
Più che entrare nel merito dei film – il primo mi è comunque
piaciuto più del secondo, che ne forza il registro e i cliché – mi interessa
concentrarmi sull'oggetto delle critiche. La più ricorrente è quella di
biografismo, a cui spesso viene accostato l'aggettivo compiaciuto.
Ma si può, mi chiedo, imputare a opere dichiaratamente biografiche già a partire dal titolo, il difetto di indulgere a temi e circostanze che riguardano la vita personale del suo autore?
Eppure a nessuno verrebbe da bacchettare per lo stesso vizio, mettiamo, i molti volumi della biografia di Thomas Bernhard, che come è giusto che sia hanno lo scrittore austriaco quale principale oggetto della ricognizione letteraria, al solito mediata da una lingua incalzante e labirintica. Una biografia è infatti biografica, e su questa tautologica conclusione ci sarebbe poco da aggiungere.
Se una critica, ammesso che lo sia, si può muovere ai film di Moretti, è dunque di segno contrario: la sua autoanalisi è poco penetrante, sfuggendo al confronto diretto con i propri demoni a vantaggio di un bozzettismo ludico e conciliante, che, almeno in Caro diario, bisogna riconoscere funziona.
Ma ciò che rende le pellicole davvero originali non è neppure questo, quanto, sotto il travestimento diaristico, la presa documentaria sulle cose, a volte trasfigurata in apologo surreale. A venire interrogata dalla cinepresa è infatti la materia, anche fisica, dei luoghi, i tempi, i costumi sociali; e la memoria va ai lunghi piani sequenza sui quartieri romani o sul litorale ostiense dove fu assassinato Pasolini, con il sottofondo del concerto di Colonia di Keith Jarrett.
Chi cercasse in quei film, dichiaratamente biografici, una verità corrosiva e ultima sul regista romano, resterà allora probabilmente deluso dai numerosi veli ironici (dunque difensivi) che Moretti continua a far calare tra sé e sé. Ma è innegabile che in sequenze ancora nitide ci sia, nel bene e nel male – e penso ad esempio a una certa semplificazione politica, o al riflusso familiare e piccolo borghese di cui lo stesso Moretti non risparmia di farsi emblema negativo, in una burlesca sineddoche della parte per il tutto – ci sia molto dell'autobiografia recente del Paese, su cui lo sguardo non sempre affonda come si vorrebbe.
Ma è questo il registro leggero, da opera buffa, scelto dall'autore e con grande coerenza sviluppato, per essere premiato da un pubblico, magari, un po' di parte, e però non così miope da confondere l'uomo Moretti con il personaggio, sintomo di un malessere nazionale che ne trascende le sorti.
Ma si può, mi chiedo, imputare a opere dichiaratamente biografiche già a partire dal titolo, il difetto di indulgere a temi e circostanze che riguardano la vita personale del suo autore?
Eppure a nessuno verrebbe da bacchettare per lo stesso vizio, mettiamo, i molti volumi della biografia di Thomas Bernhard, che come è giusto che sia hanno lo scrittore austriaco quale principale oggetto della ricognizione letteraria, al solito mediata da una lingua incalzante e labirintica. Una biografia è infatti biografica, e su questa tautologica conclusione ci sarebbe poco da aggiungere.
Se una critica, ammesso che lo sia, si può muovere ai film di Moretti, è dunque di segno contrario: la sua autoanalisi è poco penetrante, sfuggendo al confronto diretto con i propri demoni a vantaggio di un bozzettismo ludico e conciliante, che, almeno in Caro diario, bisogna riconoscere funziona.
Ma ciò che rende le pellicole davvero originali non è neppure questo, quanto, sotto il travestimento diaristico, la presa documentaria sulle cose, a volte trasfigurata in apologo surreale. A venire interrogata dalla cinepresa è infatti la materia, anche fisica, dei luoghi, i tempi, i costumi sociali; e la memoria va ai lunghi piani sequenza sui quartieri romani o sul litorale ostiense dove fu assassinato Pasolini, con il sottofondo del concerto di Colonia di Keith Jarrett.
Chi cercasse in quei film, dichiaratamente biografici, una verità corrosiva e ultima sul regista romano, resterà allora probabilmente deluso dai numerosi veli ironici (dunque difensivi) che Moretti continua a far calare tra sé e sé. Ma è innegabile che in sequenze ancora nitide ci sia, nel bene e nel male – e penso ad esempio a una certa semplificazione politica, o al riflusso familiare e piccolo borghese di cui lo stesso Moretti non risparmia di farsi emblema negativo, in una burlesca sineddoche della parte per il tutto – ci sia molto dell'autobiografia recente del Paese, su cui lo sguardo non sempre affonda come si vorrebbe.
Ma è questo il registro leggero, da opera buffa, scelto dall'autore e con grande coerenza sviluppato, per essere premiato da un pubblico, magari, un po' di parte, e però non così miope da confondere l'uomo Moretti con il personaggio, sintomo di un malessere nazionale che ne trascende le sorti.
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