sabato 10 agosto 2019

Facebook again, un polittico

Prima tela

"È inutile che ti affanni, tanto potrà provare interesse e affetto per te, come per chiunque altro, una manciata di persone, al massimo una manciata..." 
A volte mi torna in mente questa frase che mi disse oltre vent'anni fa una psicanalista, in un'era geologica in cui ancora non esisteva Facebook. Peccato, perché non ci avrei messo tutto questo tempo a comprenderla, quando su Facebook mi appare il sotto testo a ogni intervento, che sia un vagito incorniciato dal pronome io o il tentativo, cocciuto quanto ingenuo, di articolare un pensiero critico.
In ogni caso, una grande lezione di vita, senza neppure il bisogno di pagare uno strizza cervelli: l'ascolto, l'attenzione e in casi rarissimi anche il barlume di un sentimento, sui social network provengono sempre da una manciata di persone. Nel mio caso erano, grossomodo, una quindicina quando avevo poco più di cento contatti, e sono una quindicina ora, con il contatore che segna 1853.
Cambiano nel frattempo i nomi, i volti, forse anche l'odore che non avverto, ma rimane il sigillo di quella cifra: quindici, come il gioco del quindici, un rompicapo che non sono mai riuscito a risolvere. E così il mistero per cui uno sconosciuto, nonostante o grazie a quel che scrivo, ha attenzione per me, mentre la maggioranza se ne fa giustamente un baffo, e come nella canzone di Lou Reed continua a battere ostinatamente il proprio tamburo. 
Un'esperienza che immagino diffusa, per quanto con numeri mutevoli e fino ad arrivare alle iperboli dei cosiddetti influencer, ma che, prima o poi, da qualche parte trova una dogana abbassata, un limite, su cui si infrange ogni ardore espressivo. Da qui l'ombra minacciosa del fallimento, del manca qualcosa, qualcuno, all'appello della maestra. O non sarà magari il mio quel banco vuoto là in fondo...? 
Le cose potrebbero però stare in altro modo, mi sono detto di recente. Non sarei insomma passato dal dieci all'uno per cento di gradimento, così come attestato dai like, ma piuttosto rimasto all'interno della manciata, manciata di mani, che mi sorregge anche se ogni volta cambia forma e provenienza, a evitare il tonfo verso un abisso che non è forse il male maggiore... 
Ringrazio dunque quelle mani, quegli occhi, e quell'affettuosa quindicina di lettori. Se cercassi di scrivere in modo diverso per aumentare i frutti nel mio paniere, sarebbe come indossare la giacca di Adinolfi, e non riuscirei a riempirla nemmeno con una dieta di sole fettuccine. Quindici è invece la mia taglia: una extra small che veste slim fit, ma è tiepida e accogliente.

Seconda tela

L'algoritmo di Facebook mi suggerisce di contattare solo giovani donne, perlopiù carine. Ho un elenco pendente di oltre trecento fanciulle, una più bella dell'altra, una più desiderosa dell'altra di diventare mia "amica". Le richieste che ricevo quotidianamente, anche sei o sette al giorno, come per altro capita a chiunque abbia superato i mille contatti (è come con il denaro: più ne hai e più te arriva), le richieste provengono però da uomini adulti miei coetanei, e cioè come si dice 'di mezza età'. Immagino siano carini anche quelli, non voglio insinuare, anche se non possiedo parametri di valutazione obiettivi. Ma il dubbio più incalzante è un altro: si diceva che la tecnologia si sarebbe sostituita all'umano, sapendo di noi più di quanto noi stessi sappiamo. E cosa sono io per la tecnologia? Una specie di playboy seriale, un po' fanè ma ancora arzillo. Peccato che, per la realtà statistica, io sia invece un ferro vecchio...

Terza tela


Trovo questo post, pubblicato poco più di un'ora fa da un mio contatto, l'equivalente di un trattato di sociologia. Ma in tre sole righe. E una domanda, sotto forma di sondaggio: "ascelle non depilate? Io vorrei non vorrei ma. Ditemi la vostra."
Vostra a cui fino adesso hanno dato corso, rispondendo con slancio subitaneo, ottantatre persone, nostri simili, fratelli. Ottantatre!
Se l'epoca attuale ha uno Zeitgeist, io lo immagino accucciato dentro a quella domanda, come un bambino che non vuol farsi vedere ma spera di essere scoperto. E in quelle risposte che saranno certamente scanzonate, ironiche, ammiccanti, tanto da tirare il tempo con cui concludere senza ingombro di pensiero la giornata.
Già domani non saranno infatti più nulla, e bisognerà trovare una nuova domanda, un nuovo sondaggio: "cazzo circonciso? Io vorrei non vorrei ma. Ditemi la vostra."

Quarta tela

Non sapevo di essere iscritto a un gruppo che si chiama "Leggo letteratura contemporanea". In genere sto alla larga dai gruppi, tutti i gruppi ma in specie quelli che accetterebbero tra gli iscritti uno come me, per dirla con le parole di Groucho Marx.
Del gruppo che ha avuto la malaugurata sorte di contemplarmi, ritrovo, sulla mia bacheca Facebook, un messaggio appartenente a uno dei membri, deduco dal consenso bulgaro essere particolarmente seguito. Al contenuto esatto non posso risalire (è un gruppo chiuso e ora ne sono uscito) ma corrispondeva a qualcosa del genere: "È morto Camilleri, lo skrivo xke so ke piaceva a un tot".
A me questo messaggio ha fatto sorridere, e se pure è una cosa che faccio raramente - rispondere ai post altrui - ho pigiato il tasto reply e digitato: "Ma è morto Camilleri o Kmllri?"
Insomma, una frase scherzosa ma innocua, nella quale si prendeva bonariamente in giro la difussione delle contrazioni nominali, che mi appariva a maggior ragione incongrua in un gruppo che fa della letteratura il proprio oggetto.
E però che succede, cominciano a piovere insulti, mi danno del povero idiota, con corollario di faccine disgustate e pollicioni blu per chi mi mette all'indice... Ma cosa avrò detto di tanto scandaloso?!
Controllo meglio il post da cui tutto è sortito, come una torta al forno stava lievitando ulteriormente nel consenso, i like superavano il mezzo migliaio, e mi accorgo che la persona che l'ha scritto soffre di gravi problemi di salute, è su una sedia rotelle e ha una mascherina al volto collegata a tubicini trasparenti, immagino per fornirgli l'ossigeno di cui difetta. 
La prima sensazione è quella di un' incontenibile vergogna: mi sono burlato di una persona in stato di disgrazia, forse scrive a questo modo perché non ha agio nel farlo normalmente, sì, è certamente così, non riesce a pigiare alcune lettere, o gli procura dolore farlo. Scemo scemo scemo, ecco cosa sono! 
Leggendo altri suoi messaggi, mi accorgo però che riesce a scrivere anche in forma più estesa e consueta, e i miei dubbi prendono una diversa direzione. Una condizione oggettiva di minorità può essere traslata, su un piano diverso, in virtù 'a prescindere', blindando a priori ogni forma di critica, anche quando ironica...?
Mi viene in aiuto il fantasma di Dino Risi, che nella sua disincantata intelligenza amava ripetere: "Il razzismo finirà quando si potrà dare dello stronzo a un negro."
Ma allora anche il populismo sentimentale finirà quando si potrà dire, senza alcun malanimo o sarcasmo, che una persona con gravi handicap fisici ha scritto una cosa involontariamente comica. In caso contrario, continueremo a considerare i diversi, in qualcosa, diversi in tutto e per tutto, che è la forma più subdola e tenace di razzismo.
Ma si sa, Facebook non è il luogo della sottigliezza intellettuale, e così mi dispongo di buon grado a fare da capro espiatorio: è morto Kmllri, viva Kmllri e ogni forma di patetismo e semplificazione!


Quinta tela

Ci sono alcuni viaggi che uno fa solo per scoprire la direzione dei propri passi. Nella maggioranza dei casi si ha però già in tasca il biglietto di ritorno, oltre alle prenotazioni per gli alberghi in cui si sosterrà, la lista dei ristoranti consigliati dal Gambero Rosso, il siero antivipera. La chiamano previdenza, ma è forse un modo per disinnescare quella miccia a cui l'andare appicca la scintilla, e che secondo Paul Bowles configura la differenza tra turista e viaggiatore.
Seguendo il suo pensiero, non fa probabilmente eccezione Facebook: ci sono anche qui i turisti, persone che hanno chiaro in partenza il gruzzoletto di like che intendono raggranellare ogni giorno, e poco importa se a mendicarli sia la foto del gattino o la coscia allungata sulla spiaggia, l'invettiva contro il politico di turno, a far da contraltare ai viaggiatori da social network; un po' di puzzetta sotto il naso ma anche molta voglia di scoprire cosa ci fanno lì, nel regno degli uguali, sentendosi magari un poco più uguali degli altri, come i maiali della fattoria di Orwell. Nel mio caso, è però stato un altro scrittore ad aprirmi gli occhi, o meglio a farmeli riaprire insieme alle pagine del Jakob von Gunten di Robert Walser, in cui ho trovato questa frase che da ragazzo avevo sottolineato a più mandate di inchiostro:

"Tu adesso sei, per così dire, uno zero, fratello carissimo. Ma quando si è giovani, bisogna anche essere degli zeri, perché non c’è niente di più dannoso che significare presto, precocemente, qualche cosa".

