
Ora, secondo me, la selezione dei testi, il tono e soprattutto la composizione editoriale, meritano almeno una domanda preliminare, con due conclusioni alternative. La domanda è: il mondo e i suoi fatti dispongono ancora di una gerarchia di senso, oppure l'hanno perduta definitivamente?
Se decidiamo di rispondere di no, se pensiamo cioè che l'esperienza della contemporaneità può essere restituita solamente attraverso una replica stocastica – e dunque speculare – della confusione priva di alcuna collocazione prospettica e intrinseco contenuto in cui l'accadere, per definizione, accade, bene: se ne siamo davvero convinti perché ancora un giornale, perché un sito web in cui si cerca maldestramente di ricompone la polvere sottilissima dell'universo, e non invece e solo il brusio spontaneo dei social network, quel "popolo della rete" che così bene ha imparato a suonare e a cantarsela da solo, senza il diapason di alcun mediatore culturale? In fondo, il postmoderno è questa roba qui: bambini appesi come pupazzetti inermi a un albero della cuccagna grondante salsicce, qualche broccolo per fare "colore", bicchieri pieni e bicchieri vuoti, record cretini, Twitter, Facebook, bicchieri rotti e uomini nudi che sussurrano il loro ammiccante "come on", alla maniera di un'istallazione di Maurizio Cattelan. Ma allora si dovrebbe avere l'onestà intellettuale di essere fino in fondo conseguenti, riconsegnando agli strumenti tecnologici della postmodernità il compito di autorappresentarsi, e alle migliaia di fan del giovane e prestante tuffatore quello di stilare i prontuari di educazione civica, la geometria semplificata del reale. Non ci sarebbe insomma più bisogno di libri, di giornali, di riviste, di studio, di filosofia, di sociologia... No, solo "il popolo della rete" e i suoi "50 mila 'mi piace' in pochissime ore".
Ma se al contrario decidiamo di rispondere di sì al primo quesito, decidendo dunque che il mondo, per essere interpretato ma prima ancora per essere vissuto, continua ad aver bisogno di scelte discrezionali che ne istituiscano codici di senso e valore, gerarchie estetiche e semantiche e in ultima istanza una trama morale con cui rapportarci per tentare di dirigere l'esperienza, a me sembra che non si possa evitare una conclusione necessaria. Quella che vede nell'impaginazione e nello stile di Repubblica, nei suoi aggettivi stracotti, i titoli roboanti e occhiuti che si uniscono a un pettegolezzo da bottega degli orrori, non la traccia di un esibito e in fondo unanimemente accettato moralismo, ma piuttosto l'eterna distorsione di ogni pretesa virtù nella sua cinica opposizione, e ciò ogni qualvolta si cerchi di farsi sistema autosufficiente e astratto. O se preferite "partito", che è appunto una parte per il tutto, una parte con vocazione alla sineddoche, come affermano sprezzanti i suoi numerosi e altrettanto parziali detrattori.
Detta più cautamente, da qualche anno i giornali italiani, e in specie Repubblica nella sua versione telematica, è come se si fossero trovati in debito cromatico verso una realtà che ha assunto un'accelerazione impressionante e caotica – immaginiamo un quadro di Mondrian che, nel corso della notte, si converta in uno di Jackson Pollock. Non disponendo di una tavolozza di colori sufficientemente ampia, articolata e complessa, i giornali hanno così cominciato a ridipingere il presente in figure stilizzate, completando il ritratto con la vernice candida e soffusa del Mulino Bianco. Ma nonostante tutto il suo prestigio, a Repubblica deve essere sfuggito che anche il più tragico degli avvenimenti – un bambino che si impicca – quando decostruito nella promiscuità pittorica di una tela composta con una sola tinta, non è più un fatto (ciò che è in quanto "è", con incontrovertibile evidenza) ma neppure racconto, narrazione. Da ciò l'uniformarsi di ogni cosa all'imperativo frivolo e interessato del consenso, i dati di vendita infilzati sulle stecche dell'abaco che misura le nostre vite. Possiamo riassumere tutto ciò nell'estetica dello stuporoso: quel gesto che buca l'indifferenza in quanto gesto, come fa il petardo con il cbiacchericcio trapuntato di clacson e marmitte di una grande città, ma al netto di qualsiasi significato ulteriore che non sia il proprio tautologico boato.
Ed è così che la realtà non solo non viene più descritta con semplice e ingenua referenzialità – una notizia in fondo è un fatto che si autopromuove per intima forza, ossia per la rottura di un ordine comunemente percepito, che è esattamente ciò che sta venendo a mancare – ma nemmeno generata, istituita attraverso l'atto volontario e libero dell'interpretazione, che da Nietzsche in poi è il solo rapporto che possiamo intrattenere con una realtà senza più maiuscola: assumendocene la responsabilità costitutiva, selezionando fatti e parole secondo un principio umano troppo umano. Detta in altre parole, la realtà, privata del suo scheletro interno e intangibile che è la Verità, ha smesso di accadere. Piuttosto succede, un po' qui, un po' là, senza una direzione e una gerarchia apparenti. Come è sempre stato, sì, certo. Ma prima veniva guardata con il filtro ordinatore dell'ideologia, mentre questo filtro, che rende disponibile il reale allo sguardo, ora si è frantumato in migliaia di vetrini. E dunque oggi la "si crea", la realtà. Ma quando non c'è questa consapevolezza del dotto, o viceversa l'umiltà dell'artigiano che semplicemente si china sul mondo, confidando in esso come la mucca nel fieno, realtà e verità vengono eluse, liquidate, seppellite. Divenendo tutt'al più dei sepolcri imbiancati, appunto...
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Comprerò il libro. Spero che tu stia bene, ciao guido, mg
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