
Un’immagine che mai avevo visto prima e neppure ricordo la circostanza vissuta; ero troppo giovane, forse quattro anni, massimo cinque. Inoltre mio padre non ha aggiunto alcun commento, e dunque avrei potuto accostarmi come a un quadro appena dipinto o a una mattonella di un bagno pubblico, del tutto ignaro.
E invece no, il riconoscimento di me stesso bambino è stato istantaneo – c’è un unico pischello, gli altri sono cronometristi in grisaglia Facis o Marzotto, il contesto fa pensare a una gara di motociclette. Quello seduto a sinistra è il babbo, l'espressione compiaciuta di chi ha la Legge dalla propria parte, la legge dei numeri fino ai decimali più remoti, il pollice teso e sul pulsante che separa i vincitori dai perdenti. E io sono il figlio del sovrano del tempo - che orgoglio!
Un po' in disparte e con aria curiosa, ci sono però anche due magnifici teddy boy; se le fotografie avessero la colonna sonora scommetterei sul quartetto di Liverpool; quindi, di spalle, un motociclista altrettanto datato nella foggia del casco, per quanto tra i centauri ci sia ora il riflusso dello stile vintage, che fa pendant con le lunghe barbe hipster.
Ma torniamo a quella strana funzione della mente che, in pochi decimi di secondo (si vede che nelle mie vene scorre sangue di cronometrista), mi ha portato a identificare una creatura quanto più lontana dal me attuale, ed esclamare il più abusato dei pronomi: io!
Un'affermazione certa, più sicura di una cassaforte, e ciò malgrado quel topino con i denti sporgenti e la frangetta tagliata dalla mamma, a guardar meglio ci accorgiamo che si tappa le orecchie per attutire il baccano delle moto da enduro e fissa il fotografo con raggrinzita diffidenza (o forse è solo il fastidio per il sole negli occhi), quell'io-lui ha nel frattempo compiuto un infinito ricambio di cellule, i capelli si sono prima imbiancati e poi diradati, e ho il sospetto che anche il pistolino non sia più arzillo come prima, quando il ritrovamento di una copia fradicia di Caballero era una vera e propria festa, da condividere con gli amici.
Magari l’ho presa un po’ alla larga, ma era l’unico modo per ricordare, innanzitutto a me stesso, che quando muore un anziano, ma anche ben più anziano di me, via, che in fin dei conti ho l’età di Jovanotti e tre anni meno di Brad Pitt e soprattutto molta voglia di vivere, in quei casi prima di dire "beh, aveva ormai i suoi annetti", oppure "in fondo era malato" e altri simili frasi di cordoglio, si dovrebbe sempre pensare che è morta anche una mente la quale di fronte alla foto di un bambino, fosse pure l'istantanea appesa all'intima bacheca del ricordo, incontrava ogni volta uno specchio, e su quello specchio indelebile la parola io. Ed era ogni volta un incontro reale, per nulla affettivo, illusorio, già che c’è una continuità obiettiva, per quanto misteriosa, tra quel corpo freddo e rugoso e il bambino che un giorno è stato.
O per dirla con le parole di Elias Canetti: "la morte di un vecchio è più tragica di quella di un bambino, perché muore più memoria."
(Ps - Ovviamente
penso anche agli idioti che si rallegrano del fatto che per un virus – dai che
riesco a non dirne il nome – stiano morendo quasi solo vecchi e malati. No,
stanno morendo anche i bambini che furono, e da qualche parte sono ancora.)
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