L'ho letta in silenzio. Poi a voce alta. Numerose volte. Facendo le pause, tutte le pause prescritte dai segni di interpunzione, come quegli attori che vestono sempre di nero. Ma a ogni ripetizione il nero si schiariva, fino a che mi sono sentito addosso l'impermeabile sabbia del tenente Colombo, quando si gira all'improvviso e spara la domanda che inchioda l'assassino. Una domanda del tipo: che tu sia un turista o un viaggiatore, come io mi illudevo di essere, fratello o sorella carissimi, non sarà che quel che ci unisce su Facebook è la determinazione a non essere degli zeri...?
Per questo gli altri devono ascoltarci, buon per loro se lo fanno, con tanto di sigillo di un bel pollicione blu, altrimenti si perdono qualcosa di decisivo. Si perdono ciò che abbiamo da dire, la singolarità irripetibile della nostra opinione su ogni cosa, che coincide con il gesto ampio e arbitrario del significare, dando così senso a un'esperienza che dalla realtà ha smesso di ottenere risposte.
Ma tale urgenza affermativa, per non essere appunto degli zeri, sta progressivamente consumando il suo complemento oggetto (dire che cosa, dirla come e con quali parole?), al punto che il monito dello scrittore svizzero è stato diffusamente contraddetto: un'umanità sempre più giovane, anche se non forse in senso anagrafico, anzi e come le statitistiche suggeriscono ogni giorno più vecchia, ad Occidente almeno, con la smania di "significare presto, precocemente, qualche cosa".
Si dice, insomma, diciamo come anche io sto facendo ora, senza prima aver colmato lo zero in cui siamo iscritti di attesa paziente e studio e curiosità, fino ad arrivare a 0,1; poi, se va bene, a 0,2 e così via. Qui si parte invece subito da 10 - so già tutto, tutto quello che mi serve per comunicare, e il resto non mi interessa -, con un atteggiamento che per Robert Walser corrisponde al male maggiore, l'epidemia che affligge il nostro tempo. In cui turisti e viaggiatori si sono finalmente ricongiunti, ma a essere sparito è il mondo da misurare con lente e silenziose falcate. E solo dopo, molto dopo, postare i selfie.

Sesta tela

Facebook. Per molti rappresenta la realizzazione dell'ideale democratico applicato alla comunicazione, e questo non può essere contestato. Ma, in concreto, tutto ciò cosa comporta? Ad esempio poter scrivere un post come il seguente, appena letto sulla bacheca di un mio contatto:
Un uomo del 1960 italiano ieri si è gettato sotto un treno a Montelupo Fiorentino. E' morto. Pare si tratti di suicidio. I treni hanno avuto pesanti ritardi.

Sembra la breve di cronaca di un vecchio domenicale di provincia. Con una differenza significativa. Se il caporedattore si fosse trovato il testo sulla scrivania, avrebbe immediatamente convocato l'autore nel suo ufficio. Quindi gli avrebbe chiesto: "Hai già visto un uomo gettarsi sotto un treno, GETTARSI con finalità diverse dal suicidio?"
A quel punto, l'inesperto redattore sarebbe stato invitato a cambiare il verbo. L'uomo del 1960, ossia un cinquantanovenne, scrivi allora uomo di cinquantanove anni che evitiamo al lettore di fare i conti, l'uomo avrebbe infatti potuto FINIRE sotto un treno o esserne stato TRAVOLTO; a questo modo, non sapremmo se si sia lanciato o magari scivolato, così giustificando la formula dubitativa.
Diversamente, andrebbe omesso il verbo successivo, l'intransitivo parere al presente indicativo, pare, per non rendere il fatto drammatico attraverso una formulazione comica, così come ora risulta.
Tutte acquisizioni di consapevolezza narrativa che, nel passato, avvenivano per il tramite della struttura verticale di una redazione giornalistica, dove l'impeto delle nuove leve era contenuto e direzionato da chi aveva a lungo battuto i sentieri della lettera 22.
Ma ora non più. È come se, oltre al muro di Berlino, fosse crollato ogni altro muro, tra cui quello espressivo. E così si può scrivere con disinvoltura, racimolando la propria razione quotidiana di like (più di trenta nella circostanza), che lanciarsi sotto a un treno non equivale a suicidarsi, magari si voleva vedere se sotto i treni fioriscono regole logiche alternative al buon senso. Quelle che troviamo su Facebook, con pesanti ritardi per quei trenini che viaggiano dentro la testa e chiamiamo neuroni...


Settima tela


Tra i miei contatti Facebook, uno scrittore cattolico, Demetrio Paolin, lamentava la scelta di Benigni di leggere il Cantico dei Cantici sul palco dell'Ariston. "Perché non hai scelto un passo dell'Esodo, Roberto", gli chiedeva attraverso un post vigoroso e occhiuto, ad esempio "quando l'Angelo del Signore stermina tutti i primogeniti degli egiziani? Perché non hai letto Geremia quando Dio si compiace di aver sterminato i nemici? Perché non hai letto San Paolo, l'Apocalisse?"
Paolin continuava argomentando che l'attore toscano ha "dato del cristianesimo e della fede una visione all'acqua di rose", quando, "Roberto, no il cristianesimo non è bellezza, o meglio la bellezza del cristianesimo non quella roba che hai detto tu, la parola di Dio non è quella roba che hai detto tu, ma è speranza che il mondo finisca, è speranza della parusia, del giorno che verrà, della resurrezione dei corpi dei morti, il cristianesimo è una cosa tremenda, è dire che non te ne frega di questo mondo, ma di come il mondo finirà..."
Insomma, quella visione tragica e minacciosa con cui a dottrina ci facevano cacare sotto, e che sarei anche disposto a rispettare se, come in questo caso, i cattolici non pretendessero ogni volta il monopolio interpretativo su tutto ciò che sfiora il bacile in cui intingono la mano destra, prima di portarla alla fronte e completare il segno della croce.
Ciò che voglio dire è che Benigni, a Sanremo, non si è per nulla avventurato in un'esegesi teologica della religione giudaico cristiana nel suo insieme, ma ha semplicemente estratto da quel canone scritturale un piccolo pezzo, il tassello di un puzzle più grande, per farlo risplendere di luce propria, che in questo caso corrisponde alla potenza erotica dell'amore, l'amore fisico e mondano.
È questa una interpretazione esaustiva della Scrittura? Certo che no, ma è una interpretazione più che legittima, oltre che svolta con commossa partecipazione. D'altronde, dal momento che stiamo parlando della Bibbia d'Israele, un rabbino risponderebbe che per ogni testo sacro esistono cento, anzi mille interpretazioni.Tutte giuste. Mentre per i cattolici, a partire dalla struttura gerarchica con cui si sono dati forma (leggi Congregazione per la dottrina della fede, ex Sant Uffizio, ex Inquisizione) di interpretazione ne esiste solamente una. La loro.


Ottava tela

Oggi un mio contatto Facebook ha pubblicato un post in cui si augurava un mondo diverso, o meglio un piccolo villaggio domestico e familiare - la cerchia dei propri amici più cari, con una circonferenza che si estende ai conoscenti - in cui "le persone somigliano alle parole che dicono."
Veniva aggiunta una minima teoria di situazioni virtuose: "persone che ti dicono ti voglio bene e poi sappiamo restare; sono preoccupato per te e poi mi chiedano come è andata; ti chiamo alle cinque e poi lo fanno". Coerenza, insomma, e mi stava per scappare un like che si sarebbe aggiunto al già cospicuo gruzzoletto.
Poi però il mio sguardo si è appuntato sulla frase conclusiva: "persone reali che mi dicano cose reali", e lì ho immaginato scenari diversi e inquietanti. Ad esempio l'amico che, invece di uno zuccheroso ti voglio bene, le dice "ma come puzzi di ascelle oggi", oppure "mi sembri più vecchia del solito", "ti si sta afflosciando il sedere..."
Non perché voglia ferirla, intendo, ma semplicemente e come il mio contatto femminile si augurava, perché è una persona reale che realmente pensa tutto ciò. O per dirla con Edith Piaf: "je suis comme je suis", che è la classica giustificazione dei cafoni.
Ho così iniziato a sognare un mondo di pura fiction, estensione dell'immaginario disneyano; o perlomeno relazioni con chi sia sufficientemente intelligente da includere, tra vero e falso, una terza categoria. Quella dell'omissione.
Riconsegno allora al mio contatto la bella gente reale che ti dice sempre cosa pensa, e per me dipingo un orizzonte utopico il cui fondale è un'assolata piazzetta siciliana, mentre al centro della scena uomini con baffi sottili e la nera coppola in testa, a pizzicare lo scacciapensieri in un clima di diffusa omertà. Perlomeno so che non mi confesserebbero mai quanto si stiano diradando i miei capelli, o banalizzando i miei pensieri...

