
Così a naso, mi verrebbe da sottoscrivere questa affermazione, la trovo plausibile e non priva di una sua sintetica saggezza. Ma se apro Facebook, o qualsiasi altra pagina web, mi sembra che abbiamo preso fin troppo alla lettera l’invito. Ognuno riversa su internet il suo pensiero, lo sbrodola, o concentra, a seconda dell’attitudine e del gusto, comunque convinto che gli altri possano (o meglio debbano) trarne beneficio.
Lo dice anche un verso della canzone che ha vinto il
festival di Sanremo: “tutti tuttologi sul web…” Tra cui naturalmente mi ci
metto anch’io, che sto facendo lo stesso: scrivo, pontifico, esprimo una visione
che mi sembra originale su ciò che avviene, manifestando di aver fatto propria
l’istruzione che i miei genitori mi hanno impartito.
Ma mi viene però ora il dubbio che a quell’imperativo
pedagogico mancasse una postilla... In che modo una visione può tradursi in condi-visione, ossia in racconto che intercetta altri racconti, facendosi quindi progetto comune, epica popolare?
Ciò che risulta navigando sul web, più che l’immagine
di bambini ormai emancipati dalla loro buona educazione (cavolo, pensiamo tutti
con la nostra testa – che geni!), è infatti lo specchio infranto di singolarità
che non fanno più sistema.
Quel movimento filosofico americano chiamato
pragmatismo, alla metà del diciannovesimo secolo ha puntato tutto su tale
aspetto: l’utilità collettiva della verità, che senza un elemento comune (comune fin nella prassi agli altri, non solamente nel pensiero) non può neppure
essere chiamata Verità.
Dal punto di vista epistemologico l’affermazione è
un po’ enfatica, certamente arrischiata. Molti sbagli non fanno infatti una giustizia,
come molte schiappe non restituiscono l’estro calcistico di Maradona. E però non mi sembra del tutto eccentrico pensare all’utilità pubblica, ma anche
privata, di quel che diciamo, scriviamo, proclamiamo dentro ogni piccolo o
grande megafono, trasformandolo in cazzuola.
Non perché così si diventi più intelligenti – ormai abbiamo
dato diffusa prova delle nostre capacità –, ma perché come ha mostrato la
stessa filosofia americana, la parola è anche un fare, un atto linguistico che come ancor prima aveva intuito Marx, potrebbe
iniziare a cambiare il mondo, non solamente a descriverlo e criticarlo, come
fatto fino a ora.
Fino a ora, già. Cosa abbiamo fatto fino a ora? A me pare che con tutte le nostre parole indignate, i tweet arguti, post autoriferiti, fino a ora non solo non abbiamo cambiato un cazzo, ma ci stiamo convincendo della nostra impossibilità a cambiare qualcosa, anche piccola…
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