martedì 21 marzo 2023

Fantasmi

L'onda lunga del proprio tempo non la si coglie auscultando le conchiglie, ma metafore come questa. Oppure: riavvolgere il nastro, per indicare che si intende ragionare a partire dalle premesse, tornare al principio come nella bobina di un film. Solo che i film adesso vengono visti su Netflix, girati e proiettati attraverso processi digitali senza consistenza fisica, odore, sapore. Tutti attributi che possedeva invece la pellicola di celluloide, per quanto una fetta di mortadella era probabilmente più gustosa. Si capisce allora perché nessun ventenne userebbe mai una frase tanto bislacca. Quale nastro? ti risponderebbe.

Eppure sopravvivono espressioni come discernere il grano dal loglio o varare un progetto, andare in tilt. Ma se non ho la minima idea di cosa sia il loglio, non l’ho mai sfiorato con le mani, gli occhi non sono in grado di riconoscerlo, conservo memoria del vecchio flipper del Bar Gino. Inserita la moneta da cinquanta partiva una festosa baraonda di suoni e lucine, solo bisognava moderare l'impeto per non farlo andare in tilt, causando l'affondo della biglia di acciaio dentro al ventre elettrificato. Un simbolo di naufragio a ben vedere, di cui il varo di una nave, attraverso il lancio sullo scafo di un magnum di champagne, rappresenta la premessa con segno invertito.

L'ho visto fare in una celebre sequenza del Secondo tragico Fantozzi, protagonista la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare – “Capo varo, posso andare?” “Vadi Contessa!” – che prima colpisce alla nuca lo sfortunato ragioniere e poi fa piazza pulita di tutti i notabili presenti sul molo.

Ma è anche questa una conoscenza mediata. Nell’esperienza, sempre più astratta, della tarda modernità, solamente il linguaggio mantiene un flebile rapporto con le cose. Perciò il gesto conoscitivo più radicale ha smesso di essere quello di uscire a fare due passi – troppe merde di cane ai giardinetti – ma consiste nell’aprire un dizionario e lasciarsi invadere dalle parole: la loro storia, slittamento di vocali e consonanti, conversione d’uso e infine estinzione di ciò che per secoli hanno rappresentato, in una sospensione di senso che ci rende contemporanei di Nabucodonosor, ma non dei nostri figli.

In un mondo di fantasmi che giocano a flipper e dimenano il culo, discernono il grano dal loglio, riavvolgono nastri in un flusso verbale ormai completamente digitalizzato, a formare un filo teso dal passato che impedisce al palloncino di volare via, sono fantasmi incrostati di salsedine a parlare ancora per noi. Ci infilano le parole in bocca mentre muoviamo le labbra con convinzione, come fa il ventriloquo con il suo pupazzetto.

lunedì 20 marzo 2023

Adescamenti social, o sulla filosofia dove non te l'aspetti

Ho appena letto un post, uno dei tanti su Facebook, senza particolari pretese o spocchia, l'ho letto e via come un bicchiere d'acqua che scivola senza intoppi. Poi di post ne è arrivato un altro a stretto giro, apparteneva alla stessa persona. Veniva replicato il registro scanzonato del primo, devo riconoscere che entrambi erano scritti bene, sembravano i due tempi di un medesimo film, ma l'acqua questa volta mi si è fermata in gola. Provo così a fare un riassunto della trama, per vedere se ragionandoci assieme riusciamo a ripristinare il flusso:

1) Primo tempo. Bob Dylan è una mummia ca*a*azzi, pure cafone: i Nobel si alza il culo e si va a Stoccolma a ritirarli, mica sono Telegatti. E poi che palle 'sta storia che non si può portare lo smartphone a un concerto; per chi ha scritto i due interventi, il Menestrello ci si può pure strozzare con gli smartphone rimasti all'ingresso. Il suo certamente non sarà nel mucchio. E nemmeno lei, si tratta di una donna;

2) Secondo tempo. Al concerto dei Maneskin, a cui invece è appena stata, c'era una energia e una bellezza e una... Insomma, solo vecchi (dentro) e pieni di pregiudizi e con le fette di salame sulle orecchie continuano a non capire, a non capirli. Peggio per voi, beccatevi la mummia!

Ora io dovrei essere l'oggetto di biasimo di entrambi i post: amo Bob Dylan, penso che si possa vivere per due ore senza smartphone e non mi piacciono i Maneskin, ma proprio niente niente ("sono fuori di testa ma diverso da voi..." Ma dai!).

E però poco importa la mia opinione, i gusti musicali che mi fanno girare la manopola dell'autoradio, non è questo il punto. Il punto è la natura di esca verbale di un certo modo di confezionare contenuti social, in grado di suscitare attenzione e partecipazione; non importa come si manifesti, con applauso o fischio. Il fatto che ne stia scrivendo è indicativo del fatto che anche io abbia abboccato.

Pur non avendo lasciato commenti già immagino quelli, numerosi, che sono seguiti. Si divideranno verosimilmente tra i brava, vai così, gliele hai cantate a quel vecchio lagnoso pallone gonfiato, e chi invece indignato difende l'artista americano, scagliandosi contro l'epigonismo di maniera dei Maneskin, le loro provocazioni costruite ad arte.

Intendiamoci, non mi interessa sapere chi ha ragione, anche se la mia posizione, come anticipato, non è neutra. Più interessante mi appare la materia se riformulata in forma interrogativa: dobbiamo ancora considerare comunicazione interventi del genere?

Col termine comunicazione faccio riferimento al principio della dialettica che mira a una sintesi, non necessariamente mediana. In altre parole, concluso lo scambio verbale o, semplicemente, recepita l'informazione, sarò minimamente diverso da prima? Ma non diverso nelle emozioni: incazzato, gongolante, spensierato, garrulo e pronto a nuove baldorie verbali. Le emozioni sono nuvole, se non vogliamo salire alla testa scendiamo ai piedi: di-verso, ossia il verso, la direzione in cui dirigo i miei passi. Ecco, è il mio verso dentro al mondo rimasto identico, nemmeno un microgrado di deviazione dalla rotta? Altrimenti tanto vale non dire nulla.

In tal caso dovremmo inquadrare i due post come qualcos'altro, non necessariamente negativo ma altro proprio perché radicalizza l'alterità, disunisce o, meglio ancora, "discomunica", mostrando che attrito e adesione sono facce della stessa medaglia, a rappresentare uno dei piaceri impliciti nell'esperienza del contemporaneo.

Il modello procedurale è quello della pubblicità, che suscita per vie subliminali reazioni che eludono il cervello e muovono direttamente alle viscere, dove polarità semplificate attirano più sangue dei neuroni. Ma esiste anche una differenza dalle strategie di advertising: con la pubblicità ti viene venduto un oggetto che ancora non possiedi (qualche passo verso il negozio dove realizzare l'acquisto devi compierlo, fosse pure su Amazon) mentre qui ti viene venduto ciò che è già tuo, vieni confermato nel tuo status di odi et amo, a mostrare per l'ennesima volta l'identità negli opposti.

Se la risposta che decidiamo di dare è la seconda – no, non si tratta più di comunicazione, anche se servita in un luogo inizialmente nato per comunicare, ma nel tempo convertitosi a scopi differenti –, in che modo questo qualcos'altro entra in relazione con la nostra vita? 

