
Ho scoperto da
un’amica che esiste una versione di liceo scientifico per così dire light, come
la Coca-Cola e le sigarette. La mia amica era aggiornata sull'argomento già che
il figlio ha deciso d'iscriversi proprio a tale indirizzo. La differenza dal
liceo tradizionale consiste nel fatto che, allo studio del latino, sono state
sostituite le tecnologie applicate, in particolare l’informatica.
Ora io non metto in dubbio che nel mondo attuale, e a maggior
ragione in quello a venire, l’informatica occuperà un ruolo di particolare
rilievo; un sapere di derivazione matematica di cui già dal primo WhatsApp
mattutino non possiamo più fare a meno, specie se si tratta di una persona a
cui teniamo molto ed è accompagnato da un cuoricino.
Possiamo guardare all’informatica come alla tecnica suprema – ma non tecnica regia, attenzione, che per Platone era rappresentata dalla politica, basilikè téchne – e però sempre di tecnica si tratta, che nella sua essenza è il gesto pratico di coordinare mezzi in vista di un fine.
La tua automobile sbuffa dal radiatore come un bisonte braccato da Buffalo Bill, mettiamo. Nessun problema. Il meccanico, che è uomo di tecnica raffinatissima, coordinerà tutti i mezzi a sua disposizione – cacciaviti, sensori, pinze, chiavi inglesi, ponte sollevatore e soprattutto un grandissimo fiuto... – per raggiungere il fine previsto. Quello di sistemarla.
Eppure non in tutte le cose il fine è immediatamente intuibile, a portata di cacciavite. Per tale ragione nelle società umane è esistita ed esiste anche la teoria, ossia un pensiero che non procede a braccetto con l'azione compiacendola con i suoi inchini, ma si limita a osservare le cose da una distanza intangibile e rarefatta. Un pensiero ineffettuale.
Possiamo guardare all’informatica come alla tecnica suprema – ma non tecnica regia, attenzione, che per Platone era rappresentata dalla politica, basilikè téchne – e però sempre di tecnica si tratta, che nella sua essenza è il gesto pratico di coordinare mezzi in vista di un fine.
La tua automobile sbuffa dal radiatore come un bisonte braccato da Buffalo Bill, mettiamo. Nessun problema. Il meccanico, che è uomo di tecnica raffinatissima, coordinerà tutti i mezzi a sua disposizione – cacciaviti, sensori, pinze, chiavi inglesi, ponte sollevatore e soprattutto un grandissimo fiuto... – per raggiungere il fine previsto. Quello di sistemarla.
Eppure non in tutte le cose il fine è immediatamente intuibile, a portata di cacciavite. Per tale ragione nelle società umane è esistita ed esiste anche la teoria, ossia un pensiero che non procede a braccetto con l'azione compiacendola con i suoi inchini, ma si limita a osservare le cose da una distanza intangibile e rarefatta. Un pensiero ineffettuale.
Approfondendo lo sguardo su di sé, la teoria ci mostra che
questa gratuità è però solo apparente, avendo uno scopo altrettanto preciso:
quello di orientare le scelte, specie collettive, direzionando le tecniche per
offrirgli la finalità umana, etica, perfino estetica che in sé stesse non
possiedono. Attraverso la fissione nucleare, ad esempio, possiamo radere al
suolo Hiroshima come far risplendere un milione di alberi di Natale... No, non è la tecnica che può aiutarci nella decisione.
Individuare e perseguire degli obiettivi di portata più ampia dei bisogni biologici primari, è allora da mettere in relazione ai cosiddetti valori (cosa è importante e giusto per me, cosa è importante e giusto per tutti); valori che a loro volta si vanno precisando in un rapporto dialettico con la tradizione. Seguendo una falsa etimologia, potremo vedere la difficile arte del significare come una tradi-zione, ossia un tradimento dell'azione spinta dall'utile immediato a favore di un'azione storicizzata, che si fa carico della costruzione del proprio senso a partire dall'immagine che una comunità (o un individuo) possiede di sé.