Nona tela

L’invito a mettere mi piace alla propria pagina Facebook, sta ai social come, nelle relazioni concrete tra persone, la supplica a farsi dire ti amo dal primo che passa per la strada; ma poi anche dal secondo, dal terzo e così via. Due gesti totalmente privi di razionalità, estrema deriva dei folli o degli innamorati persi. In questo caso di sé stessi.


Decima tela



Ma perché su Facebook non leggo mai dei post che parlano di profumi – è appena uscito Immortelle Corse di Marc-Antoine Corticchiato, il naso più talentuoso tra le nuove generazioni – o di altre cose leggere ma non per questo fatue, come l’infinità varietà dei fiori?

Mi imbatto piuttosto e di continuo in goffi slanci dentro i massimi sistemi, un certo appeal riscuote sempre la politica, ma in una declinazione tranciante e oppositiva, della serie io ho capito tutto e tu sei cretino, per dilagare infine in celebrazioni (o negazioni) artistiche e letterarie, o nel fumoso psicologismo dei rapporti uomo\donna\figli – ah i figli, i figli: queste moderne medaglie al valore da appuntarsi sul bavero!
Altre volte, sono le pose buffe del gattino di famiglia a prendersi la scena pubblica; ma è appunto il nostro gatto, cosa nostra, non come direbbe Aristotele la “gattità” in generale, in cui avventurarsi con la disposizione aperta dei curiosi. Tutto ciò mi fa sospettate che questo mezzo induca una auto percezione elevatissima della propria collocazione nel mondo, così lontana, mettiamo, dai vecchi parrucchieri di provincia, dove gli uomini parlavano di calcio e motori e le donne si sussurravano piccoli pettegolezzi, tra cui la notizia di un nuovo profumo alla violetta da provare, a cui aggiungevano un avverbio: assolutamente, da provare assolutamente.
Ecco, io non ho proprio un cavolo da dire sulle elezioni regionali – è un mio limite intendo, non una presa di posizione ideologica –, né su come risolvere disuguaglianze sociali, ondate migratorie e cambiamenti climatici, tanto meno su quale debba essere l’ortodossia delle relazioni con l’altro sesso, pardon, gender. Ma, cosa ancora più grave, non posseggo neppure un criceto di cui eternare le marachelle in folgoranti istantanee, di cui l’umanità ha certamente bisogno.
Però ho acquistato Sienè di Tiziana Terenzi, e lo trovo un profumo complesso, stratificato, strano, con note di cipresso, ulivo, iris, ginepro e cuoio, ma anche una punta quasi impercettibile di miele. Insomma, un profumo da provare. Assolutamente!

Undicesima tela

Ho un piccolo suggerimento per Mr. Zuckerberg. Il problema è stranoto, e lamentato da molti: Facebook promuove gruppi aperti e inclusivi, ma, nello spazio dei commenti, vigono prassi implicite e consolidate che sono totalmente gerarchiche, quasi feudali. Ma mi spiego con un esempio.
Se Tiziano Ferro pubblica un post e Biagio Antonacci lascia un commento (magari, come i testi delle sue canzoni, un po' banalotto), è molto probabile che tra i due cantanti si avvi uno scambio, cosa che non avverrebbe se il medesimo commento fosse lasciato da un Pinco Pallino qualunque. E lo stesso tra giornalisti, sportivi, intellettuali, politici e perfino tra quegli inetti assoluti che ora vengono chiamati influencer. Se ne ricava che chiunque abbia guadagnato un minimo di rinomanza pubblica tende a privilegiare un dialogo tra pari; di rango se non altro, non necessariamente di acume espressivo.
Per la mia esperienza ho maggiore consuetudine con l'ambiente degli scrittori, ma anche qui vedo che lo scambio finisce col decantare in gruppi chiusi ed elitari, ciarlieri in special modo con chi viene percepito come simile, ossia ratificato da logiche esterne alla comunicazione; il sistema editoriale, per intenderci.
Vi è però anche un curioso paradosso, che vede nei soggetti additati come "cattivi" - personalità non allineate, a volte ciniche o sprezzanti - una disposizione più aperta e orizzontale, per quanto non di rado burbera. E penso a scrittori spigolosi come 
Vitaliano Trevisan (con cui ho avuto scambi anche fecondi), oppure Massimiliano Parente, Gaetano Cappelli, Veronica Tomassini; autori spesso e impropriamente definiti 'di destra', per quanto è significativo che sia proprio nel terreno della sinistra militante a germogliare più rigoglioso il seme dell'elitismo, che fa storcere il naso con quella tipica espressione da puzzetta.
Ora, percepisco in questa asimmetria relazionale un malessere diffuso, causato dall'illusione, sempre prodotta dal mezzo, che davvero si potessero stabilire rapporti paritari con i propri beniamini. No, non è così, e forse non è perfino il male maggiore, già che la specie a cui apparteniamo ha questa tendenza a disporsi per tribù, spesso idiosincratiche le une con le altre; e per quanto aggiornate e ipermoderne, ci saranno sempre dei cacicchi a tirare le fila, oltre alla sterminata classe dei paria.
Per rendere la situazione più trasparente, propongo allora - ed è qui che mi rivolgo a Mr. Zuckerberg - di istituire una categoria intermedia tra l'amico e il perfetto sconosciuto; che non è nemmeno il seguace, colui che ti segue senza richiederti l'amicizia, il follower insomma, il quale ha comunque facoltà di commentare i post.
Mi riferisco a una figura antica, quella degli acusmatici. Nelle scuole pitagoriche erano allievi, per così dire, di serie B, i quali dietro un velo opaco ascoltavano attenti le lezioni del Maestro, ma non potevano interloquire con lui. E non sarebbe molto più onesto se avvenisse anche qui?
Uno stato di fatto - quello delle classi sociali, presenti a ogni latitudine dell'umano - diventerebbe riconoscibile e dunque più accettabile, magari perfino sovvertibile con una bella rivoluzione telematica. Evitando, nel frattempo, ai fedeli di Tiziano Ferro di attendere una risposta che non arriverà mai, se non nella forma di un pollicione alzato a fare palpitare di speranza.

Dodicesima tela

Mi capita sempre più spesso. Con le donne. Non con tutte le donne, intendo. E' solo qui, su Facebook, che le donne sembrano difendersi da me, attraverso quelle strategie di evitamento (più che legittime, intendiamoci) messe in opera dalle femmine di ogni specie animale quando indisposte all'accoppiamento. Ma mi spiego meglio.
A volte succede di lasciare un commento benevolo a un post femminile, o di inviare, ancora più raramente nel mio caso, un messaggio privato che non è mai volgare, tanto meno ammiccante. Un complimento, insomma. Ciò che dovrebbe essere prassi comune e che è lo stesso mezzo a suggerire; come diceva quel tale, "the medium is the message".
Eppure, quasi sempre percepisco dall'altra parte la mossa scacchistica dell'arrocco, con il re (in questo caso la regina) che si trincera dietro una corte di elusività che non saprei come altro chiamare se non con l'espressione colorita "qui non c'è trippa per gatti".
Ora, se la mia sensazione fosse corretta (potrei sbagliarmi, come cantava Ivano Fossati sono pur sempre "carte da decifrare"), se la mia sensazione fosse giusta si possono ricavare alcune considerazioni di carattere più generale:
1) gli uomini italiani, già che la località del fenomeno è importante, direi addirittura decisiva, passano effettivamente il tempo a insidiare le conterranee sul web, quando non a molestarle con selfie dei propri comunissimi attributi - e che diamine, un cazzo tra le gambe non lo si nega a nessuno, manco a te, maschio adulto in erezione formato jpg, avessi almeno risolto la congettura di Riemann!
2) in quanto uomo italiano fallomunito, le donne italiane fanno benissimo a guardarsi da me, o ancora più precisamente da tutto ciò che non risulta appetibile al loro sguardo selettivo;
3) assunto dunque che sono un uomo, e oltretutto - aggravante geografica - italiano, oltre che un facebooker spesso riluttante, io ho dunque perso, se mai posseduto, quell' appeal erotico che mi legittimerebbe come interlocutore privilegiato, dando per scontato che la comunicazione avviene a tale unico livello. Il sesso.
Il buon senso mi porta così a liquidarmi da solo, a dichiararmi obsoleto come oggetto sessuale funzionale alla riproduzione, anche se il mio ragionamento ha una coda non trascurabile. E cioè qualcuno, uomini e donne, ma direi a questo punto soprattutto donne e sempre e ancora italiane, già che i comportamenti tra generi si riflettono nello spazio, e sono così le donne italiane a difendersi da attacchi sessuali spesso solo presunti, qualcuno, dicevo, davvero è convinto che a cinquantatré anni suonati si abbia qualcosa da 'riprodurre', da riprodurre sessualmente?
Non sarà che siamo entrati in una stagione della vita in cui ci si può anche guardare, sfiorare, perfino intercettare e sedurre, senza questa ossessione alla concupiscenza gagliarda, o per converso a una riluttanza da puzzetta sotto al naso. Ciò che sto provando a dire è che uno dei pochissimi privilegi della cosiddetta mezza età, è che la specie può tranquillamente farsi un baffo di noi, consegnando ad altri - più arzilli virgulti, sinuose e toniche silfidi in posa sul bagnasciuga - il compito di tirare avanti la baracca.
Detto in altre parole, pure in un luogo sgangherato come questo abbiamo finalmente l'occasione di diventare persone, esseri umani e non solo sex machine, con tutta la complessità che il termine comporta; tra cui è inclusa anche la sessualità, che viene però di gran lunga ridimensionata. A me sembra che questa occasione potremmo anche coglierla, senza continuare, comicamente, a percepirci come principessine sul pisello, o come piselli alla disperata ricercata di una principessa. Una a caso, 'ndo cojo cojo.

