Mi ricordo che all’inaugurazione del Centro Sportivo avevamo scoperto la presenza di un tavolo da ping pong, non bisognava pagare per giocarci. Si trovava all'esterno, accanto all'ingresso della piscina, ed era in cemento tinteggiato di verde; non il materiale ideale per i rimbalzi, ma meglio di niente. Peccato che mancasse la rete.
I ragazzi, un po’ più grandi di me, cominciarono così a
sedersi sopra, e si creò una compagnia: la compagnia del ping pong, la
chiamavano. A nessuno era però venuto in mente di acquistare una rete, e allora decisi di farlo io. Andai da Prandi, un negozio di
articoli sportivi ben fornito, e insieme a due racchette e tre palline presi una
rete da ping pong, con relativi morsetti per fissarla. Avevo speso tutto il denaro ricevuto dai nonni per Natale.
Quando mi presentai al tavolo con una sporta di tela colma degli acquisti da Prandi, le ragazze non si accorsero della mia presenza e i ragazzi mi guardarono strano – che vuole questo? Con il culo ben piantato sul cemento su cui avevano iniziato a comparire delle scritte. Poi capirono che potevano divertirsi, e, montata la rete, iniziarono a giocare tra di loro. Chi arriva per primo al ventuno incontra lo sfidante, mentre aspettavo il mio turno che non arrivava mai.
Utilizzavano le mie racchette, le mie palline giallo
fosforescente, tutto era mio tranne il tavolo. Mancavo solo io. A me comunque andava bene lo stesso,
nel guardali schiacciare, difendere, imprimere l'effetto alla pallina nel compiere la la battuta, mi sembrava di ricevere un riflesso, se non proprio la luce abbagliante, di quel mondo adulto, dove già si
fumavano Muratti. Non si ricordavano il mio nome ma pazienza, io ero quello
della rete del ping pong.
Andò avanti a questo modo per un po’, fino a quando mi
venne concesso di partecipare, e potevo finalmente dire di essere parte (un membro a tutti gli effetti) della compagnia del ping pong. Solo che i ragazzi grandi si stufarono presto, e si trasferirono, con i loro motorini e le loro ragazze, a poche decine di metri, sul
muretto che dà su via Parolo. La compagnia prese così a chiamarsi compagnia del
muretto, all’epoca se ne poteva contare una in ogni paese. Io però ne ero di
nuovo escluso.
Rimaneva il tavolo da ping pong a mia completa
disposizione, e così mi presentavo tutti i pomeriggi di maggio – alle due e
mezza montavo la rete e alle cinque la smontavo per andare a fare merenda, per
fortuna abitavo a due passi - nella speranza che qualcuno si fermasse e mi
facesse da avversario. Invece di una Muratti, nell’attesa mi rigiravo in bocca
un Chupa Chups. Avevo appreso la lenta gestualità dal tenente Kojack.
Alla fine arrivò, su uno skate board di legno sbrecciato, un
ragazzetto della mia età, i capelli neri crespi e le spalle larghe. Mi chiamo
Fabio disse, e iniziammo a giocare. Ora il tavolo da ping pong non c’è più
(immagino una sfera di acciaio forgiato che ne sgretola il cemento, lo abbatte come un
birillo sulla pista del bowling), mentre mi dicono che Fabio ora vive a Livorno, ha due figli
e una moglie pianista, forse anche un cane un gatto o un criceto. Che ne so. Ma
per i cinque anni successivi è stato il mio miglior amico.

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