Mi ricordo di
una grande gondola nera su cui è posata una piccola bara bianca, le acque
appena increspate la fanno oscillare alla maniera di una culla.
Noi siamo
stipati su un vaporetto che ricorda quelle barzellette sugli stereotipi
nazionali. I giapponesi mitragliano con le loro Nikon gabbiani opachi
abbarbicati sulle bricolle, gli americani indossano camicie a fiori e si
ingozzano di Pocket Coffee, soprattutto le donne che hanno dita gonfie
macchiate dal cioccolato, i francesi trovano sempre un motivo per alzare le
spalle ed emettere una piccola scoreggina con le labbra, tutto è così
dolcemente prevedibile, compreso ciò che ci attende su un’isola poco più
estesa di uno scoglio.
Qui soffiamo
il vetro dice un uomo con un accento che fa un po’ ridere, possiamo
ricavare qualsiasi forma aggiunge orgoglioso. Anche la forma di un
bel cazzo? sussurra Mascarini. Per fortuna il professore di applicazioni
tecniche non ha sentito, e nemmeno l’uomo con l’accento che fa un po’ ridere,
il suono della voce ha raggiunto solo Tavelli, Orvieto e me, facendoci
sghignazzare come quattro moschettieri in lotta contro la congiura dei noiosi.
D’altronde è
l’unica cosa che sappiamo disegnare sui banchi: cazzi, cazzi in ogni stile e
dimensione, a volte aggiungiamo un fumetto senza inserire alcun testo, la bocca
da cui esce è la fenditura del glande; dovrebbe rappresentare il fiotto del
seme a fecondare mattinate che non passano mai, con l’unico miraggio della gita
scolastica di fine corso. E finalmente eccoci arrivati, dopo cinque ore di
pullman che sono riuscite a farmi odiare le canzoni di Lucio Battisti.
Se ribalti la
boccetta colma d’acqua cade la neve sul ponte di Rialto, sono i souvenir
acquistati per ricompensare i nonni della loro busta, va' va', non
spenderli tutti in sala giochi; ma Mascarini è riuscito a trafugare anche una
bottiglia di Amaretto di Saronno, me la porge intimando: Bevi! Serve
a trovare il coraggio per raggiungere la camera delle ragazze, Tavelli e
Orvieto si trovavano già lì.
È dalla prima
media che mi prefiguro il momento, sono trascorsi tre anni in un fatidico
soffio, la vita media di un criceto; passare la vita a sgambettare dentro una
ruota che fa della finzione il suo movimento, non deve essere tanto meglio del
disegnare cazzi su banchi di fòrmica verdina...
Troppi
pensieri, meglio attenersi al copione provato mille volte nella palestra della
mente. Tolgo le scarpe da basket e mi infilo vestito nel letto
dell’Acquistapace, riproduzione in scala anagrafica ridotta di Maria Giovanna
Elmi, la fatina bionda che negli anni Settanta annunciava i programmi su Rai1. Nel
letto accanto sento Tavelli sbaciucchiarsi con qualcuna, probabilmente si
tratta di Beltrama, la ripetente, a Orvieto e Mascarini deve essere andata meno
bene.
Sono però
troppo ubriaco per tentare un approccio, riesco chiederle soltanto: L'hai
vista anche tu, oggi pomeriggio, una bara bianca ma piccola, probabilmente si
trattava della bara di un bambino, stava su una gondola appena fuori da Canal
Grande... o mi sono immaginato tutto, l'ho sognata?
Non so cosa mi
abbia risposto la fatina bionda della terza effe, il passaggio dalla Fanta
all’Amaretto di Saronno è stato troppo brusco. E così continuo a ricordare, o a
sognare, che forse è lo stesso, un'enorme gondola nera. Non ha mai smesso di
ingoiare una minuscola bara bianca, specie durante le notti in cui ho la febbre
e mi rigiro nel letto sudato e a tentoni cerco la Tachipirina sul comò.

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