giovedì 23 marzo 2017

Moon Boot, o sulla nostalgia



La nostalgia è un sentimento negativo, così almeno suggerisce una lunga tradizione. Però è una parola bella. Viene dal greco nostos, ritorno, a cui si è aggiunto il suffisso algos, a indicare la sofferenza. Sofferenza del ritorno, in pratica. Dove però non si dice se il patimento sia dovuto al viaggio o alla sua difficile realizzazione, dunque al desiderio.
Il modello originario è il ritorno di Ulisse verso Itaca, che è sofferto nei due sensi: desiderio e travaglio. L'essenza dell'epos sta in fondo tutta qui, nell'intreccio di questi termini. Ma non sono meno epici i nostri piccoli o grandi ritorni.
Alle scuole elementari, quando le ho frequentate io, ritornare a casa dopo una nevicata era sempre un’avventura. Non venivano i genitori a prenderti con l’automobile sul portone, il più vicino possibile, non si deve rischiare alcuna sofferenza per i nostri cuccioli, questo è il verbo attuale. Allora era diverso: Telemaco, già da subito, veniva lasciato navigare. L’unica eccezione avveniva per Rita, una ragazzina pallida e minuta con gli occhiali dalla montatura spessa, che era nata con il cuore a destra.
Il padre era un dirigente della Standa, un folto barbone scuro che lo rendeva simile a Gigi Vessicchio. Normalmente era la madre a venire a prendere Rita, ma, quando nevicava, si presentava lui a bordo di un'Alfa Romeo rossa. Era la sola automobile che sostava di fronte alle vetrate delle scuole di via Vanoni: il rombo cupo, la vampa vermiglio della Giulia Coupè nel silenzio bianco e ovattato tutto intorno.
Erano i primi anni Settanta, Neil Armstrong aveva da poco posato il suo piedone yankee sulla luna, e forse per questo si era diffusa la moda di indossare degli strani doposci: i Moon Boot.
Tornare a casa con i Moon Boot – enormi, caldi, sofficissimi – era davvero come calcare il suolo lunare, e la città avvolta dalla neve acquistava forme nuove e impreviste (ricordo ancora il musetto esterrefatto del mio cane la prima volta che vide la neve, a cui seguì la gioia scomposta e arruffata nel rotolarsi tra i fiocchi che ancora stavano cadendo. Beh, la nostra espressione non doveva essere tanto diversa.)
Appena arrivati a casa i Moon Boot venivano sfilati su un tappetino di cotone intessuto in lunghe liste, quindi messi ad asciugare sotto il termosifone di cucina. A quel punto, iniziavano a rilasciare un odore – misto di neve, umidità, terra, plastica, nylon, metallo bollente e Natale, sì, Natale – che chiunque abbia vissuto quegli anni non potrà fare a meno di ricordare. Con nostalgia.
Trascorse una manciata di anni e i Moon Boot sparirono completamente dal nostro orizzonte, seguendo lo stesso rapido oblio delle mode estive sulle spiagge: il frisbee, le palline clic clac, il Going. Già alle medie, l’unica a indossare ancora i Moon Boot era la professoressa di matematica, la temutissima Mevio, ma in una loro versione pelosa e vagamente cavernicola, che rimava con le prime Range Rover. Degli scatoloni gommati senza altro merito di costare un mucchio di soldi, a vomitare torme di milanesi con l’erre moscia tra Bormio e Cortina, i Rossignol conficcati nel portasci come stuzzicadenti in trattoria.
Appena raggiunta la scrivania, la Mevio, con un gesto lento che voleva forse essere erotico o vezzoso, si sfilava i suoi Moon Boot, come a dire "io posso e voi invece no". Quindi, alla maniera di barboncini fradici, li posava anche lei a ridosso del radiatore che costeggiava l’aula sotto al finestrone da cui si scorgeva la palestra, dove iniziavano a rilasciare il solito cocktail di odori – un'esalazione orizzontale: lenta ma implacabile nel raggiungere le narici, da cui non si scostava più. Come un fiume di fango senza fango, ecco.
Nel frattempo, il padre di Rita doveva avere venduto la sua Alfa Romeo rossa, non la vedevo più in giro, Sondrio è una città piccola, nulla sfugge. O forse era lui a essere sparito, promosso alla direzione della filiale di una città più grande e dunque importante, dove l’aveva raggiunto la sua bambina con il cuore a destra, che continuava ad accompagnare a scuola per proteggerne i ritorni, nostos, come un vecchio orso col suo orsetto.
