nevsky, che come noto taglia orizzontalmente il cuore algido di San Pietroburgo. Il termine russo prospekt non va però tradotto in italiano con prospettiva, bensì viale, su cui viene incrociato "per caso", ma tu guarda alle volte il caso... Igor Stravinsky.
Ma perché proprio Stravinsky, e non mettiamo invece Boris Vattelapesca?
Semplice, perché è un modello alto, così come suona alto e sontuoso il riferimento alla prospettiva Nevsky, preferita al più modesto (e corretto) italico viale; che invece di un aura esotica e vagamente stereotipata ci ricorderebbe tutt'al più viale Forlanini, dove il protagonista di un'altra canzone di Jannacci si aggira con due occ de bun e le sue proverbiali scarp del tennis, utili quando per primo deve menà via, perché l'era un barbun...
Ecco, le canzoni di Jannacci sono allora genuinamente popolari, rappresentando il popolo più minuto, il sottoproletariato milanese degli anni sessanta e settanta così com'è. Al contrario, quelle di Battiato sono pop, già che il popolo, nei suoi testi, ha già subito la torsione imitativa che lo porta a emulare dei modelli alti, senza però ingaggiare lo sforzo culturale necessario al raggiungimento. Ed ecco dunque in cosa costituisce la "degradazione": il complesso, il difficile, l'articolato, che senza perdere la propria ambizione si travestono di semplicità, in un processo di abbassamento progressivo già descritto da Adorno nei suoi studi sulla musica popolare.
Ed è curiosamente paradossale che un uomo così cocciutamente intento a perseguire una sua vocazione inattuale  di musica, ricerca metafisica e civiltà , meglio di ogni altro artista abbia saputo cogliere e restituire lo spirito dei tempi, probabilmente e come avviene ai più grandi senza neppure essersene accorto. Uno Zeitgeist che fa rima con leggerezza, assenza di sforzo e interpretazione. Per evitare la fatica basta infatti tradurre viale con prospettiva, e il gioco è fatto! 

sabato 28 luglio 2018

Codesto solo oggi possiamo dirti, o su ciò che rimane dei radicali

Ormai a un passo dallo loro vanificazione numerica, mi piacerebbe fare una veloce riflessione sulla parabola del Partito Radicale. Ma forse, più che l'attribuzione partitica, sarebbe opportuna quella di movimento, in largo anticipo sulla tendenza attuale. Dei movimenti era infatti presente – parlo al passato, i pochissimi radicali superstiti mi scuseranno – era presente e operante una certa disinvoltura nella visione economica e strutturale della cosa pubblica, a fronte della mobilità strategica, quasi cangiante, che li portava a concentrare l'azione su concrete e benemerite iniziative civili, seguendo un'erranza emotiva tipica del sentimento amoroso.
Era insomma, quella dei radicali, la trasvalutazione non tanto dei valori storici, come qualcuno gli rimproverava parafrasando la celebre definizione nietzschiana del nichilismo, ma degli umori irrequieti di quel geniaccio politico di Pannella, che con il suo movimento aveva saputo costruire uno specchio riflettente; purtroppo a volte incrinato dallo sguardo di Narciso, o da un certo spirito sottilmente ricattatorio che emergeva nei digiuni.
Così come quella debordante del loro istrionico fondatore, la libertà delle vite particolari e incarnate, tra cui la libertà anche di farsi male ma sempre in nome proprio (droghe, eutanasia), o di farsi gioiosamente i cazzi propri al netto di una morale corrente ancora intrisa di umori confessionali e un po' codini (libertà sessuale), era diventato il loro credo pubblico. Detto in altre parole, io in luogo di noi. 
In ogni caso, il rifiuto vitalistico e solare di una ideologia in cui pigramente adagiarsi, avendo quale ombra l'incapacità di elaborare una visione stabile e coerente dei destini collettivi, a cui protendere tramite la prassi organizzata dell'agire politico, facevano dei radicali un movimento di assoluta modernità, come una nave che salpi senza alcuna rotta o anche solo idea del porto di approdo. Puro mare e vele e vento, in cui muoversi all'impronta.
Credo che sia questo il motivo per cui, pur avendo sempre guardato ai radicali con curiosità e talvolta anche stima, non sono mai riuscito a condividerne per intero le intenzioni, tanto meno a ricambiare l'amore che Pannella riversava nello specchio. Forse perché mi ricordavano troppo me stesso, oltre alle parole conclusive di una delle più celebri poesie di Eugenio Montale: "codesto solo oggi possiamo dirti, / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo."