E poi siamo sicuri che lasci davvero tutto così com'è, che non ci interpelli a un livello più profondo... Non sarà magari che proprio la ratifica dei miei pregiudizi, dell'io sono uno a cui piace Bob Dylan, non toccatemelo cazzo se no vi taglio le dita che digitano sulla tastiera, Maneskin schifo merda vaffan*ulo, non sarà che tutto ciò indichi una modifica già avvenuta, con riflessi sociali, civili e perfino politici, ripristinando il modello medievale costituito da guelfi e ghibellini?

E infine, se non voglio essere interpellato e adescato e medievalizzato, è ancora possibile difendermi all'interno del mezzo, usarlo diversamente? Oppure il mezzo, come voleva McLuhan, coincide con il messaggio, e dunque la polarizzazione dei discorsi, la loro frantumazione in sottogruppi che si autoconfermano e vicendevolmente screditano costituisce una sorta di destino social, prendere o lasciare? 

Da due interventi davvero piccini piccini, lo dico senza offesa, ho simpatia per chi li ha scritti, si spalancano interrogativi filosofici tutt'altro che banali, in cui traspaiono rischi e possibilità del nostro tempo. Interrogativi a cui onestamente non so rispondere, come diceva quel tale che non era Bob Dylan e neppure i Maneskin: "io di risposte non ne ho, io faccio solo rock & roll".

domenica 19 marzo 2023

Monsieur Cucù c’est moi

Ognuno ha i suoi pregiudizi di cui non sempre va fiero, e quando ne diventa consapevole si vergogna un po’. Nel mio caso – sono nato a venti chilometri dal confine con la Svizzera – il pregiudizio coincide con quella nazione e i suoi abitanti.

Come già ricordava Orson Wells nel Terzo uomo, se togliamo l’orologio a Cucù (“In Italia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerra, terrore, omicidio, strage ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, con cinquecento anni di amore fraterno, democrazia e pace cos'hanno prodotto? L'orologio a cucù.”), al netto dell’orologio a cucù non mi viene in mente nulla degno di nota. Svizzera: non pervenuta, come recitava un tempo il bollettino della temperature quando si parlava di Potenza.

Ok, con un po’ di sforzo possiamo aggiungere l’Ovomaltina e il Toblerone e la Rivella (una bibita a base di siero di latte), ma poi davvero punto, stop, questo il contributo elvetico alla storia dell’umanità. Nemmeno sono stati in grado di produrre una lingua propria – considero Dürrenmatt e Walser scrittori più germanici che svizzeri, già che in quella lingua si sono espressi, e per la stessa ragione Jean-Jacques Rousseau è in odor di Francia; in fondo della Svizzera possedeva solo il principio di irresponsabilità.

Naturalmente non sono in grado di difendere con buoni argomenti le mie idee al riguardo, e se a contestarmele fosse una ragazza (svizzera) carina le rinnegherei immediatamente: chi, io? Ma figurati, mai pensato sciocchezze del genere, ti hanno riferito male. D'altronde i pregiudizi sono scorciatoie per il pensiero, sono confortevoli, tiepidi, quando fuori fa tempesta ti rimbocchi dentro ai tuoi pregiudizi, e se anche non smette di piovere almeno sai a chi dare la colpa: governo ladro, Svizzera ignava. Ma a volte possono prendere la traiettoria di un boomerang.

Penso a ciò che sta accadendo nel mondo: la guerra, anzi le guerre, i problemi economici, sociali, la Sampdoria ultima in classifica, più tutto il carico di sciagure umane e ambientali che si porta appresso questo nostro tempo obliquo. Apro così la bacheca di un social italiano a caso e leggo. L'involucro epocale con i suoi drammi rappresenta una sorta di brusio di fondo, simile a una mosca che non riusciamo a ricacciare fuori dalla finestra: dai, mosca, esci che non ti faccio niente, guarda che poi mi incazzo e ti spiaccico sulla parete… Ma quella non vuole saperne.

Allo stesso modo anche chi scrive, ringrazia per i like, flirta con qualche lettrice compiacente, sembra accostarsi al mondo come a un cadavere da dissezionare (le cause della morte sono questa o quest’altra afferma con certezza, un vero talento autoptico) mai sfiorato dal dubbio che attraverso un massaggio cardiaco il corpo potrebbe rinvenire, la ferita sanarsi per il tramite di una compromissione con l’oggetto osservato. Ma chi è? Adesso fai nome e cognome di questo inabile alla vita, questo Zeno Cosini dei nostri giorni!

Ebbene sì, sono io.

Per qualche libera associazione penso ora alle lettere che Jung inviava ad amici e conoscenti, in particolare a quelle tra la metà degli anni Trenta e Quaranta, Bollati e Boringhieri ne ha raccolte 100 in un volume intitolato Esperienza e mistero. Quanta intelligenza, acutezza, precisione nelle parole che il grande psichiatra svizzero sapeva distillare dalla scrivania della sua villa di Bollingen, sul lago di Zurigo. Dopo averla raggiunta con una piccola barca a vela, lì si ritirava per raggiungere un’intimità con sé stesso che altrove gli era difficile; non aveva voluto neppure la corrente elettrica a distrarlo da quel dialogo interiore.

Ma anche quanta distanza dalla cose – cose che si chiamavano leggi raziali, bombe, campi di sterminio, militari con i piedi congelati al fronte – su cui lo sguardo sorvolava dall'alto con acume sornione; bellissima la distinzione tra Mussolini, che alla sua lettura rappresenta l’archetipo del capo tribù, e Hitler che di un diverso villaggio ha funzione di sciamano, a interpretare e quindi esprimere l’inconscio tedesco.

Mi chiedo però se non gli fosse mai venuto in mente di fare come Hemingway, che, dalla prua di un'imbarcazione di nome Pilar, da solo aveva dichiarato guerra ai sommergibili giapponesi, di tanto in tanto facevano capolino al largo di Cuba dove risiedeva lo scrittore. Gli anni erano gli stessi e simile il mezzo: avrebbe potuto anche Jung invertire la rotta, e dal centro di sé indirizzare il timone verso ciò che reclamava la sua concreta presenza, sfidare la sorte e nemici non più solo immaginari, e cioè celati in quell’ombra costituita da immagini primordiali che aveva scoperto appartenere a noi tutti.

E invece no, Jung non fece nulla di tutto ciò. Era svizzero. Protetto dal suo privilegio non solo geografico, negli anni della grande tribolazione rimase a scrivere, riflettere, passeggiare tra boschi di conifere. E dunque un poco svizzero devo esserlo anch’io, già che sembra la rappresentazione delle mie giornate, certo con esito ben diverso.

Non sto dicendo che avrei dovuto arruolarmi per combattere in Ucraina, alla mia età e nelle mie condizioni di salute (ho una fascite plantare che mi impedisce di camminare, figurarsi correre con una baionetta in pugno) sarei certamente stato riformato. Ma non mi ha mai sfiorato l’idea di alzare la mano e dire sono qui, ragazzi, posso rendermi utile, ditemi cosa fare. In ciò simile a milioni di persone che per comodità e pigrizia chiameremo Occidente.

Un Occidente svizzerizzato, neutralizzato (neutro come un sapone, come un pronome che va bene per tutto e per niente) prima ancora che neutrale. Allo stesso modo di Jung, in quell’Occidente psichico di cui mi faccio testimone, anzi, testimonial, non c’è traccia di alcuna disposizione attiva: solo stilizzazioni verbali, social network, WhatsApp; a volte anche qualche buona ideuzza che va a segno, ma sempre con quella disposizione svizzera alla contemplazione disimpegnata e, diciamolo sottovoce, vagamente vile.