Con il padre di Rita mi sembra che si arrestino, alle elementari, anche le immagini di tutti i genitori dei miei compagni di scuola: la madre di Cinzia, che puliva ogni briciola prima che cadesse, il padre di Federico sempre in tuta e di corsa, op op op, o quello di Claudio, un po’ guascone, in contrapposizione alla svagata timidezza del figlio. Sì, con la fine delle elementari finisce anche la memoria dei genitori.
Probabilmente è per via del fatto che, dalle medie in poi, oltre a chiamarsi per cognome e non più per nome di battesimo segno di maturità raggiunta: il gens sociale che scalza l'identità fanciullesca veniva interrotta anche la lunga stagione delle merende, e le amicizie cominciavano a essere consumate nei cortili, per strada, sulle piste di pattinaggio e nei campetti. I genitori diventavano allora delle semplici nozioni, con il gruppo che si prende tutta la scena.
Una sola eccezione, anche qui: la madre dell’Acquistapace. Come la figlia, era di una bellezza che a incrociarla il cuore mancava tre o quattro battiti, ma dopo quell'incontro ne avresti voluto un altro, poi di nuovo, lo stesso che con le ciliegie, e un altro ancora. Perché vedere la madre dell'Acquistapace era come vedere il progetto realizzato della figlia. C’era solo una mutazione di tempo, e di scala.
Per raggiungere l'edicola in via Toti degli Acquistapace dovevo traversare in bicicletta tutta la città ("Passavo di qui… " dicevo palpitante all'ingresso), ma non so davvero se ci andassi nella speranza di incontrare la figlia oppure la madre. So solo che, nella maggior parte dei casi, ci trovavo il padre, e me ne uscivo stringendo un giornale da depositare nel primo cestino che incontravo: Il Giorno, La Notte, Il Corriere della Valtellina. Chissà perché mi vergognavo a chiedere l’ultima copia di Zagor (Zagor contro il vampiro l'ho letto otto volte), che era l’unica pubblicazione a interessarmi per davvero.
In quel periodo ci diedero un tema sui nostri genitori. Non ricordo cosa scrissi, probabilmente me ne sarò stato tutto il tempo guardando, ma senza essere visto, in direzione del banco della mia musa, in attesa di una qualche ispirazione da quella ragazzina con gli occhi grandi e azzurri, che mi ricordava tanto, troppo, il mio primo grande amore: Maria Giovanna Elmi, l'annunciatrice televisiva dall'aspetto candido e senza tempo, ribattezzata per questo Fatina bionda. 
Continuavo a fissare l'Acquistapace con lo sguardo sempre più annebbiato e confuso. Nel lasso di ogni mia incertezza, lei riusciva a riempire tre o quattro fogli senza neppure un errore di ortografia, il capo chino e l'espressione seria e determinata, quasi cocciuta. Poi, anch'io, avrò buttato giù le solite sei o sette righe di pedante e generica ampollosità, orecchiate da qualche programma televisivo. Voto della Cozzini dal cinque al sei, ci puoi scommettere. Tanto la più brava era sempre lei: l'Acquistapace.
Al momento della consegna il tema migliore era però risultato essere quello dell’Orvieto, a cui venne chiesto di leggerlo davanti all'intera classe, che si girò esterrefatta in sua direzione. E come nel coro greco uscì dalle nostre teste un unico fumetto a forma di nuvoletta: "L’Orvieto?!"
Di norma, l’Orvieto, un ragazzone solido e taciturno di famiglia umile e contadina, navigava nei miei stessi mari, forse la sua barchetta scolastica aveva perfino qualche falla in più. Come è possibile che proprio lui scrivesse il tema più bello, meglio addirittura di quello dell’Acquistapace, al punto che la Cozzini gli consegnasse il podio più alto?
Eppure, nel parlare di suo padre, aveva saputo cogliere con grazia non retorica gli sforzi fatti per la famiglia, la dignità sobria e laboriosa, la silicosi guadagnata nei lunghi anni in miniera. Ma per farne rivivere sulla pagina la figura aveva dovuto nuotare il fiume del tempo all'incontrario e, come un salmone innamorato, depositare le sue piccole uova alla sorgente. Ed è ancora nostos.