Lo studio dei valori e della tradizione da cui proveniamo, il suo passaggio testimoniale nella staffetta delle generazioni, veniva chiamato nella Grecia classica paideia, e coincideva con un excursus formativo a cui i giovani appartenenti alla classi agiate venivano sottoposti. Più che nozioni pratiche e funzionali, ossia e appunto delle tecniche, si cercava di trasmettergli l’essenza spirituale di quella civiltà, la sua identità più profonda. Se ne ricava che il fine fosse lo sviluppo del fanciullo a partire da tale nucleo astratto ma non meno reale, inverandosi nella storia.
Individuare e perseguire degli obiettivi di portata più ampia dei bisogni biologici primari, è allora da mettere in relazione ai cosiddetti valori (cosa è importante e giusto per me, cosa è importante e giusto per tutti); valori che a loro volta si vanno precisando in un rapporto dialettico con la tradizione. Seguendo una falsa etimologia, potremo vedere la difficile arte del significare come una tradi-zione, ossia un tradimento dell'azione spinta dall'utile immediato a favore di un'azione storicizzata, che si fa carico della costruzione del proprio senso a partire dall'immagine che una comunità (o un individuo) possiede di sé.
Lo studio dei valori e della tradizione da cui proveniamo, il suo passaggio testimoniale nella staffetta delle generazioni, veniva chiamato nella Grecia classica paideia, e coincideva con un excursus formativo a cui i giovani appartenenti alla classi agiate venivano sottoposti. Più che nozioni pratiche e funzionali, ossia e appunto delle tecniche, si cercava di trasmettergli l’essenza spirituale di quella civiltà, la sua identità più profonda. Se ne ricava che il fine fosse lo sviluppo del fanciullo a partire da tale nucleo astratto ma non meno reale, inverandosi nella storia.
Un’idea che non era così scontata, attenzione, altri popoli
si concentrarono molto di più sulla trasmissione di prassi concrete e
utilitaristiche, ma che finì con l’affermarsi in Occidente tramite l’assunzione
da parte dei romani, secondo la celebre intuizione di Orazio per cui Graecia capta ferum victorem cepit.
Della nostra tradizione, in un senso non solo ideale ma anche formale – sono letteralmente le sue radici, che si estendono nel terreno delle parole che utilizziamo tutti i giorni –, il latino rappresenta una delle componenti più diffuse e significative, il suo codice occulto. Rinunciarvi a favore dell’informatica, più che genericamente scandaloso o altre espressioni di vuota retorica, a me sembra dunque corrispondere a una precisa scelta a favore dei mezzi (tecnici) ma a scapito dei fini (umani).
E ricordo ancora, un po’ pedantemente, che stiamo parlando di giovani liceali, ossia di ragazzi che si candidano a essere la futura classe dirigente del Paese; e con ciò senza nulla togliere a coloro che scelgono o vengono costretti a frequentare scuole tecniche, come è stato nel mio caso. Una circostanza, quest'ultima, che suggerisce maggiore indulgenza, dal momento che un ragazzo iscritto a un istituto professionale si dispone umilmente a occuparsi dei mezzi con cui far funzionare cose già decise da altri; ad esempio la nostra vecchia carretta, che continua a buttar fumo con Buffalo Bill alle calcagna.
Ma da un futuro architetto, politico, giornalista, magistrato, insegnante, medico, urbanista, alto funzionario pubblico pretenderemmo una maggior consapevolezza sulle finalità dei propri gesti. Consapevolezza che la conoscenza del latino potrebbe contribuire a sviluppare.
Se non fosse che ormai è già probabilmente troppo tardi, e le riflessioni della filosofia primonovecentesca, in particolare di quella di matrice esistenzialista e fenomenologica, già registrarono un ammutinamento della tecnica dai ranghi subalterni a cui era stata per secoli sottoposta: non più un mezzo in vista di un fine esterno e determinato, ma, ribaltando i rapporti tradizionali, l'indeterminata generazione di nuovi fini da parte di un mezzo che ha quale unica mira il proprio potenziamento, in un'infinita circolarità. Una tautologia in pratica.
O se volessimo provare a restituire il tutto con un’immagine, è il criceto che corre dentro la ruota della gabbietta senza chiedersi il senso della ruota e della gabbietta e della sua cavolo di vita da criceto, che sta unicamente nello sguardo della bambina che un giorno ha detto con gli occhioni sgranati: Me lo prendi papà? Sì, te lo prendo se vuoi.