Ma evidentemente avevo letto poco e male Jung, che tra una gita in barca, una nuova amante e una seduta di psicanalisi da iniziare allo scoccare dell’ora e terminare all’ora successiva, sempre spaccando il minuto, ci ha insegnato a ricercare parti di noi dentro a ciò che appare ai nostri visceri come estraneo, perfino nemico; penso a Luke Skywalker, solo dopo molte peripezie scopre che Dart Fener è suo padre. Quanto a me, molto più prosaicamente, ho scoperto a cinquantasei anni suonati l'orologio a cucù. Eh sì, Monsieur Cucù c’est moi.

sabato 18 marzo 2023

Bum bum!



Trovo la notizia contenuta nell’immagine sul web, è oggetto di un divertito passaparola tra gli utenti dei social – ma qualcosa mi dice che non abbia ancora terminato il suo corso, ci saranno, verosimilmente, molti altri passaggi di testimone. Ciò perché non siamo più abituati a un mondo del genere, dove ci si azzuffa per la critica kantiana alla ragion pura invece che per la determinazione di un confine tra due stati!

Tocca però aggiungere che le pistole scaccia cani (di cui parla il testo) sono quelle che non sparano, fanno solo bum bum e i cani via come razzi, ma nessun proiettile li insegue per lacerarne le carni. Un facciamo finta che, insomma, da abbinare a un cappellaccio da cowboy nel giorno di Carnevale.

Mi piace dunque credere che a ferire uno dei due contendenti siano state le parole stesse, che, tanto più quando il diverbio sia filosofico, sono come recita un famoso adagio spade. L'esempio potrebbe essere preso per la risoluzione dei conflitti, Putin e Zelensky che si affrontano con interpretazioni di Aristotele e Schopenhauer. In fondo era già tutto prefigurato in un vecchio film di Nanni Moretti, qui la sequenza.

lunedì 13 marzo 2023

Il plus-critico

Matteo Marchesini, un critico letterario intelligente e capace, lo penso davvero, non è una captatio benevolentiae che anticipa il pugnale da conficcare nella schiena, Matteo Marchesini ha appena pubblicato su Facebook un post di cui mi sono segnato alcuni passaggi:

“la miserabile truffa di Arminio”;

“collane un tempo prestigiose e oggi devastate tipo la bianca Einaudi”;

“il kitsch gualtieriano”;

“poesiole adolescenziali di chi vorrebbe provocare mettendo la cronaca nera in versicoli prosastici”.

Nella sostanza di alcune di queste affermazione potrei anche trovarmi d’accordo, come sul giudizio, ugualmente severo, su molti autori attuali e non che godono di un consenso automatico, da tifo calcistico più che da meritato prestigio artistico. Un nome su tutti: Gadda, di cui nemmeno io ho mai compreso la centralità all'interno del canone letterario (possiamo trovare il pensiero di Marchesini su Gadda nel saggio Casa di carte, il Saggiatore, 2019).

Ciò che mi colpisce nelle sue parole non è dunque lo strato di senso sommerso, ma le parole stesse che scintillano come baionette in superficie. Perché, ad esempio, quella di Arminio sarebbe una truffa? Si sta riferendo alle poesie oppure alla persona? In entrambi i casi: se sei un truffatore perché non vendere Rolex falsi? Si guadagna di più che con le poesie.

E comunque, già il sostantivo truffa contiene un elemento liquidatorio che esorbita la sfera del testo – non viene il dubbio al critico che le poesie di Arminio, ad Arminio, semplicemente piacciano così, e per questo le scriva senza volere truffare nessuno – ma è con l’aggiunta dell'aggettivo che la mia lettura ha avuto un sobbalzo: miserabile, miserabile truffa.

Quando sopraggiunge un elemento incongruo i cani alzano le orecchie e piegano di lato il muso, mentre le persone si precipitano a fare una ricerca su Google. Che è quanto ho fatto io, e la prima definizione trovata è la seguente:

Miserabile, aggettivo e sostantivo maschile e femminile

1.
aggettivo
Che provoca desolazione, avvilimento, compassione materiale o spirituale; che denota miseria, povertà, squallore: che aspetto m. ha quel poveretto!; condurre una vita m.; ridursi in uno stato m.; abita in una m. stamberga.

2.
aggettivo
Epiteto di grave biasimo, diretto contro chi riveli, nel comportamento, una repellente bassezza morale; ignobile, spregevole. "è un m. traditore"

Lo spettro semantico è ambivalente, ma sempre ruota attorno a elementi di commiserazione e disprezzo, addirittura spregevolezza. Chi non scrive delle belle poesie sarebbe dunque spregevole: un poveretto da sbertucciare su Facebook, o nella migliore delle ipotesi compatire. Ma allora che parole dobbiamo utilizzare per chi uccide, stupra, prende le tartine dell'happy hour e poi ci sputa sopra, prima di rimetterle al loro posto? Non rischiamo a questo modo di saturare le possibilità espressive, come già avviene con i titoli strillati dei giornali?

Domande, ancora domande. A cui segue per coerenza logica un'interrogazione più radicale: ma davvero la letteratura è oggi tanto importante, importante nella vita delle persone intendo, decisiva alla maniera del collo per la giraffa o i tatuaggi per i calciatori, tanto da insultare chi non è all'altezza di un idea formale di virtù? E’ questo che mi chiedo, non se Marchesini abbia ragione o torto nei propri giudizi, per altro ampiamente argomentati; almeno nei saggi, meno, come naturale, sul web.

Se la risposta all'ultimo interrogativo fosse sì, e cioè le poesie di Arminio causano la deforestazione dell’Amazzonia, il buco nell’ozono, la guerra in Ucraina, le polveri sottili, il Covid ecc., bene fa il critico a utilizzare termini enfi di pathos drammatico. Diversamente, l’aggettivo miserabile attribuito al gesto di un poeta mi sembra decisamente eccessivo.

La misura della letteratura rispetto alla vita e, di riflesso, quella della critica letteraria, mi sembra così diventare il tema autentico da osservare in filigrana. Un eccesso di prossimità non aiuta a mettere a fuoco la reale consistenza dell'oggetto indagato, come chi si avvicini troppo allo specchio per spremere un foruncolo. Ma c'è almeno uno scrittore che ha piena coscienza del suo fare, e riesce a restituirne l’incidenza in forma sintetica: "Non credo che oggi uno scrittore possa influire sulla storia del mondo o sull’opinione pubblica. Questo accadeva in passato, quando gli scrittori erano pochi e quello che scrivevano veniva letto.» (Antoine Volodine.)

Provando a chiosare il grande scrittore russo, potremmo ipotizzare che la perdita di importanza della parola letteraria e, più in generale, dell'arte, sia in connessione dinamica (i famigerati vasi comunicanti) con nuove forme di simbolizzazione, tra cui le canzoni e in particolare l'incalzare rimato del rap, le serie TV, i social network. Tutto ciò ha finito col confinare l'arte a una sorta limbo auto riferito, in cui il critico che dà del miserabile allo scrittore ricorda il bambino che ha quale orizzonte di senso il suo compagno di banco, ma si smarrisce tra i corridoi che conducono alla direzione dell'istituto.

Solo in questa gigantizzazione del marginale (parlo sempre in ottica sociologica) trova ragione l'astio contenuto nelle frasi che ho riportato, potrei aggiungerne molte altre. Tecnicamente si tratta di iperboli: attribuire a una collana letteraria il carattere, addirittura, di devastazione; oppure fare di molti fili d’erba un unico fascio kitsch, in cui racchiudere le poesie di Mariangela Gualtieri; ma forse dovrei scrivere poesiole, come quelle, adolescenziali, di chi vorrebbe provocare mettendo la cronaca nera in versicoli prosastici.