Mi ero quasi dimenticato di quel tema dell’Orvieto, se non me l’avesse ricordato l’Acquistapace. Sì, proprio lei, la bellissima, la bravissima, la fatina bionda della terza effe! Non l’ho più rivista dopo le medie, ma l’ho sentita qualche mese fa per email.
Mi scrive che l’Orvieto, una quindicina di anni fa, si è presentato in edicola da sua madre con un fucile da caccia. Precisiamo: non si trattava di una rapina. La loro era un’edicola ma anche un'armeria – prima leggevi di come Tex spara agli indiani e poi potevi farlo anche tu, ma coi rumeni.
La donna, naturalmente, non l’aveva riconosciuto, né forse mai incontrato prima. L’Orvieto si è dunque presentato, a questo modo: “Buongiorno signora, ero un compagno di scuola di sua figlia. Questo è il fucile con cui mio padre si è sparato la scorsa settimana. Non so come fare a liberarmene, può aiutarmi per favore?”
Ecco, sulla nostalgia io non ho mica tanto altro da aggiungere. Per me è l’odore dei Moon Boot al ritorno da scuola, l’Alfa Romeo rossa di un dirigente della Standa, è una bambina bionda e bella, ma proprio stupenda e però come confinata in una bolla di ghiaccio, che le aveva soffiato addosso il Re dell'Inverno. E' un guaio, alle volte, essere delle fate... Riesce però a romperla, dopo trentacinque anni, e mi rivolge finalmente la parola, per raccontarmi una storia di padri, figli e fucili. Bang, colpito e affondato.
La nostalgia è un attimo, il tempo di uno sparo, lo intuisco con altrettanta rapidità, e ha come bersaglio un incontro sempre rimandato. No, non l'incontro tra me e l'Acquistapace, che non c'è ancora stato né mai forse ci sarà. E' un incontro interiore, festa privata tra me e me. La nostalgia è un attimo ma dilazionato nel tempo.
Quando traversavo con una copia di Zagor la favola dei miei giorni più belli, quando stavo nel loro alfabeto vivente, è come se anche io fossi sotto una coltre di neve, nella bolla di ghiaccio del Re dell'Inverno: mi muovevo, parlavo, ascoltavo, ma non percepivo veramente il cuore palpitante di ciò che mi accadeva, credo sia capitato a tutti. Succede quando il cuore sta a destra, come a Rita.
Nostalgia, per me, è dunque la percezione di un’esperienza trascorsa, che senza quel ritorno astratto (ma anche estremamente concreto, nella vividezza emotiva del ricordo) mancherebbe parte della sua verità, che solo attraverso tale integrazione postuma può tradursi in bellezza.
Per i più colti o saccenti, sì, certo, è il tempo ritrovato di Proust. Eppure anche in quel tempo supplementare della vita, la nostalgia, ma pure la grande letteratura, non potranno mai restituirci il passo felpato dei Moon Boot sulla neve, né a Orvieto il suo amatissimo padre. Piuttosto la consapevolezza del privilegio che abbiamo avuto nel galleggiare sul fiume del tempo: non semplicemente essendo qualcosa o qualcuno (un'essenza o un'energia puntiforme), ma diventando una persona vera, un essere umano attraverso la dinamica narrativa di ogni vita. Ma è una consapevolezza che ha un costo da pagare con la moneta del rimpianto, piangere di nuovo. Ed è l'algos che richiede il suo pegno. 
Si parla spesso di meditazione, di presenza da sviluppare attraverso la mindfulness, come si usa dire ora. Ok, va bene, va tutto bene. Ma quella della meditazione è una presenza statica, una presenza in cui l’accadere si manifesta per fotogrammi isolati, e la percezione coincide con l’esperienza del presente, o meglio ancora con l'immersione nell'eternità dell'adesso. Nella nostalgia la percezione è invece sempre un poco fuori sincrono, come la voce di un cattivo doppiatore. A questo modo imperfetto però nascono anche le storie, il movimento, l'avventura: da quadro, la vita diventa insomma un film. E il cuore di Rita, solo nella pellicola nostalgica del ricordo, può ritornare per un istante a sinistra, prima di essere inghiottito da un bolide rosso.
