A distanza di una settimana posso finalmente
confessarlo. Il testo che ho pubblicato nei giorni scorsi su Facebook, con
titolo Pregiudizi, non era un post per così dire normale, ma un esperimento
meta-narrativo.
Mi sono detto: proviamo a scrivere qualcosa che
contenga il maggior numero di "nemici" (nella fattispecie erano sei:
più nemici che brevi paragrafi), e vediamo se quel che penso dei social
corrisponde a verità...
Non è difficile trovare dei nemici – in ciò il mio
post era veritiero –, e sputargli addosso è il gesto più comune e spontaneo.
Dopo pochi secondi la saliva si è riformata, e si può sputare di nuovo.
Dalla ricezione ho avuto conferma al mio sospetto,
ottenendo una quantità di letture, commenti e like ben superiori alla mia media
del periodo, comunque contenuta. Avevo fatto tombola.
Ma perché l'esperimento fosse completo mancava la
prova inversa, e perciò, trascorsi pochi giorni, ho pubblicato un nuovo
scritto. Si intitola Angeli e diavoli e rientra nel ciclo che ho chiamato delle
iniziazioni.
Si tratta di brevi racconti a sfondo biografico,
accomunati dall'incipit mi ricordo. Le memorie riguardano circostanze in cui la
vita è sembrata essere meno avara di senso, concedendo un tassello del suo
segreto. Un po' come in certi quiz televisivi dove si acquista una vocale.
Prevedevo, a naso, l'esito, e in effetti ci ho preso
di nuovo: Angeli e diavoli è stato lo scritto meno gradito nello stesso lasso
temporale, ma potrei forse dire da sempre. Eppure era da tutti punti di vista
superiore al precedente, e non mi sto lodando e sbrodolando da solo. Era
l'altro a essere modesto.
Nel passato era già capitato qualcosa di simile:
emozioni primarie (bambini o animali feriti), lutti, sarcasmo, semplificazioni
avevano sempre fatto lievitare l'audience. Anche ammiccamenti sessuali, che non
sono il mio forte. Ma soprattutto fare branco e mordere. Questa era però la
prima volta che disponevo le alternative con malizia.
Ciò mi conferma che i social, per molte ragioni,
rappresentano un ribaltamento prospettico; o forse sono la radicalizzazione di
un mondo già di suo capovolto. Sballato.
Alcune di tali ragioni mi pare di comprenderle,
perfino di condividerle con una parte profonda di me. Se non altro viene meno
l'ipocrisia, e dunque va bene così. Scriveva Baudelaire a introduzione dei
Fiori del male: “Hypocrite lecteur, – mon semblable, – mon frère!”
Anzi, in un certo senso va pure meglio: l'insuccesso
social rappresenta un prezioso indicatore, almeno quanto il successo
letterario. Sono entrambi fari che orientano la rotta in assenza di stelle.
Bravo Guido mi dirò, oggi sei quasi riuscito a renderti invisibile. Ma puoi
fare ancora meglio.
Solo quando avrò realizzato il post perfetto, quello
da zero like, saprò di avere fatto la cosa giusta. E potrò abbandonare una
parola che si vuole pubblica per auto incoronazione, alla maniera di Napoleone
con la Corona Ferrea: “Dio me l’ha data, e guai a chi me la tocca!”
Sì, in fondo desidero solo andarmene – da dove? Forse
da tutto ciò che Dio ha delegato all'uomo di malnominare, quando ogni congedo
implica la speranza di un vocabolario più degno – senza sbraiti e commedie, in
punta di piedi.
Andarmene come Chance il giardiniere nella sequenza conclusiva di Oltre il giardino. La bombetta in testa. L'ombrello chiuso in pugno. Camminando sull’acqua finalmente quieta di uno stagno.

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