Mi ricordo del ricordo di un sogno, si sfilaccia ed evapora in una nuvola di immagini scomposte, bizzarre, come tutti i sogni. Col passare del tempo non so nemmeno se sia davvero avvenuto, o me lo sia messo in mente finendo con l'esserne sognato. Una mia coetanea vi partecipava, siamo stati nella stessa classe sia alle elementari che alle medie, sempre nella sezione effe. Si chiama Silvia –da quanto non la vedevo? Saranno stati quindici anni, forse venti...
Probabile. Ma se voglio ritrovare una memoria nitida
devo risalire al Carnevale del 1975, quarta elementare. Io mi ero presentato a
scuola vestito da direttore del circo – avevo fatto un po’ di fatica a
recuperare la tuba, la giubba rossa con i bottoni dorati apparteneva a mia
nonna – mentre Silvia da damina del Settecento.
La gonna conteneva un’anima di metallo, se provava a
sedersi faceva leva sulla sedia e si sollevava la parte anteriore, mostrando a
tutti le parti intime. Corrado Lapsus veniva mandato ogni tanto in avanscoperta: con un gesto rapido alzava il grembiule scuro alle compagne, oplà. Ne ritornava una sberla sul volto impassibile di Corrado, un Buster Keaton di nove anni, al tempo stesso martire e stalker nello svelare per un attimo il candore
delle mutande. Ma così era troppo facile.
Alla fine, dopo alcuni tentativi, Silvia decise di
rimanere in piedi. Noi con i gomiti appoggiati sui banchi a
sbranare chiacchiere e tortelli; lei al centro della classe come un monumento,
un’installazione artistica, un capolavoro. Bella è sempre stata bella, per
quanto, a volte, il tempo somigli ai fanatici religiosi. Gente barbuta che
abbatte le statue di un dio disallineato al presente. Mi piacerebbe rivederla.
La mattina successiva al sogno ho il richiamo
della vaccinazione anti Covid. Ore 10.00, presentarsi alla 9.50 con codice di
prenotazione UNLXNSBIFRMRMYC. Portare un documento identificativo in corso di
validità, continua l'SMS di conferma, e la tessera sanitaria.
Quando è il mio turno entro nel box e trovo
l’infermiera di spalle; sta aspirando con la siringa un intruglio che già
immagino scorrere minaccioso nel mio sangue. Si gira e mi chiede: “Spalla
destra o sinistra?”
“Sinistra direi, ma tu…?”
“Sì, mi hai scoperta". Con queste cose sulla
bocca", e indica la mascherina dietro cui sta forse sorridendo, "non
ti avevo riconosciuto subito nemmeno io. Come stai, Guido?”
“Bene, sì, insomma… E tu, abiti sempre a Sondrio, ti
sei sposata, hai figli?”
Non presto attenzione alle risposte mentre
parla – eppure mi interessa davvero sapere, riempire l'album dei ricordi
con le figurine mancanti – ma sto pensando se dirglielo o meno, e nel
caso come.
“Silvia lo sai che questa notte ti ho sognata” la
interrompo in una sola rapidissima emissione di fiato, si ingolfa in quella
cosa che tengo anch'io sopra la bocca. Replico allora il suo gesto e punto l'indice alla mascherina, fingendo di attribuirgli la mia goffaggine. Sembra l'inizio di
una canzone di Luca Carboni.
“Davvero?!” risponde lei con un tono di sorpresa che
appare accentuato e artificioso, quasi a nascondere una notizia che già
conosceva.
“Sì, ma non preoccuparti: non facevamo cose strane…
Eravamo vestiti. Non si vedevano le mutande, come quella volta a Carnevale.”
Speravo di farla sorridere nuovamente, ma resta
seria, concentrata sulla siringa. Si è scordata dell’episodio. Provo a
raccontarglielo ma mi anticipa: “Fa lo stesso, andava bene uguale."
Una collega sopraggiunge e le domanda qualcosa.
Risponde. Quindi mi invita, sempre a gesti, ad abbassare la spallina della
maglia di caldo cotone, e continua: "Quello che facevamo facevamo.
Tanto si trattava di un sogno, no?”
"Sì, era un sogno. È stato solamente un
sogno."
Mi infila l’ago nella spalla senza preavviso, poi preme lo stantuffo con una delicatezza che sembra contraddire l'impeto iniziale, i ballerini nel tango fanno qualcosa di simile. Non sento nulla. Preferisco quando le iniezioni fanno male, mi sembra che per stare bene si debba soffrire un po', non tanto, solo un po’. Al termine mette un cerottino come quelli che ricoprivano le ginocchia dei bambini degli anni Settanta.
“Posso andare?” dico.
Mi fa un cenno di assenso con il capo.
“Allora ciao, Silvia.”
“Ciao Guido.”
“…”
“Aspetta” mi dice quando sono già arrivato alla tenda
del box, “nel sogno eravamo come adesso, sì, insomma, vecchi… o come una
volta?”

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