martedì 30 giugno 2026

Scherzi a parte – mi ricordo 80

Mi ricordo che aveva la carnagione chiarissima, forse per questo non veniva mai sulla spiaggia, restava tutto il tempo nei paraggi della roulotte dove andavo per chiamare il fratello più giovane, e assieme andavamo a giocare a ping pong.

Perdere non è divertente – e per quanto mi impegnassi, perdevo sempre – ma nemmeno vincere facile. Trovammo così un modo per compensare la sua netta superiorità: iniziavamo il gioco con sette punti al mio attivo, nel golf lo chiamano handicap.

Con l’handicap, finalmente, un po’ vincevo io, un po’ vinceva lui. Arrivati al ventuno il perdente pagava il Fiordifragola all’altro e tornavamo alla roulotte, dove il fratello stava disteso su un’amaca tirata tra due pini d’Aleppo. Dalle tende vicine si udivano le coppie litigare, fare pace, scopare e ironizzare sulla gobba di Andreotti. Cambiava l’oggetto ma non il tono di voce sussurrato.

Quando non dormicchiava il fratello del mio nuovo amico leggeva, soprattutto fumetti di fantascienza, e al nostro arrivo faceva un grugnito, credo fosse un saluto. Da lì si avviavano delle brevi conversazioni, non era di tante di parole e aveva l’accento dei film sul Terzo Reich – tutta la famiglia proveniva da Bolzano, i genitori trascorrevano le giornate su una canoa arancione.

Una volta mi confidò che era lui l’autore della canzone Pezzi di vetro di De Gregori, da lui chiamato col solo nome di battesimo: “L’ho passata a Francesco” disse senza alzare la testa dal suo fumetto, ricordava Nando Martellini nel segnalare un passaggio smarcante di Antonioni. Ovviamente era una panzana, ma io ci avevo creduto.

Tornato a Sondrio raccontavo di avere conosciuto uno che scriveva le canzoni a Francesco, no non Guccini, De Gregori, anche io avevo iniziato a chiamarlo con il nome di battesimo. I miei compagni di scuola alzavano le spalle e finiva lì, dove in fondo potrebbe restare. Un residuo disciolto di tempo a cui è impossibile ridare forma, come quella volta che dimenticammo il Fiordifragola sul tavolo da ping pong per guardare nel cielo una mongolfiera.

Invece mi si ripresenta in forma interrogativa: perché proprio Pezzi di vetro? Avrebbe potuto dirmi di avere composto Generale, oppure Rimmel, Buonanotte Fiorellino… Quando racconti palle, intendo, sparale belle grosse. E invece Pezzi di vetro, che è una bella canzone ma tra le meno conosciute del cantautore romano.

Solamente ora ho compreso e rivalutato la sua scelta. Porre dei limiti all’imbroglio mi sembra una cosa saggia, un residuo di realismo nell’irrealtà, di misura nello smisurato. Fa pensare a certi ladri che ti svaligiano la casa, ma ti lasciano il televisore con cui guardare Scherzi a parte.

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