martedì 8 settembre 2026

Peppa Tencia, o sui tre scenari in Palestina

Negli Stati Uniti, in data 3 settembre 2026, sono state approvate dalla Camera dei Rappresentanti delle misure legislative a favore di Israele. O per essere più precisi, le misure sono contrarie a possibili azioni di boicottaggio nei confronti dello storico alleato, le cui premesse umorali vanno ricercate, in America, soprattutto nei campus universitari. Il nome della misura è Protect Economic and Academic Freedom Act (H.R. 4795), ma confesso di non saperne molto più di questa sigla. Mi sono così rivolto all’IA Gemini, che precisa quanto segue:

Cosa prevede la legge

• Taglio dei fondi federali: Le università e i college statunitensi che partecipano a programmi di aiuti finanziari federali o ricevono fondi per studi internazionali e linguistici perderanno tali finanziamenti se aderiscono a boicottaggi commerciali o accademici contro Israele.

• Garantire la cooperazione: Gli atenei devono certificare annualmente di non porre restrizioni o ostacoli a programmi di scambio, ricerca congiunta, viaggi di studio o collaborazioni con istituzioni o studenti israeliani.

• Target mirato: La norma punta a contrastare l'influenza del movimento BDS (Boycott, Divestment, and Sanctions), cresciuto particolarmente nelle manifestazioni e nei campus universitari nell'ultimo anno.

Il contesto politico e l'iter parlamentare

• Esito della votazione: La Camera ha approvato il testo con 237 voti favorevoli e 169 contrari. Un gruppo di 33 deputati democratici si è unito alla maggioranza repubblicana per sostenere la legge.

• Passaggio al Senato: Perché la legge entri effettivamente in vigore, dovrà ora passare all'esame e all'approvazione del Senato statunitense.

Una notizia che restituisce il clima di complicità e, perfino, soggezione che questa amministrazione ha nei confronti dello stato di Israele, ma non offre novità significative su cosa potrebbe accadere nella terra dei pompelmi e della cupola missilistica Iron Dome. Se anche ci fosse negli Stati Uniti un diverso presidente, mettiamo George Clooney, Israele tirerebbe dritto per la propria strada: "Hi George, you were so funny in Hail, Caesar!" E ciò perché esistono delle variabili antecedenti, che possiamo individuare in due blocchi monolitici e non scalfibili:

1) I coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Una popolazione di circa 770.000 persone, ossia il 7,5% del totale degli israeliani; in proporzione all’Italia, corrisponde a tutti gli abitanti dell’Emilia Romagna. Con la differenza, rispetto a romagnoli, che i coloni sono armati fino ai denti, più quell’altra arma (forse ancora più potente) costituita dalla scheda elettorale. Non voterebbero cioè mai per dei partiti che prevedono il loro sgombero, arrivando a ingaggiare una guerra civile pur di non restituire ai palestinesi il maltolto. Perciò la Cisgiordania rimane integrata a Israele, ormai è caduto anche il velo di decenza che ne voleva un’autonomia solo formale, consegnata all’ANP.

2) Hamas. Finché nella Striscia di Gaza ci sarà anche solo un militante di Hamas – e ci saranno sempre, a meno di sterminare tutti i gazawi (ipotesi tenuta in conto da Ben-Gvir e soci) –, quel minimo disgraziato territorio sarà oggetto di una guerra permanente, che ai più ormai appare come una premeditata campagna di sterminio. Vogliamo contrastare Israele con delle sanzioni? Per me sarebbe sacrosanto, ma i suoi abitanti alzerebbero le spalle. Qualche pompelmo in meno venduto, ma loro, con questa idea da principio genuina e poi distorta di sicurezza nazionale, continuerebbero a genocidare. I dizionari nel frattempo ringraziano, per avergli donato un nuovo neologismo.

La situazione appare così avvitata, il fuori incide ormai pochissimo sul dentro, dalla politica si scivola all'antropologia, e non per rispolverare i vecchi stereotipi dei giudei col naso a canappia e il braccino corto: quella è spazzatura da cui prendere una volta per tutte congedo. È il dentro, si diceva, a prevalere, sono le viscere dove si attorcigliano paura e odio, a scapito della diplomazia che si fonda sulla ragione discorsiva. Un impasto perverso dal quale il futuro si proietta in sagoma fosca e nuovamente biforcata, anzi a essere pignoli gli scenari sono tre:

1) Compravendita dei palestinesi e realizzazione della Grande Israele. Viene pagato, e pure molto, qualche paese arabo (ad esempio Egitto o Giordania) per accollarsi tutti i palestinesi. E poi via con le ruspe, con i resort vista mare, cocktail internazionali, piscina e palmizi sulle macerie di Gaza. Una deportazione tragica non priva di un lato grottesco, a somiglianza del gioco con le carte della Peppa Tencia; la donna di picche che i giocatori cercano di sbolognarsi l’un con l’altro. Eh già, perché anche i paesi arabi guardano ai palestinesi come alla donna di picche: fratelli fratelli, ma solo a parole. Per metterseli in casa, tanti dollari.

2) Guerra permanente. Uno scenario che abbiamo già incontrato, il futuro si riduce a una fotocopia insanguinata dell’oggi. Cambierebbero magari un poco solo le proporzioni: la Cisgiordania, di fatto integrata al progetto sionista, sarebbe sempre più popolosa, più colonizzata; mentre la Striscia di Gaza andrebbe a perdere abitanti. Non perché i palestinesi non fanno più figli, ma perché i figli e anche i genitori e anche i nonni muoiono. Sotto le bombe israeliane o, magari, di gastroenterite acuta e diarrea, con casi aumentati del 2000% rispetto a prima del tirasegno dell'IDF.

3) Armageddon. Non possiamo infine escludere un allargamento del conflitto; lasciando perdere l’imbelle Europa, oltre a Iran e Yemen e Libano, magari anche alla Turchia potrebbe un giorno venire voglia di menare le mani, oppure a Russia e Cina, che non si è ancora sbilanciata. E allo stato nucleare dell’arte, una guerra mondiale potrebbe portare alla profezia biblica dell’Armageddon. Le fazioni israeliane più ortodosse non chiedono di meglio, ma anche qualche svalvolato americano, alla Peter Thiel, ci sta facendo un pensierino.

Un momento, sento un’obiezione sollevarsi dentro la mia testa: non avevamo detto che il futuro sarebbe stato due popoli due stati? Sì, l’avevamo detto, e continuiamo a dirlo in inutili consessi politici europei, oppure all’interno dei talk show – meglio se trasmessi dopo l'ora di cena, quando la digestione ottenebra il pensiero – dove vince chi strilla più forte. Ma all’ordine del giorno della storia, questa ipotesi risulta non pervenuta.

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