
Eppure avvertivo qualcosa di stonato e perfino velleitario nelle
sue parole, come se si potesse costantemente vivere nella verità della parola,
e per quanto il suo lavoro di scrittore lo rende di certo più sensibile ai
maltrattamenti verbali. Pensiamo ad esempio alla forma più comune di galateo,
il saluto, ciao, una sola e semplice sillaba da cui le nostre giornate sono
intrise, al punto di non farci nemmeno più caso. Ma a ben vedere è anche quello
un rituale di mutua ipocrisia.
Salutando non mi sto infatti disponendo a diventare per davvero "schiavo tuo", come vuole l'etimologia veneziana del termine (sciao), ed è già tanto se ti aiuto a trasportare in auto i sacchetti dell'Esselunga. Poi chi si è visto si è visto.
Nonostante ciò, è difficile avvertire qualcosa di sconveniente e affettato in quel saluto: più che ipocrisia a me sembra convenzione, o se si preferisce mediazione sociale. Ma è solo quale conseguenza di tale mediazione di superficie (presente in ogni comunità etnica, per inciso) che si creano le premesse per lo sviluppo di un rapporto, in una direzione che potrà essere di verità oppure di finzione. A questo stadio non possiamo ancora saperlo.
Più che rituali di mutua ipocrisia – un tempo la vedevo anch'io alla maniera di quel bravo scrittore, lo confesso – li chiamerei allora rituali di ingaggio, come quelli che avvengono tra le navi per capire se armare i cannoni o fare bye bye col fazzoletto. O per restare dentro una metafora acquatica, a me ricordano i blocchi di partenza in una gara di nuoto.
La verità sta nell'acqua, nella possibilità di incontrarsi in acqua, non sul cemento del blocco, da cui rimiriamo la superficie azzurrina da cui siamo ancora esclusi. Eppure senza i blocchi di partenza, in mancanza dei ciao, come va?, omaggi alla signora, resteremmo eternamente a bordo piscina. Con parole magari verissime, ma che non si intrecceranno mai.
Per concludere, auguro buon Natale a tutti quelli che mi stanno leggendo. Ma davvero: buon Natale di cuore! E chissà che un giorno non ci si ribecchi in piscina, con il sapore di cloro in bocca e una minima verità tra le mani. Da scambiarci.
Salutando non mi sto infatti disponendo a diventare per davvero "schiavo tuo", come vuole l'etimologia veneziana del termine (sciao), ed è già tanto se ti aiuto a trasportare in auto i sacchetti dell'Esselunga. Poi chi si è visto si è visto.
Nonostante ciò, è difficile avvertire qualcosa di sconveniente e affettato in quel saluto: più che ipocrisia a me sembra convenzione, o se si preferisce mediazione sociale. Ma è solo quale conseguenza di tale mediazione di superficie (presente in ogni comunità etnica, per inciso) che si creano le premesse per lo sviluppo di un rapporto, in una direzione che potrà essere di verità oppure di finzione. A questo stadio non possiamo ancora saperlo.
Più che rituali di mutua ipocrisia – un tempo la vedevo anch'io alla maniera di quel bravo scrittore, lo confesso – li chiamerei allora rituali di ingaggio, come quelli che avvengono tra le navi per capire se armare i cannoni o fare bye bye col fazzoletto. O per restare dentro una metafora acquatica, a me ricordano i blocchi di partenza in una gara di nuoto.
La verità sta nell'acqua, nella possibilità di incontrarsi in acqua, non sul cemento del blocco, da cui rimiriamo la superficie azzurrina da cui siamo ancora esclusi. Eppure senza i blocchi di partenza, in mancanza dei ciao, come va?, omaggi alla signora, resteremmo eternamente a bordo piscina. Con parole magari verissime, ma che non si intrecceranno mai.
Per concludere, auguro buon Natale a tutti quelli che mi stanno leggendo. Ma davvero: buon Natale di cuore! E chissà che un giorno non ci si ribecchi in piscina, con il sapore di cloro in bocca e una minima verità tra le mani. Da scambiarci.
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