Tredicesima tela


Nei giorni scorsi ho pubblicato un post che ha ottenuto 130 like e numerose condivisioni, mai il mio albero del gradimento aveva dato tanti frutti. Con il post di ieri il contatore dei pollicioni blu si è invece fermato a 4: l'albero non solo aveva perso i frutti, ma anche tutte le foglie. Quale rapporto, mi sono dunque chiesto, collega tra loro queste cifre?
Stilisticamente, il primo testo era breve e sarcastico, quasi aggressivo, come sono aggressive certe unghiate dei giornalisti nei loro elzeviri. Utilizzando la celebre espressione latina, potremmo dire che sollecitava la "pars destruens" del pensiero, il ruscello che parte e ritorna sempre alla sorgente del rancore. E comunque a voler essere generosi, niente più che uno scritto "accattivante"; un aggettivo che per inciso detesto, con quella sua radice semantica che rimanda al fare l'altro prigioniero.
Diversamente, il secondo post, il brutto anatroccolo, era svolto in chiave metaforica, filosoficamente allusiva (il conflitto tra bios e tecnica, di cui la recente epidemia si fa tragica espressione), con l'andatura verbale che assumeva una sorta di trotto narrativo, dove l'elemento finzionale era rappresentato dalla descrizione di un sogno. “Pars costruens”, in ogni caso. E se non mi avessero insegnato da piccolo che chi si loda si imbroda, direi anche un buon lavoro.
Ho fatto questa lunga premessa perché credo che la ricezione di quel che scriviamo su Facebook racconti molto di noi, ma soprattutto del mezzo che stiamo utilizzando. In cui il facile, il rabbioso, l'emotivo e il ridanciano la spuntano sempre sull'articolato e il complesso, ossia sull'intelligenza – che non è quella del lettore, ci tengo a precisare.
Per fare pace con lo specchio e potermi guardare con un minimo di considerazione, d'ora in avanti ho così deciso di dedicarmi unicamente a una scrittura costruttiva; che tradotto in termini di gratificazioni, temo che significhi masochistica, in quanto disfunzionale al mezzo.
Stilo dunque un piccolo manuale Cencelli a uso personale: niente più attacchi diretti sui social network, al limite la contestazione argomentata di un pensiero, mai di un pensante; al bando anche giochetti di parole e calembour, sollecitazioni pavloviane, flessuosi defilé di arguzia, pillole sapienziali, patetismi d'accatto, strizzatine d'occhio e colpetti di gomito; per non parlare degli imbarazzanti coinvolgimenti a chi vorremmo ci leggesse – di cui perlopiù importa poco o niente a chi li fa, tipo ditemi l'ultimo bel libro che avete letto, o se la vostra fidanzata ingoia quando fa quella cosa lì –; e poi sono da considerarsi tabù le foto di tramonti, bambini, animali (meglio se cuccioli) e a maggior ragione parenti e amici morti; ma soprattutto niente sassolini nella scarpa da levare tirare in testa al primo che passa. In pratica, tutto ciò che qui fa brodo, plauso, like.
E a noi che ci frega, direte giustamente voi se siete arrivati al termine del pistolotto. Appunto, puro masochismo. Di cui questo era solo un assaggio, le martellate sulle palle devono ancora venire.


Quattordicesima tela


Non mi piacciono le interrogazioni sui social network. Quei post in cui ci si rivolge direttamente ai propri contatti, avviene spesso nei film di Woody Allen. L'interprete sospende la recita, guarda dritto in camera, e poi parla allo spettatore come fosse suo cugino. Di solito appartengono a persone certe di avere un ampio seguito – sportivi, giornalisti, attori, ma i peggiori sono i cosiddetti influencer, oltre ad alcuni scrittori che pensano di essere al centro del mondo e se ne contendono invece i margini –, persone che domandano qualcosa di cui già conoscono la risposta, o che potrebbero scoprire con una rapida ricerca su Google. Del tipo: sapete se si può uscire a fare una passeggiata? Ma la variante più sfacciata è quella sondaggistica: quanti di voi fanno ancora l'amore, quale posizione preferite? Esiste poi una versione finto umile, potremmo chiamarla “questua perlocutoria” (cosa devo fare, sono così inetto e dubbioso da non saper compiere una scelta elementare), come la richiesta di un consiglio sul film da vedere quando sarà terminata la conta dei like. Tanto lo sai già che film vedrai, o magari non vedrai proprio nulla, resterai incollato al PC a escogitare una nuova richiesta, non fare il furbo. Sono solo forme di obliterazione del consenso, reti buttate in un mare indifferenziato per vedere quanti pescetti vengono a galla. Per poi friggerli nella padella del proprio ego.

Quindicesima tela


Da qualche tempo una rompicoglioni ha preso l'abitudine di girarmi cazzate su Messanger, così, come si infilano volantini per la svendita di un negozio di scarpe in una cassetta delle lettere. So che la cosa è abbastanza comune, lo spamming su Messanger intendo, e non vi davo troppo peso. Fino a ieri almeno, quando mi ha invitato a partecipare a un'iniziativa collettiva.
Si tratta di spegnere lo smartphone per un'ora tutti assieme. A questo modo verrebbe mandato un segnale chiaro e forte ai politici – politici = cattivi, ovviamente il sotto testo – facendogli capire che non vogliamo la app per il tracciamento dei contagi.
Coincidenza vuole che nella stessa giornata avessi scritto un post in cui mi esprimevo in maniera opposta sull'argomento. Non che sia decisivo quel che penso, ma la prossima volta, magari, che si leggesse quel che scrivo prima di usare la mia casella come una cloaca. E per una volta gliel'ho detto.
Ti pare che io abbia tempo di leggere tutto quello che postano i miei contatti, risponde lei. Come se non bastasse continua: non mi scocciare (SCOCCIARE?!) con queste prediche. Piuttosto impara a fare come me, imposta dei filtri su Messanger per non essere contattato da tutti gli spacca maroni che ci sono in giro.
Beh, non so l'effetto che avrebbe fatto a voi, ma io l'ho trovata una risposta geniale. Come se il mostro di Scandicci ti spiegasse che lui mica si apparta in un boschetto con la sua bella, l'Angiolina, macché, non sono così grullo. Se non vuoi essere squartato, la prossima volta vai a scopare in un parcheggio a pagamento!