mercoledì 25 luglio 2018

We are all fake, o sull'impossibile verità


Il 24 luglio Oksana Shachko è stata ritrovata senza vita nel suo appartamento di Parigi. Suicidio, ogni indizio sembra confermare. Aveva 31 anni ed era una delle fondatrici del movimento femminista delle Femen, da cui si era allontanata negli ultimi anni per dedicarsi interamente all’arte, dopo aver raggiunto la capitale francese.
“Era la più coraggiosa e più vulnerabile del gruppo” ha dichiarato Anna Hustol, un altro membro del collettivo femminile nato in Ucraina nel 2008, per estendersi poi al resto del mondo.
Probabilmente era anche la più bella – lineamenti sottili, carnagione chiarissima, capelli lisci, lunghi, scuri, a incorniciare occhi azzurri e affilati –, ma questa nota estetica non l’avrebbe quasi certamente gradita, considerando lo sguardo sul corpo femminile un residuo della menzogna patriarcale, da cui la nostra società è ancora afflitta.
Prima di morire ha scritto un messaggio. “You are all fake”. Siete tutti fasulli, delle caricature della verità.
Guardo le fotografie che la ritraggono. Il più delle volte sono a seno nudo, la pelle invasa da scritte che inneggiano all’autonomia e alla dignità delle donne, nel tentativo (mediaticamente riuscito) di trasformare il suo corpo da oggetto del desiderio maschile a soggetto di un discorso personale. Eppure c'è qualcosa che non quadra, sono frasi smozzicate, slogan ascoltati troppe volte e con declinante convinzione, come l'erba brucata di giorno che nella notte ritorna dall'abomaso della giovenca... 
Mi accorgo allora, in un attimo di digressione, che anche le parole gridate dal megafono della propria carne erano un fake, pura retorica funzionale alla bulimia delle news, che potevano a questo modo sbattere un paio di capezzoli rosa in prima pagina, in quell'infinito riproporsi dell’identico pubblicitario che chiamiamo informazione.
Il suo you are all fake scoccato in punto di morte, nella nostra prospettiva di interpreti di segni sempre vaghi, rabdomanti di un qualche senso da far sgorgare scavando con le mani, finisce così col suggerire la consapevolezza che non si possa essere altro che fake, la vita è un'infinita recita della verità. A quel punto molto meglio essere nulla, come già aveva concluso Carlo Michelstaedter nei primi anni del secolo scorso, togliendosi anch’esso la vita.
Possiamo quindi avvertire un’eco ancora più remota, che ci conduce tra le brume del palazzo di Otello, dove udiamo la voce di Iago dichiarare serafica: “I am not what I am”, io non sono quel che sono. Ma allora sei un falso, siete tutti falsi, il mondo è solo rappresentazione e ha ragione Oksana!
Per essere ancora tra di noi, le è dunque mancato il coraggio ulteriore e terribile di trasformare il pronome di seconda persona plurale in prima: We are all fake.
Un riconoscimento dolentissimo, come quello a cui gli alcolisti anonimi costringono i candidati – confessare davanti a tutti la propria dipendenza –, che da grido rabbioso avrebbe mutato la sua voce in sussurro sommesso e infinitamente tollerante verso il genere umano, ricalcando le parole conclusive di una delle più belle poesie di Milo de Angelis: “se ti tolgono ciò che non è tuo \ non ti rimane niente”. 
Ma lo sguardo di Oksana Shachko reclamava invece tutto, e più di tutto la verità. Per questo, dopo averci provato altre due volte negli anni scorsi, ci ha lasciati. Pace a lei e a chi le ha voluto bene.

