
Nella sostanza: se fai e vivi solo per te, finisci
con l’essere infelice, frustrato. Mentre se l’obiettivo delle tue azioni sono
gli altri, sorge, progressivamente, un sentimento di pienezza e soddisfazione.
L’ho detto, ho semplificato. Ma anche nei modi più compiuti
e lambiccati, questo schema di pensiero – che in buona sostanza condivido, non
sono un orco – mi lascia un po’ perplesso.
Ad esempio, uno psicologo che dica al suo paziente: “Per
ritrovare gioia e serenità dovrebbe farsi carico del prossimo, lei pensa troppo
a se stesso. Provi, e vedrà come starà già da subito meglio nell’occuparsi,
gratuitamente, anche solo di un criceto.”
Non è sbagliato, il ragionamento. Ma sono ancora
credibili le parole dello psicologo quando, terminata la seduta, stacca una
parcella da cento euro – ma come, non dovresti abbracciarmi e dire siamo a
posto così?
Allo stesso tempo, in che modo questi continui inviti
pubblici all’altruismo, questa catechesi laica al limite dell’invasione di
campo (il mio campo psichico), possono essere inclusi nelle stesse categorie morali
che propugnano? Davvero l’estensore del richiamo è convinto che le sue parole,
nella semplice sostanza verbale dell’enunciato, possano fare il mio bene, e
così accordarsi al precetto appena esposto?
Non so, ma c’è qualcosa che non quadra. Mi sembra alle
volte che ogni vocativo etico contenga una remunerazione riflessa, nella forma
dell’oddio come sono bravo, bello, buono, quando parlo a questo modo. Quanto mi
piaccio, insomma. E dunque quanto io stia facendo il mio proprio bene, non
quello dell’altro.
In altre parole, per essere davvero credibile l’invito
al bene dovrebbe contenere un piccolo “costo”: fisico, economico, psicologico,
non importa. Comunque un segno, o meglio un pegno che dia conto del trascendimento di sé.
Da questo punto di vista non è peregrina, per quanto
estrema, la scelta della Chiesa cattolica romana a favore del celibato dei
chierici. E’ come se contenesse un sotto testo di questo tipo: lo vedi come
soffro a non scopare, a non realizzare il mio desiderio di uomo, donna, di persona
umana. Ma per questo sono tanto più affidabile nel mio cristianesimo, attraverso cui supero il piccolo orticello dei vantaggi personali (e per quanto anche il masochismo contenga una sua sottile economia psicologica, ma qui ci allargheremmo...).
In ogni caso, l'invito al bene senza un sacrificio anche minimo e soprattutto
senza una mia richiesta di aiuto – ma te l’ho chiesto io, di dirmi come fare per essere felice, per diventare buono e giusto
come sei tu? – rischia di risuonare in chi l’ascolta come le parole di quel
cretese, Epimenide, che sosteneva che tutti i cretesi mentono. Ma se tutti i
cretesi mentono mentirà anche Epimenide, no?
Allo stesso modo, invece di ripetermi dalla mattina alla sera quanto è figo
essere buoni e generosi, perché non mi offri un gin tonic, che sono più
contento…
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