Un registro linguistico che a me ha ricordato un vecchio monologo di Giorgio Gaber, in cui l’amore diventava plus-amore. “Il plus-amore”, spiegava l’artista milanese sbracciandosi sulla scena, “sarebbe la differenza fra quel sentimento normale che io produco e quello che invece espongo al pubblico. Guardatemi! Sono tutto una roba d'amore. Tutta una roba d'amore che mi esce da tutte le parti, BLOOH, BLOOH, BLOOH!”

Ecco, a me basterebbe una critica letteraria che si attenesse al proprio mandato lessicale: critica, anche severa, dei testi letti e poi commenti pubblicamente; non siamo al bar assieme a quattro amici con cui possiamo dire che le donne sono tutte troie; tranne ovviamente la mamma e, forse, le sorelle.

Si sta invece affermando in questo Paese una antinomia inquietante nel discorso critico. Il primo e più diffuso approccio possiamo chiamarlo minus-critica, ed è fondato su rapporti personali 
– amichettismo, secondo il fortunato conio di Fulvio Abbate – che vengono trasfusi agli inserti culturali dei quotidiani, dove scrittori recensiscono altri scrittori nella forma della complicità, che porta a una apologia spensierata dei testi sottoposti a benevolo pregiudizio. L'altro approccio è quello appunto della plus-critica, bene esemplificato dal caso qui descritto. Il modello è la canzone di Giorgio Gaber:

“Guardatemi guardatemi” dice il plus-critico, “sono tutta una roba di intelligenza e insofferenza. Tutta una roba di disgusto, biasimo, muco merda pipì che mi esce da ogni orifizio. E che poi riverso (BLOOH, BLOOH, BLOOH) sugli autori sottoposti al vaglio della mia intelligenza superiore.”

Intelligenza e acume che qui nessuno contesta a Marchesini. Ma la commisurazione tra parole e loro significato storico – si chiama principio di responsabilità, immagino – sarebbe gradita da parte chi occupa un ruolo esposto in quello che un tempo veniva chiamato sistema culturale, ora non so. Forse adesso si chiama plus-cultura.

domenica 12 febbraio 2023

Sono tornate a fiorire le strade

Bene. È finito. Non l'ho visto, e proprio per questo sento di avere le competenze per parlarne. Negli anni '70 e '80 (poi non so) Sanremo veniva percepito come un oggetto inattuale e bizzarro – buone cose di pessimo gusto avrebbe detto Gozzano – dalla frammentata galassia dei giovani, a cui per privilegio anagrafico, più che autentica vocazione al nuovo, ero associato. Anche quando si trattava di canzoni bellissime che potevano appartenere ai Mattia Bazar, Drupi, Anna Oxa, Mietta e Minghi ecc., comunque erano caratterizzate da tratti melodici e di bel canto, riferibili a una tradizione da noi vissuta come estranea; era il mondo dei padri, il loro stigma estetico a cui ribellarsi.

Lo specchio, non importa se un po' appannato, in cui trovare traccia del nostro volto, andava dunque ricercato fuori dal palco adornato da primizie floreali dell'Ariston, armati solo dell'infallibile bussola costituita dalla formazione reattiva – detto in parole semplici: se una canzone era bella per Sanremo non doveva esserlo per noi, una questione di principio prima ancora che un'esperienza sensoriale (ovviamente ci prendevamo spesso delle cantonate, Perdere l'amore o Maledetta primavera erano, e rimangono, dei capolavori assoluti).

In altre e più rare occasioni capitava in quel contenitore qualcosa di eccentrico, vite spericolate, come quella di Vasco Rossi, che sbagliavano la strada per il Roxy Bar e finivano nel ponente ligure con un microfono in mano. Già che erano lì, tanto vale cantare qualcosa. Ma erano comunque canzoni consegnate ai margini inferiori della classifica, se non escluse prima dell'ultima serata. Esisteva insomma ciò che i filosofi chiamano dualismo epistemologico: la verità dei vecchi e la verità dei giovani. I quali, come giusto, dovevano compiere una propria quest, intraprendere un cammino di ricerca sostenuto dal bastone del passaparola, per trovare infine dei modelli di riferimento musicale autonomi, che spesso erano modelli tout court.

Confesso che alcuni testi di Paolo Conte oppure Francesco De Gregori, Lou Reed, Leonard Cohen mi hanno segnato più delle letture scolastiche di Pascoli e Leopardi, e non vado certo orgoglioso di questa gerarchia. Ma a scuola tutto era già cotto e servito e perfino forzato in gola, se alla maniera di un tacchino sazio ti rifiutavi di aprire il becco. Potremmo guardare a Sanremo come a una forma di didattica a distanza ante litteram: bastava, e basta ancora, accendere il televisore per assimilare passivamente suoni e parole. Mentre con Perfect Day l'accidentalità della scoperta (a cui si era accompagnata quella della sangria che Lou Reed sorseggia al Central Park) ne ingigantiva la perfezione complice la dritta del mio amico Federico, che come mentore trovavo più attendibile di Pippo Baudo o Mike Bongiorno.

Ciò che oggi mi procura imbarazzo è la sostituzione dell'inattualità di Sanremo a favore di un presente assoluto che fagocita il passato, i Maneskin ne sono plastico emblema: bravi sono bravi, ma a fare cosa? Citazioni dall'epopea glam. Mossette trasgressive e ampie porzioni di epidermide. Integrazione rassicurante dell'osceno. Un format giovanilistico, più che autenticamente giovane, nel quale vengono ricomposti i lembi anagrafici più distanti come potrebbe fare una cerniera
, a unire disposizioni postume e anteriori alla vita, che per definizione è sempre altrove. Ciò che li unisce è la subentrata incapacità di prendere le distanze, come avveniva quando mio padre ascoltava per sbaglio un brano dei Sex Pistols, e subito girava stizzito la manopola dell'autoradio. Non male dicono invece i miei coetanei dal divano da cui guardano l'esibizione di Blanco assieme ai figli adolescenti; certo: poteva risparmiarsi di infierire sulle rose...

Un'istantanea di conciliata intimità familiare, un Natale senza albero né presepe che sancisce l'armistizio tra le generazioni o, a ben vedere, la sconfitta di entrambi i fronti, accompagnata dalla sigla finale della dialettica come motore della storia, canzonetta con cui la biografia diviene per conto terzi e non più in nome proprio. Tutto ciò mi riporta a tempi e canzoni diverse, dove era già presente in forma di dolente profezia. Così Francesco Guccini, era il 1996:

Son tornate a sbocciare le strade
Ideali ricami del mondo
Ci girano tronfie la figlia e la madre
Nel viso uguali e nel culo tondo.

In testa identiche, senza storia
Sfidando tutto senza confini
Frantumano un attimo quella boria
Grida di rondini e ragazzini.

mercoledì 8 febbraio 2023

Post Addiction Syndrome

Prologo

Ho il timore di avere sviluppato la sindrome del sopravvissuto a una dipendenza, che a suo modo è una nuova malattia: ex fumatori, alcolisti, drogati, giocatori d'azzardo ecc. Tutta gente che, rispetto alla propria precedente condizione, matura in seguito un sentimento di astio, supponenza verso chi ancora ne è coinvolto. Per farla breve, diventano odiosi.