martedì 24 luglio 2018

Gira l'Olanda


Per minacciare uno schiaffo, un tempo, con intenzione scherzosa, si usava dire ti cresimo, che è quanto fa in effetti il prete durante il sacramento, rilasciando sulle guance del cresimato quella che (per intensità) si rivelerà poco più di una carezza.
Chissà se esiste un cimitero per le espressioni obsolete… Nel caso, deve essere seppellito lì anche l'imperativo con cui si rivolgeva a noi la suora a dottrina, ci andavamo in preparazione a quello schiaffetto esangue della cresima, giovani atleti di un'arte marziale esotica e misteriosa. Era il 1978, di questo e poco altro sono certo, e io frequentavo l'oratorio dell'Angelo custode, situato nella zona storica di Sondrio. Non ricordo neppure il nome della religiosa ma solo la buffe espressioni che ripeteva di continuo, tra cui la più frequente era gira l'Olanda. 
Ti scappavano di tasca le chiavi della bicicletta? Gira l'Olanda! Venivi scoperto a bisbigliare in chiesa con un amico? Gira l'Olanda! Arrivavi in ritardo, quando gli altri stavano già intonando il Padre nostro? Gira l'Olanda! Ogni occasione, le più varie e anche incongrue alla frase, erano buone per scoccare il suo gira l'Olanda.
Al termine delle lezioni potevi acquistare i Chupa Chups che rigirava in bocca il tenente Kojak quando non riusciva a trovare il bandolo della matassa, oppure spumoni bianchi e rosa, lunghe spirali di liquirizia, era sempre la suora a venderli, ma quest'ultimi ci sembravano un po' una cosa da bambini, perciò li lasciavamo ai catechisti che si preparavano alla prima comunione. La taglia dei banchi era a loro misura, e a me e Redaelli, un ragazzone che a dodici anni aveva già il 44 di piede, premevano le ginocchia da sotto, eravamo compagni anche a mini basket. Per questo venivamo a dottrina già con la borsa della Sondrio Sportiva, gli allenamenti iniziavano subito dopo e il librone con impresso il volto pacioso di San Rocco si mescolava con le All Star e le braghette corte di raso.
Fu in quel limbo tra l'altare e la palestra – l'architettura barocca e logora a cornice del minimo chiostro dell'Angelo custode – che venni a saperlo, era un tiepido pomeriggio di fine maggio e a dircelo fu la stessa suora, l'espressione accigliata e grave: "Aldo Moro è morto." Non disse altro. Aldo Moro è morto.
Lo statista democristiano era appena stato ritrovato nel baule di un' R4 rossa parcheggiata in via Caetani. Il suo corpo, supino e ripiegato come l'abbiamo visto centinaia di volte in seguito, colpito da undici colpi sparati da una pistola mitragliatrice a breve distanza. Nessun organo vitale era però stato centrato e si era così spento lentamente, come una candela sotto l'altare degli ex voto.
Quattro anni prima, in trasferta nella Capitale per accompagnare un gruppo di atleti valtellinesi ai Giochi della gioventù, mio padre si era fatto fotografare assieme a lui tra le statue del Foro italico, la luce radente della sera e il sorriso enigmatico e lontano. A sinistra nell'immagine, mio padre indossa una tuta azzurra a bande bianche, ha gli occhi di un raccattapalle a cui il bomber ha appena firmato il pallone. Era solo orgoglio per esposizione riflessa alla fama e il successo non propri, o in quello sguardo si celava il principio misterioso di una qualche forma di felicità? Ma in fondo si gioisce sempre per qualcos'altro… Accanto Aldo Moro sigillato in un completo grigio, troppo stretto perfino per la moda di adesso.
Ancora non sappiamo se a premere il grilletto fu il capo della cellula brigatista romana Mario Moretti, oppure, altri affermano, il criminale comune Giustino de Vuono. A maggior ragione non sapevamo nulla allora, distratti, tra l'incalzare delle notizie dei telegiornali e l'oasi quieta di Happy Days, dai primi skateboard, gli omini oscillanti del Subbuteo, Tony Manero che balla finalmente libero sulla pista illuminata della discoteca, ignaro di aver contratto il virus del sabato sera. Le parole della suora aprivano dunque una breccia, si insinuavano nella carne viva, o forse la richiudevano, suturando e dando forma alla ferita. 
Eppure nessuno di noi si mosse o chiese chiarimenti. Probabilmente ci aspettavamo che dicesse ancora qualcosa, accompagnando la dichiarazione con una delle sue espressioni buffe, che però non arrivò mai. È come quando stai ascoltando una canzone alla radio, ma va via all'improvviso la corrente del palazzo. E così, da quel giorno, ho l'impressione che la mia canzone sia stata ingiustamente tagliata, e attendo vanamente qualcuno che mi sussurri un ultimo gira l'Olanda.