Allo stato attuale delle cose possiamo così augurarci che almeno i giovani cinesi, nell'equivalente dei nostri licei, ancora studino il mandarino antico, la filosofia taoista, per non parlare della tortuosissima perfezione con cui si compone la grafia dei loro caratteri, vera grande muraglia posta a salvaguardia della rozza semplificazione del codice binario.
Potranno infatti essere solamente loro, e non un vecchio dio con i reumatismi e la gotta, come voleva Heidegger, i cinesi o qualche altro popolo eccentrico alla deriva modernista a mettere il morso e le briglie a una tecnica che corre libera e selvaggia nella prateria del niente ha senso, bene, allora tutto è possibile, operativamente fattibile. Non certo i giovani italiani, che frequentano licei in cui non si studia più il latino. Licei light, anzi: ultra light.
Della nostra tradizione, in un senso non solo ideale ma anche formale – sono letteralmente le sue radici, che si estendono nel terreno delle parole che utilizziamo tutti i giorni –, il latino rappresenta una delle componenti più diffuse e significative, il suo codice occulto. Rinunciarvi a favore dell’informatica, più che genericamente scandaloso o altre espressioni di vuota retorica, a me sembra dunque corrispondere a una precisa scelta a favore dei mezzi (tecnici) ma a scapito dei fini (umani).
E ricordo ancora, un po’ pedantemente, che stiamo parlando di giovani liceali, ossia di ragazzi che si candidano a essere la futura classe dirigente del Paese; e con ciò senza nulla togliere a coloro che scelgono o vengono costretti a frequentare scuole tecniche, come è stato nel mio caso. Una circostanza, quest'ultima, che suggerisce maggiore indulgenza, dal momento che un ragazzo iscritto a un istituto professionale si dispone umilmente a occuparsi dei mezzi con cui far funzionare cose già decise da altri; ad esempio la nostra vecchia carretta, che continua a buttar fumo con Buffalo Bill alle calcagna.
Ma da un futuro architetto, politico, giornalista, magistrato, insegnante, medico, urbanista, alto funzionario pubblico pretenderemmo una maggior consapevolezza sulle finalità dei propri gesti. Consapevolezza che la conoscenza del latino potrebbe contribuire a sviluppare.
Se non fosse che ormai è già probabilmente troppo tardi, e le riflessioni della filosofia primonovecentesca, in particolare di quella di matrice esistenzialista e fenomenologica, già registrarono un ammutinamento della tecnica dai ranghi subalterni a cui era stata per secoli sottoposta: non più un mezzo in vista di un fine esterno e determinato, ma, ribaltando i rapporti tradizionali, l'indeterminata generazione di nuovi fini da parte di un mezzo che ha quale unica mira il proprio potenziamento, in un'infinita circolarità. Una tautologia in pratica.
O se volessimo provare a restituire il tutto con un’immagine, è il criceto che corre dentro la ruota della gabbietta senza chiedersi il senso della ruota e della gabbietta e della sua cavolo di vita da criceto, che sta unicamente nello sguardo della bambina che un giorno ha detto con gli occhioni sgranati: Me lo prendi papà? Sì, te lo prendo se vuoi.
Allo stato attuale delle cose possiamo così augurarci che almeno i giovani cinesi, nell'equivalente dei nostri licei, ancora studino il mandarino antico, la filosofia taoista, per non parlare della tortuosissima perfezione con cui si compone la grafia dei loro caratteri, vera grande muraglia posta a salvaguardia della rozza semplificazione del codice binario.
Potranno infatti essere solamente loro, e non un vecchio dio con i reumatismi e la gotta, come voleva Heidegger, i cinesi o qualche altro popolo eccentrico alla deriva modernista a mettere il morso e le briglie a una tecnica che corre libera e selvaggia nella prateria del niente ha senso, bene, allora tutto è possibile, operativamente fattibile. Non certo i giovani italiani, che frequentano licei in cui non si studia più il latino. Licei light, anzi: ultra light.
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