Se penso, e mi capita spesso, a un claim con cui titolare la svendita politica di questi anni, mi viene in mente resilienza: sia per sua la sua diffusione nei discorsi pubblici, dove ha perlopiù funzione ornamentale (guarda che dotta parola conosco, il sotto testo), sia per il corrispondere a un elemento nuovo della società.
Ma facciamo un passo indietro alla definizione del termine, che, prima di essere assunto dalla psicologia e generare inflazione mediatica, va a definire un preciso concetto fisico: l’attitudine di un materiale a riprendere l’aspetto originario, dopo una deformazione indotta dall'esterno.
Con un esempio è ancora più chiaro. Se mi siedo su una
panchina di marmo questa non si deforma, e semmai sarà il sedere ad appiattirsi
un poco. Mentre se mi siedo sul cofano di un’automobile, è probabile che si
verifichi un lieve incurvamento; in genere scompare quando ci si rialza, ma meglio non fare la
prova sulla propria auto, consiglio un suv tedesco a caso. Se ne ricava che la panchina resiste e il cofano resilie.
Ma perché una proprietà fisica è all’improvviso
divenuta tanto popolare?
Anche qui può forse aiutarci un’immagine, la prendiamo
a prestito dalle vignette da Altan, dove spesso troviamo un uomo a cui hanno
infilato un ombrello nel sedere. La cosa buffa, ci fa infatti sorridere
amaramente, è che il deflorato non fa una piega, sorride addirittura, parla
come se niente fosse: i suoi sfinteri paiono di burro e non oppongono alcuna
resistenza, il puntale entra ricordando una celebre sequenza di Ultimo tango a
Parigi. Possiamo mettere e togliere l’ombrello all’infinito, ma l'uomo avrà sempre
la stessa espressione svagata. La sua diviene così una perfetta rappresentazione di resilienza.
Eppure nei decenni precedenti le cose sarebbero andate
in modo diverso. Immaginiamo gli anni Settanta, un periodo storico in cui
nessuno ancora elogiava la resilienza. Gianni Agnelli, continuo a immaginare,
mette in cassa integrazione centinaia di operai a Mirafiori (centinaia di
ombrelli nel culo) e gli operai scendono giustamente in piazza, protestano, marciano sventolando bandiere e gridando il loro diritto al lavoro. Resistono, insomma. Non resiliano.
Se ne ricava che l'invito alla vittima di un trauma, anche lieve, a fare come il cofano della macchina e rimodellarsi alla condizione precedente, possiede un contenuto ideologico latente, un contenuto reazionario. Non mi stupisce che siano proprio gli psicologi a raccomandarlo, una
categoria di persone del tutto omogenea alla macchina produttiva capitalista: ottanta, cento euro per chiacchierare una cinquantina di
minuti... Che
poi a parlare sei in genere solamente tu, loro annuiscono. E muovere il capo è
un’attività notoriamente dispendiosa.
Per le ragioni che ho provato a sintetizzate, mi sono
convinto che si dovrebbe espungere il termine resilienza dai nostri vocabolari civili; tra parentesi, è orrendo anche foneticamente. E quando proprio non ce la facciamo – purtroppo non sempre è
possibile resistere a mani invisibili che insinuano tangibili ombrelli – vivere il trauma, piangere se ne siamo capaci, abbracciare gli
amici e scagliarci contro i nemici.
Quindi concentrarci sull’ammaccatura. Perché, a
guardare bene, neppure il cofano sarà mai come prima, il passato mantiene sempre
una traccia nel presente, specie quando si accompagna a una sofferenza.
Nell’arte giapponese del kintsugi il trauma viene addirittura esibito
come una medaglia al valore, perciò tinteggiano d’oro i vasi di ceramica nei
punti dove sono stati riparati.
E se i vasi non sono di gomma, a maggior ragione non lo saranno le donne e gli uomini su cui altri esseri umani si sono seduti sopra, e continuano a farlo nella convinzione che tanto, opplà, la forma si riforma. Impariamo piuttosto a benedire e tingere d’oro anche le nostre cicatrici, rimandando al mittente i tentativi di quei giornalisti, psicologi, politici, ormai perfino i compagni di squadra a calcetto ti vogliono convincere della bontà di un concetto vizioso, e se stai a terra dopo che l'avversario ti ha sfondato la caviglia di dicono dai, sù, un po' di resilienza!
Eh no, tocca correggerli. Non resilienza, parola fighetta che nasconde una cattiva coscienza. Lo slogan per noi non è cambiato: ora e sempre RESISTENZA!
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