Mi ricordo
quando Cinzia accettò finalmente di mostrarci la sua cosa. Il luogo convenuto
era il mio garage condominiale, dove i box non erano presenti ma solo linee
bianche tracciate a terra, in una festosa promiscuità da autorimessa; così
potevo fermarmi a rimirare la nuova Alfa Romeo Giulia GT del ragionier
Ciccozzi, la stessa auto di Pasolini.
Ci
organizzammo a questo modo: Claudio, Federico e io avremmo osservato la cosa di
Cinzia uno alla volta (Ma solo per cinque secondi e non si tocca, aveva
premesso lei con un'assertività che non ammetteva repliche), mostrando a nostra
volta il coso in simultanea. L’accordo parve a tutti equo.
Le due persone
non coinvolte avrebbero sorvegliato, l’uno, la scala di accesso dall’atrio
condominiale, l’altro la saracinesca da cui entravano i veicoli. Poi ci saremmo
naturalmente dati il cambio, con eccezione di Cinzia che sarebbe rimasta al
centro del garage come una fruttiera sulla tovaglia di pizzo. Si fece la conta
per decidere chi sarebbe stato il primo fortunato, risultò essere Claudio.
Dalla mia
postazione defilata potei scorgere solo il gesto, un po’ meccanico, con cui
Cinzia sollevava la gonna plissettata a stampa tartan, sotto indossava lunghe
mutande di lana beige e sotto ancora – ma qui comincio ad andare per induzione
– degli slip di cotone quale sipario della cosa. Una volta spalancato lo
spettacolo fu tutto per Claudio, il quale, a sua volta, faceva scorrere la
cerniera che chiudeva la patta dei pantaloni, altrimenti detta bottega.
Quindi fu il
turno di Federico, identica procedura: gonna tartan, mutande di lana, bottega,
sipario e infine… Già pregustavo il mio momento, dovevano provare un simile
stato d'animo gli emigranti all'approdo del vapore: chissà che la cosa non
somigli all’America, come avrebbe cantato dieci anni dopo Gianna Nannini.
Ma che
succede?!
Si trattava del
rombo dell’Alfa Romeo Giulia GT del ragionier Ciccozzi, stava scendendo la
rampa che conduce ai garage. Cinzia emise un urletto e si abbassò la gonna, poi
comincia a correre in direzione opposta, e noi con lei in un fuggi generale,
scomposto, una Caporetto del desiderio.
Toccò
aspettare quasi dieci anni per vedere per la prima volta una cosa – ora che ci
penso, fu proprio l’anno in cui la Nanni cantò i fasti intimi dell’America –, almeno
se come giusto stralciamo la cosa di mia cugina, con cui si giocava a dottore e
infermiera.
(PS - Lo so e me ne scuso: la cultura woke prevede anche una versione del gioco con dottoressa e infermiere, infermiera infermiera, dottore dottore etc. Ma, negli anni Settanta, eravamo ancora cuccioli del patriarcato.)
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