Primo tempo

– Che cosa ci troverete... – disse un cuoco rivolgendosi con la voce, ma non con lo sguardo e la postura del busto, a me e a un amico, stavamo seduti accanto sugli sgabelli di fronte al bancone del Bar Piero. – Mah, contenti voi.

Sulle prime non capimmo. Fu lui a indirizzare l'interpretazione della frase sibillina, gettando un'occhiataccia di spregio ai nostri calici vuoti. Il barista, che non si chiama Piero ma Mileo, stava versandoci dell'ottimo Riesling delle valli renane. Quindi continuò rivolto al nulla: – D'altronde anch'io un tempo... Che scemo che ero. Ma poi ho capito. E ho smesso.

– Hai smesso di bere? – chiese il mio amico dopo avere dato una lunga sorsata al suo Riesling. Fresco, fruttato, con un leggero retrogusto minerale e di idrocarburi. Idrocarburi?! Così sta scritto, ma al Bar Piero si guarda più che altro alla sostanza. Quella a cui subito venne il cuoco.

– Ebbene sì – rispose finalmente guardandoci in faccia. – Ero arrivato anche a una bottiglia di vodka al giorno, più tutto il resto. Ma ve ne accorgerete, ve ne accorgerete...

La frase sfumò in un minaccioso risolino, presto sostituito dalla materializzazione del suono in posa silenziosa delle labbra. Un rictus di serafica compostezza, Buddha in meditazione sotto l'albero della conoscenza, mummia che dal regno di Anubi osserva chi trascina i pesanti blocchi con cui costruirgli il giaciglio piramidale.

– E da quanto hai smesso? se posso permettermi – intervenni io infrangendo la lunga pausa, il tono era quello di chi risponde furtivamente al telefono in chiesa.

– Una settimana.

– Ma vaffanculo! – esclamammo in coro io, il mio amico e pure Mileo, a cui un giorno devo ricordarmi di chiedere perché il bar invece si chiama Piero.

Secondo tempo

Sappiate voi che state seguendo Sanremo e intanto commentate, chiosate su Facebook, ci tenete a mantenermi aggiornato sulle performance di Blanco e l'outfit della Ferragni, la sua letterina al sé bambina boicottata (nell'attenzione maschile) dai capezzoli che fanno capolino sul trompe l'oeil dress di Dior color musino di criceto, sappiate che io Sanremo l'ho sempre sorbito fino all'ultima goccia di Dopofestival, perlomeno da quando avevo dieci anni in poi.

Mi sono pure incazzato quando Amedeo Minghi, con quel capolavoro assoluto che è 
1950, non arrivò neppure in finale, venne eliminato come uno Scialpi qualunque. Era la stessa edizione in cui Vita spericolata di Vasco Rossi si piazzò al penultimo posto davanti a Pupo con Cieli azzurri, mentre a vincere fu Tiziana Rivale, Sarà quel che sarà la canzone. Un titolo che le si ritorse contro in forma di profezia.

Ma a tutto c'è un limite! Quest'anno no, proprio non ci riesco. Nemmeno a leggere i vostri commenti. Mi viene un misto di voglia di pigiare col telecomando su Rai1 (nostalgia, nostalgia canaglia...) e sensazione di essere sul punto di vomitare, menare pugni a casaccio ogni volta che qualcuno nomina Sanremo. Cosa che sui social avviene, come minimo, in un intervento su due, nemmeno gli amici su WhatsApp mi risparmiano.

Conclusione

Non chiedo dispense né pietà, beninteso. Come recita la battuta di quel film: continuiamo a farci del male... Ma in ogni storia o cucina si nasconde un cuoco che sta cercando di smettere di bere – ah, per la cronaca: dopo una decina di giorni il nostro aveva già ripreso con la vodka. Io forse anche prima, con lo Zeitgeist nazional-pop-terminale. Ma, per i prossimi quattro giorni, il ruolo di cuoco ex alcolizzato spetta a me, e con Sanremo questa volta non mi tirate dentro. Deve pure esserci un plafond anche nella caduta degli gnostici, un amor proprio che arresta il piede a un passo dal burrone.

Ci risentiamo lunedì per commentare la foto di qualche gattino tenerino, selfie ammiccante, copertina di libro o insulto politico o personale. La normalità, insomma. Salute, prosit, cin cin.
 

lunedì 6 febbraio 2023

3243

Dal mio profilo Facebook risulta che ho 3243 "amici". Con una ventina, forse trenta ma non di più, ho avuto qualche scambio, mentre con meno di dieci ci siamo inviati dei messaggi privati; qualcosa che in effetti si avvicina all'amicizia, perfino all'affetto in un numero ancora minore di casi. Sono dunque felice di avere incrociato queste persone, nonostante, perlopiù, il rapporto sia rimasto virtuale. Ipotesi di uomini e di donne, come cantava Vecchioni nella sua Lettera da Marsala.

Il problema sono i restanti 3213, vado a spanne. Verso un 5% scarso (un centinaio di persone, via) provo interesse, a volte anche erotico, oppure invidia per l'intelligenza o cultura o sensibilità, nella peggiore delle ipotesi sono curioso. Quando mi capita leggo dunque volentieri ciò che scrivono – raro che lo vada cercare, mi sembrerebbe di tradire la natura di accadimento dei social –, e sia che mi trovi d'accordo sia che dissenta, mi emozioni, incavoli, non è mai tempo perso.

Vi è poi un 45% verso cui subentra una sana e fisiologica indifferenza. Siano parole, citazioni, immagini o video prelevati da YouYube, la sensazione è quella di quando osservo la vetrina di un negozio di sigarette elettroniche. Non fumo. Tutto qui. E per concludere il rimanente 50%, da cui fortuna vuole che l'algoritmo Facebook mi tenga a debita distanza; quasi nulla so del loro contributo al banchetto, come adornino le portate da riversare nella mangiatoia comune. Ma nelle occasioni, non poi così infrequenti, in cui ne intercetto qualche boccone, avverto una repulsione immediata, viscerale. Massì, diciamolo pure: mi stanno sul cazzo.

E stiamo parlando di amici, ricordo, non di nemici, infedeli da passare a fil di spada, una bella crociata per ricacciarli fuori dall'orizzonte ottico. Penso allora a cosa succederebbe se mi stesse sul cazzo il 50% delle persone che incontro per strada, oppure su una spiaggia affollata a luglio o ad agosto...

Invece non è così. Nel secondo caso, come scriveva Antonio Delfini, vederli uscire dall'acqua gracilini, un pallore da crema solare 100, oppure abbronzati e muscolosi, pieni di tatuaggi o, ancora, con floride tette al vento, mi procura un moto istintivo di simpatia, che lo stesso Delfini attribuiva alla percezione fraterna di una vulnerabilità, a fare da specchio a un medesimo destino: la loro, la mia, qualsiasi vita proviene e infine si spegne in quel mare. Ma aggiungerei anche – lo scrittore modenese lo taceva – l'assoluta e reciproca ignoranza dell'interiorità, che solo possiamo immaginare sotto le carni esposte.

Su Facebook siamo invece tutti immortali, le parole scritte ci sopravvivranno, e l'interiorità viene estroflessa come un cucciolo di canguro terminato lo svezzamento nel marsupio, subito saltellandoci incontro per raccontarci come si stava là dentro. Sarà per questo che, una volta su due, magari riguarda proprio te che in questo momento mi stai leggendo e avverti nei miei confronti lo stesso bilioso sentimento, non ci sopportiamo, la conoscenza disunisce invece di conciliare. Ci odiamo, addirittura!