Ma forse ciascuno di noi, in qualche modo, nasce con il cuore a destra. E allora devo ringraziare l’Orvieto, l’Acquistapace – madre e figlia –, perfino la neve e la mia cagnolona Peppa che ci si rotolava dentro felice. Quindi i Moon Boot, Ulisse, Zagor, gli astronauti, Maria Giovanna Elmi, l’Alfa Romeo e il colore rosso, devo ringraziare tutto e tutti e anche la mia indole tenacemente nostalgica, se sono riuscito a spostarlo a sinistra. Non tanto, solo un piccolo poco.  



sabato 25 febbraio 2017

Mauro, una vita in due parole



Due giorni fa, a cinquantun anni appena compiuti, è morto all'improvviso Mauro Franchetti. Eravamo amici, anche se non ci frequentavamo da anni. Eravamo stati compagni di scuola. Pubblico di seguito il discorso che ho pronunciato alla piccola cerimonia per la sua cremazione.


Ho conosciuto Mauro nel settembre del 1980, il giorno esatto non lo ricordo ma potrei risalirci con una semplice ricerca: era il primo giorno di scuola del primo anno di Ragioneria, Istituto Tecnico Commerciale De Simoni di Sondrio. 
Per qualche scherzo del destino eravamo finiti entrambi lì, con le gambe incastrate sotto banchi di formica verdina ad ascoltare parole che così poco ci corrispondevano – chi ci parlava di diritto commerciale, stenografia, contabilità aziendale – mentre dalle finestre spalancate arrivava la musica dalle auto ferme al semaforo di via Caimi, con i Buggles che cantavano Video killed the radio star e Donatella Rettore a ricordarci che il kobra non è un serpente, ma un pensiero frequente, che diventa indecente, quando vedo te, quando vedo te. Classe prima effe, per la cronaca.
La cosa che mi colpì appena lo vidi e a cui, pensando a Mauro, ho continuato ad associarlo in tutti questi anni, è stato l’abbigliamento. Indossava un gilè rosso vermiglio sopra a una camicia giallo canarino. A meno che tu fossi un calciatore della Roma, intendo, chiunque sarebbe stato ridicolo conciato a quel modo…  Ma lui era perfetto, perfetto ed elegante così! Una via di mezzo tra un personaggio dei fumetti, un elfo, un videogioco o comunque una creatura partorita da una fantasia libera e scatenata.
Se dovessi provare a riassumere il ricordo che conservo di lui, inizierei allora proprio da questo termine: fantasia, o meglio ancora immaginazione. Da affiancare  a un altro termine da esso inseparabile, almeno nel caso di Mauro. Bontà.
Sì, per quanto possa apparire retorico affermarlo solamente ora, Mauro era un uomo buono. Una bontà di cui chi l’abbia conosciuto anche solo superficialmente ha esperienza, meglio certezza, essendo una disposizione al bene realizzata nei fatti, non certo un’interpretazione ingentilita dal rimpianto.
Ma era appunto una bontà “immaginativa”, spesso disancorata da un terreno solido che possa dargli forma compiuta, oltre che dalla vischiosità concreta di oggetti e relazioni, pratiche e galatei sociali, faccende quotidiane con cui faticava a tenere il passo. E forse per questo sono stati numerosi anche gli inciampi.
Per tale ragione, già da ragazzo, poteva ricordare un’altalena che sbilancia verso un’inventiva fertile e quasi infantile – quei bambini che non esitano a prestarti la bicicletta e a dividere le proprie biglie –, virando però al termine della corsa in direzione del polo opposto, quello di una fantasticheria come avvitata su stessa, autodistruttiva per eccesso di rappresentazione. Dove ciò che viene distrutto non è dunque il mondo, ma il proprio mondo. Quasi ci si sentisse in colpa del fatto che la realtà non corrisponda al travestimento lieto del sogno, e ciò che si stringe è solo la brutta caricatura di quel che si era prima immaginato, o una premessa che non giunge mai a conseguenza.
La parigina senza gelato, ecco. Quando il gelato, Mauro, se lo inventava ogni volta da solo, e dei gusti più esotici e bizzarri. Ma gli si scioglieva ogni volta tra le mani, prima di diventare cosa tra le cose.