Sedicesima tela

Inizio a pensare che le poche righe di presentazione che vengono associate al profilo in un social network, ma perfino su WhatsApp, ovunque sia richiesta una sintesi espressiva della persona, possano essere considerate un genere letterario, spesso più accurato e rivelatorio di intere paginate di descrizione. Facebook mi suggerisce ad esempio di richiedere l'amicizia a una giovane che così si presenta: "Io... Donna... protagonista e regista della miafemminilità. Ma appartengono alla vita. E con lei... Ci gioco."
Un incipit formidabile, da cui ricavo due informazioni decisive: 1) Zuckerberg, nonostante i suoi sforzi di accumulare dati sul mio conto, continua a non capirci un cazzo e sparare nel mucchio, e questo mi conforta; 2) diversamente, a me sembra di sapere tantissimo di lei, Donna protagonista e regista della sua femminilità, con cui giocare, al punto che mi guardo bene dal contattarla.
La mia ritrosia non mi impedisce però di riconoscerle uno straordinario talento. In una manciata di parole è infatti riuscita a tratteggiare l'essenza di ogni buona storia: il personaggio. Che poi sia anche sé stessa, nella circostanza, non la esenta dal merito letterario. Dubito che alla maggior parte degli scrittori sarebbe riuscita una pennellata verbale altrettanto icastica, a restituire quel grottesco involontario quale carrozzeria (ora un po' ammaccata) del nostro tempo. Non a me, di sicuro.

venerdì 9 agosto 2019

Mektoub, o sul destino dei corpi



Mektoub, My love: canto uno. Come se Eric Rohmer e Terrence Malick si fossero scambiati gli occhiali, e ne fosse scaturita una visione in cui si polarizzano le caratteristiche di entrambi: la parola sciolta e incalzante dei dialoghi continui di Rohmer, a trovare il senso proprio quando sembrano sul punto di smarrirsi, e, quale cifra del regista e filosofo americano, la purezza dell'immagine in movimento, provvisorio distillato di tutto ciò che abbiamo. Che è poco, pochissimo, e spesso offuscato dal velo dell'ideologia, una a caso pur di coprire le pudenda dell'abisso. Un filtro che Malick rimuove facendo nuovamente scintillare il bersaglio colpito dallo sguardo. 
Abdellatif Kechiche, regista franco tunisino già Palma d'oro a Cannes con La vita di Adele (premio in seguito messo all'asta per finanziare il film successivo, cosa che me lo rende ancora più simpatico), dalle lenti dei due grandi maestri che onora riesce però a lavare le incrostazioni dovute all'abitudine, e con esse i compiacimenti espressivi. Non abbiamo così quel birignao intellettuale piccolo borghese tipico di Rohmer, ma neppure il pompierismo metafisico di Malick, che tra l'Essere e il Nulla, nelle ultime pellicole, almeno, incrocia solamente il nulla. Un nulla estetico e con la enne minuscola, per nostra sfortuna...
Eppure anche Kechiche insegue qualcosa che il suo alter ego, Amin, un giovane aspirante sceneggiatore che da Parigi ritorna nel paese natio nella Francia del sud, dove trascorre l'estate del 1994, qualcosa che dopo i 180 minuti della pellicola non trova, e noi con lui. No, non c'è traccia dell'amore, my love, promesso già a partire del titolo, la cui altra voce è un termine arabo con il significato di destino: mektoub. Destino del disamore, dunque? Sì e no. Perché Amin/Kechiche, nel suo apparente muoversi a caso, a tentoni e con una sceneggiatura davvero esilissima, è come se trovasse in terra una monetina molto più preziosa, almeno per gli spettatori. Trova la vita. E questo è il più vibrante, icastico, sincero, perfino palpabile film sulla vita che mi è capitato di vedere da anni. Vita che, al netto di ciò Amin/Kechiche sfiora senza afferrare mai, si riduce a questo: corpi che si cercano e corpi che si perdono, senza necessariamente essersi presi. E in ogni caso, quando sopraggiunge il tempo, quello della visione retrospettiva del regista, sarebbe già troppo tardi, e la danza senza senso della vita prende i colori della nostalgia. Capolavoro!

martedì 6 agosto 2019

Lugano addio, o sul godimento immaginario


Lo scrittore Aldo Nove ha pubblicato di recente un post che fa rimpiangere cosa avrebbe potuto essere Facebook, se solo non avesse imboccato la rotta del Titanic. Sulla sua bacheca ricordava come i canti anarchici, la cui eco più remota possiamo cogliere dalla metà del diciannovesimo secolo, si sono estinti dopo un centinaio di anni, spariti da un giorno all'altro come le giacche con le spalline imbottite con cui negli anni ottanta si entrava al Plastic.
È impressionante rileggere ora i testi di quelle canzoni, in cui si esprime, anzi meglio si urla – la scelta del verbo appartiene sempre ad Aldo Nove –  la propria diversità economica, o in termini meno eufemistici la povertà in cui ci si dibatteva con orgoglio, essendo vissuta quale coscienza di classe. La povertà ha però in seguito cambiato connotazione pubblica, assumendo un alone quasi pornografico: "il povero non è povero, è sfigato. Deve fingersi entusiasta Dio sa di cosa, mascherarsi da pupazzo felice e recitare il ruolo di chi è nel sistema. Surreali colloqui di lavoro in cui, con la cravatta da colloquio, devi fingerti appassionato a lavori del cazzo senza mai accennare al fatto che c'è chi lavora per mangiare (ma che stranezza)."
Una fotografia lucidissima a cui non c'è molto da aggiungere. Se non, magari, provare a desumere anche il lato in ombra, che non appare nello scatto ma ad esso si compenetra come la notte con il giorno. Personalmente, lo ricavo dalla riflessione del filosofo e psicanalista sloveno Slavoj Žižek, che grossomodo in coincidenza della data indicata dallo scrittore di Viggiù (poco dopo la seconda metà del Novecento) fa risalire una metamorfosi nella formazione delle identità collettive, fino ad arrivare allo stravolgimento attuale. Quando Ugo Tognazzi aspettava Vincenzina davanti la fabbrica, l'identità era ancora effetto di un riconoscimento tra simili, rafforzata da elementi economici e territoriali e religiosi, se non da una vera e propria ferita che stenta a cicatrizzare. In ogni caso, la traccia iscritta da un aratro nelle zolle del reale.
Pensiamo ad esempio agli ebrei: io sono un ebreo perché quella è la mia religione, ma soprattutto perché al mio popolo (realismo tragico) è stata negata una terra, da cui le sofferenze successive che conducono all'apice drammatico dell'Olocausto, vero e proprio imprintig comunitario. Oppure io sono un pastore perché pascolo le pecore, e, come in uno specchio, mi rifletto nella lenta transumanza condotta dagli altri pastori.
Fin qui nulla di strano, mi sembra. E invece no continua Žižek, perché l'identità è ora divenuta irrealistica, facendo ampio uso della dinamica psichica della proiezione, in particolare quella che fa riferimento a un immaginario ludico quanto del tutto improbabile. Ed è così che un precario sottopagato non pensa più a sé stesso osservando la condizione degli altri precari, ma si vede come nella canzone di Morandi, uno su mille ce la fa, si vede con in mano il biglietto vincente della lotteria, e subito dopo al concessionario BMW.
Chi sono quei pezzenti attorno a me, si chiede dunque perplesso. Dicono di fare il mio stesso lavoro – ammesso e non concesso che domani ci sia ancora un lavoro –, ma mica la vinceranno la lotteria, loro. Lui invece sì: è già ricco, ma su una linea temporale occulta, asimmetrica al piano manifesto delle cose. Per questo è il mondo a non capirlo, non lui a non capire il mondo. 
Si comprende come in un Paese con sessanta milioni di abitanti, di cui buona parte convinti di avere in tasca l'unico biglietto vincente della lotteria, non solo è difficile la formazione del pronome noi, ma anche l'io assume contorni vagamente sfumati e teatrali. A tutto ciò, utilizzando un termine preso dallo scaffale lacaniano, Žižek dà il nome di jouissance, ossia godimento. In altre parole, il godimento è diventato l'unico elemento a offrire un'incerta base all'identità personale, un godimento bada bene immaginario!
Come nel sabato del villaggio, il godimento viene così posticipato sempre, è il piacere che verrà, il piacere di Godot, a proposito qualcuno l'ha per caso visto in giro, mandiamogli un WhatsApp, forse ritarda perché ha trovato traffico in tangenziale? Se ne ricava che il presente deve appartenere a qualcun altro, noi, in quell'adesso che si allarga come un crepaccio sorridente, abbiamo smesso di essere e allo stesso tempo non siamo ancora. Puff...



lunedì 5 agosto 2019

L'odore della carta, il fruscio delle pagine... o sul mito della lettura


Quando dico a qualcuno che da alcuni anni leggo in ebook, è frequente la replica: "E l'odore dei libri, il frusciare delle pagine...?"
In genere, sono le stesse persone che mi confidano che, se solo ne avessero il tempo, leggerebbero da mattina a sera, per loro la lettura è la cosa più importante. Ma il se ipotetico con cui hanno introdotto la frase ci comunica, appunto, e bada bene con grandissimo rammarico, che quel tempo non ce l'hanno.
Peccato, perché se solo fossero arrivati al termine di un solo libro – a chi vogliono darla a bere... – si sarebbero accorti che la lettura è un'esperienza per così dire sussultoria, e non può essere generalizzata. Ci sono infatti libri che ti cambiano per sempre e altri colmi di sciocchezze, libri che se letti in una stagione della vita, e penso ad esempio a Siddhartha, sono un fiume in piena, ma se riletti in seguito si trasformano in un ruscelletto magro magro.
È insomma come se il mito della lettura, alla maniera di ogni altro mito, avesse quale premessa la mancanza di conoscenza del suo oggetto, che in questo caso viene sublimata con un logoro stereotipo. Per comprenderlo basta leggere in modo concentrato per due o tre ore di fila, e poi tornare a una semplice e comune attività: fare un grattino dietro le orecchie al gatto, dare da bere ai gerani sul balcone, mangiare una Fiesta al caffè, è un nuovo gusto che consiglio vivamente di provare.
Tutte cose non meno importanti e gratificanti della lettura. Se siete fortunati e l'avete a tiro, anche scoccare un piccolo bacio sulle labbra di una persona che ricambia il vostro bene. Con buona pace del fruscio delle pagine, l'odore della carta e altre cazzate del genere.