Ma siamo talmente smaniosi di battere un colpo, ehilà, ci sono anch'io, da preferire l'odio al pudore, un like a centinaia di taciti vaffanculo. E sì che basterebbe un poco di astinenza, contare fino a dieci prima di condividere i nostri pensieri e canguri; più canguri che pensieri in effetti, per parafrasare il titolo di un bel libro di Aldo Busi. O forse è solo l'antica obliata virtù di chiudere il becco.

domenica 22 gennaio 2023

Nuovi media per vecchi giochi, o sulla seduzione intellettuale

Gli uomini colti, studiosi, anzi no meglio, studiati, sui social tendono a offrire un’immagine di sé abbastanza uniforme, in cui il corpo trova pochissimo spazio e nessuno il genere maschile, il mascolino come rappresentazione. Solo rare fotografie che li ritraggono, a introdurre il sospetto di un'ipoteca ideologica. Così la potremmo formulare: io sono puro pensiero, non volgarissima carne. Dei moderni gnostici si direbbe.

Esattamente il contrario di quanto accade a donne ugualmente istruite, sempre osservate da quella specula antropologica che sono i social. Parlo per macro categorie, tendenze. Che le vede impegnate in una riflessione anche fisica, a noi restituita attraverso immagini a volte esplicite, perfino erotiche, sensuali, nei limiti della censura bacchettona del mezzo. Perlopiù si tratta di selfie, in cui il proprio corpo viene documentato nel dettaglio, accompagnando l'incarnazione all'astrazione intellettuale.

Non credo sia presente una strategia di qualche tipo, piuttosto viene alla mente la modalità del collaudo, si prova e si vede che succede. Eppure, a chi incrocia quelle immagini, sembra di potervi scorgere un sotto testo, ricorda il refrain di una celebre canzone di Rossana Fratello: “Sono una donna, non sono una santa, non tentarmi non sono una santa…”

Però intanto io tento te, continua l’interpretazione azzardata degli scatti, voglio vedere quale è il tuo punto di rottura, se cedi, capitoli, mi lasci un like come gesto di resa al mio essere femmina, non solo donna. Quello valeva negli anni Sessanta: le donne che si fanno strada nei circuiti intellettuali, tradizionalmente maschili, identificandosi con il cervello. Ora non basta più, acquisito il riconoscimento si fa ora un passo indietro. Come nel Monopoli, dopo avere fatto tutto il giro si riparte da vicolo Corto.

Ma allora è seduzione, stanno cercando di rimorchiare? Forse no. Se pure ti piaccio – dì la verità che ti piaccio… prosegue il sotto testo – sappi che non mi puoi avere. Guardare ma non toccare. Mica sono una troietta qualunque; ho studiato filosofia con Maurizio Ferraris, fatto il master in Germania, lavoro in una casa editrice prestigiosa e parlo tre lingue moderne e due antiche. E se non ti basta ancora, ho pure il numero del portatile di Baricco.

Tutte cose effettivamente vere. Se vai a leggere quel che scrivono la prosa scorre via limpida e scattante, anche ironica, pungente. Un piacere! Oppure puoi trovarvi citazioni da Sylvia Plath, Hannah Arendt, Etty Hillesum. Il meglio del meglio del catalogo Adelphi, insomma.

È la disposizione femminile che i francesi chiamano allumeuse. Donne che accendono il desiderio maschile per il solo gusto di farlo, lasciandolo poi ardere in solitudine, nessuna speranza di spegnere le fiamme con le loro acque. E ripeto va benissimo, nessuna critica o recriminazione: è un modo come un altro per definire i propri limiti e possibilità, riconoscersi attraverso lo sguardo dell’altro.

Arriverei perfino a dire che rappresenta un elemento di pragmatica saggezza; l'intelligenza di chi ha compreso la natura del mezzo, convertendo il freno in acceleratore di traiettorie sensibili, significanti privi di alcun significato. Qualcuno potrebbe insinuare il sospetto di narcisismo, ma anche se fosse come biasimarle, in un luogo dove ogni relazione reale viene negata a priori. Quando su Facebook viene chiamata amicizia un semplice contatto tra sconosciuti, perché non chiamare, fuorviando ugualmente la semantica, eros l'esibizione sterilizzata del proprio corpo? Dunque hanno ragione loro.

Ma allora quelli che hanno torto siamo noi, la manifestazione erotica è ciò che fa difetto nell’ascetismo intellettuale. Va nella direzione di quel processo alchemico che Jung chiamava mysterium coniuctionis, in cui gli opposti trovano integrazione e non più solo conflitto: io sono preziose sinapsi ma anche tette sode, culo e coscienza critica, il libro e le rose. È la logica dell'et et da sostituire all'aut aut, praticato dai maschi letterati.

Credo che dovremmo iniziare a fare lo stesso. Uscire dai monasteri e tornare a fare i bei sirenetti, lasciare fiorire il pacco con nonscialante casualità, e poi piazzare pure la medaglia al valore intellettuale, la citazione di Roland Barthes che ci distingue dagli infiniti pacchi senza griffe. Perché, alla fine, il gioco a me sembra questo, uguale uguale al sistema della moda. Ci sono i jeans Armani e ci sono i jeans Carrera. Sono identici, ma i primi costano cinque volte di più.

Un bel corpo smutandato – uomo o donna, non fa più molta differenza – con allegata una frase di Kafka varrà allora cinque volte uno accompagnato dalla scritta vai maggica Roma! Un gioco un po’ infantile e senza premi in natura. Pazienza. Ma se dobbiamo giocare, giochiamo pure.

sabato 21 gennaio 2023

Trilogia del pompino, ultima parte

Concludo quella che potremmo chiamare trilogia del pompino. Ho ricevuto molti commenti – alcuni di rimbrotto moralistico, ma devo dire senza mai scadere nell’insulto – per due precedenti post sull’argomento, di cui il primo era semplicemente un racconto. Tra le varie voci critiche, una di quelle che ho trovato più interessanti chiamava in causa lo scrittore Vitaliano Trevisan.

Il suo ultimo libro, pubblicato postumo da Einaudi Stile Libero con il titolo di Black Tulips, in effetti parlava, tra le altre cose, proprio di rapporti con prostitute nigeriane, rapporti a pagamento consumati dal personaggio il cui nome corrisponde a quello dell’autore. Ma per quanto sia doveroso mantenere distinti i ruoli, se anche Trevisan, come lui vuol farci credere, avesse fatto sesso a pagamento, che succede, è sfruttamento sessuale?

Io penso che questa sia una domanda mal posta, da qualche tempo ho iniziato a sospettare che l’attributo sia ridondante. Intendo: proviamo, anche solo come ipotesi interpretativa, a considerare solamente il sostantivo sfruttamento, senza l’aggettivo sessuale. Lo sfruttamento quale categoria discriminante dei comportamenti umani.

