Mi ricordo di un tema che ci fu assegnato in quarta elementare. La traccia dettata dalla maestra Maccarone, a ogni nuova
parola l’alito di Pocket Coffee si espandeva tra i banchi, era tra le più
classiche: scrivi di una persona che conosci bene. Io scelsi Carlino. Il
diminutivo non si riferiva all’età – di lui conservo memoria da sempre, e da
sempre mi sembrava già anziano – ma alle dimensioni fisiche più congeniali all'ippica che al basket, l’aspetto mite e
vagamente intimorito, in particolare da possibili catastrofi nella carne. Diciamolo
chiaramente: Carlino era ipocondriaco. Un termine di cui ovviamente non
comprendevo ancora il significato, ma esistono le storie proprio per restituire vita alle parole difficili.
Questa storia inizia con Carlino che va dal medico,
ormai era un habitué e l’altro lo prendeva un po’ in giro. “Come siamo eleganti oggi” gli disse vedendolo entrare con un giubbetto color vinaccia, riluceva alla maniera delle auto appena uscite dal concessionario, la cerniera chiusa fino al collo. Carlino ne era orgoglioso al punto di levarselo solamente
per dormire, ma è possibile facesse anche da pigiama. L’aveva acquistato poche settimane prima
in un negozietto frequentato da quelli che allora venivano chiamati capelloni.
A differenza del nonno, Carlino aveva ancora tutti i suoi capelli giallastri in
testa, ma non poteva certo essere definito un capellone. Da quando qualcuno gli
aveva detto che vivere in altura poteva comportare danni alla salute – non che
provenisse da Lhasa, ma da Primolo, 1270 metri sul livello del mare – era sceso
a fondovalle senza un preciso progetto, solo un vago ma determinato intento di
salvarsi la pelle. Fu quello lo spirito con cui bussò alla porta della fattoria
dei miei nonni. “Avete dei lavoretti da farmi fare?”
Credo fu la disposizione compassionevole di mia nonna
(lei la chiamava carità cristiana) a far sì che alla fine adottassero quel
bambino un po’ cresciuto, consentendogli di abitare in due locali ricavati
dalla legnaia, condivideva con loro i pasti e perfino le puntate di Canzonissima sul televisore; le gambe delle gemelle Kessler erano troppo lunghe e scoperte per la nonna, ma non c'erano molte alternative alle precoci sere invernali. Per sdebitarsi, Carlino
portava le tre o quattro mucche al pascolo, e quando il sabato andava
a Sondrio acquistava dei piccoli regali; in genere si trattava di
novità tecnologiche, come l’accendifuoco elettrico da sostituire agli zolfanelli
con cui avviare la cottura del minestrone. Poi passava in erboristeria e infine
si soffermava di fronte alle vetrine dei negozi di abbigliamento, dove aveva
adocchiato il giubbetto per il quale stava ricevendo i complimenti dal medico.
Carlino incassò soddisfatto l'apprezzamento, ma subito prese a esporre la nuova terribile minaccia che
pendeva sul suo capo, anzi sul suo petto. Era infatti lì che gli doleva,
dottore, è grave…? Il medico lo auscultò, gli provò la pressione con lo
sfigmomanometro (con un coso, stava scritto sul mio tema), già che c’era gli
fece pure cacciare la lingua e dire trentatré, ma sembrava tutto in regola. Nel
dubbio, gli prescrisse delle lastre toraciche e un elettrocardiogramma. Solo che
anche quelli, quando ritornò sempre più allarmato con i referti, non rivelavano alcuna alterazione.Eppure Carlino continuava a stare male, se possibile i
dolori al petto erano perfino peggiorati: “Dottore, non mi nasconda nulla!
Anzi, no, se sto per morire non me lo dica…” Non riusciva a mettersi d’accordo
con sé stesso. Il medico scosse la tessa, gli diede una pacca sul suo bel
giubbetto di pelle, e gli disse che non aveva niente di cui preoccuparsi.
Rassicurato Carlino uscì dallo studio, ma dopo pochi giorni era di nuovo
lì.
A quel punto il medico ebbe un’intuizione. “Senti
Carlino” gli disse, “prova a stare una settimana senza indossare il giubbetto.
Poi ripassi e mi dici.” “Dottore, dottore: sto bene!” esclamò nel rivedersi alla scadenza prevista, “ma come ha fatto a guarirmi?” “Lo immaginavo”, disse il
medico con un sorrisetto malizioso. Spiegandogli poi che la prossima volta
doveva prendere indumenti di taglia più abbondante: “Sarà anche elegante, ma il
giubbetto che hai acquistato va bene per un ragazzino di otto o nove anni”, la
mia età quando scrissi il tema su Carlino. E fu così che lui me lo regalò, e
non ebbe più dolori al petto.
Nessun commento:
Posta un commento