Mi ricordo che il nonno aveva acquistato un puledro. Di solito commerciava in bestiame, ma quella volta, al rientro dalla Fiera di Maggio a Borghetto, nella stalla c’era anche un cavallino tutto nero. È per te mi aveva detto, è tuo.
A me la cosa aveva lasciato un po’ spiazzato: mi
piacevano gli animali, ma avevo confidenza con quelli a mia misura – cani, gatti,
se la nonna non vedeva prendevo in braccio un coniglio, oppure un pulcino che però non sembrava tanto contento. Ma non sapevo bene come ci si dovesse rapportare
con i cavalli, e poi non ne conoscevo il nome.
Lo chiesi al nonno che alzò le spalle. Non ha un nome, daglielo tu. Di getto mi venne Tornado, così chiamava il suo cavallo nero – quando non la faceva con un fischio – Don Diego de la Vega, in arte Zorro. Ma c’era un nuovo telefilm che ne stava scalzando la popolarità, il cui protagonista era un cavallo dello stesso colore. Quasi quasi... pensai, e dopo nemmeno una settimana gli cambiai nome in Furia.
La mattina andavo a scuola e il pomeriggio passavo dalla fattoria dei nonni per trovare Furia. La vita di campagna è ripetitiva, ciclica avrei imparato più tardi a definirla, mentre a scuola si imparano sempre cose nuove. In quel periodo la maestra
ci aveva parlato di Alessandro Magno, e il nome del mio cavallo mutò nuovamente
in Bucefalo. Quando qualcuno mi chiedeva conto della scelta mi piaceva
fare sfoggio di cultura.
Ma ormai ci avevo preso gusto, e così Bucefalo divenne
in seguito Goldrake, quindi Nerone, Roberto, Geghegè… Ogni volta lo chiamavo
con un nome diverso. Lui mi guardava con occhi grandi e scuri come il suo manto,
ma non sembrava turbato. Semplicemente si girava al suono di qualsiasi vocalizzo, alla ricerca di una parola, una a caso, a cui aggrapparsi.
Quando provai a dare uno zuccherino a Pierpaolo – era il nome che gli avevo assegnato quel giorno – mi sorpresi nel vedere gli
incisivi ampi e giallastri, e ritrassi la mano spaventato. Sei troppo grande Pierpaolo,
sei troppo cavallo.
Le mie visite cominciarono così a diradare, non andavo
più tutti i giorni a introdurre dell'erbetta fresca nella mangiatoia; e poi a trovare chi, non mi ero ancora risolto
per il nome. Un giorno non lo trovai più nella stalla. Dov’è Black? chiesi. Il
nonno fece nuovamente spallucce. Conoscendo i suoi traffici, non è difficile
immaginare... Dicono che la bresaola di cavallo faccia bene a chi ha carenza di ferro.
Ma perché ne scrivo a distanza di quasi cinquant’anni? Perché si ripresenta di continuo l'immagine di un cavallo senza nome, non è statica ma mi dà dei piccoli colpetti con la fronte, come fanno gli animali per chiedere qualcosa?
Forse proprio per questo. Mi facevo vanto di conoscere la storia di Alessandro Magno, ma non sono stato in grado di replicare una grandezza più accessibile: dare un nome a tutto ciò che è vivo e palpitante, dopo che Dio chiamò la luce giorno e le tenebre notte, l'asciutto terra e la massa delle acque mare. O perlomeno è quanto viene detto in Genesi.
Non metterei la mano sul fuoco della citazione biblica – l'Accademia della Crusca tende a dubitare delle etimologie divine –, ma perciò diviene tanto più importante imparare a farlo da soli; come a un certo punto si impara ad allacciarsi le stringhe, si dovrà sviluppare l'arte di nominare ciò che si affaccia allo sguardo, smettendo di sbirciare l'etichetta che hanno le hostess sulla blusa. In fondo è il gesto che davvero ci rende umani. C’è una poesia di Osip Mandel'štam che continua a commuovermi, la trascrivo per intero:
Minimo con
minime ali
un corpicino
ruota nel sole,
minuscola
nell’empireo
brilla una lente ustoria.
Un niente di
zanzara
allo zenith
sibila in pianto
e, fioco
ronzare di càribi,
geme una
scheggia nell’azzurro.
«Non
dimenticarmi, puniscimi,
ma dammi un
nome, dammi un nome!
Si sta meglio,
sai, con un nome
nel profondo gravido azzurro!»
La mia colpa non è stata dunque quella di non avere saputo evitare la macellazione – probabilmente rientrava già nei piani del nonno, i contadini su certe cose vanno per le spicce – ma di avere lasciato che il puledro tornasse al “profondo gravido azzurro” senza un nome. È invece tornato al modo in cui è venuto: confuso tra gli altri cavalli neri di pelo, indistinguibile nel magma delle possibilità inespresse. Non sono solamente le vacche ad apparire uguali quando cala la sera.
Eppure bastava un nome per farlo risplendere. Non gli è stato dato, ed era un compito che spettava a me. Posso però farlo adesso, la scrittura mantiene con la memoria un rapporto ambivalente, di fedeltà e lieve scarto, reinvenzione. Per farla breve: come accidenti ti chiamo?
Ti chiamerai Fratello, è questo il tuo nome. Fratello. Non ci saranno nuovi nomi ad alimentare lo smarrimento, in quelle otto lettere la differenza che ti spetta. Da pronunciare tutte quante, mi raccomando, non valgono le scorciatoie giovanilistiche, che a nessuno venga in mente di chiamarti Fra!
Ma permettimi, di tanto in tanto, di ricordarti con il vezzeggiativo, pensando a te come a un fratellino mandato a letto senza cena. Quando l'antipasto alla vita consiste in una parola che, nella sua unicità, rifletta quanto di unico ciascuno possiede, un puledro non meno del Maestro Venerabile di una loggia massonica, con la sua ridicola clamide. A seguire qualche zuccherino, a rendere più sopportabile il morso, la sella, gli speroni nei fianchi. Per poi diventare solo la pace sazia del proprio nome.

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