
Ricordo lo stupore nella scoperta del lungo viaggio del concetto peccato. Prima dell'approdo linguistico attuale che discende dal latino peccatum, a indicare l'infrazione di una norma (lasciare l'auto in
divieto di sosta è dunque un peccatum), la parola greca utilizzata nei vangeli
è hamartia, il cui significato corrisponde a un errore nel tiro al
bersaglio, mancato dalla freccia scoccata dall'arciere.
Se però risaliamo all'ebraico, con cui, come noto, sono scritti i testi veterotestamentari, con peccato è stato tradotto un termine, khedìe, il cui senso è proprio quello che nella psicologia moderna assegneremmo al trauma, ossia un blocco causato da gravi turbamenti. Il peccato sconta insomma una riconversione ideologica, non priva di una precisa strategia di controllo: dalla psiche alla legge.
Se volessimo sbloccare il trauma con cui le attuali traduzioni continuano a peccare di omissione, così riaccordandoci, chiedo perdono per la parolaccia, all'essenza ontologica nel Cattolicesimo Romano, più che alla teologia giudaica dovremmo guardare al pensiero antico, e in particolare a due filosofi: Platone e Aristotele.
Ma mentre la filosofia occidentale, da quel primo sfolgorante esordio, è proceduta per tentativi e generosi slanci del pensiero, i cattolici si sono aggrappati a una pietra angolare che più laica non poteva essere, dandogli forma di sentenza con cui nel medioevo tagliare la testa al toro: “ipse dixit”, l’ha detto Aristotele. Chiuso il discorso e non se ne parli più!
Molto più interessante sarà allora discutere di teologia con un ebreo, un induista, perfino un mussulmano; tutte religioni che, oltre a non avere mai avuto un’interpretazione ufficiale con cui rimuovere traumi per convertirli in peccati (il Sant Uffizio, poi divenuto, senza mutare nella sostanza, Congregazione per la Dottrina della Fede), hanno elaborato una visione del mondo originale e ricca; ma anche una visione dell’oltre mondo autenticamente metafisica, ossia ricavata dalle facoltà immaginative e non solo dalla ragione filosofica.
Discutere con i cattolici restituisce invece la sensazione, frustrante, di quanto da bambino parlavi con quelli che ripetevano a macchinetta: l’ha detto mio cugino…
Se però risaliamo all'ebraico, con cui, come noto, sono scritti i testi veterotestamentari, con peccato è stato tradotto un termine, khedìe, il cui senso è proprio quello che nella psicologia moderna assegneremmo al trauma, ossia un blocco causato da gravi turbamenti. Il peccato sconta insomma una riconversione ideologica, non priva di una precisa strategia di controllo: dalla psiche alla legge.
Se volessimo sbloccare il trauma con cui le attuali traduzioni continuano a peccare di omissione, così riaccordandoci, chiedo perdono per la parolaccia, all'essenza ontologica nel Cattolicesimo Romano, più che alla teologia giudaica dovremmo guardare al pensiero antico, e in particolare a due filosofi: Platone e Aristotele.
Ma mentre la filosofia occidentale, da quel primo sfolgorante esordio, è proceduta per tentativi e generosi slanci del pensiero, i cattolici si sono aggrappati a una pietra angolare che più laica non poteva essere, dandogli forma di sentenza con cui nel medioevo tagliare la testa al toro: “ipse dixit”, l’ha detto Aristotele. Chiuso il discorso e non se ne parli più!
Molto più interessante sarà allora discutere di teologia con un ebreo, un induista, perfino un mussulmano; tutte religioni che, oltre a non avere mai avuto un’interpretazione ufficiale con cui rimuovere traumi per convertirli in peccati (il Sant Uffizio, poi divenuto, senza mutare nella sostanza, Congregazione per la Dottrina della Fede), hanno elaborato una visione del mondo originale e ricca; ma anche una visione dell’oltre mondo autenticamente metafisica, ossia ricavata dalle facoltà immaginative e non solo dalla ragione filosofica.
Discutere con i cattolici restituisce invece la sensazione, frustrante, di quanto da bambino parlavi con quelli che ripetevano a macchinetta: l’ha detto mio cugino…
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