Amava ripetere Fellini: “nulla si sa, tutto si immagina.” Dal mio parziale e altrettanto immaginario punto di osservazione, la vita di Mauro è allora una spiaggia con queste due parole incise sopra: bontà e immaginazione. Almeno prima che arrivasse l’ultima terribile onda, che ha cancellato entrambi i termini e, chissà, forse, dato finalmente l’avvio al viaggio che Mauro ha sempre e solo immaginato, e mai davvero compiuto…  

Un abbraccio dal tuo amico Guido

domenica 15 gennaio 2017

Aggiornamento (da Facebook)



1) Nei giorni scorsi ho scritto che mi sarei preso un annetto senza pubblicare interventi su Facebook, dopo avere fatto lo stesso con il blog. Sono arrivati molti commenti, attestati di stima, solidarietà. La cosa mi ha fatto piacere, ma confesso anche un po’ stupito. In fondo stavo comunicando una cosa di quieto e assoluto buon senso, anche nella professione universitaria esistono gli anni sabbatici: mica stavo andando nella Legione straniera, dico, o vendendo un rene per nutrire i miei cuccioli!
Faccio dunque un’infrazione al mio proposito per spiegare a tutti quelli che mi hanno scritto, e che ancora ringrazio, le ragioni della mia scelta. Ma è forse più chiaro se lo faccio con un esempio, preso proprio da qui.
Ieri sulla bacheca di uno scrittore toscano che sta tra i miei contatti – immagino sia anche bravo, ma non so quasi nulla di lui, se non appunto che vive a Pisa – era presente la foto di due ragazzi, stavano seduti in un luogo che ricorda un commissariato di polizia. Più in basso una didascalia: “Eravamo davvero molto ubriachi. Amiamo il popolo tailandese e la cultura tailandese ma non conoscevamo questa legge.”
Il riferimento è dunque ai due italiani che, nei giorni scorsi, hanno rubato una bandiera thailandese, gesto per il quale sono stati arrestati e ora rischiano davvero grosso. L’immagine proveniva invece dal Corriere della Sera, ma di questo non sono certo. Subito dopo uno dei contatti dello scrittore pisano ha scritto tra i commenti: “THAILANDESE CON LA H!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!”
In seguito a una breve scorsa su Google, sono intervenuto a mia volta per far notare che non c’è alcun errore. Secondo i principali dizionari italiani sono consentite le due forme: tailandese oppure thailandese; secondo il Devoto Oli è addirittura preferibile la prima. Tale propensione credo dipenda da una nota regola linguistica, che ammette, e un tempo promuoveva, l’italianizzazione dei nomi di località straniere, con relativa aggettivazione. Da qui il fatto che si scriva ungherese, non hungherese, e così giapponese, inglese etc.
La stessa persona che era inizialmente intervenuta per stigmatizzare l’errore, ribatte subito che no, non c’è discussione: il termine tai fa riferimento a un’area geografica e culturale ben più ampia di quella dell’attuale Thailandia, è un errore. Punto.
Si scoprirà poi che l'intervento è suffragato da una conoscenza accurata dei luoghi di cui si parla. L'uomo, una cinquantina d'anni, faccia simpatica e sorridente, vive infatti lì, ed è dunque e per così dire "persona informata sui fatti'. Ma va aggiunto che ciò non lo rende automaticamente esperto anche delle regole d’uso della lingua italiana (come per altro si può sospettare dal numero di punti esclamativi inseriti…).
Ammetto in ogni caso di scoprire solo ora ciò che mi dice, e la trovo un’informazione interessante. Ciò assimila infatti il caso a quanto avviene per gli Stati Uniti, i cui abitanti vengono spesso chiamati americani; termine che come noto qualifica l’intero continente, non la sottoparte occupata dai cinquanta stati della confederazione. È quindi un errore concreto, un’iperbole geografica o se vogliamo essere ancora più precisi una metonimia (una generica attinenza di senso tra campi comunque distinti) che è speculare alla confusione tra thai e tai. Il tutto per la parte, in sintesi.
Da ciò se ne ricava – ed è proprio ciò che tento di argomentare, molto pacatamente, quasi pedantemente tra i commenti al post dello scrittore pisano - che le lingue, muovendosi sia nel tempo sia nello spazio, sono soggette a mutazioni che rispondono a generali e incerti principi di associazione semantica, a far sì che quelli che sono inizialmente degli errori veri e propri (indiano per nativo americano) o delle imprecisioni lessicali (americano per statunitense) finiscano con l’essere accettati nell’uso comune, e quindi ratificati dalle istituzioni linguistiche nazionali; tra cui spiccano i dizionari, di cui ricordo ancora l’unanimità di consenso nel considerare legittimo il termine tailandese.