domenica 4 agosto 2019

Poliuretano, o su eros e denaro

Non ho mai capito come mai alle donne piacciano gli uomini ricchi. Ok, non a tutte le donne, ma è difficile che un uomo sia affascinato dalla ricchezza femminile. Il timore del confronto, si dice. È verosimile. Ma non credo sia il solo motivo: la ricchezza è misura della libertà, almeno nel nostro tempo. E però un eccesso di libertà è pericolosissimo! La libertà coincide infatti con la mancanza di limite, e senza limite tutto si muove, oscilla, trabocca, come l'acqua del lavandino quando si accumulano i peli della barba. Allo stesso modo le scelte, che diventano revocabili: i sì possono essere convertiti in no, tutt’al più in no grazie, ho cambiato idea, e i no in sì. Per questo i vip, la D'Urso, Corona, insomma quelli che stanno sulle copertine delle riviste posate sul tavolino del mio parrucchiere, il design è degli anni settanta forgiato in un materiale che veniva ancora chiamato poliuretano espanso, i vip cambiano continuamente fidanzati: non perché sono belli e famosi, ma perché sono ricchi. I poveri, invece, quello che hanno si tengono, divorziare costa caro. E passano così la vita a contemplarsi su un divano discretamente comodo, ma prima ci hanno steso un telo con grandi fiori tropicali sopra; per non rovinarlo, con quello che è costato... Più che guardarsi direttamente, gli occhi assonnati negli occhi, lo fanno attraverso la tivù che li riflette, come in un selfie in cui sono finalmente trasformati nei ricchi dello sceneggiato che stanno seguendo, o perlomeno fanno finta. Quando è terminato lei si alza facendo attenzione a non forzare il menisco acciaccato. Spegne il televisore. Ma c'è troppo silenzio in casa, si sente il rumore del frigorifero e così gira la manopola della radio; anche quella è in poliuretano, tutto il loro minimo mondo di quasi anziani è fatto della sostanza di cui sono fatti i sogni, sogni di poliuretano. Danno una canzone di Fabrizio De Andrè, è già verso la fine: "...l'amore che strappa i capelli è perduto ormai, non resta che qualche svogliata carezza e un po' di tenerezza." Ma allora alle donne – quelle a cui piacciono gli uomini ricchi, intendo – è forse la tenerezza a non piacere, vogliono l'amore che strappa i capelli. Tanto i capelli alle donne poi ricrescono, mentre gli uomini diventano calvi. Perciò agli uomini, ecco, mi sono fatto questa idea, non piacciono le donne ricche. Hanno paura di restare senza capelli. Il cranio glabro, freddo, mostruoso, come una superficie in poliuretano espanso. O almeno è quello che penso io, che ancora continuo a non capire come mai alle donne piacciano invece gli uomini ricchi...

sabato 3 agosto 2019

La verità e la sua opinabile ombra, o sulla democrazia spericolata


Non è difficile comprendere la natura violenta e intimamente vigliacca di ogni dittatura. Anche senza avere troppa confidenza con i libri di storia, basta imbattersi, magari facendo zapping a tarda ora, in uno di quei film (sorvoliamo sul valore cosiddetto artistico) dove viene inquadrato lo stivale nero e lustro di un militare nazista, e sotto la suola gli occhiali di metallo dalla montatura circolare che appartengono a un ebreo, un “frocio”, un intellettuale, insomma a una delle infinite differenze umane che per le dittature vengono considerate infrazioni, colpe.
L’essenza della dittatura sta tutta nell'immagine di quel brutto film, oltre che nell'immediatamente successiva in cui le lenti, sollevato lo stivalaccio con un mezzo ghigno del tedesco, sono mostrate nel dettaglio attraverso uno zoom avanti, a sottolineare la frantumazione in tanti piccoli pezzi taglienti. Più difficile è invece prendere consapevolezza delle magagne della democrazia, che sono spesso l’altra faccia, sorridente, cordiale, della medesima medaglia.
Si dovrebbe infatti far retrocedere l’incipit del nostro film alla mano che scrive qualcosa su un foglietto di carta prestampato, quindi lo ripiega con cura, esce da una specie di camerino simile a quello in cui ci si prova i vestiti (e si spera che le giovani donne dimentichino socchiuso), passa il foglietto a un uomo in giacca e cravatta che a sua volta lo infila in una grande cassetta di legno, dove si unisce a centinaia di altri simili foglietti. Verrà ripescato solo il giorno dopo, nuovamente aperto con solenne e compunta serietà, anche un pizzico di teatro, e sarà infine possibile leggere la scritta ad alta voce: Hitler.
Una sequenza più lunga e perciò meno riconoscibile degli occhiali rotti, ma non meno frequente di quel che si potrebbe oggi pensare, dimenticando forse che il Partito Nazionale Socialista dei Lavoratori, col 37,27% dei voti o meglio delle persone, delle mani che hanno scritto il nome di Hitler sulla scheda elettorale, il 31 luglio del 1932 diventò il primo partito della prima nazione europea, non solo per numero di abitanti ma anche per efficienza e cultura. Il tutto nel pieno rispetto dello spirito e delle forme della democrazia rappresentativa.
Un rischio che gli antichi greci avevano compreso con largo anticipo, assegnandogli parole esatte: doxa, ossia opinione, in contrapposizione ad aletheia, la verità che si toglie il velo e si mostra senza infingimenti. La democrazia sarebbe dunque solo il riflesso dell’opinione, che per quanto diffusa non potrà mai coincidere con la verità, nel nostro caso costituita dal buon governo.
A questi pensieri io sono però arrivato attraverso un’altra via, diciamo laterale. Era il 1983, mi trovavo in collegio a Celana, lo stesso collegio bergamasco frequentato da Papa Giovanni e dove ora viene girato un reality show, mi trovavo al buio su una piccola scomodissima sedia di legno mentre don Gino sceglieva il programma da seguire, smanettando sul telecomando di un vecchio televisore Grundig. Questa sera, ragazzi, si guarda il Festival di Sanremo!
I gusti dei collegiali non venivano minimamente presi in considerazione – fosse stato per noi, si sarebbe guardato allo sfinimento Rocky I, II e III, il IV non era ancora stato girato –, e si occupava così la grande sala comune con lo stesso entusiasmo di vitelli nella stalla, in una penombra trapuntata dalle sagome minacciose degli animali imbalsamati. Quanto le palpebre si stavano già abbassando, ebbi però un soprassalto. E chi è questo qui?!
I capelli erano lunghi e un poco stopposi, già leggermente radi, gli occhietti azzurri come la camicia di dubbio gusto che indossava, mentre intonava (si fa per dire) le prima note con inconfondibile accento romagnolo. Vasco Rossi, sì. E il titolo della canzone era Vita spericolata. Questa vince sicuro, ricordo che pensai. Ma al momento della proclamazione il primo posto andò a Tiziana Rivale con Sarà quel che sarà, al secondo Donatella Milani, Volevo dirti, al terzo Dori Ghezzi… Ma quando arriva Vasco Rossi?
Beh, era rotolato al penultimo posto, dopo di lui veniva solo Pupo con Cieli azzuri. Eppure era democrazia anche questa, c’era stato un voto, uno scrutinio immagino regolare, che nelle sere precedenti già aveva eliminato Amadeo Minghi con 1950, una piccola gemma melodica che resterà nella storia della canzone italiana. Clamorosi errori di valutazione, insomma. Il cattivo gusto, in questo caso e per fortuna solo musicale, come unità di misura incerta.
Quando vedo i sondaggi politici che indicano Salvini al 38% (quasi la stessa percentuale di Hitler nel 1932…) io non penso dunque alle grandi vicende storiche, all’incendio del Reichstag, il bombardamento di Guernica, ma a un lontano Sanremo e a i gufi impagliati di don Gino, che sembravano sapere e sorridere di noi. Ma dal momento che la storia, a differenza di Paganini, ama offrire il bis, concludo che un popolo che ha incoronato Tiziana Rivale e cacciato Vita spericolata al penultimo posto, davvero in futuro potrebbe eleggere qualsiasi stronzo…