A questo punto diventa poco significativo, quasi un dettaglio, distinguere tra un corpo malpagato – non so quale sia il prezzo "congruo" per un pompino, ma di certo non dieci euro, da dividere con qualche pappone – e un malpagato lavoro, come potrebbe essere per un raccoglitore stagionale di ortaggi. Sono entrambe forme di sfruttamento. E rispetto allo sfruttamento vedo solo tre possibili atteggiamenti, da cui si diramano infinite sotto varianti. La metafora ittica le restituisce con icastico vigore:

1) Pescecane – sfrutti anche tu chi è sfruttabile, come il pescecane sfrutta la propria mole per divorare tutto ciò che si muove ed è più piccolo e indifeso di lui. Per fare un solo nome che circola in questi giorni: Matteo Messina Denaro, con quel cognome che è già un progetto di vita;

2) Salmone – provi ad aiutare gli sfruttati, gli umiliati, gli offesi. Quelli che stanno fuori dal cono di luce della storia. Li aiuti senza fini secondi e vantaggio alcuno, alla maniera di un salmone che nuota nel verso opposto alla corrente. Don Oreste Benzi, il prete che offriva sostegno alle prostitute, è un luminoso esempio della seconda categoria;

3) Sardina – ti adegui al mondo, segui i movimenti del banco. Cercando di non sfruttare ma, neppure, salvare nessuno. Sei insomma un uomo medio, che nel cortometraggio La ricotta Pasolini definiva “un mostro, un pericoloso delinquente, conformista, colonialista, razzista, schiavista, qualunquista”. E per finire anche qui un nome: il ragionier Ugo Fantozzi.

Il personaggio Trevisan mi sembra appartenere alla terza categoria. Come il personaggio Guido Hauser è una sardina, nonostante certi atteggiamenti idiosincratici e bruschi: sia suoi sia miei. Trevisan (sempre personaggio, attenzione!) andava con le prostitute. Ok, come ci va di tanto in tanto anche il personaggio Guido Hauser. Ma non mi risulta che Trevisan le picchiasse, le stuprasse o gli sfilasse dalla borsetta i pochi soldi delle marchette. Il suo era un atteggiamento molto più onesto di molti altri, quantomeno nella trasparenza, quasi candore, con cui ce lo restituisce. Chi l'ha detto, infatti, che i corpi non vanno venduti, anzi meglio affittati?

Trevisan affittava il corpo di giovani donne nigeriane, Guido Hauser, perlopiù, di slave o rumene. Ma abbiamo sempre pagato, a volte anche più del richiesto. Cercavamo insomma di essere affittuari scrupolosi, sardine che non rovinano ciò che gli viene provvisoriamente consegnato. Quindi restituito nelle medesime condizioni.

Il nostro essere uomini medi e cioè, appunto, “mostri”, consiste unicamente nell'arrestarci all’immediatezza del testo, lasciando provvisoriamente tra parentesi il contesto. Che è il luogo dove avviene lo sfruttamento vero, la tratta dei corpi da parte delle associazioni criminali. Di cui l’immediatezza percettiva rende in una certa misura complici, questo è fuori discussione. Il mondo si arresta alla misura del sensibile.

Ma quante persone, ripeto, hanno la forza e la volontà di risalire il fiume, nuotare nel verso opposto alla corrente? Quanti sono i santi laici, i rivoluzionari, i Paperinik, persone che salvano il mondo e non solo il proprio culo? E soprattutto quante sono in grado di certificare la filiera etica dei pomodori che finiscono nel loro piatto, escludendo ogni ombra di sfruttamento?

Chi non lo fosse – immagino quasi tutti – e si ostinasse in una crocifissione postuma del corpo già sottoposto ad auto supplizio di Trevisan, per rimanere nella metafora evangelica è un sepolcro imbiancato. Sguardi allenati a cogliere la pagliuzza nell'occhio altrui, ma ipermetropi rispetto alle proprie travi.

Se un merito, incontestabile, io riconosco al personaggio Trevisan, è dunque quello di una lucidità estrema sulla propria collocazione tra le cose, nei rapporti con le persone. Ed è questo elemento di consapevolezza a sottrarlo infine alla categoria ignara dell’uomo medio, della sardina. Collocandolo in una dimensione affettiva che Hegel chiamava “coscienza infelice”. E io preferisco di gran lunga le coscienze infelici come Vitaliano Trevisan alle anime immacolate che, per dirla con le parole dell’ultima affilata canzone dei Baustelle, pensano di essere contro il mondo, e invece l’hanno addosso.

Perdere l'amore? No, la faccia

Ieri ho pubblicato su Facebook un post. Era un racconto. Parlava di un pompino. O più precisamente di un pompino con una prostituta nigeriana, come frattale di un presente più banale che criminale.

Il male è infatti nelle cose in sé, il protagonista del racconto si ostina in una bontà patetica quando è coinvolto in un rapporto asimmetrico con la ragazza, che mentre gli succhia il cazzo continua a starnutire. Una cosa che lo intenerisce, diventa materno, sollecito di cure. Ma come un moderno Ninetto Davoli non è sfiorato dalla coscienza del contesto, l’ombra scura che si annida dietro questo suo piccolo inoffensivo piacere.

Le sue premure divengono così grottesche, a partire dal pagamento raddoppiato rispetto alla richiesta di dieci euro. Ci vede anzi della bellezza in questa decadenza, della poesia. E poesia e bellezza, nella decadenza, bisogna riconoscere che ci sono per davvero. Solo che lui le sceglie, la ragazza no.

Lui, nel racconto, prende il nome di io. Quindi sono uno stronzo?

Domanda mal posta. Il personaggio di ogni racconto è sempre e solo il personaggio, poco importa che nella mia vita abbia effettivamente avuto rapporti con delle prostitute. Importa invece molto il fatto che quasi tutti quelli che hanno letto il racconto hanno creduto nella coincidenza.

Ora, per qualcuno, potrebbe rappresentare un fallimento: la confusione tra autore e personaggio. Anche perché l'autore, e cioè io, non fatemi parlare in terza persona, io possiedo un'intenzione divaricata al personaggio. Ciò che intendo mostrare è l'estetizzazione come argine al conflitto. Oltre alla tenerezza umana, la complicità, che possono nascere ai margini della morale pubblica.

Tutto ciò non rappresenta però una praticabile alternativa, e così il conflitto resta tale. Il protagonista se ne torna a casa dalla sua fidanzata vegana ascoltando il CD che lei gli ha regalato (ah, per inciso: mai avuto una fidanzata vegana, e ora neppure una fidanzata) e la prostituta nigeriana continua ad accumulare preservativi usati nel suo sacchetto dell'Esselunga.

Eppure è proprio la confusione – essere stato creduto nella mia piccola menzogna – a farmi pensare che quel racconto sia andato a segno, compreso il disprezzo che così mi sono guadagnato da parte di molte donne. C'è chi la chiama sospensione dell'incredulità, in narrativa è un valore. Alla fine aveva ragione Saviano, quando suggeriva che la prima domanda che uno scrittore dovrebbe farsi è cosa sono disposto a perdere scrivendo.

La mia risposta è: la faccia. Che su Facebook possiede l'unità di misura dei like. Più sei buono, virtuoso, amante degli animali come la fidanzata del protagonista, più nel regime della banalità istituzionalizzata guadagni consenso. E infatti il racconto ne ha raccolto pochino.

Ma attenzione: il valore letterario c'entra poco, non intendo fare – non è mio compito, non lo è di ogni scrittore – una apologia del mio testo. Forse, probabilmente, che ne so, era un racconto semplicemente brutto. Ma non è questo elemento a venire innalzato o crocefisso sui social.

Il proposito per il nuovo anno sarà dunque: fare sempre più schifo, perdere definitivamente la faccia. O, in forma più radicale, sparire dall'orizzonte percettivo dei più. Il mio masochismo trova in questo mezzo un prezioso complice, la finzione si realizza. E così sia.

martedì 17 gennaio 2023

Il cuore del mondo

Il cuore del mondo, giuro, io una volta l'ho sentito battere. Di questo mondo, almeno. Altri mondi non ne conosco. Il suo pulsare non aveva il suono di sistoli e diastoli, ma di starnuti.

