Provo una naturale ammirazione verso le persone che
sanno tutto di un determinato argomento, ne sono come ipotecati. Mettiamo la
letteratura, l'oggetto più frequentato nella bolla social a cui appartengo, e
che di certo non disdegno. Ma dagli e dagli, questa ammirazione, dopo un po'
che sento parlare sempre e solo di libri, si è trasformata in diffidenza,
complice forse un pizzico di invidia; e come si sa l'invidia genera cattivi
pensieri: non è che lo fanno perché hanno l'ennesimo corso di scrittura in partenza...
Mi è così tornato alla mente il solito Pasolini, il quale possedeva una cultura letteraria non minore. Eppure, i suoi interventi sull'argomento non erano tanto frequenti, perlopiù originati dalle accuse a lui rivolte dal Gruppo 63, a cui opponeva il suo essere "forza che viene dal passato". Sulle pagine del Corriere della Sera scriveva di aborto, di "capelloni", antropologia, arte, mito, linguistica, cinema, politica, calcio, economia, religione, studenti borghesi contro poliziotti proletari. Scriveva della vita, insomma, oltre a parlarne con i propri amici, che non si limitavano a una squisita cerchia intellettuale.
Con toni forse più vaghi e a volte naif, anche Battiato, quando intervistato sulla sua attività di musicistia, riusciva sempre a svicolare verso la tenebra luminosa della mistica, frequentava con caparbietà l'esoterismo, la fisica quantistica, lo sciamanesimo, perfino di poker e biliardo ne sapeva, e pare che di entrambi fosse un ottimo giocatore. Recita il testo di una sua canzone: "mi piaceva tutto della mia vita mortale, \ anche l'odore che davano gli asparagi all'urina."
Non è questione di essere enciclopedici, ma semplicemente curiosi. E questi venerati maestri social, più monotematici di Rocco Siffredi, mi pare abbiano perduto la capacità di sporgersi sul mondo con un filo d'erba in bocca, quel che passa passa. E poi va, come urina nel water.
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