venerdì 2 agosto 2019

Di che gusto sei? Corso accelerato di antropologia


Ci sono tanti modi per studiare l'antropologia. Ad esempio montare su un aeroplano, farsi migliaia di chilometri sopra a nubi indifferenti, quindi accamparsi all'orlo di un villaggio sperduto pregando dio di non essersi scordati l'Autan, in attesa di essere accolti oppure bolliti in un pentolone. Io però sono un po' pigro, e la distanza che copro si limita a un centinaio di metri scarsi da casa mia, dove si trova un'ottima gelateria. Nei mesi estivi ci vado tutti i giorni a prendere una coppetta da due euro, ma soprattutto per studiare l'antropologia.
C'è chi entra, accaldato, e ordina un gelato al limon, come nella canzone di Paolo Conte. E quelli sono i tradizionalisti, i diffidenti. Altri invece – e io sono tra quelli – scorrono tutta la vetrinetta alla ricerca dei gusti più nuovi e bizzarri: birra, zuppa siciliana, polenta e latte... E non è difficile intuire che questi sono i curiosi, gli sperimentatori, più aperti al mondo e alle novità, ma anche alle inevitabili cantonate (puffo è la cosa più ripugnante che ho assaggiato!). 
Il master avanzato di antropologia lo frequento però al momento dell'acquisto delle vaschette da asporto. Alcuni cercano di stipare l'involucro di polistirolo con il maggior numero di gusti, più ce ne stanno meglio è: malaga accanto a bergamotto, nutella e frutti di bosco, tiramisù compresso tra pistacchio e mango e caco e stracciatella... Evidentemente, queste persone pensano che i sapori siano delle essenze primordiali, come le metti le metti, tanto sono insensibili alla vischiosa congiura del mondo. Sorta di archetipi platonici che si fanno un baffo delle ombre illusorie. 
È solo con un'altra tipologia di clienti, i quali prediligono pochi e selezionati gusti accostati tra di loro con disciplina asburgica, che si insinua il dubbio che la combinazione cambi invece la sensazione finale, potremmo azzardare la sua stessa natura. È infatti l'ananas ancora ananas quando entra in contatto con la liquirizia, oppure diventa qualcosa di diverso? Già, ogni accostamento lo modifica un poco. E se la domanda valesse allora anche per noi: stare tutto il giorno con un cretino, o una cretina, magari ci fidanziamo pure perché ha un bel paio di gambe, ci porta a essere le medesime persone di quando stiamo con una persona intelligente?
No, cambiamo, come cambia il gelato a seconda dei gusti con cui si struscia nel palato. Ma se l'identità è solo un effetto della relazione – anche un cono tutto nocciola diventa insapore, senza una lingua che lo accarezza lentamente –  perché non prestiamo più attenzione ai rapporti, ai gusti con cui componiamo la vaschetta della nostra vita?
Facebook, ad esempio. Io ho quasi raggiunto duemila "amici" su Facebook; gusto paciugo in pratica. Ma non è che in questo mettere mettere mettere, aggiungere persone a oltranza (avete ventisette amici in comune sussurra il programma, zac, dentro un altro), non è che io stia in realtà perdendo qualcosa, mutando in una direzione in cui stento a riconoscermi, e cioè a essere riconosciuto da qualcuno che davvero pronunci il mio nome? Difficile però tornare indietro, a quel passato prossimo in cui i rapporti umani erano solo vaniglia e cioccolato, al limite anche un ricciolo capriccioso di panna montata...

giovedì 25 luglio 2019

Odiare ti costa, o sulle nuove proscrizioni

Sta circolando sul web un'iniziativa a difesa dagli odiatori professionali, i cosiddetti hater, che di giorno in giorno si manifestano quale cifra ringhiosa di questo tempo, spopolando ovunque ma in particolare sui social network.
Conosco i promotori, Maura Gancitano e Andrea Colamedici, sposi nella vita e nella fondazione della casa editrice Tlon, di cui apprezzo alcuni progetti e altri molto meno. Tra ciò che mi è piaciuto, la passione e la verve infuse negli audio corsi sulle filosofie, al plurale, del ventesimo secolo, che include nomi apparentemente eccentrici come Alejandro Jodorowsky e Fabrizio de Andrè. Più discutibili invece i workshop su arte dei sentimenti, fioritura personale, liberati dalla brava bambina che è in te e altre scorciatoie psicologiche molto in linea con l'altra faccia della nostra epoca, quella soave e trapuntata di stelline, come l'involucro dei Baci Perugina, in cui pure non mi riconosco.
In ogni caso, il mio giudizio è per così dire neutro, per quanto una certa prosopopea pedagogica che avverto nei loro seguitissimi interventi su Facebook, il cui sotto testo è “ti insegno io come si fa" (a vivere), avrebbe dovuto mettermi in guardia. Adesso mi sembra però che si sia passato il segno. Addirittura una task force composta da legali, filosofi e, cioè, loro stessi ("oggi chiamano filosofi se stessi gli insegnanti di filosofia", Ivano Fossati) ma soprattutto detective, a tutela di un’ecologica e tanto garbata espressione su internet.
In pratica, qualcuno, sul web, ti dice mavadaviaelcu, e tu puoi accorrere alla loro muscolare congrega, che lo sistema per le feste. Odiare ti costa, così si chiama infatti l’iniziativa. Con un occhiello minaccioso: l’odio ha i giorni contati.
Un proponimento che, da principio, mi era apparso innocuo e persino virtuoso, e difatti già include la virtuosissima Michela Murgia. Poi però mi sono chiesto: ma davvero sappiamo e, soprattutto, lo sanno Gangitano, Murgia, Colamedici, cosa voglia dire odio, conoscono il sottosuolo vissuto di quel termine, le sue numerose implicazioni…?
In fondo hanno successo, nessuna ragione per rosicare: sono giovani e intelligenti e colti, perfino piuttosto graziosi, con grandi occhioni azzurri gentilmente offerti da madre natura. Ma ancora più graziosi e intelligenti i loro marmocchi, che a ogni occasione vengono raccontati in gustosi siparietti familiari, da cui sempre traspare saggezza e ironia. Come diceva Pasolini su gli studenti di Valle Giulia: buon sangue non mente!
Ma penso ora a un odiatore, uno a caso. Gente frustrata, invidiosa, anche un po’ stupida e burina, diciamocelo. Come unico ristoro: venire sul web e odiare qualcuno, ‘ndo cojo cojo. Non che la cosa mi diverta e conforti, perlopiù mi fanno pena, se mi toccano personalmente pure incazzare, e però mi ricordano la minima ciminiera della pentola a pressione, dove sfiatare gli umori tossici che premono da sotto.
Carola Rackete è una zecca, dovrebbero stuprarla i suoi negretti, farle questo e quest'altro e se non basta quest'altro ancora, cose così, innominabili ma perlopiù prive di gesti conseguenti. Un gioco verbale sconcio che ricorda un vecchio film, Rollerball, in cui le tensioni sociali venivano sfogate su una pista da pattinaggio dove tutto è concesso, mazzate e botte di ogni sorta. Il pubblico si identificava, faceva il tifo come negli scontri tra gladiatori, e poi di nuovo a casa a ingoiare i propri quotidiani rospi. Almeno fino a quando la pentola a pressione raggiunge la nuova soglia di guardia.
A ben pensarci, i social network sono diventati ora quella pista, con l’unica differenza, non trascurabile, di parole in luogo di bastoni. E ulteriore differenza quando gli insulti provengono da figure istituzionali (mi sto riferendo a Salvini, se non si fosse capito), a cui è richiesto ben altro senso di responsabilità verbale. In ogni caso, tutto questo fino a ieri. Da oggi i buoni i virtuosi gli illuminati, hanno detto stop a tutti quanti. Odiare ti costa!
Bene, io credo che sia al contrario giunto il momento di fermare i fermatori. Diversamente, finiremo come nell’Atene del quinto secolo, ma senza Pericle e Socrate e i tragici, la perfezione di linee delle sculture di Fidia. Solo quella pratica odiosa, l'ostracismo, per cui una mezza parola equivoca poteva essere usata contro di te, e che divenne a Roma proscrizione. Anche perché siamo davvero in grado, e lo domando anche a voi filosofi, detective, legali, di distinguere tra odio e semplice critica, tra sberleffo e insulto? Il tifoso della Lazio che scrive romanista demmerda, ad esempio, andrà rubricato come odiatore oppure smargiasso, guascone…?
I confini sono incerti, i fatti nascondono come sempre interpretazioni, e questo un filosofo dovrebbe saperlo bene. Che poi non si chiede a tutti i filosofi di raggiungere le vette di Nietzsche, si possono anche fare i corsi sulla gestione dei sentimenti, la fioritura personale, ma quando pretendi di avere la misura della lettera pubblica sei già andato troppo oltre, qualcuno dovrebbe darti un limite. Ad esempio, con un sonoro mavadaviaelcu!

