Mi ricordo l’ultima ora dell’ultimo caldissimo giorno
di scuola dell’ultimo anno delle medie. La porta della classe terza effe
dell'Istituto Francesco Sassi di Sondrio, non si aprì. Suonava la campanella ma
la porta si ostinava a rimanere bloccata.
Agguantato il citofono, la professoressa di italiano,
Lorenza Cozzini, chiama in segreteria, a loro volta chiamano il preside e
arrivano tutti: segretari, bidelli, altri professori insieme al preside Puglia,
petto in fuori e gessato grigio Lebole o Marzotto. Fanno capannello di fronte
alla classe sigillata.
Come cavalli alla mossa del Palio di Siena
– mancano ancora gli esami, ma le medie sono finite: FINITE! – da
dentro possiamo solo udire le voci a cui il corridoio fa da cassa di risonanza, in un crescendo di
concitazione che fa il paio con la nostra smania di aperto. C’è chi parla di
pompieri, di polizia, qualcuno arriva a ipotizzare la necessità di
un’ambulanza. Prende la parola il preside Puglia: "Chi è il più robusto
della classe?" grida dopo avere dato due colpetti con il pugno alla porta, ottenendo immediato silenzio.
"Io, sono io" rispondo di getto, raggiungendo l'ingresso con un balzo. Intanto, controllo se sono
riuscito a intercettare l’attenzione dell’Acquistapace, di norma riservata ai segni impressi sulla lavagna dagli insegnanti. "No, il più robusto è Tavelli" mi corregge la Cozzini,
accompagnando la frase con un’occhiataccia che supplisce allo sguardo
dell’Acquistapace, a vagare azzurrissimo oltre ai finestroni con vista sui castagneti delle Orobie. A-c-q-u-i-s-t-a-p-a-c-e, un cognome sillabato chissà quante volte
prima di addormentarmi.
"Tavelli, te la senti di sfondare la
porta?", riprende il preside con tono solenne. E da quel giorno penso che
se John Wayne fosse nato in Italia avrebbe avuto quella voce lì, la voce del
preside Puglia.
Tavelli, lo stesso Tavelli Ezio che ora fa il necroforo a Zurigo, sfondò la porta con una spallata, l’Acquistapace ne fu molto colpita e noi andammo finalmente a casa, aprendo la porta anche all’estate del 1980. Sulle spiagge i capezzoli delle donne non erano più un rebus da risolvere con l'immaginazione, e, mentre alla stazione di Bologna spalavano le marcerie, dai jukebox sgorgava la voce in falsetto di Alan Sorrenti (Non so che darei, per fermare il tempo, per averti al mio fianco…) e l’esordiente Gianni Togni si rivolgeva direttamente alla luna, insinuando l’idea che anche un mezzo brocco come lui potesse intercettare per un istante la bellezza.
Eppure, da quel giorno, si è fatta strada in me l’idea
che esista una bellezza che nemmeno Gianni Togni ci potrà mai restituire, una
bellezza che davvero si trova all'altro lato della luna, dove le cose stanno
sonnacchiose (cazzi scarabocchiati sulla formica dei banchi e gomme americane
appiccicate sotto la seduta della sedia, gesso bianco in sospensione, minuti
che non passano mai quando si tratta di dare valore numerico a una X) e perciò
perfette nel loro essere in potenza, fiori ancora in bocciolo.
Nessun piccolo passo per un uomo, nonostante le corse forsennate scandite dal fischietto di un professore di ginnastica con l’occhio destro di vetro, si trattava, in realtà, di una simulazione tra le altre, un tapis roulant che lasciava il mondo intonso e cosparso da una polverina fosforescente. Nessun balzo per l’umanità. E dunque quella porta, con buona pace del preside Puglia, avrebbe dovuto rimanere chiusa.
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