
La sua attività era frenetica, forsennata e non prevedeva alcuna sosta, dovendo catturare, in qualsiasi momento, una condizione che è per definizione mobile e aleatoria.
Non era molto importante se lo sguardo veniva agganciato con frizzi, lazzi oppure con critiche pungenti allo stesso potere. Potevano avvenire per il tramite di apologhi, frasi allusive ma anche con discorsi più diretti e piani; tutto faceva brodo per guadagnare un po’ di scena.
Non si discostava dunque molto dal ruolo dell’artista, che pure chiedeva solo un po' di riconoscimento, la carezza (e qualche obolo) dal padrone. L'attività dell'artista prevedeva però delle lunghe pause, momenti di riflessione preparatoria, approfondimento, studio.
L’opera – pittorica, musicale o letteraria, poco importa – rappresentava il coronamento di questa lunga e faticosa gestazione. Solo quando la farina è lievitata e il pane cotto a puntino, può essere servito in tavola.
Ma leggendo ciò che ora scrivono gli artisti sui social network, me compreso, gli artisti e ogni altro utente, mi sta venendo un dubbio…
E così, più che negli artisti che tutti vorremmo essere (guarda come sono bravo, com'è graziosa e arguta la mia bambina!), Facebook ci sta trasformando in dei buffoni…
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