Ps - Ho naturalmente preparato il salvadanaio, ci metto le monetine che ballano nelle tasche, il resto della pizza. Da questo intervento in poi, l'ultima frase, in particolare, mi aspetto infatti i detective della neo-associazione di tutela contro gli odiatori; già me li vedo sulla porta di casa in completo nero e Ray-Ban specchiati. In questo occhiuto clima di sospetto, di delazione virtuosa da parte del ceto medio riflessivo di sinistra, pensare mi costerà... 

mercoledì 24 luglio 2019

Il comunismo possibile, o sulla finzione


Il comunismo non è sbagliato, è finto. Provo a spiegarmi.
Io trovo che siano piuttosto accurate, oltre che attuali, moderne come un classico che non smette di parlarci anche se abbiamo le Nike al posto delle galosce, le analisi sulla struttura economica fatte da Marx. Inoltre, l’istanza etica che le muove è quanto di più simile al concetto di giustizia, almeno all’interno del misero menu politico che oggi si offre; due primi e due secondi, come nei ristoranti per camionisti.
Nonostante la virtù teorica che gli riconosco, c’è però qualcosa al suo interno, un’eco, o forse l’odore che ricorda quello dei poveri, non è una puzza e lo senti anche quando vincono la lotteria. Adesso possono finalmente acquistare le migliori eau de toilette francesi! Ma niente da fare, ti sfiorano, li sfiori, forse è l’odore che possiedi pure tu. Ed è impossibile da coprire, da estirpare a suon di spruzzetti profumati, pomate anti aging. Così l’odore del comunismo.
Per questo mi viene da concludere che il comunismo non è sbagliato ma è finto. Me ne accorgo, a ritroso, puntando un cannocchiale capovolto sulla storia, anno 1976.
Era il 21 giugno, una domenica che immagino soleggiata e calda, a cui è seguito il lunedì successivo dello stesso anno, giorni di elezioni. Si trattava delle più importanti, le politiche, in cui il PCI raggiunse il suo massimo storico: 34,37%. In pratica, una persona su tre era, o si diceva, comunista. 
Se ci pensiamo bene, non è così importante che la DC avesse superato quel dato percentuale, raggiungendo un 38,71% che premiava ancora una volta la cautela, Gladio, le prebende di Gerald Ford e le rate per acquistare la Fiat 128 rally, oltre a qualche stragetta qua e là. Non è importante perché quella sconfitta, oplà, una rapida piroetta, avrebbe potuto trasformarsi nella tanto auspicata vittoria del Lumpenproletariat. E ciò a partire da una semplice domanda: cos'è il comunismo? 
Collettivizzazione dei mezzi di produzione e di scambio, ci risponderebbe lo stesso Marx. Bene, sarebbe stato sufficiente che quel terzo di popolazione, come era avvenuto quasi settant'anni prima nei kibbutz fondati nella Palestina ottomana e, quindi, sotto il mandato inglese delle Nazioni Unite, condividesse le proprie risorse, attuando una sorta di collettivizzazione spontanea.
Non è complicato: sei comunista e hai due mucche? Bene, ne offri una a un altro comunista, un compagno che non possiede nessuna mucca, e così per tutto il resto. Un livellamento spontaneo delle risorse tra chi partecipa del medesimo orizzonte finale. Il comunismo, appunto. 
L'idea è vagamente naif, ma, nel 1976, sarebbe stata perfettamente realizzabile. Quel 34% è come si dice una soglia critica, e avrebbe prodotto effetti a catena sull'intera società italiana. Che sarebbe divenuta, giorno dopo giorno e senza rivoluzioni, comunista. 
Peccato che non sia venuta in mente a nessuno. E ciò perché il comunismo è finto, o più precisamente una postura sentimentale di derivazione cattolica – la mano che deposita l'obolo nel sacchettino floscio del sagrestano –, ma al fondo ancora cela l'homo homini lupus, nella forma di una disposizione egoistica molto difficile da estirpare. Antropologia, insomma, non politica.
Facendo un traslato psicanalitico, il comunismo corrisponde al Super Io freudiano (come l'uomo dovrebbe essere per la legge morale) mentre il liberalismo all'Es (come l'uomo realmente è, e si manifesta nei suoi impulsi profondi). Tra i due si barcamena l'io cosciente, che pensa di essere buono ma è in realtà un po' stronzo. Non tanto, solo un po'.
Ma l'umanità non è immutabile, è un prodotto storico come ogni altra cosa. Il giorno in cui cambiasse l'uomo – tra mille, duemila, forse cinquemila anni... – potremmo sperare di vedere attuato il vero comunismo. Che non è quello sovietico, con i colbacchi di marmotta e i baci sulla bocca tra maschi, oppure i sigari cubani del lider maximo; nemmeno il neo-comunismo cinese che viaggia al ritmo dei suoi smartphone scattanti, i sorrisini compunti. Il vero comunismo è coincidenza tra parola e intenzione, prima ancora che tra parola e fatti.
Per ora teniamoci stretti Salvini, Di Maio, Renzi e Berlusconi. Già che, con le loro brame, sono lo specchio che più ci rassomiglia, a cui domandare ogni mattina chi è il più stronzo del reame.

sabato 29 giugno 2019

Sea Watch, una tragedia moderna. O quasi...


Lo dico subito quale premessa: io sto dalla parte della giovane capitana della Sea Watch, Carola Rackete.
A campionato concluso e in assenza di rilevanti competizioni sportive, pare che questa sia l'unica occasione per condiscendere la natura umana, che gode nel disporsi in opposte tifoserie. Eppure il mio sostegno non è calcistico, mi sta perfino un po' antipatica, tifo per lei come tifavo un tempo per l'Inter di Moratti, le cui frequenti apparizioni televisive mi facevano venir voglia di sventolare qualsiasi altra bandiera, fosse pure quella della SPAL.
Rackete, come Moratti, è infatti una figura pubblica monodimensionale, in un romanzo potrebbe tutt'al più ambire al ruolo di personaggio minore. E sì che la storia le ha addirittura offerto l'occasione di interpretare Antigone, ma gli manca la stoffa drammaturgica.
A differenza dell'eroina di Sofocle, alla comandante tedesca difetta il senso del tragico, e moderna tra i moderni si siede sempre dalla parte della ragione, considerando tutte le altre sedie quali domicilio del torto. La natura tragica  e la nostra epoca ne condivide le caratteristiche essenziali  si fonda invece sulla compresenza di istanze opposte ma ugualmente legittime, o se si preferisce e con maggior enfasi filosofica: un dover essere che si contrappone a un non poter essere, andando a costituire una sorta di inestricabile nodo. Sì, proprio come quello di Gordio, che solo Aleasandro riesce sciogliere con la spada. Ma quando si sguainano le armi, qualcuno poi si fa male... 
Nel nostro caso, come nell'omonima tragedia, il contrasto irrisolvibile è tra due diversi decreti, dove la scelta è necessaria non meno che drammatica. Se dunque Antigone, offrendo sepoltura al fratello morto in battaglia e però così trasgredendo un divieto cittadino, si pone volontariamente fuori dalla legalità civile, è perché avverte dentro di sé una legge (non scritta) a cui assegna un grado maggiore di urgenza. La legge del cuore. Ma questa non smentisce, come non prova a fare neppure Socrate, le leggi imperfette degli uomini, e come quest'ultimo si dispone al giudizio di Creonte senza sollevare obiezioni.
La sua verità sta infatti a un livello diverso, è asimmetrica, tanto che è proprio nello scarto prospettico il manifestarsi della natura emblematica di Antigone, a fare da specchio a un'umanità che può finalmente riflettersi, non redimersi. Ma ormai lo spettatore dovrebbe avere compreso che è la vita, non la tragedia, a essere paradossale. 
Al contrario, sembra  che Carola Rackete contempli una sola verità: la sua. Una verità di segno certamente più alto – cercare di aiutare persone in pericolo, qualunque ragione o torto le abbia condotte a quello stato –, pur senza escludere l'insieme di norme e lealtà sociali e simboli in cui la vita associata si avviluppa, come il gomitolo di lana che solo il gattino accetta per quel che è: un buffo oggetto di cui non chiedersi la ragione, ma solo far danzare con le proprie zampette dispettose.
Le sarebbe dunque bastato un minimo di umiltà per fare di lei un'eroina tragica, ad esempio dicendo: lo so, sto violando i confini di una nazione sovrana e chiedo scusa al popolo italiano e alle sue leggi. Ma questo sbaglio è necessario, sta prima della legge e la completa. Così, invece, ha fatto la cosa giusta, the right thing. Ma con un atteggiamento sbagliato.