Il comunismo
non è sbagliato, è finto. Provo a
spiegarmi.

Nonostante
la virtù teorica che gli riconosco, c’è però qualcosa al suo interno, un’eco,
o forse l’odore che ricorda quello dei poveri, non è una puzza e lo senti anche quando vincono la lotteria.
Adesso possono finalmente acquistare le migliori eau de toilette francesi! Ma niente da fare, ti sfiorano, li
sfiori, forse è l’odore che possiedi pure tu. Ed è impossibile da coprire, da
estirpare a suon di spruzzetti profumati, pomate anti aging. Così l’odore del comunismo.
Per questo
mi viene da concludere che il comunismo non è sbagliato ma è finto. Me ne
accorgo, a ritroso, puntando un cannocchiale capovolto sulla storia, anno 1976.
Era il 21
giugno, una domenica che immagino soleggiata e calda, a cui è seguito il lunedì successivo dello stesso anno, giorni
di elezioni. Si trattava delle più importanti, le politiche, in cui il PCI raggiunse
il suo massimo storico: 34,37%. In pratica, una persona su tre era, o si
diceva, comunista.
Se ci
pensiamo bene, non è così importante che la DC avesse superato quel dato percentuale,
raggiungendo un 38,71% che premiava ancora una volta la cautela, Gladio, le
prebende di Gerald Ford e le rate per acquistare la Fiat 128 rally, oltre a
qualche stragetta qua e là. Non è importante perché quella sconfitta, oplà, una
rapida piroetta, avrebbe potuto trasformarsi nella tanto auspicata vittoria del
Lumpenproletariat. E ciò a partire da una semplice
domanda: cos'è il comunismo?
Collettivizzazione
dei mezzi di produzione e di scambio, ci risponderebbe lo stesso Marx. Bene,
sarebbe stato sufficiente che quel terzo di popolazione, come era avvenuto
quasi settant'anni prima nei kibbutz fondati nella Palestina ottomana e,
quindi, sotto il mandato inglese delle Nazioni Unite, condividesse le proprie
risorse, attuando una sorta di collettivizzazione spontanea.
Non è
complicato: sei comunista e hai due mucche? Bene, ne offri una a un altro
comunista, un compagno che non possiede nessuna mucca, e così per tutto il resto.
Un livellamento spontaneo delle risorse tra chi partecipa del medesimo orizzonte
finale. Il comunismo, appunto.
L'idea è
vagamente naif, ma, nel 1976, sarebbe stata perfettamente realizzabile. Quel
34% è come si dice una soglia critica, e avrebbe prodotto effetti a catena
sull'intera società italiana. Che sarebbe divenuta, giorno dopo giorno e senza rivoluzioni,
comunista.
Peccato che
non sia venuta in mente a nessuno. E ciò perché il comunismo è finto, o più precisamente una postura
sentimentale di derivazione cattolica – la mano che deposita l'obolo nel
sacchettino floscio del sagrestano –, ma al fondo ancora cela l'homo homini lupus, nella forma di una
disposizione egoistica molto difficile da estirpare. Antropologia, insomma, non
politica.
Facendo un
traslato psicanalitico, il comunismo corrisponde al Super Io freudiano (come
l'uomo dovrebbe essere per la legge morale) mentre il liberalismo all'Es (come
l'uomo realmente è, e si manifesta nei suoi impulsi profondi). Tra i due si
barcamena l'io cosciente, che pensa di essere buono ma è in realtà un po'
stronzo. Non tanto, solo un po'.
Ma l'umanità
non è immutabile, è un prodotto storico come ogni altra cosa. Il giorno in cui
cambiasse l'uomo – tra mille, duemila, forse cinquemila anni... – potremmo
sperare di vedere attuato il vero
comunismo. Che non è quello sovietico, con i colbacchi di marmotta e i baci sulla bocca tra maschi, oppure
i sigari cubani del lider maximo;
nemmeno il neo-comunismo cinese che viaggia al ritmo dei suoi smartphone scattanti, i sorrisini
compunti. Il vero comunismo è coincidenza tra parola e intenzione, prima
ancora che tra parola e fatti.
Per ora
teniamoci stretti Salvini, Di Maio, Renzi e Berlusconi. Già che, con le loro
brame, sono lo specchio che più ci rassomiglia, a cui domandare ogni mattina
chi è il più stronzo del reame.
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