Mi ricordo
l’emozione che accompagnava l’acquisto di ogni nuovo elettrodomestico. Li si
andava a prendere in un negozietto dove il proprietario sembrava molto amico
dei miei genitori, solo in seguito compresi che sembrava molto amico di tutti i
genitori. Anche la lavatrice, o il frigorifero, erano motivo di un piacere
contagioso, si diffondeva a partire dalla lettura commentata del libretto delle
istruzioni, ma erano le primizie tecnologiche a produrre un vero e proprio
stato di euforia; nel nostro caso si trattò dello spremi agrumi elettrico che
chiamavamo arancia meccanica, e quando seppi del film pensai ci avessero
copiato il titolo.
Arrivò poi il
momento di sostituire il vecchio televisore Telefunken con qualcosa che non
impiegasse cinque minuti per accendersi – “A colori?” chiesi speranzoso. “Non
esageriamo” mi fu risposto. Ma dopo che l’amico di tutti i genitori ci mostrò
numerosi modelli in bianco e nero, si optò, effettivamente, per un televisore a
colori Grundig, sul suo schermo da 24 pollici la prateria in cui galoppavano i
cavalli di Bonanza era davvero verde, e blu gli occhi di
Carole André nel ruolo della Perla di Labuan.
Dove il
consumo lievitava in sentimento era però l’acquisto di una nuova automobile; e
per nuova intendo proprio nuova: con le auto usate si provava tutt’al più un’emozione
attenuata, come i tamburi di gomma su cui i batteristi eseguono gli esercizi
per non fare incazzare i vicini. E così venne il giorno in cui la
concessionaria comunicò che era finalmente arrivata la 500 per la mamma, adesso
poteva andare a scuola senza più pagare la benzina alle altre maestre.
Andammo a
ritirarla io e papà. Ora se c’è una cosa che caratterizza le automobili nuove è
che sono identiche, una vale l'altra. E invece no. All’interno dell’autorimessa
erano parcheggiate una decina di Fiat 500, tre erano bianche e del modello
Super, che differiva dalla versione base per una carenatura tubolare applicata
ai paraurti, altre differenze non mi sembra fossero presenti.
Quando in
quell'indistinguibile terzetto il venditore ne indicò una, scattò la stessa
sensazione di riconoscimento che avviene con i cuccioli dei cani: anche loro,
appena nati, sembrano tutti uguali, eppure nel momento in cui l’allevatore
prende in braccio quello a cui infagotterai le merdine in un sacchetto nero
ogni volta che lo porti ai giardinetti, giureresti di conoscerlo da sempre.
Fu con uguale
stato d’animo che strappai la plastica trasparente con la quale erano ricoperti
i sedili anteriori, un inutile diaframma tra il nostro culo e la nostra auto. NOSTRA.
Potere degli aggettivi possessivi. Mentre si diffondeva all’interno
dell’abitacolo l’odore rilasciato dagli oggetti nuovi per sedurre, un trucco
simile ai castori grazie a certe ghiandoline poste vicino al buco del culo, e
molto ricercate dai profumieri.
Nel viaggio di
ritorno prestavo attenzione solo alle altre 500, guarda dicevo ogni volta che
ne incrociavamo una, anche loro hanno una 500, e mi sembrava un segno di
appartenenza, la tacita complicità di una confraternita segreta.
Raggiunta casa
il papà parcheggiò in una posizione in cui l’auto potesse essere vista dal
balcone, non so se per controllarla meglio o per mostrarla subito alla mamma. Inutile
aggiungere che io la intesi a questo modo, e varcata la soglia strillai: “È di
sotto, è di sotto!”
La mamma
interruppe di cucinare e si unì a noi, eravamo appoggiati alla ringhiera e
guardavamo giù, dal quarto piano fissavamo l'automobile di cui avevamo parlato
a lungo nei mesi precedenti, soprattutto durante i pasti: "Non possiamo
permettercela" obiettava la mamma. “Ma se ci aiuta tuo padre..." ribatteva
il papà. E così a ogni nuova forchettata il focus si spostava di un poco, fino
ad arrivare a discutere della tinta. Infine si convenne per la sobrietà del
bianco, su cui lo sporco – disse senza che io capissi il venditore – si vede
meno.
In compenso
ciò che si vedeva dal balcone dal quale ci stavamo protendendo, era l'intera
famiglia riflessa in una sagoma ricurva e opalescente, solo un riquadro nero al
centro che in estate diventava cielo. Ora che ci ripenso, non trovo altre
ragioni per usare il termine famiglia riferito a tre persone così diverse e non
di rado ostili, se non la comune appartenenza al tempo in cui le cose non erano
solamente le cose, ma forma surrogata della vita.

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