Gli zotici, i morti di fame, i somari votano per la Meloni. L’ha detto Bonaccini, scrive Tizio su Facebook. E Caio e Sempronio accorrono a mettere il loro like. In realtà Bonaccini ha detto un’altra cosa, per quanto tocca ammettere che l’ha detta male.
Liofilizzando la sua maldestra affermazione in polvere
concettuale, otterremmo qualcosa del genere: il voto politico, fino a qualche
decennio fa, avveniva per riconoscimento. Ora invece per incorporazione.
Bisogna quindi aggiungere un po’ d’acqua e provare a
farne un discorso potabile. Se io sono povero e ignorante – sono condizioni
oggettive, non giudizi –, dopo avere riconosciuto quelle condizioni
quale esito di eventi reali da correggere (o se si preferisce usare il linguaggio della dialettica
marxiana: processi storici determinati), voterò per quei partiti che tutelano i
miei interessi – giusto? No, sbagliato.
Ciò valeva per il secolo scorso, poi è arrivato
Berlusconi: è sceso in campo. Ma il punto di rottura è avvenuto prima, dobbiamo
riavvolgere la pellicola. Se io sono povero e ignorante e guardo Anche i
ricchi piangono su Rete 4, dopo un po’ di puntate mi ritroverò a vibrare
per le vicende di quei poveri ricchi frignoni, empatizzerò come si dice adesso. Fino
a piangere lacrime grosse quanto ciliegie mature.
In psicoanalisi questo meccanismo viene chiamato incorporazione. Di seguito la definizione che ne viene data dal vocabolario Treccani: “il processo psichico per cui si tende ad accogliere in sé oggetti o aspetti del mondo esterno, appropriandosi delle rispettive doti o qualità, vere o presunte. Appartiene, con la proiezione, ai primi meccanismi che regolano i rapporti oggettuali, e ha spesso il carattere di un meccanismo di difesa.”
La prolungata esposizione a mondi a noi del tutto alieni,
come fu anche la serie televisiva Dallas (sempre sulle reti Fininvest,
sempre primi anni Ottanta), ha prodotto forme di incorporazione spurie, poi replicate con la stessa biografia del Cavaliere: un uomo che
davvero era riuscito a farsi percepire come amico, uno di noi con cui gridare forza
Milan! Di noi ricchi, dunque.
Esiste un bell’aneddoto che chiarisce ancora meglio il
dispositivo, si tratta di una storia vera riportata da un antropologo. Un piccolo
gruppo di minatori sudamericani, saranno stati quattro o cinque, sta discutendo
in un bar sulle politiche fiscali del proprio paese, che ha appena introdotto
una tassa sui patrimoni dei più ricchi. “Quei bastardi!” convengono i minatori,
riferendosi ai politici che hanno votato la legge.
L'antropologo, seduto a un tavolo vicino, si alza dalla
sedia e li raggiunge con il suo bicchiere di Horchata. “Scusate se mi intrometto” dice, “ma non ho potuto fare a
meno di sentire ciò che stavate dicendo. C’è una cosa che però non capisco: per
quale ragione vi lamentate se i super ricchi vengono tassati? Senza offesa, ma non
mi pare che ne facciate parte… In fondo, con quei soldi, verranno realizzate
opere di interesse pubblico.”
“Eh già, bravo gonzo” risponde quello che appare
essere il maschio alfa del gruppo: “e se poi vinco la lotteria… come la
mettiamo? Con la nuova legge, devo lasciar lì la metà dei soldi in tasse!” E gli
altri, di nuovo, a dargli manforte: “Bastardos, pendejos, hijos de puta!”
Ecco, credo sia questo che abbia voluto dire Bonaccini: incorporazione, non riconoscimento. Immaginario psichico contraffatto, non realtà. Incapacità della sinistra di costruire un immaginario altrettanto persuasivo, non scemenza degli elettori di destra. Anche se l’ha detto male.

Nessun commento:
Posta un commento