Ero appena stato dal dentista. Quando mi risollevo dalla poltrona del dentista – la lampada scialitica ricoperta da una pellicola trasparente, l’eco del trapano ancora nelle orecchie – avverto la confusa vitalità che segue ai funerali. L'abbiamo "messo via" si dice da queste parti. E poi tartine con cui ingozzarsi, le uova di lompo tra i denti mentre ci si scambia pettegolezzi, ma d'altronde the show must go on, così si progettano rimpatriate da rimandare al prossimo funerale. Sotto camicette scure riaffiorano i seni delle donne.

È una donna scura anche quella che vedo crescere al diminuire della distanza che ci separa. Magra. Alta. Probabilmente nigeriana. Un amico mi ha detto che da queste parti ci stanno le nigeriane. Prova, ha aggiunto.

Bizzarro posto per prostituirsi, penso. Una rotonda al crocevia di strade comunali ritte come in una foto di Luigi Ghirri (su quelle sarebbe più facile adescare i clienti) a solcare i campi poco prima di un poligono di tiro.

In estate qui cresce il granoturco, si possono scorgere i fusti recisi che ricordano mani protese di bambini sepolti. Sbucano dal suolo per chiedere aiuto o fare gli scherzi agli innamorati. Si cercano, in un labirinto di foglie, fino a che uno non trova l’altro e riceve un bacio. Ma non adesso. 

Ora la terra è ricoperta da uno strato sottile di neve, il cielo sopra dello stesso colore. Niente di strano alla metà gennaio. Seguo la rotazione di marcia della rotonda e, quando l'ho raggiunta, accosto. Abbasso il finestrino. Insieme all'aria tiepida del riscaldamento fuoriescono le note di Hotel California. La mia fidanzata mi ha regalato il CD al compimento dei quarant'anni, abbiamo festeggiato con una cenetta vegana. Lei non mangia carne perché le dispiace far soffrire gli animali, e un po' anche a me.

Si continua, come da consuetudine, con la dichiarazione della pratica richiesta, seguita da più caute informazioni sul compenso. Come i tedeschi che non entrano al ristorante se prima non leggono il menu con i prezzi dettagliati, nelle località turistiche viene esposto in una locandina accanto all'ingresso. Il tutto riassunto in due parole, tre con la preposizione.

– Quanto di bocca?

– Dieci euro.

Dieci euro?! Troppo pochi, non scherziamo... Gliene offro venti e non le sembra vero. Anche di stare un poco al caldo. Dai, monta. Imbocchiamo un viottolo in terra battuta che a breve si interrompe in uno slargo. Nulla che vi si affacci, come se fosse la piazza di un civiltà perduta o la scommessa su di una futura. In attesa di quel tempo, viene riempita con qualche oggetto di scarto: un materasso sfondato, quel che rimane di un passeggino, l'ala di un aeroplano radiocomandato che forse qui veniva fatto decollare. 

Lascio accesso il motore per non perdere temperatura. Nessuna parola o presa di confidenza tra i corpi, preliminari. Solo un po' di stimolo con la mano (le dita spuntano da guanti di lana color crema, le unghie hanno smalto cremisi) prima di infilarmi un preservativo di una marca che non ho mai sentito nominare. Io sono ipocondriaco, faccio caso a queste cose. Ma in fondo è solo un pompino, e mi rilasso.

Si china per iniziare ciò che abbiamo pattuito quando arriva il primo starnuto. Scusa, mi dice strofinandosi il naso con la manica del piumino sintetico, la tinta è un po' più chiara e sbiadita dei guanti. Ma figurati. Dopo una decina di secondi un nuovo starnuto.

– Dai, basta, non vedi che sei malata.

– No no, domani passa.

– Ti porto a casa – insisto.

– Tu pagato, io finire.

– Ma così finisci all’ospedale.

– …

Non risponde, ha già ripreso con la foga di chi giustamente considera il tempo denaro. Mentre è curva su di me osservo il collo sottile, le donne nigeriane di solito l'hanno più muscoloso. E poi è profumato. Troppo profumato. Un odore di spezie che stordisce. Qualcosa tra il sentore che si immagina in una principessa di un paese lontano e il rosolare lento dello spiedo su cui è infilzato il kebab.

Mi viene il dubbio che sia senegalese, o magari ivoriana… Dal viso si dovrebbe intuire ma mi accorgo di averne già scordato i lineamenti. Così non vale, è come se tutte le donne nere del mondo, anzi tutte le donne e basta, il femminile, mi stesse succhiando il cazzo. Non c’è proporzione, a ogni affondo mi sembra di venire divorato da una creatura primordiale e indistinta. Ma in questo modo anche i miei confini finiscono col dileguare.

Provo a restituirle un’identità (per riconquistarla a mia volta) attraverso immagini d’archivio. Dipinti famosi, attrici, fotomodelle di colore che mi eccitavano negli anni Ottanta. Oppure Joséphine Baker, sì, ecco, lei! Joséphine Baker che si dimena al Théâtre des Champs-Élysées con un casco di banane al posto della gonnellina. Poi un nuovo starnuto sopraggiunge a interrompere il mio fantasticare.

– Sicura che non vuoi che ti porti a casa?

– Quale casa?

– Beh, una, non so…

– Tu non sapere tante cose.

Questa volta solleva la testa e mi guarda. Sorride. Probabilmente ride di me, ma intanto dischiude la bocca mostrando denti da pubblicità di un dentifricio. La posa che cercavo!

Metto a fuoco il suo volto, predispongo la pellicola della memoria e clic. Ora ha smesso di essere tutte le donne. È una donna sola, anzi una ragazza: quella ragazza lì e non un'altra che le somigli. Vent’anni, ventidue al massimo. E un raffreddore colossale che, ha ragione lei, tra pochi giorni passerà, come tutto quanto. Qualche nuovo starnuto e abbiamo finito, la riporto alla sua rotonda.

– Sicura sicura...?

– Tu simpaticone. Ho detto giusto?

– Non so.

– Hai fidanzata?

– Sì, non mangia carne.

– A te piace carne?

– Preferisco il pesce.

– Italiani... – e di nuovo ride.

– Allora ciao.

– Ciao.

Quando sono ripartito le mani dei bambini erano ancora al loro posto, conficcate a reggere il cuore del mondo. Una Volkswagen Passat proviene sulla corsia opposta. Un'auto che acquistano i rappresentanti di commercio, o chi ha molti figli e un cane da fare balzare nel portellone. Nello specchietto retrovisore vedo accendersi la freccia, quindi la lucina rossa degli stop che precede la negoziazione. L'ultima immagine che conservo sono le lunghe gambe nere di di... Ho dimenticato di chiederle come si chiama. Ora è di nuovo tutte le donne.

Tutte le donne salgono sulla Passat. Poi un Kleenex vola dal finestrino, plana lentamente sul ciglio della strada posandosi accanto a un sacchetto dell'Esselunga. È pieno di preservativi di una marca che non ho mai sentito nominare. All'interno di uno, uno dei tanti, non fa molta differenza, devono esserci anche i miei spermatozoi. Negli altri il seme di tutti i clienti della giornata. Pesci rossi penso, pesci rossi in un acquario. Li unisce l'illusione di un ovulo da fecondare. Ancora si dibattono, ostinati, nella ricerca.

Il mio amico, quello che mi ha invitato a provare con le nigeriane, dice che i clienti delle prostitute tra loro si chiamano colleghi.