Interviene a quel punto lo scrittore pisano, a dar man forte al suo conoscente e torto a me. Se (tutti) i dizionari scrivono così, in soldoni il suo pensiero, (tutti) i dizionari sbagliano e andrebbero emendati. Non servono i miei successivi tentativi di riconoscere le ragioni culturali, storiche e geografiche a preferenza del termine thailandese, con la acca e come sostiene l'amico più competente, specie in contesti linguistici molto tecnici; un saggio di geografia economica, ad esempio. Ma ribadisco che un gruppo ristretto di persone, una congrega potremmo dire, non può stabilire delle verità comuni come quelle del linguaggio.
Ne consegue che se i dizionari scrivono che un termine è amesso, e per quanto possa avere un' origine un po' strampalata, grossolana se non addirittura scorretta, questo termine diventa "vero". I dizionari rappresentano infatti la forma pubblica del mondo, quando si rispecchi nelle parole, e ciò conferisce alle verità della lingua una fondazione unicamente storica, talvolta convenzionale e sempre fluida: comunque mai oggettiva. Non mi sembra complicato, no?
Il mio zelo veritativo (la mia ingenuità, dai, diciamocelo) porta quindi la comunità degli amici dello scrittore pisano, oltre che lo scrittore stesso, a burlarsi sbrigativamente di me. A quel punto, seppur tardivamente, capisco l’aria che tira, cancello i miei precedenti interventi al suo post e bon, chi si è visto si è visto.
Quel che mi preme ora aggiungere è però lo schema generale della circostanza, non la circostanza stessa. Su Facebook è infatti divenuto abituale, potremmo parlare anche in questo caso di “legge linguistica”, il fatto che un gruppo ristretto di persone produca affermazioni per affinità emotiva e non per la forza dei propri argomenti, da accordare a pensieri, concetti ed esperienze più estesi e verificati del perimetro plaudente degli omologhi. In altre parole Facebook rappresenta il compiuto ribaltamento del celebre motto attribuito ad Aristotele: “Amicus Plato sed magis amica veritas.”
Ma a questo modo la verità sta diventando sul web un correlativo arbitrario dell'amicizia, la verità dell’amico dell’amico dell’amico, che si chiami Platone o Pierino poco importa. E se tu sei percepito come nemico e benché portatore di una verità più generale, per quanto non oggettiva – e che cazzo, i dizionari italiani vorranno pure dire qualcosa! –, no, niente, non conta, sei semplicemente una voce eccentrica a cui fare le pernacchie, come dalla curva di uno stadio.
E guardate che è lo stesso, esattamente lo stesso se invece che di linguaggio parliamo di vaccinazioni, di scie chimiche, casta politica, complotti vari ed eventuali. La verità non è quella riconosciuta da ciò che nel mondo fa resistenza e attrito alla volontà personale, non quel grumo che recalcitra l’opinione e che i greci chiamavano “epistème”, in ferma opposizione alla mutevolezza umorale della “doxa”. Piuttosto il riconoscimento celebrativo del proprio clan, ossia l'unica verità al tempo di Facebook: la parte che si autoincorona tutto, una sineddoche che, al contrario di quanto avvenuto con il termine tailandese, non vuole altra totalità che se stessa. Il resto non esiste o peggio è minaccioso.
Per questo e non solo per questo ho deciso di allontanarmi per un po' da qui. A maggior ragione, da tifoso del Livorno quale sono, lontano anche da tutto ciò che odora di ultras del Pisa…
;-)


2) Guardando vecchie fotografie in bianco e nero trovate in un cassetto della credenza nel soggiorno. Probabilmente sono state realizzate da mio padre, oppure da mio zio, lo zio Franco, autoproclamato fotografo di famiglia ci ronzava attorno con la sua Nikon impicciona al termine di matrimoni, battesimi, funerali e un po' dovunque. Al punto che a me e mia cugina era venuto un sospetto: saremo mica una famiglia reale, che ci fotografano sempre?
Nel cassetto c'è un intero rullino su un gruppo di vedove: forse siamo in Puglia, una remota vacanza in roulotte sul Gargano… Certamente al sud. Le vedove, saranno quattro o cinque - ma non tutte sono presenti in ogni scatto - siedono su un muretto basso e bianco, la stessa assenza di colore delle pareti gessose delle case attorno, dentro una luce chiara e afosa, da meriggio estivo. Staglia così il nero nerissimo delle vesti abbottonate, la testa è coperta da un velo, come si conviene al loro stato, ma l'espressione è generalmente distesa, quasi festosa nella grazia di un filo d'ombra proiettata da un alberello che sorge sparuto dai lastroni del selciato. Non so se fingano di non accorgersi del fotografo, ma, nel caso, lo fanno molto bene, ricordando il ruminare incurante delle giraffe tra gli umani che affollano lo zoo.
