lunedì 29 giugno 2026

Buon senso, per un bilancio a buriana trascorsa

Ora che è passata la buriana, forse si riesce a fare un bilancio senza tifo da stadio. Mi riferisco a ciò che mi imbarazza riferire per la sua pochezza, e così continuo a restare sul vago, tanto ci siamo capiti. Ma partiamo con una domanda terra terra: una persona che desidera ardentemente qualcosa, qualsiasi cosa, non essendo nelle condizioni per averla può essere risentita con altri, non per forza in relazione con ciò che brama? Ne scaturisce un'incazzatura orizzontale, prima si spara e poi si chiede la parola d’ordine.

Per esperienza direi di sì, in psicoanalisi si chiama spostamento: come si sposta il desiderio da un oggetto a un altro (il desiderio sessuale può convertirsi in shopping compulsivo), anche il risentimento può essere in conto terzi, insultare nuora perché suocera intenda. È semplicemente una delle possibilità dell’umano, che, come ci ha insegnato l’uomo col sigaro e gli occhiali tondi, ha pulsioni e non istinti.

A maggior ragione il risentimento può comparire quando il desiderio non è rivolto all’esterno – in questo caso le cose potrebbero cambiare, ad esempio con una vincita alla lotteria, una botta di culo –, ma centrato sul proprio essere nel mondo o, ancora più precisamente, essere percepiti in quanto mondi simbolici, che per Berkeley fa lo stesso. Ridetta terra terra: si è insoddisfatti di sé.

Attenzione però, non tutti gli uomini altri meno di un metro e settanta avrebbero voluto essere giocatori di basket, e non tutte le donne scambierebbero il loro fustino di Dixan con due anonime tette della quarta misura (chi è nato dopo il 1970 difficilmente comprenderà il riferimento, ma pazienza).

La mancata avvenenza, in una società che ha fatto della bellezza femminile un dovere quasi morale, un mandato estetico non negoziabile premiato dal consenso, può in ogni caso possedere tale carattere di desiderio mancato, e da qui l’eventuale risentimento. In linea puramente teorica, il ragionamento che viene attribuito al tal scrittore, parlando della tal scrittrice defunta, non sarebbe dunque assurdo. Fermo restando che non è implicito alcun giudizio negativo sul suo aspetto un po' in carne, ma di chiunque esiste qualcuno più bello.

Il fatto è che la tal scrittrice questo ricatto psicologico l’aveva intuito e denunciato da anni, aveva molto lavorato su di sé e su e quella antropologia diffusa che imputava alla permanenza del patriarcato (o forse, ma questo è il mio pensiero, è una forma nuova di capitalismo dei corpi), e così mi pare altamente improbabile che fosse il pesce che abbocca all’amo di cui conosce ogni ingannevole astuzia, e tanto si è prodigata per boicottare la pesca a strascico dei cervelli.

Uscendo infine dalla metafora: la scrittrice in questione era assertiva, spesso anche aggressiva, tagliente, linguisticamente pedante (lo schwa) e chi più chi ne ha più ne metta – tanto non può più pigliarci a calci in culo, come sapeva fare benissimo –, ma mi sembra una ridicola distorisione immaginarla a interrogare lo specchio di Grimilde, rosicando perché Biancaneve era più gnocca.

Lei aggiungerebbe a questo punto che io sono un maschio, e un maschio cosa ne sa di cosa pensa una donna, era questo un suo tormentone. Si potrebbe ribattere che, allora, anche una donna che ne sa dei limiti del pensare maschile, ma si entrerebbe in un cortocircuito sofistico. Restiamo dunque al buon senso, da cui ricaviamo che ciò che è stato attribuito allo scrittore candidato al premio Strega era una sciocchezza: non di maschio anziano dentro una cultura patriarcale, ma una sciocchezza e basta. Che infatti lo scrittore ha negato e doveva finire lì. 

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