Negli Stati Uniti, in data 3 settembre 2026, sono state approvate dalla Camera dei Rappresentanti delle misure legislative a favore di Israele. O per essere più precisi, le misure sono contrarie a possibili azioni di boicottaggio nei confronti dello storico alleato, le cui premesse umorali vanno ricercate, in America, soprattutto nei campus universitari. Il nome della misura è Protect Economic and Academic Freedom Act (H.R. 4795), ma confesso di non saperne molto più di questa sigla. Mi sono così rivolto all’IA Gemini, che precisa quanto segue:
Cosa prevede la legge
• Taglio dei fondi federali: Le università
e i college statunitensi che partecipano a programmi di aiuti finanziari
federali o ricevono fondi per studi internazionali e linguistici perderanno
tali finanziamenti se aderiscono a boicottaggi commerciali o accademici contro
Israele.
• Garantire la cooperazione: Gli atenei
devono certificare annualmente di non porre restrizioni o ostacoli a programmi
di scambio, ricerca congiunta, viaggi di studio o collaborazioni con
istituzioni o studenti israeliani.
• Target mirato: La norma punta a
contrastare l'influenza del movimento BDS (Boycott, Divestment, and Sanctions),
cresciuto particolarmente nelle manifestazioni e nei campus universitari
nell'ultimo anno.
Il contesto politico e l'iter parlamentare
• Esito della votazione: La Camera ha
approvato il testo con 237 voti favorevoli e 169 contrari. Un gruppo di 33
deputati democratici si è unito alla maggioranza repubblicana per sostenere la
legge.
• Passaggio al Senato: Perché la legge
entri effettivamente in vigore, dovrà ora passare all'esame e all'approvazione
del Senato statunitense.
Una notizia che restituisce il clima di complicità e,
perfino, soggezione che questa amministrazione ha nei confronti dello stato di
Israele, ma non offre novità significative su cosa potrebbe accadere nella
terra dei pompelmi e della cupola missilistica Iron Dome. Se anche ci fosse
negli Stati Uniti un diverso presidente, mettiamo George Clooney, Israele
tirerebbe dritto per la propria strada: "Hi George, you were so funny in Hail, Caesar!" E ciò perché esistono delle
variabili antecedenti, che possiamo individuare in due blocchi monolitici e non
scalfibili:
1) I coloni in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Una
popolazione di circa 770.000 persone, ossia il 7,5% del totale degli
israeliani; in proporzione all’Italia, corrisponde a tutti gli abitanti
dell’Emilia Romagna. Con la differenza, rispetto a romagnoli, che i coloni sono
armati fino ai denti, più quell’altra arma (forse ancora più potente)
costituita dalla scheda elettorale. Non voterebbero cioè mai per dei partiti
che prevedono il loro sgombero, arrivando a ingaggiare una guerra civile pur di
non restituire ai palestinesi il maltolto. Perciò la Cisgiordania rimane integrata a Israele, ormai è caduto anche il velo di decenza che ne voleva
un’autonomia solo formale, consegnata all’ANP.
2) Hamas. Finché nella Striscia di Gaza ci sarà anche
solo un militante di Hamas – e ci saranno sempre, a meno di sterminare tutti i
gazawi (ipotesi tenuta in conto da Ben-Gvir e soci) –, quel minimo disgraziato
territorio sarà oggetto di una guerra permanente, che ai più ormai appare come
una premeditata campagna di sterminio. Vogliamo contrastare Israele con delle
sanzioni? Per me sarebbe sacrosanto, ma i suoi abitanti alzerebbero le spalle.
Qualche pompelmo in meno venduto, ma loro, con questa idea da principio genuina
e poi distorta di sicurezza nazionale, continuerebbero a genocidare. I
dizionari nel frattempo ringraziano, per avergli donato un nuovo neologismo.
La situazione appare così avvitata, il fuori incide
ormai pochissimo sul dentro, dalla politica si scivola all'antropologia, e non
per rispolverare i vecchi stereotipi dei giudei col naso a canappia e il
braccino corto: quella è spazzatura da cui prendere una volta per tutte
congedo. È il dentro, si diceva, a prevalere, sono le viscere dove si
attorcigliano paura e odio, a scapito della diplomazia che si fonda sulla
ragione discorsiva. Un impasto perverso dal quale il futuro si proietta in
sagoma fosca e nuovamente biforcata, anzi a essere pignoli gli scenari sono
tre:
1) Compravendita dei palestinesi e realizzazione della
Grande Israele. Viene pagato, e pure molto, qualche paese arabo (ad esempio
Egitto o Giordania) per accollarsi tutti i palestinesi. E poi via con le ruspe,
con i resort vista mare, cocktail internazionali, piscina e palmizi sulle macerie di Gaza. Una deportazione tragica non priva di un lato
grottesco, a somiglianza del gioco con le carte della Peppa Tencia; la donna di
picche che i giocatori cercano di sbolognarsi l’un con l’altro. Eh già, perché
anche i paesi arabi guardano ai palestinesi come alla donna di picche: fratelli
fratelli, ma solo a parole. Per metterseli in casa, tanti dollari.
2) Guerra permanente. Uno scenario che abbiamo già
incontrato, il futuro si riduce a una fotocopia insanguinata dell’oggi.
Cambierebbero magari un poco solo le proporzioni: la Cisgiordania, di fatto
integrata al progetto sionista, sarebbe sempre più popolosa, più colonizzata;
mentre la Striscia di Gaza andrebbe a perdere abitanti. Non perché i
palestinesi non fanno più figli, ma perché i figli e anche i genitori e anche i
nonni muoiono. Sotto le bombe israeliane o, magari, di gastroenterite acuta e diarrea, con casi aumentati del 2000% rispetto a prima del tirasegno dell'IDF.
3) Armageddon. Non possiamo infine escludere un
allargamento del conflitto; lasciando perdere l’imbelle Europa, oltre a Iran e
Yemen e Libano, magari anche alla Turchia potrebbe un giorno venire voglia di menare le
mani, oppure a Russia e Cina, che non si è ancora sbilanciata. E allo stato
nucleare dell’arte, una guerra mondiale potrebbe portare alla profezia biblica
dell’Armageddon. Le fazioni israeliane più ortodosse non chiedono di meglio, ma
anche qualche svalvolato americano, alla Peter Thiel, ci sta facendo un
pensierino.
Un momento, sento un’obiezione sollevarsi dentro la
mia testa: non avevamo detto che il futuro sarebbe stato due popoli due stati?
Sì, l’avevamo detto, e continuiamo a dirlo in inutili consessi politici
europei, oppure all’interno dei talk show – meglio se trasmessi dopo l'ora di cena,
quando la digestione ottenebra il pensiero – dove vince chi strilla più forte.
Ma all’ordine del giorno della storia, questa ipotesi risulta non pervenuta.
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