La cosa che più sorprende ma allo stesso tempo trasmette una sensazione rassicurante, tra la rocciosa fermezza del mito e la pigrizia dello stereotipo, è la naturalezza gravida di senso delle immagini. Come se la condizione di vedovanza, da sola, senza ulteriori riempitivi, fosse sufficiente a saturare il vuoto tragico di cui ci parla, in un risultato che è dolcemente paradossale.
Quelle donne raggiungono infatti il loro compimento sociale proprio nel momento della perdita più importante per una donna, tanto che l'avere avuto un tempo dei mariti diventa ora irrilevante, se non addirittura ornamentale. Il lutto le ha quindi dotate di una funzione (testimoniare il passato assieme al proprio uomo), ma la funzione ha saputo rendersi autonoma in un gesto che è divenuto estetico, imponendosi sullo sguardo nella sua lieta inutilità. Stare lì a rappresentare il semplice stare, malgrado tutto, malgrado ciò che di loro non c'è più, in questa ostinazione a perdurare senza altra apparente ragione che se stessa. Un cortocircuito, un'assenza che consacra la presenza: esserci per sottrazione, ecco cos'è una vedova.
Ma allora, una vedova contiene lo scandalo di qualsiasi fotografia, non solo di quelle che sto sfogliando con crescente partecipazione: il manifestarsi di una realtà temporale nel momento in cui la realtà stessa è definitivamente perduta, come se la vita, per saldarsi alla coscienza, avesse bisogno di un lieve differimento cronologico. L'aveva intuito e scritto John Berger, lo vedo ora, lo sento tenendo le foto tra le mani, quasi potessi udirne la voce.
Un brusio da un tempo senza tempo, con cui le vedove meridionali ci sussurrano: "Noi siamo il pozzo nero, lo vedi, ci vedi nelle nostre vesti scure e senza più senso alcuno. Eppure, se hai il coraggio di bagnarti nell'acqua più lorda, puoi scoprire un significato, perfino una pace che non coincide col prima, col poi, ma con l'adesso atemporale di questo muricciolo scrostato, che abitiamo raccontandoci storie da poco, storie da nulla. E questo è tutto."
Rimetto le fotografie in una busta gialla che a sua volta infilo nel cassetto della credenza, per richiuderlo con un colpo secco. Però non smetto di pensarci. In un'epoca in cui davvero abbiamo perso fiducia in ogni cosa - fondamento, progetto, direzione -, magari potremmo imparare qualcosa dalle vedove meridionali, oltre che dalle fotografie. Ad accettare quella perdita, ad esempio. E a stare qui, ora, in questo adesso che è un sempre e per quanto abbia il brutto ghigno del mai, stare qui con le nostre storie fatte di niente. E questo è davvero tutto...


3) Understatement, perversissima invenzione. Ti mostro qualcosa, ad esempio il mio status sociale che si presume elevato, ma per farlo utilizzo dei simboli attenuati di prestigio - un'automobile costosa ma che sembra economica e discreta, un abito monacale e castigato, e però di qualche sarto famoso con l'erre moscia e turgide tariffe senza outlet e sconti di stagione -, quasi volessi negare ciò che affermo, nascondere la mano che ha appena lanciato il sasso. Ne ricavo che la figura totemica dell'erotismo contemporaneo occidentale è proprio l'understatement.
Magari non ancora per la quindicenne procace, la ventenne che appartiene a vitalissime periferie del mondo, ma l'amica che, su Facebook, posta una foto che la ritrae lo fa spesso per via della medesima retorica paradossale, in cui per affermare qualcosa si delinea la sua miniatura, se non addirittura il suo opposto. Sì, understatement.
Ma dal momento che ogni ostensione di sé contiene un sottotesto relazionale che si chiama appunto erotismo (e non corrisponde ovviamente a un'offerta reale, piuttosto al suo simulacro, rappresentazione in un gioco eterno di potere e sangue), per mostrarti quanto sono sexy, quale bocconcino hai la fortuna di conoscere, che faccio, mi rivolgo direttamente ai tuoi sensi, di cui sto cercando l'ipoteca col differimento del mio ghiotto corpo di femmina, che è tutto per te ma anche e sempre tutto mio?
Macchè, se guardo meglio la fotografia dell'amica che pare ammiccarmi, ammiccare proprio a me, sotto il braccio scorgo una copia dei "Paralipomeni della batracomiomachia", al naso gli occhialini che fanno tanto Simone Weil e quel sorrisetto come a dire: "Te la sei bevuta, mica ti crederai veramente che sono una zoccola, che c'ho un corpo vivo e desiderante? Scherzavo, valà, scemo: io sono una festa privata, un verbo intransitivo."
Potremmo dunque guardare all'understatement erotico diffuso sui socialnetwork non solo come a un eufemismo contenitivo, ma addirittura come a una variante del genere farsesco, dove l'adesione al registro sessuale possiede la natura di burla, con la negazione del suo oggetto apparente attraverso la cortocircuitazione di temi elusivi.
Eppure, quanto invece appaiono belle, belle per effetto della assoluta coerenza con i propri gesti le donne senegalesi che fanno la leumbeul, la danza tradizionale wolof. Nessun doppio registro comunicativo, affermazioni negate o scarti ironici postmoderni. E così, quando al culmine dello scatanemento delle carni sollevano il lembo anteriore del vestito e ti mostrano la fica, ti accorgi che stanno facendo proprio quello, non altro, non understatement, ti mostrano la fica.


4) Flannery O’Connor è stata una scrittrice immensa. Questo è noto a tutti, a tutti quelli che si interessano di letteratura, almeno. E’ ricordata per la sua prosa asciutta e visionaria, potente, come se ogni volta dovesse incidere le tavole di una legge che si sottrae agli uomini, ma per lo stesso motivo è tanto più necessaria e urgente.
Ma Flannery O’Connor è ricordata anche per la sua salute malandata, che la portò a morire poco prima dei quarant’anni come conseguenza del morbo di Lupus, ereditato dal padre. A ciò si aggiunga la passione per i pavoni, e il pensiero corre subito al ventaglio variopinto che si spalanca nella coda, così distante dall’immagine riservata e schiva che abbiamo della grande scrittrice americana, pavoni che allevava ad Andalusia, la fattoria di famiglia a Milledgeville, in Georgia.
Un particolare meno conosciuto riguarda un episodio di quando aveva appena sei anni, dunque accaduto nel 1931. Nell’anno in cui Salvador Dalì dipingeva gli orologi molli e a Madrid veniva dichiarata la repubblica, non si sa bene come la bambina riuscì a insegnare a un pollo a camminare all’indietro. Per tale stravagante risultato fu oggetto dell’attenzione della stampa nazionale, che si riversò in massa dentro i cancelli della tenuta di Andalusia - immaginiamoci un vero e proprio assedio di flash, il tintinnare continuo delle Lettera 22 dei cronisti, telefonate, dispacci di agenzia.
Nelle sue memorie, Flannery O’Connor scrive che da lì in poi la sua vita fu tutto un “anticlimax”, non riuscendo più a uguagliare il successo di quella performance giovanile.
Ci pensavo oggi, con il dubbio che non sia un episodio tanto eccentrico e isolato…
Quanti di noi inseguono infatti un talento che non li compiacerà nemmeno di una pacca sulle spalle. Quando invece, magari senza saperlo, avrebbero il mondo ai piedi se solo comprendessero la natura burlona e tragica di questa vita, che ti acclama quando fai una cosa bizzarra e inaspettata, perfino facile, può riuscirci anche una bambina di sei anni. Basta un niente, un pollo, un ribaltamento nell’ordine consueto delle cose.
Ed è forse questo il senso, o meglio il contro-senso di tutta la successiva letteratura di Flannery O’Connor, in cui è messo in scena lo scandalo cristiano del bene che si mostra, si dischiude nella coscienza come la coda di un pavone, per poi negarsi nei fatti. Una vita letteralmente alla rovescia.
A guardar con attenzione, era dunque già tutto lì: nel gesto assurdo di quel povero pollo che cammina all'indietro, su suggerimento di una bambina con lo sguardo vispo sotto occhiali dalla montatura spessa. Bambina che, cresciuta, ha poi ripetuto quel gesto per tutta la sua breve e sfortunata esistenza.